La guerra finisce (ma finisce davvero) solo quando, almeno in parte, i conti tornano…

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e i conti non tornano. Interessanti due articoli che Francesco Correale & Friends – rispettivamente da Voltaire.net e African arguments –  han fatto girare in una provvidenziale mailing list. Sia chiaro che in nulla deve cambiare l’atteggiamento nei confronti della popolazione libica, ma molto accorti dobbiamo essere nei confronti di quelli coi quali ci andiamo a relazionare.

Fonte : “Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 settembre 2011, www.voltairenet.org/a171330

Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli

di    Thierry Meyssan

Rete Voltaire ha ricevuto molte lettere da lettori che chiedono di al-Qaida in Libia. Al fine di rispondere, Thierry Meyssan ha riunito i principali elementi noti di questo dossier. Questi fatti confermano la sua analisi, sviluppata dall’11 settembre 2001, che al-Qaida sia composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere in Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Iraq e ora in Libia, Siria e Yemen.

Rete Voltaire | Beirut (Libano) | 7 settembre 2011

[Foto omissis] Il leader storico di al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, è divenuto il governatore militare della Tripoli “liberata” ed è il responsabile dell’organizzazione dell’esercito della “nuova Libia”.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.

Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.

Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.

Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm”.

Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.

Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.

Durante la “guerra contro il terrore”, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida”, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.

Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.

Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:
- rovesciare Muammar Gheddafi;
- esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione”);
- ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.

Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.

Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ’Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.

Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.

Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.

Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.

Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq.  Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.

Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.

In tutta la Cirenaica “liberata”, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra”.

Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.

Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.

[3] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.

[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente“, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 maggio 2011.

[5] «CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya», Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.

[6] «Noi ribelli, islamici e tolleranti», reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.

[7] “Riflessioni sull’annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 maggio 2011.

[8] «Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot», Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011.

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Fonte: http://africanarguments.org/2011/09/08/%E2%80%98whether-you-liked-him-or-not-gadaffi-used-to-fix-a-lot-of-holes%E2%80%99-tuareg-insurgencies-in-mali-and-niger-and-the-war-in-libya-%E2%80%93-by-frederic-deycard-and-yvan-guichaoua/

‘Whether you liked him or not, Gadaffi used to fix a lot of holes’ – Tuareg insurgencies in Mali and Niger and the war in Libya –

By Frédéric Deycard and Yvan Guichaoua

September 8, 2011

In the early days following the rise of the insurgency in Libya, it was widely reported that Col. Gaddafi was making an extensive use of foreign mercenaries to defend his regime. Tuaregs from Mali and Niger, and, more specifically, ex-rebels, featured prominently among those suspected to enlist behind the Guide of the Libyan Revolution. Clearly, sensationalising Col. Gaddafi’s recourse to mercenaries was part of the insurgents’ propaganda aiming at denying him any support among nationals. No reliable estimates of the size of Gaddafi’s mercenary troops have been circulated yet their use is acknowledged. That Tuaregs from Mali and Niger were among them is also true. In early March this year, elected representatives from northern Mali alarmingly reported that youths from their community were joining Gaddafi’s forces. At the same time, Aïr-Info, the well-informed newspaper based in Agadez,  Niger, signalled that potential young recruits were offered €400, a gun and ammunitions to join the front. As researchers studying the region for several years, we also gathered anecdotal evidence through personal ties confirming the above statements. However, reports diverge on whether recruitment was primarily organised from the top or resulted from spontaneous initiatives from below among well-connected would-be combatants.

Evidence on the magnitude of pro-Gaddafi’s mobilisation in Mali and Niger is uncertain. Several sources indicate that roughly 1,500 Tuareg fighters from these two countries have taken an active part in the six-month conflict. But most of them were actually already in Libya for several years when the rebellion kicked-off, whether being immigrants attracted by the economic perspectives of the oil-rich country or former rebels of Niger and Mali who had chosen to reside permanently in Libya after the failure of the implementation of the peace agreements in their country of origin. Those combatants had obtained rights to live and work in Libya and other privileges in the recent years. Hence, one important view we disagree with is that of Malian and Nigerien Tuareg recruits conforming to the archetypical image of ruthless mercenaries, whose loyalty is solely dependent on the immediate material rewards they extract. The profiles and behavioural logics of those among the Malian and Nigerien Tuaregs who supported Gaddafi’s counterinsurgency effort illustrate more the centrality of Gaddafi’s well-entrenched role in the political economy of the region than the alleged greed of its armed supporters. As a Nigerien ex-rebel pragmatically put to us in a recent interview: ‘Whether you liked him or not, Gaddafi used to fix a lot of holes’. And Tuaregs were not the sole beneficiaries. Here are some of those holes Gaddafi’s fixed since his coup, in 1969.

As soon as the early 1970s, severe droughts coupled with political marginalisation have affected the already scarce resources available for the Tuaregs of Northern Mali and Niger, forcing them into exile. Algeria and Libya, in part due to the presence of Tuareg populations on their soil, have become a destination of preference for this generation of youths in quest of employment.  Taking the route to Libya has never since ceased to be a defining moment in the life of the so-called ishumar (derived from the French ‘chômeurs’, the unemployed). Some of them have developed activities on both sides of the border, whether for seasonal employment or for informal, and sometimes illegal, trafficking (cigarettes, gas, and material goods among others). Those economic opportunities have permitted Northern Mali and Niger to survive difficulties through the financial and material flux allowed by the Libyan leader.

This intense cross-border activity had a strategic dimension, too. In the 1980s, as Gaddafi’s pan-Arab then pan-African projects expanded, his Islamic Legion trained militarily and sent hundreds of ishumar to various theaters of ‘anti-imperial’ struggle (mainly in Lebanon, then Chad). The expectation at the time in the ishumar ranks was that their newly acquired military credentials and Libyan support would help them start their own war of independence in Mali and Niger. But Gaddafi did not deliver the expected assistance. Poorly-equipped Tuareg rebellions were launched nonetheless in Mali and Niger in the early 1990s. Their vanguard was composed of fighters exiled in Libya who deserted the camps where they were kept on check. Low-intensity violence lasted almost a decade until Algeria and Libya intervened as peace-brokers. As the implementation of peace accords were dragging, Libyan authorities took critical measures to prevent the conflict from resuming. In Niger, they became a major sponsor of the UNDP-operated Programme of Peace Consolidation in the Aïr and the Azawak (PCPAA), designed to accommodate economically the low-level combatants of the rebellion. In 2005, in a move typically illustrating the patronage system locally established by Gaddafi, those among the rebels who showed reluctance to participate in the PCPAA were offered Libyan nationality and integration in the Libyan Army.

This only postponed the resumption of rebellion in Niger though: an insurgent movement, called the Mouvement des Nigeriens pour la Justice (MNJ), was launched again in 2007. It only lasted two years, after Gaddafi summoned the rebel leaders in Tripoli and coopted the most opportunistic among them, hence blowing up the fragile cohesion of the rebellion. At the same time, a camp financed by Libya was hastily erected near Agadez that any youth loosely connected to the rebellion could visit to receive $400 in cash: the price of a temporary return to calm that Nigerien authorities were happy not to pay. Unsurprisingly, in the recent months, prominent leaders of the MNJ have been said to activate their rebel networks in Niger to recruit fighters in support of the Guide. The same names, such as Aghali Alambo, now circulate as notables of the overthrown regime seek refuge in Niger.

Throughout the years, the ties between the Tuaregs and Gaddafi have grown stronger in multiple dimensions. Gaddafi’s Libya did play a stabilising political role for Mali and Niger through a series of favours it granted to Tuareg communities as well as central regimes. Gaddafi has been the banker of most political and relief campaign in critical times for those countries. As many Tuaregs now seem exposed to victimisation by supporters of the National Transitional Council (NTC) in Libya, the enlistment of Tuaregs from Mali and Niger into Gaddafi’s army of mercenaries resonates like a tragic bet stemming from the inertia of historical necessities. The losses incurred by those who chose the wrong side of the battelfield might exceed by far the losses incurred by those, in the West or elsewhere in Africa, who, after years of close compromise with the autocrat, swiftly jumped on the anti-Gaddafi’s bandwagon.

Most of the Tuareg combatants have now returned to Mali and Niger. They have most probably helped themselves substantially in the Libyan Army’s arms stockpiles and even managed to divert part of the weapons parachuted by France to help the NTC. The political dynamics this situation will engender in the already complex Saharan political context may be nefarious. Al Qaeda in Maghreb (AQIM) has established durable bases in Northern Mali and may benefit from complicity among criminalised state actors interested in the lucrative business of hostage-taking, as well as the massive cross-border trafficking activities the region has become infamous for. In the same way Gaddafi imposed himself as a munificent patron in the area, AQIM is now buying loyalties among locals, including Tuaregs, which have little to do with fundamentalist activism. At the same time, some Tuareg political leaders have repeatedly called for means to fight terrorism and insecurity in the form of forces placed under decentralised command, which they were denied. While Gaddafi never was a benevolent Samaritan toward the Saharan countries, he occupied a strategic position in the region’s subtle political interactions, a position now left empty at a time of high vulnerability.

By Frédéric Deycard (LAM) and Yvan Guichaoua (University of East Anglia, School of International Development)

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