Alle radici della rivolta libica e i “nuovi” interlocutori

Ora che Frattini ha riconosciuto il Comitato Nazionale di Transizione libico e addirittura non esclude del tutto di inviare armi (3 aprile 2011)- seppure quale extrema ratio – ai ribelli libici, non è forse ora di capire esattamente con chi abbiamo a che fare? Alisei, organizzazione non governativa con la quale collaboro, rientrata un paio di settimane prima della rivolta, dopo aver siglato una convenzione con due associazioni locali, tra l’altro, per attività di formazione in partnership, parlava di una situazione pacifica, tale da garantire una serie di accordi legati agli scambi culturali, il che mi fece addirittura proporre un convegno sul centenario dall’occupazione italiana della Libia (lo so ve lo siete dimenticato… ma 1911-2011, non ci piove su, son proprio 100 anni!): un mio vecchio pallino, che -shy- lasciavo ai miei colleghi “libiologhi”, ma continuavo a non sentire proposte e mi son sbilanciata. Difficile da proporre in clima di Trattato D’Amicizia, mentre l’ambasciata si preparava a festeggiare in agosto il primo compleanno dell’abominevole patto col tiranno, che ha indotto un “mercato” dei migranti in Africa orientale di cui l’Italia è diretta responsabile. Quindi, ho cominciato ad adoperarmi perchè almeno nella mia Facoltà, a Scienze Politiche alla Statale di Milano si muovesse qualcosa, sul fronte della Memoria storica, mentre con Alisei abbiamo creato un Comitato (Ma’an l-il Ghad / Insieme per il domani) che ora tenterà di tamponare le emergenze mediche e poi passerà alla collaborazione e allo scambio con la gente, tra la gente [gente che – come si è visto nella trasmissione “annozero” di giovedì 14 Aprile, riconosce che <<ITALY IS NOT BERLUSCONI>> (commento del 19/4) ]

Ma intanto vi racconto come si siano svolti i fatti dopo il rientro degli amici di Alisei.

In principio era l’arresto di Fatih Terbel, avvocato di Bengasi, il 15 febbraio scorso… anzi, no, in principio era un eccidio di 1200 (qualcuno dice 1400) tra criminali comuni e dissidenti politici ordinato da Gheddafi nel tentativo di reprimere la rivolta del carcere di Abu Salim, nel 1996; fu quindi l’epoca delle rimostranze, a partire dal 2007, del tentativo di coinvolgere l’ONU per arrivare ad uno straccio di verità, e per giungere,  esattamente un anno fa (marzo 2010) alla mossa del governo di far desistere i parenti delle vittime dall’intraprendere un’azione legale, guidata, poi, da un giovane dissidente qual’è Terbel… con un rimborso di ben 100 dollari a caduto e la consegna di 900 certificati di morte. In 2000 sono scesi in piazza il 15 febbraio, protesta cui seguirà, 2 giorni più tardi, la cosiddetta “giornata della rabbia” scatenata, a quanto pare, tramite facebook, da un esule libico – Hassan Al Djahmi – dalla Svizzera , che allestisce una pagina (simile a quella aperta il giorno prima contro il regime in Bahrein) che raggiungerà 30.000 iscritti in 48 ore. Le manifestazioni del 17 febbraio 2011 avrebbero visto la partecipazione di oltre 100.000 persone estendendosi poi a varie città della Cirenaica, da Bengasi a Derna. Mercenari non solo subsahariani – qualcuno ha testimoniato essercene anche di italiani – hanno dovuto fronteggiare le forze di polizia locali mentre molti militari si sono opposti all’ordine di sparare sulla folla. Numerosi i filmati di militari bruciati nella pubblica piazza per aver opposto un simile rifiuto!  Nella seconda settimana di febbraio, comitati locali, consigli civici e gruppi militari disertori hanno assunto il controllo delle città cadute in mano alle forze ribelli, organizzato e addestrato milizie locali di difesa, coordinandosi con le forze dell’ordine e militari passate dalla parte dei rivoltosi. Il generale Abdel Fattah Younes, il comandante  delle forze speciali “Saiqa”, di Bengasi, ed ex-ministro dell’interno (pertanto, potremmo ben dire, quantomeno “compromesso” col regime di Gheddafi), il 22 febbraio si è unito alla rivolta coi suoi: in tutto, agli inizi di marzo, le forze militari libiche passate dalla parte della rivolta ammonterebbero a circa 12.000 elementi. A testimonianza di come la pax-khadafiana si sia spezzata, molte tribù berbere in Tripolitania e Fezzan hanno contribuito alla rivolta tra Orfella, Farfalla, Rojahan: quelle che se l’erano legata al dito in sede di ripartizione delle rendite da petrolio, specie dopo la crisi del 2008. Accanto a Younes,tra i defezionati dal regime, è quindi emerso l’ex-ministro della giustizia, Mustafa Abdel Jalil [ora in Italia (commento del 19/4)], che dal  26 febbraio 2011 guida il Consiglio transitorio nazionale libico [CNT d’ora in avanti (vedete il sito www.ntclibya.org)]. Abbiamo esitato a riconoscerlo, al di là dell’evidente contraddizione di disconoscere un regime cui abbiamo baciato l’anello fino a ieri mattina, dopo che Francia e Qatar l’avevan fatto, forse tale esitazione trova ragione nell’evidenza   che i “nuovi” interlocutori non sian mica tanto nuovi! Ovviamente non appare un riconoscimento problematico solo a noi italiani, che – anzi – di “voltagabbana” nella nostra storia non ne abbiam visti pochi. Tuttavia, non possiamo non pensare al fatto che abbiamo a che fare con un regime dittatoriale instauratosi dal 1969: noi lo abbiamo subìto soltanto per un ventennio… il penultimo, e non solo non siamo riusciti, ma nemmeno abbiam voluto defascistizzare – oltre alle regole dell’amministrazione – gli amministratori. Non si pensi neppure che una tale leadership non sia incontrastata in loco, vista l’opposizione dei giovani avvocati, come, ad esempio, dell’attuale portavoce del CNT, avvocato dissidente di Bengasi, Abdel-Hadifiqh Ghoga. Si è calmato quando, agli inizi di marzo, si è raggiunto un accordo che ha visto la presidenza del CNT affidata a Jalil e la funzione di portavoce, come anticipato, allo stesso Ghoga. Sebbene non tutti i nomi e le funzioni siano ancora noti, per ragioni di sicurezza, a chi si fosse illuso che la Libia sia un territorio che necessiti di un “Piano Marshall” se non addirittura che occorra una commissione per la coscientizzazione dei diritti, desidero ricordare che tra i 30 esponenti del CNT 5 sono donne e che, oltre all’ex-ministro dell’interno Al Obedi, appartengono al CNT il professore di scienze politiche Fathi Mohammed Baja, il dirigente di una banca agricola, Ahmed Al-Abaar e tutta una serie di giovani avvocati tra i quali lo stesso Fethi Terbil. Responsabile degli affari militari è Omar Al Hariri, veterano ultra ventennale delle carceri di Gheddafi: ex-comandante dell’esercito a Tobruk, caduto in disgrazia. Il controllo è tuttavia  esercitato di fatto delle forze militari del generale Younes, che erano una specie di guardia pretoriana… preparata, sì, ma quanto affidabile è difficile dirlo, anche se è innegabile che non averli contro sia un discreto vantaggio e averli come addestratori delle nuove milizie siadecisamente positivo. Responsabile del settore esteri è l’ex-ambasciatore libico in India, Ali al-Assawi che, accanto a buona parte del corpo diplomatico libico, a partire dall’ex-ambasciatore in Italia e, poi, ambasciatore in carica all’ONU, Adurrahim Shalgam,  è passato dalla parte dei rivoltosi.
Per chi temesse la questione tribale, che renderebbe instabili gli equilibri, dato che la pax-khadafiana ha pur significato qualcosa, al momento l’unità libica non sembra in discussione e, anche se emergono altre pagine facebook che fanno temere il contrario (come quella di una fazione berbera)  si parla già di un  “parlamento transitorio”, con  rappresentanti per ciascuna tribù , mentre un “comitato per il dialogo” intertribale ha già proposto, il 14 marzo 2011, una mediazione tra le parti in conflitto.