Roberto Bongiorni per il Sole24ore 22/03/2011

22 marzo 2011

Reportage. «Noi ribelli, islamici e tolleranti»

Dal nostro inviato Roberto Bongiorni

DERNA – Protetto da una guardia del corpo, lo sguardo nascosto da occhiali a
specchio, Abdul Hakim al-Hasadi si presenta all’appuntamento con un giubbotto di
pelle sopra la galabbiya, da cui affiorano le sagome di due grandi pistole: «Non
ho mai detto di voler instaurare un califfato islamico a Derna. Non ho rapporti
con al-Qaeda e qui non ci sono jihadisti stranieri. Sono il responsabile per la
difesa della città. Sarei il primo a saperlo. È solo l’ultima carta in mano a
Gheddafi per spaventare l’occidente».

Abdul Hakim al Hasadi sa che il suo nome è sotto i riflettori dei media. Da
quando, il 24 febbraio, sette giorni dopo l’inizio della rivolta, il vice
ministro libico degli esteri, Khaled Kaim, lo ha citato più volte davanti agli
ambasciatori europei: «A Derna è stato creato un emirato diretto da Abdel karim
al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo», ha dichiarato, parlando di scenario
«alla talebana». Il connubio Qaeda-Derna è stato ripreso anche da Gheddafi il 3
marzo: «All’inizio della rivolta – ha precisato in tv – un ex detenuto di
Guantanamo si è autoproclamato emiro di Derna e ha cominciato a giustiziare ogni
giorno delle persone». Parole che hanno allertato diverse diplomazie
occidentali, Italia inclusa.
La vicenda di Derna è tuttavia più complessa e nelle accuse di Tripoli vi sono degli errori palesi. Hasadi, il cui nome è Haqim
e non Karim, offre la sua versione: «Non sono mai stato a Guantanamo. Sono stato
catturato nel 2002 a Peshawar in Pakistan, mentre tornavo dall’Afghanistan dove
combattevo contro l’invasione straniera. Sono stato consegnato agli americani,
detenuto qualche mese a Islmabad, consegnato in Libia, e scarcerato nel 2008».

Il più celebre detenuto libico di Guantanamo (a cui alludeva il regime ma
che non sembra avere legami con Hasadi) è Sufiyan al-Koumi, accusato di essere
stato l’autista di Bin Laden, e liberato nel settembre del 2010 grazie
all’iniziativa “reform and repent” dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Allora
centinaia di combattenti del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) furono
liberati dopo aver rinunciato alla lotta armata contro il regime (nel 2000 si
erano già rifiutati di unirsi alla jihad globale di al-Qaeda). Derna è sempre
stata una città ribelle, una spina del fianco per il Rais, che ha cercato ,
invano, di sottometterla. Tra il 1995 e il 1996 inviò le sue forze speciali
nella città. Nei combattimenti contro l’LIfg morirono quasi 100 persone.
Eppure, quando si arriva in auto, dall’alto appare come una tranquilla
cittadina che si affaccia sulla baia.
Che Derna sia una città conservatrice lo si vede dal fervore religioso dei suoi abitanti , dalle vesti islamiche,
dalle lunghe barbe. «Cari fratelli che avete combattuto in Iraq e in Afghanistan
– incita lo speaker della radio locale, una delle emittenti nate in Libia dopo
42 anni di censura – ora è tempo di difendere la vostra terra!». Nel 2007
l’esercito americano a Baghdad diffuse una lista dei mujaheddin stranieri che
combattevano a fianco degli insorti: su 112 cittadini libici , 52 (tra cui
alcuni kamikaze) erano di Derna. «Io ne ho inviati circa 25 – precisa Haqim – .
Alcuni sono tornati e oggi sono sul fronte di Ajdabiya; sono patrioti e buoni
musulmani, non terroristi. Io condanno gli attentati dell’11 settembre, e quelli
contro i civili innocenti in generale. Ma i membri di al-Qaeda sono anche buon
musulmani e lottano contro l’invasore». Un discorso ambiguo. Eppure è inusuale
sentire un uomo accusato di far parte di al Qaeda invocare l’imposizione di una
no-fly zone e raid internazionali contro le roccaforti del rais.

Sbarbato, capelli lunghi, giacca e blue jeans, Faraj Ali, 42 anni, non
ha l’aspetto di un estremista. Il capo del comitato centrale di Derna mette
subito le cose in chiaro: «Non nego che esistano gruppi di combattenti, ma non
hanno legami con al Qaeda». Faraj Ali illustra poi la nuova Libia: «Costituzione
sistema multipartitico, tripartizione dei poteri». Anche il New York Times, in
un recente articolo, ha scritto che «i gruppi islamici stanno collaborando con
le controparti laiche per invocare una costituzione democratica». L’imam Mansour
Hasadi , 47 anni, è molto popolare. Dal 1998 al 2002 ha scontato quattro anni
nel carcere di Abu Dis. «Nemici dell’Occidente? Gheddafi ci ha impedito di
studiare in Europa, inviando gli studenti in Africa. Io alzerei un muro con
l’Africa e aprirei all’occidente. Derna è un esempio di integrazione culturale e
religiosa». «Non ho mai visto l’estremismo in questa terra – ci spiega Suor
Celeste Biasioco, 77 anni, in Libia dal 1964. – Qua la gente è tollerante. Ci
considerano una grande famiglia». Nella caserma il colonnello Naser Al baraji,
comandante della provincia di Derma, è impegnato a coordinare le forze: «I
nostri giovani combattono sul fronte con noi contro un nemico comune: Gheddafi».
Al Hasadi tuttavia, si dimostra realista: «Se la guerra andrà avanti a lungo è
facile che estremisti stranieri entrino dai nostri confini». «Intolleranza? La
miglior insegnante nella scuola di mio figlio è una donna – ribatte l’imam
Mansour –. Io sarei felice di vedere una donna presidente della nuova Libia.
Siamo musulmani, ma non per questo estremisti».

22 marzo 2011

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Africom-Italia: Wikileaks rivela la malafede italica

Siamo un po’ spiazzati… ma tutto tutto dobbiamo sapere? Ok, “noi” forse sì… ma tutti tutti devono sapere? La questione Assange ci divide, ma ecco, che scendendo nel dettaglio comprendiamo bene quanto utile sia la battaglia di questo idealista che ha il coraggio di rischiare di persona per le proprie azioni. Dopo aver scritto costernata una lettera al Ministro Frattini (dubitavo non sapesse distinguere tra Pentagono e Nato, ma si era espresso come se Africom facesse parte delle iniziative del patto Atlantico), apprendo ora che da Berlusconi in giù tout-le-monde sapeva, ma mentiva….

http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1147

Wikileaks, Dal Molin a rischio con Africom
RIVELAZIONI. Messo in rete un rapporto riservato dell’ambasciatore americano al Segretario di Stato in cui si fa riferimento per la prima volta alla base vicentina. Spogli: «Il governo italiano teme che il cambiamento della Setaf non rientri nelle finalità Nato previste dal trattato bilaterale»
Silvio Berlusconi a colloquio con Barack Obama. Il rapporto pubblicato da Wikileaks fu redatto 10 giorni dopo l’elezione del presidente Usa.
Una decina di giorni dopo l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, verso la metà di novembre del 2008, l’ambasciatore americano a Roma, Ronald P. Spogli, predispone un rapporto riservato (confidential) per il Segretario di stato, Condoleezza Rice, in vista del suo incontro con il premier Silvio Berlusconi. È uno dei 250 mila cablogrammi “catturati” da Wikileaks ed è il primo che mette Vicenza e il Dal Molin al centro dei temi da trattare tra i vertici dei due paesi alleati.
«Berlusconi ha raggiunto un livello di consenso molto vasto – scrive Spogli – e questo ci ha consentito di fare diversi passi avanti nella nostra agenda». Tra i punti che stanno più a cuore agli americani, «quello dell’espansione della cruciale base militare di Vicenza». «Durante la sua visita – prosegue l’ambasciatore – spero che lei possa annunciare pubblicamente la collocazione dei comandi dell’esercito e della marina di Africom in Italia, simbolo della forza della nostra stretta collaborazione bilaterale in materia di sicurezza».
Un cambiamento di funzione, quello della Setaf installata da oltre 50 anni alla Ederle, che non suscita molta curiosità, anche se su Citylights, la rivista ufficiale del Comune di Vicenza, compaiono prima un lungo articolo di valutazione strategica (titolo emblematico: “Giallo d’Africa”) sui riflessi nelle relazioni con la Cina già molto presente nel Continente nero, e poi una replica rassicurante del generale William B. Garrett III.
Nel suo rapporto Spogli spiega perché in realtà il governo italiano ha manifestato qualche preoccupazione prima di dare il benestare a questa variazione. «I timori italiani – spiega l’ambasciatore – riguardano la Setaf e sono incentrati su due questioni, una legale e l’altra politico-locale. Il trattato bilaterale segreto sulle infrastrutture del 1954 limita la presenza americana in Italia esclusivamente alle truppe schierate per finalità previste dalla Nato. Dopo lunghi negoziati, il governo italiano ha accettato la nostra interpretazione estensiva del trattato bilaterale, ritenendolo applicabile anche ad Africom, in quanto il ruolo resta di supporto alla Nato. Il governo ci ha chiesto però di rimandare l’annuncio ufficiale del cambiamento a causa della controversia locale legata all’ampliamento della base di Vicenza che comprenderà l’aeroporto Dal Molin».
Questa preoccupazione, in effetti, non era mai uscita dall’ambito delle diplomazie. In pratica il governo temeva che, essendo l’Africa fuori dall’oggetto sociale della Nato, le stesse basi americane presenti in Italia perdessero la legittimità sancita dal trattato bilaterale del ’54. Come è stata risolta la questione affatto secondaria? Lo chiarisce lo stesso Spogli: «Il governo italiano ha risposto positivamente alla nostra richiesta di un annuncio congiunto su Africom durante la sua prossima visita. Questo permetterà di evidenziare gli aspetti umanitari della nostra missione in Africa e tenere lontano il più possibile il tema dalla controversa espansione della base di Vicenza. E si potranno illustrare le sinergie col Coespu, eccellente centro di addestramento per peacekeepers africani che si trova proprio a Vicenza».
di Marino Smiderle
Tratto da Il Giornale di Vicenza
Febbraio 2011

Operation Odyssey Dawn… un viaggio verso dove? (dal 19.03.2011)

DI COME ULISSE NON POSSA PERMETTERSI VUOTI DI MEMORIA
In principio era Sarkozy che “rubando la scena” – nelle parole del Gen. Tricarico (ex-CdSM dell’esercito Italiano) ospite del Tg3 questa notte –  a conclusione del vertice di 22 rappresentanti mondiali a Parigi, apre le danze dando corso pratico alla II UN SC resolution (1973), con una operazione “congiunta” e “coordinata” della coalizione costituita da Francia , USA, UK, Canada, Italia, con l’appoggio della Lega araba, mentre l’Unione africana apparentemente si defila e – a margine di quanto espresso dal Peace and Security Council il 10 marzo scorso ad Addis Ababa – organizza in contemporanea all’incontro internazionale dei 22,  un vertice ad alto livello tra Mauritania, Mali, Sudafrica e Uganda a Nouakchott,  per assumere in un secondo tempo il ruolo di mediatore.

A nord di questo emisfero segue una reazione “bizzarra” (Tricarico again), fuori dagli schemi comuni delle operazioni Nato (ma non è Nato, non è Europa… Cos’è? E’ caos o è tutt’uno?) nell’informazione e/o nella concertazione bellica. Prima dell'”Alba” della partenza di Ulisse, soffia infatti “l’Harmattan”: scatta l’operazione Harmattan dei Mirage2000D Rafale francesi, e Ulisse parte da solo, senza aspettare copertura.

Una interessante descrizione dell’operazione, nel suo primo giorno, la fornisce l’esperto David Cenciotti, confermando i sospetti di un inizio delle operazioni, contestuale al vertice internazionale. Questo eccesso di zelo francese può essere giudicato “inusuale”, da parte di chi non conosca a fondo i trascorsi francesi nell’area e di chi tenda a dimenticare le operazioni francesi in Libya e Chad. La lunga guerra civile chadiana vide confrontarsi le forze aeree e di terra di Francia e Libya per un decennio (dal 1978 all’87), infatti: quali gli interessi? Non tanto l’accaparramento della striscia d’Aouzou, di punto interesse strategico, ma sicuramente l’espansione ambita da Gheddafi verso l’Africa centro-orientale, fu molla di allora cui si contrappose la speranza francese di ricacciare Gheddafi talmente a nord, talmente a nord da fargli lavar i panni in Mediterraneo e guardarlo nuotare da stabilimenti Total-Elf. Nè si capisce a sufficienza la reazione di Stati Uniti apparentemente non interventisti, lanciatisi o per reazione condizionata o raptous in una mischia non diretta da loro, se non si consideri la competizione franco-americana sul continente africano per un buon tratto della guerra fredda… un discorso sospeso. Basta guardare la successione degli eventi attraverso i media italiani e lo strano sgocciolamento delle notizie, certo confuso dall’opposizione interna e dal caos in cui la nostra situazione politica trasforma ogni singolo atto sul fronte internazionale: h. 20:30 – la Rai ci racconta che noi italiani faremo la nostra parte, a dispetto della cautela di Bossi e la valanga di immigrati che questo teme, e trasmette le parole del Min. della Difesa La Russa che non intende “cedere le chiavi di casa” perchè gli amici usino del suo appartamento senza controllo e moderazione; d’altro canto gli Stati Uniti non interverranno, così come la Germania.
h. 20:45 – Passa il tempo di uno zapping sul canale 48, Rai News – nemmeno troppo distante dal diritto di canone – ed ecco che Africom avrebbe preso in mano la situazione, coordinando da Stoccarda (Germania) un  bombardamento della contraerea libica con 110 Tomahawk. 
Mentre questa mattina apprendiamo di velivoli che approderebbero dalla Danimarca se non dalla Finlandia nelle nostre basi e che anche l’Australia si sta preparando… molte chiavi di quell’appartamento sono in giro, Ministro La Russa.

Frattanto, nella chat di Mo (Mohammed Nabbous) su “Libya Alhurra“, canale di video-streaming che s’appoggia al satellite per evitare gli oscuramenti di regime e che continua nonostante il suo ideatore sia stato ucciso il mattino del 19 Marzo, emerge che la tv cubana starebbe usando delle fotografie e dei video dei cadaveri dei ribelli di Bengasi per attribuirli ai bombardamenti dei “crociati”.

Fino a sera, Canada e Italia sono pronte, ma non agiscono. Capisco il discorso di La Russa, cui prudono le mani e s’attizza l’occhietto mefistofelico – conosco bene l’imprudenza che nasce dai vuoti di memoria (reali o “opportuni”) -, tuttavia, sorprende lo sbilanciamento di Napolitano, anche se non entra spedificatamente nel merito della qualità del nostro intervento. L’ho visto ieri sera via satellite: senza sosta la tv nazionale libica sta proiettando “IL LEONE DEL DESERTO”, il film che ancora non circola liberamente in Italia, ma che è un atto d’accusa verso le nostre colpe di colonizzatori, mentre nella censura, a casa nostra, perdura una vergogna che non si è trasformata in riscatto: non certo nell’accordo appena rinfrescato (siglato il 17 marzo) tra ENI e governo libico.

Possiamo… dobbiamo prepararci altrimenti, per un aiuto alla società civile. Presto “vi posto” il progetto, perchè il racconto di Mo, nelle ore precedenti la sua morte, lo potete vedere tutti e si chiedeva, esasperato: “DOV’E’, MA DOV’E’ AL-JAZEERA?”, invocando un mondo che entrasse nella notizia che lui cercava di far uscire.
Guardate Mo e il coraggio di quel ragazzo, poche ore dopo che queste immagini han fatto il giro del mondo, è morto con colpi di cecchino alla testa…:  fermi non si può mica stare, ma certo non si possono prendere le armi e andare ad uccidere quanti vengono costretti dal dittatore a prendere le armi per farsene scudo contro il “crociato”. Non abbiamo meritato una definizione migliore, non l’abbiamo decostruita rafforzando legami culturali ma solo interessi… sempre e solo interessi economici, a dispetto della gente.

Per la risoluzione ONU che impone sanzioni alla Libya (1970) v. www.un.org/sc/committees/1970/

Per una specie di televideo italico sulla guerra clicca qui.

Mohammed Nabbous (1983-2011)

A Mo, a Mohammed Nabbous dovrebbe essere dedicata la prima scuola di libero giornalismo in Libia. A differenza di quanto dice questo articolo, non solo ha galvanizzato, ma con il suo coraggio ha informato il mondo, di quanto stesse davvero accadendo  a Benghazi, con lo scoppio della guerra, e nei momenti di maggior tensione, mentre passava fra corpi e macerie con la sua telecamera, implorava: “ma dov’è Al-Jazeera???” e la sua voce era rotta dall’ansia e dal pianto. Poco professionale? Forse. Ma è grazie a lui se si è insinuato il dubbio che buona parte del giornalismo dovrebbe andare sotto processo, perchè falsa, estrpola, calibra, mitizza, creando al meno focus che distraggono dal quadro, al più un quadro del tutto falso

Libyan citizen journalist killed

Cynthia Vukets /Staff Reporter March 19, 2011

A Libyan citizen journalist whose work helped galvanize public anger against Moammar Gadhafi was shot dead Saturday while collecting video for his online television network.

Mohammed Nabbous, founder of Libya Alhurra TV, died in Benghazi shortly after posting a report about violence in a residential area of the city.

In the last video he posted on his Livestream channel, Nabbous describes a day of bombing in an area of Benghazi called Hai al Dollar. The short video displays damage to homes and cars from what Nabbous describes as a bombing raid on innocent people.

“This is just not good anymore. He has to be stopped,” Nabbous, a handsome man with a buzz cut and short beard clad in a black t-shirt, says into the webcam. “Where is Al Jazeera? Where’s the media? They should be there right now taking videos of what’s happening. The bombing hasn’t stopped.”

Several hours after posting that report, Nabbous was killed while out trying to gather more video for the site.

The next video posted on Alhurra was a heart-wrenching message from his pregnant widow.

“I want to let all of you know that Mohammed has passed away for this cause. He died for this cause and let’s hope that Libya will become free,” she says, her voice frequently breaking. “Please pray for him. And let’s not stop doing what we are doing until this is over. What he started has got to go on. No matter what happens.”

His viewers are now calling for a Nobel Peace Prize nomination. A Facebook page created Saturday had hundreds of messages of thanks and solidarity. Many postings described Nabbous as a martyr.

“Inshallah ya Mo your dream will come thru and your son will be born in Free Libya,” wrote Wafaa Yaacoub.

“May God keep your soul, Mo. You have done so much for your people. You will stay forever in our memories,” Bouchra Bensaber wrote in French.

Fans and journalists expressed shock and grief via Twitter.

“We all laud the courage and professionalism of Mohammed Nabbous, the voice of Libya,” posted Radio-Canada’s Jean-Francois Belanger.

“Mohammed Nabbous was one of the courageous voices from Benghazi broadcasting to the world from the beginning. Smart, selfless, brave,” posted CNN’s Ben Wederman.

Nabbous started Libya Alhurra TV via a satellite connection to avoid blockades internet from government. He had nine cameras streaming 24 hours a day since the channel’s creation Feb. 17. He was 28.

Del perchè mi senta una parresiasta… e non è una brutta malattia

ALL’UCCISIONE DELLA STORIA, MI OPPONGO!

Quando il preside di facoltà mi vede, è automatico, fa tre passi indietro. Quando esimi colleghi mi chiudono la bocca con un “che importa, tanto non hai diritto di voto su questo”, o opponendo che parlo soltanto per sentirmi nell’aura morale di chi sta dalla parte del giusto, rifiutando di riflettere sul contenuto della mia istanza del momento, lo vedo bene: parresìa è la malattia che temono. Potrete dirmi che sono supponente nell’affermarlo, ma parresia è rischio. 

Usata forse a partire dal V sec. a.C., da Euripide [in greco παρρησία (πᾶν – tutto – + ρῆμα il dire /o ρῆσις il discorso)], letteralmente questa espressione significa “libertà di dire tutto”, ma vi è una valenza ben più sottile che ha acquisita nel tempo e nell’esercizio di pensiero cui ci han costretto i miti greci: archetipi del nostro vivere sociale. E’ una valenza che ha contagiato anche la tradizione paleo-cristiana in cui ne è invalso l’uso come espressione del coraggio della testimonianza da contrapporsi a ipocrisia, ed è scomparsa allora, battuta da questa, parrebbe. Foucault l’ha rianimata (v. M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, 1996 e Il governo di sé e degli altri (1982-1983), Feltrinelli, 2009 e di seguito allego una recensione di Galimberti del primo volume) ponendo l’accento sulla sua declinazione pubblica, democratica,  morale, veridica da contrapporsi al potere, nel che si fa esercizio rischioso. La parresia si oppone in modo più che mai evidente, oggi, a questa commistione di isegorìa (ovvero al diritto egalitario alla parola) e ipocrisia insieme, che possiam riconoscere autrice dello sfaldamento quotidiano dei valori democratici, che annegano in fiumi di parole vuote profferite in contesti scarichi (Belohradsky) in un malessere diffuso, angosciante. Un malessere stridente con la ricchezza valoriale di un passato che celebriamo, oggi, senza troppa convinzione, perché lontano… maledettamente lontano, tale che non sentiamo nemmeno più la eco dei valori di cui fu dipinto, facendo temere ai più – e soprattutto ai giovani (e questo è il danno maggiore) – che sia fiction. Al rischio di dire le verità, di mettere a nudo chi tenti di uccidere la storia, contrappongo la necessità del sovvertimento di questa tendenza, che non è soltanto inarrestabile deriva, ma ineludibile tuffo collettivo nel precipizio.

Come riportare la parola al suo valore? Come ridarle peso specifico? Studiosa di storia e culture africane che alla parola parlata hanno affidato passato e futuro, non posso che rispondere che non può avvenire altrimenti che attraverso un esercizio consapevole della sua valenza morale di traghettatrice verso società sostenibili e vivibili in modo partecipato, da tutti.

Sembra inesorabile, imprescindibile, inconfutabile quest’inerzia: è dai film anglosassoni, dalla prima volta in cui, in Confidential report (1955) fu citata da Orson Welles, che abbiamo appreso la favoletta dello scorpione che attraversa la pozzanghera sul dorso della rana e, inopinatamente, la punge a metà percorso, procurando ad entrambi morte certa e opponendo all’incredulità della traghettatrice la scusa che quella sia la sua natura, di non poter far null’altro. All’isegoria – confusa dai media al clamore e alla trasmissione, non alla comunicazione in un oceano vischioso in cui impossibile si fa la bracciata – viene oggi opposta una miriade di oligarchie decisionali che, legittimandosi mutuamente, si illudono di salvare se stesse con fendenti al curaro sulla schiena di chi le traghetta.

Il popolo occidentale assume coscienza ammantandosi di viola (purple people) o di sciarpe bianche, nella declinazione femminile, ma rinuncia alla leadership, senza canalizzare dissenso e così non riesce a scrollarsela di dosso quell’oligarchia egemone. Reclama sovranità e non pretende… e non osa reale leadership. Eppure l’una senza l’altra non hanno senso e ce lo gridano forte, da sud, coloro che hanno compreso il valore della responsabilità di comando e della politica e stanno tentando di liberarsi di chi ha finora garantito il nostro benessere, dal potere ottundente, a loro discapito. Le oligarchie annaspano brandendo pugnali avvelenati, colpendo cultura, storia, memoria, pur che noi garantiamo il loro galleggiamento.

Rana, nuota sott’acqua e liberati dello scorpione sul tuo groppone!

Nella mia facoltà hanno già cominciato: settimana scorsa, ho scoperto, a giochi fatti, che Storia dell’Asia, Storia dei Paesi islamici e Storia e Istituzioni dell’Africa, che sono già state escluse l’anno passato dai programmi dei curricula del corso di laurea di Scienze Politiche, sono state ora eliminate anche da quello di Scienze Politiche e di Governo. Non sono tecnicismi: vi invito a compitare le nomenclature e ad immaginare le implicazioni: non bastasse la riduzione ai licei dell’insegnamento della storia e della geografia a 3 ore settimanali, ora laureeremo persone che conoscono un modello inconfutato, perché inconfutabile lo decretano decisioni come queste, finché scomparirà memoria che un’alternativa, forse, sarebbe stata possibile, perché ad altre analoghe congiunture lo è ben stata!

Al di là del mancato coinvolgimento dei diretti interessati (studenti e docenti), del totale disinteresse per un’invocata internazionalizzazione che non si vuole nella sostanza, ma nella forma, s’è obiettato come in questo modo si privino gli studenti di conoscenze e strumenti interpretativi che permetterebbero di comprendere meglio società, culture e modelli istituzionali e politici di paesi non occidentali,  in un mondo il cui epicentro va evidentemente spostandosi per motivi economici e geostrategici verso l’Asia, l’Africa e l’America latina. Anche per questo gli studenti scelgono queste materie che permettono loro di analizzare un mondo del lavoro globalizzato e, in altra prospettiva, le migrazioni e la loro stessa società che cambia: sarebbe questa la vocazione delle scienze politiche, almeno così la tradizione voleva.

Nel rispetto dei cosiddetti “requisiti minimi” si dovrebbero tagliare corsi senza organico e senza studenti, eppure, guarda caso, la scure va ad abbattersi proprio sulle materie molto frequentate che garantiscono un sapere critico ed empatico e perciò (ancora) da considerarsi innovativo e, come tale: scomodo.

Questo per dirvi che forse mi toglieranno il fiato… ma avrò il mio blog 😉

Fiam

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la Repubblica – Venerdì, 16 febbraio 1996 
Una serie di conferenze che il filosofo francese tenne a Berkeley
MICHEL FOUCAULT A LEZIONE DI GRECO di UMBERTO GALIMBERTI 

SI PUÒ SEMPRE DIRE LA VERITÀ E QUALI DOVERI ESSA CI IMPONE? NON È SOLO IN GIOCO LA SUA FORMA LOGICA MA ANCHE LA CAPACITÀ E LA FORZA DI ESIBIRLA. L’ ESEMPIO DI SOCRATE.   

 Un grande capitolo di un ambizioso progetto. C’ è una virtù che ha fatto la sua comparsa nel V secolo avanti Cristo e di cui si sono perse le tracce nel V secolo dopo Cristo. Il suo nome è parresia. Il suo significato è: “Dire la verità”.  Ce ne dà notizia Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all’ Università californiana di Berkeley nel 1983, un anno prima di morire. Oggi queste conferenze sono raccolte in un libro: Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli, pagg. 120, lire 25.000) aperto da un’ ottima introduzione di Remo Bodei che ne parla come di un “libro sulla libertà di parola. Un grande frammento, in sé compiuto, di un vasto e ambizioso progetto a cui Foucault ha dedicato i suoi ultimi anni di vita affrontando, contestualmente, il problema del sorgere dell’ attitudine critica nelle filosofie dell’ Occidente e quello di un’etica della verità”. Verità è la parola chiave della filosofia, è il problema intorno a cui tutta la ricerca filosofica si affaccenda dal giorno in cui nacque prendendo congedo dal mito e dalla religione. Anche la religione, infatti, ritiene di dire la verità, ma il fondamento della sua verità risiede nell’ autorità di chi la enuncia, mentre la filosofia cerca una verità capace di stare in piedi da sola, senza il conforto di alcuna autorità.
 I filosofi greci chiamarono questa loro verità episteme, una parola che viene resa in latino con scientia e in italiano con scienza. Ma, così tradotta, la parola perde il suo significato originario che è poi quello che risulta dal verbo istemi che vuol dire “sto” e da epi che vuol dire “su”. Episteme vuol dire allora “ciò che sta su”, ciò che si impone da sé, e che quindi non ha bisogno di appoggiarsi all’ autorità di chi parla come accade nel linguaggio religioso, né alla persuasione seduttiva a cui ricorre il dire retorico, né alla mozione degli affetti come accade al linguaggio poetico. Ma intorno alla “verità” sorgono subito due problemi: il primo è quello di stabilire i criteri che presiedono alle affermazioni vere e ai giudizi corretti e a ciò provvede la “logica”, il secondo è quello di dire la verità, dove in gioco non è la correttezza formale del discorso, ma il diritto o il dovere di dirlo. Qui sorgono subito questioni del tipo: chi è in grado di dire la verità? Quali requisiti deve avere chi se ne sente abilitato? Su quali argomenti è importante dire la verità? Sulla natura? Sulla città? Sui costumi? Sull’ uomo? Quali sono gli effetti positivi o negativi per i governanti o per i governati? Che rapporto c’ è tra dire la verità e l’ esercizio del potere?
 Il problema qui non è di stabilire come essere sicuri che una determinata proposizione sia vera (su ciò ha insistito la tradizione filosofica occidentale, producendosi in quella che Foucault chiama “analitica della verità”), ma di sapere chi è capace di dire la verità. Che importanza ha per il singolo e per la società avere individui capaci di dire la verità? Come fare per riconoscerli? Dove in gioco non è la struttura logica della verità, ma la capacità e la forza di dirla. In tutto questo Foucault vede l’ origine di ciò che in Occidente si chiama critica e che ha in Socrate il suo primo grande esempio.
Qui la filosofia si salda subito con la politica, l’ una e l’ altra nate insieme in quella Grecia del V secolo avanti Cristo, quando si contrappone alla parola autoritaria il dialogo filosofico in cui si confrontano le opinioni dei partecipanti, e alla tirannide la democrazia dove nell’ agorà si confrontano le opinioni dei cittadini. La democrazia ateniese fu definita in modo del tutto esplicito come una costituzione (politeia) che garantisce: l’ isegoria che è il diritto di parola, l’ isonomia che è il diritto per tutti di partecipare all’ esercizio del potere, e la parresia che è il diritto-dovere di dire la verità.
 La parola parresia compare per la prima volta in Euripide (V secolo avanti Cristo), ricorre in tutto il mondo letterario greco fin nei testi patristici del V secolo dopo Cristo, e per l’ ultima volta in Giovanni Crisostomo. Da allora se ne perdono le tracce e, con le tracce, anche il coraggio di “dire la verità”.
 Bravo chi corre il rischio di essere punito. Ma perché Foucault parla di coraggio? Gli antichi greci avevano stabilito che per dire la verità occorre “dire tutto” ciò che si ha in mente. La stessa etimologia della parola parresia rinvia a pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto). Nella parresia si suppone che non ci sia differenza tra ciò che uno pensa e ciò che dice. L’ esatto contrario della virtù di Ulisse che i greci chiamavano phronesis e noi, scorrettamente, ma forse coerentemente con la nostra indole, traduciamo con astuzia.
Ma dire tutto non sempre è un pregio. Platone ad esempio ritiene pericoloso per una buona democrazia rivolgersi ai propri concittadini e dir loro qualunque cosa anche la più stupida o la più offensiva che viene in mente. Questo cattivo uso della parresia è menzionato di frequente nella letteratura cristiana dove si indica, come rimedio, il silenzio. Per un corretto impiego della parresia è necessario che chi vi ricorre abbia delle qualità morali e soprattutto il coraggio di correre un rischio o un pericolo conseguente a ciò che dice. Buoni saranno allora quei consiglieri del sovrano se, dicendo la verità, corrono il rischio di essere puniti, esiliati o uccisi, così buono sarà quel governante che, dicendo ciò che ha davvero in mente, rischia di perdere la popolarità, la maggioranza, il consenso.
Usare la parresia, dire la verità, quando non diventa un gioco di vita e di morte come nel caso di Socrate, resta pur sempre una sfida al potere in cui Foucault vede l’ origine dell’ esercizio della critica. Per il greco antico questo esercizio è autentico solo quando chi lo esercita corre qualche rischio, in caso contrario è cattiva parresia, un facile gioco in cui ciò che si esprime non è tanto la verità quanto la propria irritazione che, non prevedendo costi, può essere detta gratuita.  Ma ognuno sa, che oltre agli interlocutori esterni, ciascuno ha un interlocutore interno a cui dire la verità. Qui la critica diventa “autocritica”, capacità di dire la verità a se stessi, di scandagliare la propria ombra, le cantine delle propria anima, in linea con il messaggio dell’ oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Forse tutte le pratiche psicoanalitiche, con la complicazione dei loro linguaggi, non hanno ancora raggiunto la semplicità di questo messaggio a cui ci conduce il buon uso della parresia: dire a se stessi, almeno a se stessi, la verità.  Si concentrano così in una parola semplice una serie di virtù morali e civili a cui dovrebbero attenersi gli abitanti della città e soprattutto chi li governa. Chi pratica la parresia dimostra infatti di avere uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la vita attraverso il rischio e il pericolo, una comunicazione autentica con gli altri e con se stessi attraverso la critica e l’ autocritica, un significativo rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere di dire la verità. Nasce allora quel cittadino che è libero perché sceglie di parlar franco invece di irretire l’ interlocutore con gli inganni della persuasione, sceglie la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio della vita invece della sicurezza, la critica invece dell’ adulazione, il dovere morale invece del proprio tornaconto o  
dell’ apatia morale.
Ma da noi vincono le mille astuzie di Odisseo. Chissà se abbiamo perso queste virtù perché abbiamo perso la parola “parresia”, o se abbiamo perso la parola perché non si riferiva più a nulla o a nessuno. Nel gioco intrecciato tra “le parole e le cose”, a cui Foucault ci ha abituato, parresia segnala un nodo. Provare a scioglierlo potrebbe migliorare la relazione tra gli uomini e la loro condizione civile. Ma non abbiamo la minima speranza. Da noi ha fatto scuola l’Odissea con il resoconto delle mille astuzie del suo eroe, non L’apologia di Socrate con la parresia del suo nobile testimone. 

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Sulla correlazione tra verità e potere si veda anche A. Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri, 1995

 

Libya no-fly zone

“La vogliono i Libici” ci dicono, anche se ora, che l’asimmetria si è fatta evidente, e in cui il folle dittatore si dice abbia sborsato quanto delle risorse pubbliche poteva nell’assoldare mercenari contro la sua stessa gente, non esitando a bruciareisoldatiche si sono rifiutati di sparare sulla folla, forse, è tardi: occorre tuttavia scongiurare al possibile una guerra fino a che la popolazione stessa non chiederà aiuto.
Resta il dubbio che il nostro Governo si farebbe portavoce di richieste in tal senso (e chi trascinerebbe il Mediterraneo nella guerra a poche miglia dalle proprie coste?). Fino ad ora, in questa crisi, Frattini sembra aver agito per il meglio. “Sembra” è d’obbligo, ma va detto. L’importante è che né terremoti, né pericoli nucleari e pur profonde riflessioni che ci inducessero in tale tentazione, sviino la nostra attenzione.

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APPELLO AVAAZ

http://www.avaaz.org/en/libya_no_fly_zone_1/97.php?cl_tta_sign=6202ee8fa29b44a06b430715d662d547

Dear friends, As Qaddafi’s jets drop bombs on the Libyan people, the UN Security Council will decide in 48 hours whether to impose a no-fly zone to keep the government’s warplanes on the ground. Together, we’ve sent 450,000 emails to the UN Security Council, “overwhelming” the Council President and and helping to win targeted sanctions and a justice process for the Libyan people. Now, to stop the bloodshed, we need a massive outcry for a no-fly zone. If Qaddafi can’t dominate the air, he loses a key weapon in a war in which civilians are paying the heaviest price. But as long as his helicopter gunships and bombers are in the air, the death toll will rise. We have just 48 hours left — let’s hit 1 million messages to stop Qaddafi’s deadly attacks before it’s too late: http://www.avaaz.org/en/libya_no_fly_zone_1/97.php?cl_tta_sign=6202ee8fa29b44a06b430715d662d547
 The Libyan opposition has called on the international community to help “protect the Libyan people from the crimes against humanity being committed on them”. The UK Foreign Secretary says “there are credible reports of the use of helicopter gunships against civilians by government forces.” The head of NATO, meanwhile, has said that any effort to create a no-fly zone would first require a resolution from the UN. In many crises like this one, one UN country or another has vetoed strong positions — but with Libya, something different has already begun. The Security Council’s sanctions are real. UN Ambassadors say that representatives are “substantially united” that Qaddafi has to go. What’s needed now is another push from the world’s people. A resolution wouldn’t be a silver bullet — the enforcement of a no-fly zone would be dangerous and complex. But even the serious threat of one could show Qaddafi that his time is up. Our governments need to know that we stand with the people of Libya, and we won’t accept delay.
The non-violent movements for democracy in the Arab world have inspired people everywhere. Qaddafi, however, chose the darkest path — of violent repression to crush a brave and peaceful uprising. In this moment, we can see two futures for Libya: one path of prolonged violence by a dictator against his population, and one in which determined international measures support the aspirations of the Libyan people. In these crucial days, we must recognize that our own actions, as citizens around the world, affect the fates of our brothers and sisters in Libya. And we must come together in solidarity — with those who have been lost, and for those who struggling to survive. With hope, Ben, Luis, Graziela, Benjamin, Ricken, Stephanie, Rewan, and the whole Avaaz team SOURCES CBS, “Libya rebels beg for no-fly as bombings persist; Bombing hits road taking CBS News to front line, killing 2 children in pickup truck, slashing survivors with shrapnel”: http://www.cbsnews.com/stories/2011/03/07/eveningnews/main20040323.shtml  
CNN, “Gadhafi launches airstrikes as civil war rages in Libya”: http://www.cnn.com/2011/WORLD/africa/03/07/libya.conflict/index.html 
WSJ, “NATO Chief Says a U.N. Resolution Is Needed to Establish No-Fly Zone”: http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703580004576180400641158810.html?mod=googlenews_wsj 
U.S. Seeks Consensus On Libya At U.N.
http://www.npr.org/blogs/thetwo-way/2011/03/07/134341866/u-s-seeks-consensus-on-libya-at-u-n

Auguri nel 150° Anniversario dell’Unità italiana

Potrebbe sembrare che nulla vi sia da festeggiare, ma questo abbiamo deciso di celebrare e male faremmo se non lo intendessimo come un impegno per rendere degni di essere vissuti i prossimi 150 anni. Così, quest’esortazione mi pare valida: http://auguri.tecnova.it cliccate sul link e AUGURI A TUTTI I PASSEGGERI DI QUESTA SCALCINATA IMBARCAZIONE… PIENA DI BUCHI MA E’ LA NOSTRA!!!!
laFiam