Roberto Bongiorni per il Sole24ore 22/03/2011

22 marzo 2011

Reportage. «Noi ribelli, islamici e tolleranti»

Dal nostro inviato Roberto Bongiorni

DERNA – Protetto da una guardia del corpo, lo sguardo nascosto da occhiali a
specchio, Abdul Hakim al-Hasadi si presenta all’appuntamento con un giubbotto di
pelle sopra la galabbiya, da cui affiorano le sagome di due grandi pistole: «Non
ho mai detto di voler instaurare un califfato islamico a Derna. Non ho rapporti
con al-Qaeda e qui non ci sono jihadisti stranieri. Sono il responsabile per la
difesa della città. Sarei il primo a saperlo. È solo l’ultima carta in mano a
Gheddafi per spaventare l’occidente».

Abdul Hakim al Hasadi sa che il suo nome è sotto i riflettori dei media. Da
quando, il 24 febbraio, sette giorni dopo l’inizio della rivolta, il vice
ministro libico degli esteri, Khaled Kaim, lo ha citato più volte davanti agli
ambasciatori europei: «A Derna è stato creato un emirato diretto da Abdel karim
al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo», ha dichiarato, parlando di scenario
«alla talebana». Il connubio Qaeda-Derna è stato ripreso anche da Gheddafi il 3
marzo: «All’inizio della rivolta – ha precisato in tv – un ex detenuto di
Guantanamo si è autoproclamato emiro di Derna e ha cominciato a giustiziare ogni
giorno delle persone». Parole che hanno allertato diverse diplomazie
occidentali, Italia inclusa.
La vicenda di Derna è tuttavia più complessa e nelle accuse di Tripoli vi sono degli errori palesi. Hasadi, il cui nome è Haqim
e non Karim, offre la sua versione: «Non sono mai stato a Guantanamo. Sono stato
catturato nel 2002 a Peshawar in Pakistan, mentre tornavo dall’Afghanistan dove
combattevo contro l’invasione straniera. Sono stato consegnato agli americani,
detenuto qualche mese a Islmabad, consegnato in Libia, e scarcerato nel 2008».

Il più celebre detenuto libico di Guantanamo (a cui alludeva il regime ma
che non sembra avere legami con Hasadi) è Sufiyan al-Koumi, accusato di essere
stato l’autista di Bin Laden, e liberato nel settembre del 2010 grazie
all’iniziativa “reform and repent” dal figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Allora
centinaia di combattenti del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) furono
liberati dopo aver rinunciato alla lotta armata contro il regime (nel 2000 si
erano già rifiutati di unirsi alla jihad globale di al-Qaeda). Derna è sempre
stata una città ribelle, una spina del fianco per il Rais, che ha cercato ,
invano, di sottometterla. Tra il 1995 e il 1996 inviò le sue forze speciali
nella città. Nei combattimenti contro l’LIfg morirono quasi 100 persone.
Eppure, quando si arriva in auto, dall’alto appare come una tranquilla
cittadina che si affaccia sulla baia.
Che Derna sia una città conservatrice lo si vede dal fervore religioso dei suoi abitanti , dalle vesti islamiche,
dalle lunghe barbe. «Cari fratelli che avete combattuto in Iraq e in Afghanistan
– incita lo speaker della radio locale, una delle emittenti nate in Libia dopo
42 anni di censura – ora è tempo di difendere la vostra terra!». Nel 2007
l’esercito americano a Baghdad diffuse una lista dei mujaheddin stranieri che
combattevano a fianco degli insorti: su 112 cittadini libici , 52 (tra cui
alcuni kamikaze) erano di Derna. «Io ne ho inviati circa 25 – precisa Haqim – .
Alcuni sono tornati e oggi sono sul fronte di Ajdabiya; sono patrioti e buoni
musulmani, non terroristi. Io condanno gli attentati dell’11 settembre, e quelli
contro i civili innocenti in generale. Ma i membri di al-Qaeda sono anche buon
musulmani e lottano contro l’invasore». Un discorso ambiguo. Eppure è inusuale
sentire un uomo accusato di far parte di al Qaeda invocare l’imposizione di una
no-fly zone e raid internazionali contro le roccaforti del rais.

Sbarbato, capelli lunghi, giacca e blue jeans, Faraj Ali, 42 anni, non
ha l’aspetto di un estremista. Il capo del comitato centrale di Derna mette
subito le cose in chiaro: «Non nego che esistano gruppi di combattenti, ma non
hanno legami con al Qaeda». Faraj Ali illustra poi la nuova Libia: «Costituzione
sistema multipartitico, tripartizione dei poteri». Anche il New York Times, in
un recente articolo, ha scritto che «i gruppi islamici stanno collaborando con
le controparti laiche per invocare una costituzione democratica». L’imam Mansour
Hasadi , 47 anni, è molto popolare. Dal 1998 al 2002 ha scontato quattro anni
nel carcere di Abu Dis. «Nemici dell’Occidente? Gheddafi ci ha impedito di
studiare in Europa, inviando gli studenti in Africa. Io alzerei un muro con
l’Africa e aprirei all’occidente. Derna è un esempio di integrazione culturale e
religiosa». «Non ho mai visto l’estremismo in questa terra – ci spiega Suor
Celeste Biasioco, 77 anni, in Libia dal 1964. – Qua la gente è tollerante. Ci
considerano una grande famiglia». Nella caserma il colonnello Naser Al baraji,
comandante della provincia di Derma, è impegnato a coordinare le forze: «I
nostri giovani combattono sul fronte con noi contro un nemico comune: Gheddafi».
Al Hasadi tuttavia, si dimostra realista: «Se la guerra andrà avanti a lungo è
facile che estremisti stranieri entrino dai nostri confini». «Intolleranza? La
miglior insegnante nella scuola di mio figlio è una donna – ribatte l’imam
Mansour –. Io sarei felice di vedere una donna presidente della nuova Libia.
Siamo musulmani, ma non per questo estremisti».

22 marzo 2011

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