Del perchè mi senta una parresiasta… e non è una brutta malattia

ALL’UCCISIONE DELLA STORIA, MI OPPONGO!

Quando il preside di facoltà mi vede, è automatico, fa tre passi indietro. Quando esimi colleghi mi chiudono la bocca con un “che importa, tanto non hai diritto di voto su questo”, o opponendo che parlo soltanto per sentirmi nell’aura morale di chi sta dalla parte del giusto, rifiutando di riflettere sul contenuto della mia istanza del momento, lo vedo bene: parresìa è la malattia che temono. Potrete dirmi che sono supponente nell’affermarlo, ma parresia è rischio. 

Usata forse a partire dal V sec. a.C., da Euripide [in greco παρρησία (πᾶν – tutto – + ρῆμα il dire /o ρῆσις il discorso)], letteralmente questa espressione significa “libertà di dire tutto”, ma vi è una valenza ben più sottile che ha acquisita nel tempo e nell’esercizio di pensiero cui ci han costretto i miti greci: archetipi del nostro vivere sociale. E’ una valenza che ha contagiato anche la tradizione paleo-cristiana in cui ne è invalso l’uso come espressione del coraggio della testimonianza da contrapporsi a ipocrisia, ed è scomparsa allora, battuta da questa, parrebbe. Foucault l’ha rianimata (v. M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, 1996 e Il governo di sé e degli altri (1982-1983), Feltrinelli, 2009 e di seguito allego una recensione di Galimberti del primo volume) ponendo l’accento sulla sua declinazione pubblica, democratica,  morale, veridica da contrapporsi al potere, nel che si fa esercizio rischioso. La parresia si oppone in modo più che mai evidente, oggi, a questa commistione di isegorìa (ovvero al diritto egalitario alla parola) e ipocrisia insieme, che possiam riconoscere autrice dello sfaldamento quotidiano dei valori democratici, che annegano in fiumi di parole vuote profferite in contesti scarichi (Belohradsky) in un malessere diffuso, angosciante. Un malessere stridente con la ricchezza valoriale di un passato che celebriamo, oggi, senza troppa convinzione, perché lontano… maledettamente lontano, tale che non sentiamo nemmeno più la eco dei valori di cui fu dipinto, facendo temere ai più – e soprattutto ai giovani (e questo è il danno maggiore) – che sia fiction. Al rischio di dire le verità, di mettere a nudo chi tenti di uccidere la storia, contrappongo la necessità del sovvertimento di questa tendenza, che non è soltanto inarrestabile deriva, ma ineludibile tuffo collettivo nel precipizio.

Come riportare la parola al suo valore? Come ridarle peso specifico? Studiosa di storia e culture africane che alla parola parlata hanno affidato passato e futuro, non posso che rispondere che non può avvenire altrimenti che attraverso un esercizio consapevole della sua valenza morale di traghettatrice verso società sostenibili e vivibili in modo partecipato, da tutti.

Sembra inesorabile, imprescindibile, inconfutabile quest’inerzia: è dai film anglosassoni, dalla prima volta in cui, in Confidential report (1955) fu citata da Orson Welles, che abbiamo appreso la favoletta dello scorpione che attraversa la pozzanghera sul dorso della rana e, inopinatamente, la punge a metà percorso, procurando ad entrambi morte certa e opponendo all’incredulità della traghettatrice la scusa che quella sia la sua natura, di non poter far null’altro. All’isegoria – confusa dai media al clamore e alla trasmissione, non alla comunicazione in un oceano vischioso in cui impossibile si fa la bracciata – viene oggi opposta una miriade di oligarchie decisionali che, legittimandosi mutuamente, si illudono di salvare se stesse con fendenti al curaro sulla schiena di chi le traghetta.

Il popolo occidentale assume coscienza ammantandosi di viola (purple people) o di sciarpe bianche, nella declinazione femminile, ma rinuncia alla leadership, senza canalizzare dissenso e così non riesce a scrollarsela di dosso quell’oligarchia egemone. Reclama sovranità e non pretende… e non osa reale leadership. Eppure l’una senza l’altra non hanno senso e ce lo gridano forte, da sud, coloro che hanno compreso il valore della responsabilità di comando e della politica e stanno tentando di liberarsi di chi ha finora garantito il nostro benessere, dal potere ottundente, a loro discapito. Le oligarchie annaspano brandendo pugnali avvelenati, colpendo cultura, storia, memoria, pur che noi garantiamo il loro galleggiamento.

Rana, nuota sott’acqua e liberati dello scorpione sul tuo groppone!

Nella mia facoltà hanno già cominciato: settimana scorsa, ho scoperto, a giochi fatti, che Storia dell’Asia, Storia dei Paesi islamici e Storia e Istituzioni dell’Africa, che sono già state escluse l’anno passato dai programmi dei curricula del corso di laurea di Scienze Politiche, sono state ora eliminate anche da quello di Scienze Politiche e di Governo. Non sono tecnicismi: vi invito a compitare le nomenclature e ad immaginare le implicazioni: non bastasse la riduzione ai licei dell’insegnamento della storia e della geografia a 3 ore settimanali, ora laureeremo persone che conoscono un modello inconfutato, perché inconfutabile lo decretano decisioni come queste, finché scomparirà memoria che un’alternativa, forse, sarebbe stata possibile, perché ad altre analoghe congiunture lo è ben stata!

Al di là del mancato coinvolgimento dei diretti interessati (studenti e docenti), del totale disinteresse per un’invocata internazionalizzazione che non si vuole nella sostanza, ma nella forma, s’è obiettato come in questo modo si privino gli studenti di conoscenze e strumenti interpretativi che permetterebbero di comprendere meglio società, culture e modelli istituzionali e politici di paesi non occidentali,  in un mondo il cui epicentro va evidentemente spostandosi per motivi economici e geostrategici verso l’Asia, l’Africa e l’America latina. Anche per questo gli studenti scelgono queste materie che permettono loro di analizzare un mondo del lavoro globalizzato e, in altra prospettiva, le migrazioni e la loro stessa società che cambia: sarebbe questa la vocazione delle scienze politiche, almeno così la tradizione voleva.

Nel rispetto dei cosiddetti “requisiti minimi” si dovrebbero tagliare corsi senza organico e senza studenti, eppure, guarda caso, la scure va ad abbattersi proprio sulle materie molto frequentate che garantiscono un sapere critico ed empatico e perciò (ancora) da considerarsi innovativo e, come tale: scomodo.

Questo per dirvi che forse mi toglieranno il fiato… ma avrò il mio blog 😉

Fiam

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la Repubblica – Venerdì, 16 febbraio 1996 
Una serie di conferenze che il filosofo francese tenne a Berkeley
MICHEL FOUCAULT A LEZIONE DI GRECO di UMBERTO GALIMBERTI 

SI PUÒ SEMPRE DIRE LA VERITÀ E QUALI DOVERI ESSA CI IMPONE? NON È SOLO IN GIOCO LA SUA FORMA LOGICA MA ANCHE LA CAPACITÀ E LA FORZA DI ESIBIRLA. L’ ESEMPIO DI SOCRATE.   

 Un grande capitolo di un ambizioso progetto. C’ è una virtù che ha fatto la sua comparsa nel V secolo avanti Cristo e di cui si sono perse le tracce nel V secolo dopo Cristo. Il suo nome è parresia. Il suo significato è: “Dire la verità”.  Ce ne dà notizia Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all’ Università californiana di Berkeley nel 1983, un anno prima di morire. Oggi queste conferenze sono raccolte in un libro: Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli, pagg. 120, lire 25.000) aperto da un’ ottima introduzione di Remo Bodei che ne parla come di un “libro sulla libertà di parola. Un grande frammento, in sé compiuto, di un vasto e ambizioso progetto a cui Foucault ha dedicato i suoi ultimi anni di vita affrontando, contestualmente, il problema del sorgere dell’ attitudine critica nelle filosofie dell’ Occidente e quello di un’etica della verità”. Verità è la parola chiave della filosofia, è il problema intorno a cui tutta la ricerca filosofica si affaccenda dal giorno in cui nacque prendendo congedo dal mito e dalla religione. Anche la religione, infatti, ritiene di dire la verità, ma il fondamento della sua verità risiede nell’ autorità di chi la enuncia, mentre la filosofia cerca una verità capace di stare in piedi da sola, senza il conforto di alcuna autorità.
 I filosofi greci chiamarono questa loro verità episteme, una parola che viene resa in latino con scientia e in italiano con scienza. Ma, così tradotta, la parola perde il suo significato originario che è poi quello che risulta dal verbo istemi che vuol dire “sto” e da epi che vuol dire “su”. Episteme vuol dire allora “ciò che sta su”, ciò che si impone da sé, e che quindi non ha bisogno di appoggiarsi all’ autorità di chi parla come accade nel linguaggio religioso, né alla persuasione seduttiva a cui ricorre il dire retorico, né alla mozione degli affetti come accade al linguaggio poetico. Ma intorno alla “verità” sorgono subito due problemi: il primo è quello di stabilire i criteri che presiedono alle affermazioni vere e ai giudizi corretti e a ciò provvede la “logica”, il secondo è quello di dire la verità, dove in gioco non è la correttezza formale del discorso, ma il diritto o il dovere di dirlo. Qui sorgono subito questioni del tipo: chi è in grado di dire la verità? Quali requisiti deve avere chi se ne sente abilitato? Su quali argomenti è importante dire la verità? Sulla natura? Sulla città? Sui costumi? Sull’ uomo? Quali sono gli effetti positivi o negativi per i governanti o per i governati? Che rapporto c’ è tra dire la verità e l’ esercizio del potere?
 Il problema qui non è di stabilire come essere sicuri che una determinata proposizione sia vera (su ciò ha insistito la tradizione filosofica occidentale, producendosi in quella che Foucault chiama “analitica della verità”), ma di sapere chi è capace di dire la verità. Che importanza ha per il singolo e per la società avere individui capaci di dire la verità? Come fare per riconoscerli? Dove in gioco non è la struttura logica della verità, ma la capacità e la forza di dirla. In tutto questo Foucault vede l’ origine di ciò che in Occidente si chiama critica e che ha in Socrate il suo primo grande esempio.
Qui la filosofia si salda subito con la politica, l’ una e l’ altra nate insieme in quella Grecia del V secolo avanti Cristo, quando si contrappone alla parola autoritaria il dialogo filosofico in cui si confrontano le opinioni dei partecipanti, e alla tirannide la democrazia dove nell’ agorà si confrontano le opinioni dei cittadini. La democrazia ateniese fu definita in modo del tutto esplicito come una costituzione (politeia) che garantisce: l’ isegoria che è il diritto di parola, l’ isonomia che è il diritto per tutti di partecipare all’ esercizio del potere, e la parresia che è il diritto-dovere di dire la verità.
 La parola parresia compare per la prima volta in Euripide (V secolo avanti Cristo), ricorre in tutto il mondo letterario greco fin nei testi patristici del V secolo dopo Cristo, e per l’ ultima volta in Giovanni Crisostomo. Da allora se ne perdono le tracce e, con le tracce, anche il coraggio di “dire la verità”.
 Bravo chi corre il rischio di essere punito. Ma perché Foucault parla di coraggio? Gli antichi greci avevano stabilito che per dire la verità occorre “dire tutto” ciò che si ha in mente. La stessa etimologia della parola parresia rinvia a pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto). Nella parresia si suppone che non ci sia differenza tra ciò che uno pensa e ciò che dice. L’ esatto contrario della virtù di Ulisse che i greci chiamavano phronesis e noi, scorrettamente, ma forse coerentemente con la nostra indole, traduciamo con astuzia.
Ma dire tutto non sempre è un pregio. Platone ad esempio ritiene pericoloso per una buona democrazia rivolgersi ai propri concittadini e dir loro qualunque cosa anche la più stupida o la più offensiva che viene in mente. Questo cattivo uso della parresia è menzionato di frequente nella letteratura cristiana dove si indica, come rimedio, il silenzio. Per un corretto impiego della parresia è necessario che chi vi ricorre abbia delle qualità morali e soprattutto il coraggio di correre un rischio o un pericolo conseguente a ciò che dice. Buoni saranno allora quei consiglieri del sovrano se, dicendo la verità, corrono il rischio di essere puniti, esiliati o uccisi, così buono sarà quel governante che, dicendo ciò che ha davvero in mente, rischia di perdere la popolarità, la maggioranza, il consenso.
Usare la parresia, dire la verità, quando non diventa un gioco di vita e di morte come nel caso di Socrate, resta pur sempre una sfida al potere in cui Foucault vede l’ origine dell’ esercizio della critica. Per il greco antico questo esercizio è autentico solo quando chi lo esercita corre qualche rischio, in caso contrario è cattiva parresia, un facile gioco in cui ciò che si esprime non è tanto la verità quanto la propria irritazione che, non prevedendo costi, può essere detta gratuita.  Ma ognuno sa, che oltre agli interlocutori esterni, ciascuno ha un interlocutore interno a cui dire la verità. Qui la critica diventa “autocritica”, capacità di dire la verità a se stessi, di scandagliare la propria ombra, le cantine delle propria anima, in linea con il messaggio dell’ oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Forse tutte le pratiche psicoanalitiche, con la complicazione dei loro linguaggi, non hanno ancora raggiunto la semplicità di questo messaggio a cui ci conduce il buon uso della parresia: dire a se stessi, almeno a se stessi, la verità.  Si concentrano così in una parola semplice una serie di virtù morali e civili a cui dovrebbero attenersi gli abitanti della città e soprattutto chi li governa. Chi pratica la parresia dimostra infatti di avere uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la vita attraverso il rischio e il pericolo, una comunicazione autentica con gli altri e con se stessi attraverso la critica e l’ autocritica, un significativo rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere di dire la verità. Nasce allora quel cittadino che è libero perché sceglie di parlar franco invece di irretire l’ interlocutore con gli inganni della persuasione, sceglie la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio della vita invece della sicurezza, la critica invece dell’ adulazione, il dovere morale invece del proprio tornaconto o  
dell’ apatia morale.
Ma da noi vincono le mille astuzie di Odisseo. Chissà se abbiamo perso queste virtù perché abbiamo perso la parola “parresia”, o se abbiamo perso la parola perché non si riferiva più a nulla o a nessuno. Nel gioco intrecciato tra “le parole e le cose”, a cui Foucault ci ha abituato, parresia segnala un nodo. Provare a scioglierlo potrebbe migliorare la relazione tra gli uomini e la loro condizione civile. Ma non abbiamo la minima speranza. Da noi ha fatto scuola l’Odissea con il resoconto delle mille astuzie del suo eroe, non L’apologia di Socrate con la parresia del suo nobile testimone. 

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Sulla correlazione tra verità e potere si veda anche A. Arendt, Verità e politica, Bollati Boringhieri, 1995

 

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3 thoughts on “Del perchè mi senta una parresiasta… e non è una brutta malattia

  1. Un altro parresiasta, Giuseppe Aragno, ha scritto una bella lettera e non solo gliela han pubblicata su il Manifesto ma gliel’hanno persino letta in TV (cliccate qui)… ecco, grida nel deserto affollato, su cui ricada l’eco, mi dan speranza

  2. passeggiando per i profili, se voglia e curiosità fanno parte della tua personalità, si imparano tante cose nuove…:-) oggi so cosa sia un o una “parresiasta” e posso prenderti a braccetto visto che posso dire di esserla anch’io.
    Piacere di leggerti.
    Dani

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