Pogrom istituzionali… e va bene, sia pure, “programmati”

care Istituzioni locali: la programmazione non vi rende meno responsabili … ed è inutile che scarichiate sulle famiglie responsabilità vostre…

Milano, 17 dic. (Adnkronos) – “Lo sgombero del campo nomadi di via Triboniano non e’ certo avvenuto tramite un blitz improvviso e non annunciato: sono mesi ormai che queste strutture devono essere smantellate e fino ad oggi mille cavilli erano sopraggiunti, ritardando di fatto il compimento di questa operazione”. Cosi che Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia commenta lo sgombero.

“E’ profondamente ingiusto -aggiunge Boni- che, come purtroppo accade, i minori ospiti del campo nomadi vengano strumentalizzati dalle loro famiglie e da qualche associazione per attaccare le istituzioni, sostenendo che quest’ultime si stiano accanendo con la popolazione nomade”.

Il presidente del Consiglio regionale invita le associazioni di volontariato a “evitare di fomentare i rom contro Comune e Regione, perche’ di certo non si persegue il bene delle famiglie nomadi e soprattutto dei minori continuando a pretendere che questi vivano confinati in alcuni container a spese delle istituzioni”.

Ieri da Sesto è partita l’ennesima fiaccolata organizzata da genitori, responsabili, che sono consci delle gravi ripercussioni che la sistematicità dei pogrom istituzionali avranno su una società non disposta alla vera e sostanziale integrazione: l’unica in grado di creare cittadinanza e non apartheid – la cui ricaduta, a dispetto di ogni retorica, ancora si paga a caro prezzo a vent’anni dalla sua dichiarata sconfitta… Impariamo dagli altri!

Riporto qui un vecchio post, perché è un’emergenza mai conclusa a distanza di un anno

A ogni cosa il suo nome: POGROM ISTITUZIONALI (11/12/2009)

Non ho amato mai i girotondi e nemmeno le fiaccolate (se non le proteste contro la mafia in Locride: giovani contro due poteri collusi di cui è impossibile aver ragione). Son certo manifestazioni di dissenso ma non sono risposte: mi sono sempre sembrati una rinuncia a riappropriarsi della politica che è del tutto sfuggita di mano al “popolo sovrano” … oggi “viola”, il colore dei baldacchini dei morti, perchè denuncia la morte della politica, appunto.
Tuttavia, nella città in cui lavoro, Milano, le nuove forze speciali del Comune morattiano han raso al suolo un paio di campi nomadi e uno in particolare in cui da tempo era stata avviata una forma di integrazione scolastica.
Da che lavoro lì, ho collaborato, nella mia funzione di docente universitario, con associazioni e loro consorzi nel milanese e per lo più nel settore della formazione, con funzioni, possiamo dire di “facilitatore” d’un rapporto tra teoria e pratica: attraverso questa lente di ingrandimento ho avuto il privilegio di interlocuire con società civile, attori sociali sensibili e insegnanti, tra l’altro anche sui problemi relativi alla xenofobia, e ai Rom in particolare, specie da quando l’Unione Europea, nel 2007, ha ammesso diritto di libera circolazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari e si temevano ingressi massicci di Rom – si parlava di decine di migliaia, che il nostro Paese dimostrava di non voler gestire, facendosi cogliere impreparato ricettacolo passivo e disordinato che ha incoscientemente originato problemi cui risponde, oggi, con la persecuzione etnica e lo sgombero.
Le autorità cittadine erano sempre lì in prima fila o coi bei loghetti degli sponsor, a istoriare le nostre locandine: eppure da quel pulpito quante volte io stessa ho detto che quel tipo di politiche erano moltiplicatrici di disordine , violenza e criminalità di lungo periodo! Soddisfatto il presenzialismo applaudivano.
E così l’ho fatto, il 2 novembre ero lì. Piazza San Babila, direzione Piazza Fontana. Fiaccole non ce n’erano, allora “ci abbiam dato di candele”: ed è stata una lotta contro il vento che non vi dico …. tutti con vestiti e scarpe macchiati di cera. In piazza si son dette alcune frasi, ma non si è proposta alcuna strategia: ho chiesto che almeno si invitassero gli astanti ad inviare e-mail su e-mail alla Moioli. Ma non ho letto di uno scandaloso blocco delle comunicazioni comunali, ad oggi!

1. Società civile e dissenso

Secondo le più  quotate teorie, i partiti dovrebbero canalizzare il consenso della propria base, la società civile dovrebbe canalizzare dissenso e gioco-forza farlo fluire attraverso uno o più interlocutori politici perchè si trasformi in opzione politica e pratica: ma non trova sponda, ormai. Ci si disperde nel mondo virtuale, che ha ormai canali di informazione e liste d’opinione privilegiate, in qualche fiaccolata di poche centinaia d’anime se non meno e nell’assenza di una concreta strategia di contrasto, se non nella straordinaria solidarietà di maestre e famiglie nei luoghi colpiti dagli sgomberi. Ma fino a quando potranno reggere? E, soprattutto, che gliene cale alla poltica e come impatta sul settore decisionale?
Non ci dovrebbe essere solo un dibattito sui Rom, o meglio non dovrebbe limitarsi alla sua contingenza, va fatto un passo indietro e, senza dimenticare il grave crimine commesso, riflettere in termini di cultura politica. Di quella che si riprodurrà nella nostra società, anche nella sua dimensione di contesto d’accoglienza se permetteremo che altre azioni simili vengano perpetrate dalle isituzioni a livello locale e nazionale.
Diciamo che lo straniero debba adattarsi alle nostre regole: ma se le nostre regole si estrinsecano in pogrom istituzionalizzati, di quali regole stiamo parlando e deliberate da chi?
Certo, dobbiamo dare il tempo alla politica di riprendersi da quest’epoca sordida; ai politici di rinunciare a questo personalismo/anti-personalismo esasperato a scapito dei programmi, che si riflette in ogni settore della vita pubblica. 

 2. Ritorno alla/della politica

Non so quanto tempestivamente, ma sembra (sembra) che stiano tornando in voga dei principi nell’ambito politico. Che “qualcuno” – sia pure in parte per motivi personali – tenti di rimetterli in causa. Indipendentemente dallo schieramento d’appartenenza e dalla piega che assumerà quest’asimmetrica partita, bisognerebbe sostenere questa battaglia (facendo emergere il principio rispetto a chi l’esprime, senza nulla togliere al valore dell’atto, all’eroismo pugnace e allo sforzo di costruzione di una immagine eticamente sostenibile) e tornare alla vecchia arena, con regole nuove.
Non è deformazione professionale, credetemi, ma, in modo crescente, mi trovo a considerare il rapporto fra la politica e la società italiana secondo la vecchia definizione concepita da un autore africano, Achille Mbembe, per spiegare anche all’occidente cosa fosse lo Stato post-coloniale quale “leviatano sospeso sopra la società”. Il mastodonte che vive secondo regole proprie pascendosi del plancton sociale, indifferente alle ricadute delle sue azioni, ma solo attento a soddisfare la propria fame per autoalimentarsi. Il colonialismo interno (caro a Gramsci, nel trattare della questione meridionale), dilatato a livello internazionale tramite il capitalismo parassitario (mutuando da Zygmunt Bauman) non ha reso differente  questa nostra Italia, dagli stati più democraticamente arretrati del cosiddetto “terzo mondo”. La crisi economica, esaspera strategie di dominio, anche nelle connotazioni personalistiche, oligarchiche e, permettetemi, gerontocraticheche che vediamo materializzarsi sul nostro capo.
Anche la società civile ne ha colpa, in questa sua ostinata volontà di costituirsi (frammentata) parte terza rispetto al potere e alla società che la esprime, pretendendo comportamenti consoni dal potere, ma finendo per subire decisioni concepite da un potere decisionale da cui si autoesclude.
Dal dibattito che permette di concepire una fiaccolata deve partire l’acceleratore per sollecitare la politica al risveglio. Ma anche una partecipazione attiva da chi fino ad ora non ha voluto “sporcarsi le mani”.
Questa dispersione di volontà, questo mancato ascolto del buon senso e dell’etica che sale dalla maggioranza della società, non può durare ancora per molto senza deflagrare, ma quando una società deflagra, solo i poteri forti mantengono, trattengono e impongono il controllo. Occorre rifletterci attentamente.

 3. Istituzioni pubbliche: maneggiare con cura e riappropiarsene prima del colpo di mano

Nel campo della politica si dovrebbero aggiustare gli equilibri che nelle istituzioni pubbliche si dovrebbero sempre e comunque mediare a favore del bene comune, adattandoli  ai cambiamenti che la comunità subisce, facendosi applicatori dei termini del patto sociale, risolutrici delle eventuali problematiche di convivenza tra le diverse anime culturali che compongono la cittadinanza, nel rispetto dei diritti riconosciuti a livello nazionale (diritti umani, diritto internazionale, costituzione, leggi), guardando alla ricaduta culturale di ogni azione sulla cittadinanza, che ad ogni “colpo” delle istituzioni si trasforma.
Così non è: il vertice moltiplica le divisioni, le tensioni, le rotture. Giusto ora mi riprendo da un telegiornale in cui Berlusconi parla di “partito della magistratura” e di mettere mano alla Costituzione.
Ma torniamo agli “sgomberi” e chiamiandoli per quel che sono – perchè ciò li renderà meno accettabili – ovvero «pogrom istituzionalizzati». A questo dobbiamo opporci.
Questi non solo rafforzeranno un’immagine delle istituzioni quali veicoli di decisioni fasciste di una parte politica, sia pure rappresentativa della maggioranza (ma lo è davvero?), che, lungi dal tutelare il bene comune, si fanno propagatrici del disagio per una parte della popolazione e moltiplicatori della delinquenza che diviene gioco-forza l’unica opzione a fronte del rifiuto di ogni forma di integrazione: e qui stiamo trattando di un rifiuto violento e traumatico altresì, che ha spezzato oltretutto un progetto di integrazione scolastica, ma anche sociale in senso lato, studiato con accuratezza, dedizione e spirito di sacrificio.

LaFiam

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