I gladiatori della pubblica formazione (Ave Cives! Morituri vos salutant)

[Per la cronaca, dietro alla RO di “FUTURO” a reggere lo striscione c’è laFiam]

Voi non dovete pensare. Passo cadenzato a ritmo di slogan, cammino tra gli studenti dietro allo striscione, mentre veniamo scortati dalle forze dell’ordine verso la Facoltà di Fisica della Statale di Milano, dove i miei colleghi ricercatori hanno occupato il tetto. Un’occupazione simbolica: ma una risposta per le rime alla sentenza del Rettore Decleva che tanto ci offese. Presidente della Conferenza dei Rettori (CRUI), al primo incontro in cui affrontò noi, ricercatori della Statale, su tagli e Disegno di Legge Gelmini (Ddl), a marzo scorso, sciorinò la sua battuta: “Vedete, moriamo tutti: certo, c’è chi muore in alto e chi muore in basso!”. Ed eccoci a salire in alto, sui tetti, ricercatori e studenti, per salvarci da questa logica irresponsabile.
Son brutti brutti brutti. Son neri neri neri. Non sono scarafaggi, ma son carabinieri!”. A disagio per quei lavoratori, tento di scrutarne l’espressione, ma concedo alla rabbia di confondermi, mentre alcuni ragazzi si scambiano il sacchetto del ghiaccio per tamponare gli ematomi sulla testa. Immagini indelebili gli scontri gratuiti di quel 25 novembre, sin dal primo attacco d’alleggerimento del corteo, vicino al Politecnico. “Ah, questa è la volta buona!”, aveva sibilato il poliziotto in borghese, trattenuto a stento dai suoi colleghi. Gli ho chiesto: “Buona per cosa? Sono i suoi figli!”. “Son vent’anni che le prendo!”: la risposta stridula. Allora li ho guardati bene quei volti, dietro alla visiera trasparente: padri di famiglia, affatto compiaciuti. Eppure, poco più tardi, accortisi degli studenti che, abbandonando il corteo, imboccavano rapidi la scala della metropolitana di Loreto, per ricongiungersi alla Facoltà di Fisica: quale foga nello sporgersi lungo la recinzione delle scale, per assestare, con tutta la forza in corpo, colpi di manganello sulle teste dei ragazzi. Su quelle teste, su cui puntiamo tanto quando insegniamo loro: colpi dall’impatto duro, secco. “Si sposti o le facciamo male!”: concitato, un poliziotto mi allontanava col manganello traverso, mentre ripetendo “no no no” cercavo di mettermi in mezzo.
In nome di quale professionalità si distingue nella mischia l’adulto incappottato e non si vedono che delinquenti in quei ragazzi in felpa: non i propri figli che pretendono ascolto e una formazione migliore? Son certa che pure quei poliziotti cerchino proprio nell’istruzione dei loro figlioli di riscattare un mestiere intrapreso, forse, a difesa dei diritti cittadini, ma che maledicono quando si riveli di cieca obbedienza. “Voi non dovete pensare, ma eseguire”, viene detto loro.


Quei manganelli e quella pistola in mano al finanziere, nella foto che negli ultimi giorni quasi ogni quotidiano ha riportato (che, illazioni a parte, si impugna proprio così o la si raccoglie per la canna se caduta o non la si impugna affatto se si è professionalmente preparati, e ve lo dico da ex-tiratrice agonista), così come le dissennate “riforme” e “manovre” che si abbattono con la stessa forza sul nostro futuro – in modo incalzante, da anni a questa parte – o i giochi di potere nelle viscere di questo Leviatano che sempre più si dimostra “sospeso sopra la società” (A. Mbembe) questa dottrina impartiscono: “Voi non dovete pensare”.
Si tagliano le gambe alla formazione pubblica, di modo che non produca una massa critica di teste pensanti, ma una riserva di alfabetizzati pronti all’uso, parcheggiati tra Università e call-center, in assenza di opportunità di lavoro. Ai miei studenti voglio poter continuare a insegnare il netto contrario: “Voi dovete pensare e scegliere e non per il vostro vantaggio immediato, ma per le conseguenze collettive che qui, a scienze politiche, cerchiamo di mettervi in grado di immaginare.”.

Media selezionatori. Intanto, da fiumi di parole, cifre azzardate o inventate à la Giavazzi, immagini di violenza, striscioni e slogan, poche righe soltanto inquadrano la situazione, e son destinate ad arenarsi nelle pieghe della crisi, tra scandali, malcelati interessi tradotti in singulti di coscienza da questa classe politica in totale assenza di un computo sapiente delle parti; per non parlare dei tempi televisivi, anche più risicati e canalizzati dalle domande più populiste che i giornalisti riescono a raccattare: quelle che non spiegano e che li inducono a giustificarsi, poi: “Abbia pazienza, noi siamo per forza superficiali”, mentre l’incomprensione ristagna, facendo ripetere a un Gad Lerner, a L’Infedele: “i ricercatori vogliono uscire dal precariato”, o a un Oscar Giannino, infervorato, alle Invasioni barbariche, che gli studenti non dovrebbero difendere i ricercatori che “vogliono solo il posto”. Non le nostre verità, da quelle trasmissioni, ma quelle di chi, forse solo per inerzia, ratifica così la demagogia del potere, magari approfittando dell’audience televisiva per togliersi un sassolino dalla scarpa.
Le trasmissioni cosiddette “d’opinione” si rivelano il Parlamento di questo Paese. È notizia del 10 dicembre scorso: dopo mesi e mesi di incomunicabilità, il Ministro Gelmini, nel corso di «Porta a Porta» – dove, per il suo teatrino, il puparo seleziona ad arte i pupi a che affrontino il “paladino” – ha incontrato e riconosciuto la “base” ideale con cui intessere il dialogo. I due membri del Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari (CNRU), convocati il 9 dicembre a palazzo, han teso le mani verso il piatto di lenticchie, puntualmente offerto dal Ministro e annunciano ora, trionfali, le imboccate ricevute. Li conoscemmo sin dalle prime bozze del Ddl: Merafina e il CNRU che raccolse attorno a sé. Patologia del sistema, son talmente disillusi che, privilegiata una visione corporativa, facendo buon viso a cattivo gioco, da subito han predisposto l’offerta: legittimare per legge le condizioni attuali. Alcuni ricercatori, han sottoscritto l’impegno ad espletare funzioni e obblighi da professore associato, continuando a percepire la paga della categoria, senza costare un cent in più al sistema, in cambio del mero titolo e pace se, priva di fondi, la ricerca svilirà accademia pubblica e formazione nazionale.
Cosciente che occorra un’arena dalla quale poterci spiegare, la Rete 29 Aprile di cui sono parte, costituitasi dopo l’incontro nazionale di Milano, tra ricercatori provenienti da tutte le università, ha cercato visibilità: dall’indisponibilità all’insegnamento fino a issarsi sui tetti delle Facoltà, invitando la popolazione a riflettere sulle ricadute di questa riforma sulla società tutta; intessendo contatti coi legislatori e i membri degli altri schieramenti politici, per ridiscutere le proposte governative, a partire dalla nostra conoscenza del complesso mondo accademico. Pur giudicando inemendabile il Ddl, ci siam resi disponibili a rivederne fini, impianto, valori ispiratori, non solo per ricostruire l’Università – che di riforma, certo, ha assoluto bisogno -, ma per riprogettare il futuro del Paese che dalla formazione della sua popolazione, per forza, deve partire.
Abbiamo trovato sponda fra i politici delle opposizioni. Gli emendamenti da loro proposti in Commissione Cultura sono frutto di ascolto e intensi scambi: quasi tutti spazzati via dalle ultime votazioni e non più negoziabili, stando all’irrigidimento del regime, registrato in queste ore. Un irrigidimento che stronca definitvamente un’occasione ideale, qual è quella che scaturisce dal positivo fermento di idee e di immaginazione che le riforme istituzionali stimolano, aggiustando la struttura pubblica, per creare la massima gamma di opportunità, a fronte di un assetto nazionale e di un mondo che cambiano. Ma, come ogni riforma dell’istruzione, anche questa parte da un progetto sociale del Governo che la veicola e, dopo un’iniziale apertura, il Ministero, vista l’incompatibilità dei fini e l’ampio dissenso, si è trincerato a difesa facendone un fatto di resistenza politica e, issato il ponte levatoio, lancia ora comunicati ricattatori dalle mura; demonizza, attraverso bardi televisivi, la dissidenza; seleziona i collaboratori e invoca e ottiene la repressione, violenta, del dissenso e ora, indisponibile ad ogni forma di contraddittorio con l’opposizione congela la formula del Ddl, al probabile fine di imporla con la fiducia alla vigilia di Natale.

… di madre in affitto e di padri non certi. Questa falsa riforma, giocata in modo dissennato fino a bypassare le più elementari regole del legiferare, è di padre incerto ed è insostenibile. Fondazione Treellle, Confindustria, Schiesaro, addirittura elementi della CRUI ne sarebbero i padri, mentre il “superconsulente” ministeriale Abravanel, con imbarazzo, dalla poltrona de l’Infedele, si limita ad ascrivere ai propri volumi l’ispirazione del Ministro Gelmini (laddove i comportamenti di questo Governo contraddicono ampiamente il suo “Regole”): nessuna responsabilità, dunque e scarsa o nulla negoziazione con chi questa legge la subirà, da parte di un Ministro che si arrocca su slogan populisti (meritocrazia, governance, lotta ai baroni e semplificazione dei percorsi di carriera), attribuendo la protesta a un asse ricercatori-studenti-baroni, che sembra uscire da qualche delirio notturno.
Intanto, lo sconvolgimento delle strutture è già stato avviato: una redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario (FFO), in base alla valutazione di comportamenti “virtuosi”, ha indotto alcuni Rettori ad anticipare accorpamenti e manovre al risparmio sul personale pensionabile, incaricando le facoltà di predisporre il taglio dei corsi, confidando in decreti annunciati. Soddisfare i parametri di virtù di questo Governo si rivela, così, preminente rispetto alla sostenibilità delle operazioni, dei sacrifici in termini di ricerca, logistica e servizi: ad oggi, né studi di fattibilità, né sperimentazioni di sorta, mentre Università come Roma3 o Genova si sono “buttate”, con effetti sconcertanti, riportati dai colleghi. Analogamente, nei settori scientifico-disciplinari, si son concepiti accorpamenti in macrosettori: è così prevedibile che nicchie di specializzazione e settori “sacrificabili” dalla livella della globalizzazione si annacquino o evaporino dietro alle esigenze di una didattica accorpata, in un appiattimento indotto dalla cancellazione sistematica di corsi (a partire da quelli frequentati da pochi, senza valutarne il potenziale di specializzazione competitiva); dalle sempre più ridotte opportunità di conseguire dottorati; da un sistema concorsuale che, sacrificando la diversificazione interna, produrrà una compagine scientifica omogenea, con prevedibili effetti sulla competitività scientifica del Paese e sulla didattica stessa, nel medio periodo. Certo, università straniere e private italiane ne approfitteranno per prosciugare ogni potenziale d’eccellenza che s’involerà, inesorabilmente, dalla formazione pubblica.

A morte i Baroni. Viva i Baroni! Quanto ai rapporti di potere: si immunizza il cancro! Assunti entusiasmanti, come l’abilitazione nazionale o la tenure track, nel Ddl emendato si sono rivelati specchietti per le allodole, mentre Tremonti e Gelmini danno letteralmente i numeri tentando di comprare il consenso dei ricercatori, assicurando avanzamenti in carriera a tranche da 1500 ricercatori l’anno per tre anni: salvo cancellare ogni riferimento numerico nel Ddl, escludendo i precari e lasciandoci ostaggi del blocco del turn-over.
Pur desiderosi di opportunità, nessuno di noi ha chiesto un tanto. È una strategia comunicativa che artatamente va a detrimento di chi si oppone al Ddl: al fine di spezzare il fronte ricercatori-precari-studenti, e nauseare l’opinione pubblica, in piena crisi del lavoro, verso un sistema autoreferenziale in cui lavoratori strutturati sembrano rivendicare meri interessi di carriera. Sin dalla L.1/2009 si è inteso disciplinare il consolidamento di una lobby di gatekeepers legalizzati: ordinari che, iscritti in liste per macro-settori scientifici, controllano l’accesso al sistema accademico. Le telefonate fatte finora per “aggiustare” i concorsi alle esigenze di alcuni: sistemando i propri pupilli e cassando quelli dei nemici giurati, saranno accordi legittimi e incontrastati dall’assenza di un contraddittorio scientifico reale, là dove ricercatori e associati sono spesso più informati sugli sviluppi delle rispettive discipline di quegli ordinari che, campioni di monopoli, si sono trasformati in burocrati a tempo pieno.
Mentre il Ddl istruisce il gioco “changez le recteur”: super-rettori nazionali potran migrare liberamente ad altra sede e medesimo ruolo, scaduto il loro mandato.
Non è certo questo il modo per aggredire il male profondo della società italiana, che non è davvero appannaggio della sola Università: un’interdipendenza debitoria nei confronti del potere, in un rapporto egemonico che tollera le peggiori nefandezze di cui il nepotismo è solo l’apice evidente. Si consolida nella scontatezza il rapporto fra poteri di diverso grado, che si legittimano reciprocamente nel soddisfare le clientele e assicurarsi la loro lealtà; quanto a queste, se “in carriera”, sono garantite: è ora possibile stabilire un tetto di pubblicazioni da sottoporre tra abilitazione nazionale e bandi di concorso: i gatekeepers giudicheranno obiettivamente in relazione all’intera produzione comparata le 12 pubblicazioni scelte dai candidati o le risicate 12/13 del raccomandato rispetto alle 12/50 del valente ricercatore? Coltivo dubbi.
Intanto, intravvedendo la possibilità che il Ddl non passasse, è giunta minaccia ministeriale. No Ddl: no concorsi per ordinari, associati e ricercatori (la L.1/2009 prevede la scadenza della normativa vigente il 31 c.m.), né fondo premiale 2011-2013 a reintegrazione, su base del merito, di parte degli scatti di stipendio. Il Ministero è così convinto di tenerci sotto scacco, ma non sa che ci siamo abituati ad essere ostacolati non soltanto nella carriera, ma nel riconoscimento di ciò che effettivamente facciamo; noi non abbiamo nulla di ciò che ci viene “tolto” e nessuno dei diritti che stiamo rivendicando: in primis, quello di fare ciò per il quale siamo stati assunti. Noi ricercatori vogliamo poter fare ricerca, per mantenere l’elevato standard raggiunto in tanti settori, per elevarne di nuovi e rendere più competitivo il Paese, il che richiede, sì, ma anche dà accesso a finanziamenti. Per la maggior parte, svolgiamo da anni, su base continuativa, attività di insegnamento. Non siamo tenuti a farlo: rispondiamo a bandi sottoscrivendo contratti di diritto privato gratuiti o in rari casi “retribuibili”. In questo caso, con regolamenti interni costantemente aggiustati, siam tenuti a cederne gratuitamente una consistente parte alla struttura. Veniamo così a ricoprire il 40% del fabbisogno della didattica universitaria, spesso trovandoci costretti a finanziarla! Senza titolarità dei corsi, godiamo del vuoto titolo di “professori aggregati”, limitatamente ai mesi in cui svolgiamo quella attività che programmiamo, però, di anno in anno.
Purtroppo, nessuno ha mai inteso fare un’indagine seria sui rapporti di lavoro nelle Università. L’avevo proposta nel 2007 a Pietro Ichino, mio collega che avrebbe potuto organizzarne una a livello nazionale. Ma mi disse di non averne il tempo. Non mi sorprese: i rapporti di gerarchia sociale basati sulla dipendenza sono condizione d’accesso al lavoro, privato e pubblico, in Italia e ben pochi sono disposti a destrutturarli, specie dall’interno. E’ anche per questo che protestiamo. Vogliamo un quadro normativo forte: non constrictor, ma stringente nella protezione dei diritti, a parità di funzioni e di esercizio. Per questo motivo, ruolo ad esaurimento, dal 2005, i ricercatori a tempo indeterminato ammettono ora di poter essere sostituiti da figure a tempo determinato (Rtd), ma la Rete29A vuole per loro delle garanzie: accantonamento preliminare delle risorse finanziarie atte alla loro assunzione in ruolo (a preparazione inadeguata niente tenure e niente carriera, ma i capaci debbono avere assicurato un futuro); didattica retribuita; nessun precariato legalizzato: tra dottorato e contratti, questo Ddl blocca un Rtd tra gli 8 e i 12 anni prima di accedere alla carriera – sempreché riesca ad accedervi, o non incappi in contratti triennali “usa e getta”. Prospettiva condivisa con la proposta Tocci è che tutti i ruoli (ricercatori, associati e ordinari) debbano confluire in un ruolo unico di docenza, con diversi gradi stipendiali al suo interno, cui si acceda in base a valutazione della ricerca, della qualità della produzione scientifica (in congruo rapporto col fattore tempo) e della didattica (valutata dagli studenti con strumenti più raffinati del “test-calderone” attuale). Il ruolo unico è paventato da alcuni docenti come un “pericolo distruttivo” e, certo, lo sarebbe per le università concepite come sono ora, rette su categorie sfruttabili, e come lo sono nel Ddl, che categorie precarizzate crea, in rapporto fortemente gerarchizzato in ragione della loro “virtù” e al loro interno, ma non lo sarebbe nell’Universitas Studiorum cui aspiriamo.

L’ultimo vaticinio. Ammesso che questo Ddl insostenibile, una volta convertito, non incespichi nella miriade di norme richiamate dal testo e decreti attuativi relativi, produrrà l’incancrenimento dei rapporti di potere in seno agli Atenei.
Limitata la democrazia partecipativa negli organi di governance, aumentata la tenuta di chi può vantare legami con poteri economici e politici forti, che saranno inseriti in un CdA con maggior voce in capitolo rispetto al Senato accademico nella programmazione didattica e di ricerca, si determinerà la dipendenza della ricerca pubblica da interessi specifici e privati; mentre permane la norma della “finanziaria” (L.133/2008) che stabilisce agevolazioni per gli atenei che intendano cedere parte dei propri immobili, nonché l’incentivazione alla trasformazione delle Università pubbliche in fondazioni private.
Quanto alla qualità di ricerca e didattica, oggi si vive di rendita, ma entro breve, a questo ritmo, la nostra competitività, invidiabile a fronte di uno Stato che è agli ultimi posti in Europa per l’investimento nella ricerca, sarà messa a rischio. Si pretende una programmazione triennale da parte degli Atenei, quando, di trimestre in trimestre, nuove manovre e tagli del Ministero dell’Economia son manganelli sulla formazione pubblica, mentre si incrementano i fondi a favore di quella privata.
Obiettivi a breve sono: blocco d’assunzioni e avanzamenti in carriera per i prossimi tre anni; riduzione del 20% dei corsi di laurea; riduzione d’accesso al diritto allo studio anche per i tagli dalle Regioni e da imposizione del numero programmato; ogni riferimento all’incentivazione del merito si vanifica nell’obbligo della restituzione del Prestito d’onore – già introdotto da tempo a vantaggio dei sistemi bancari – che trasforma in debitori cronici anche quei giovani che abbiano ottenuto il massimo dei voti, senza specificare, poi, il tetto di reddito a partire dal quale si debba provvedere a tale restituzione.
Insomma, tra adeguamento e accertamenti dell’organo di valutazione (ANVUR), si prospetta una via crucis di almeno 3 anni e se prima i ricercatori hanno sospeso la didattica che non erano tenuti a fare, a scopo dimostrativo e nel nome di tutte le componenti accademiche, aspettandosi il loro appoggio, contro una riforma del tutto insoddisfacente, ora, non la svolgeranno nel loro stesso interesse, e con l’ampio consenso di quegli studenti che ben comprendono come questo disegno sia un progetto fallimentare  che porterà università e formazione pubblica a… “morire in basso” e tutti noi a un destino da marionette.

laFiam

La prima stesura “a caldo” di questo articolo, in versione più lunga, ma non aggiornata agli ultimi eventi, è pubblicata dalle seguenti riviste on-line: 

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