UNIVERSITA’ “BENE COMUNE”?

27 Aprile 2013

Visto il totoministri? Interessanti  le note biografiche. I burattinai li conosciamo e non son cambiati; Alfano, Quagliariello e D’Alia francamente in quelle posizioni mi spaventano. Ci sono delle interessanti intuizioni, tuttavia. Cécile, per esempio e poi il premio alla Carrozza, sulla quale ho qualche perplessità, ma son convinta che… o adesso o mai più.

Sono sempre stata “di sinistra”, ma questo non mi ha impedito, nel recente contenzioso sulla riforma Gelmini, di vedere il PD per ciò che è e di assumermi responsabilmente le conseguenze del voto recente.

Ho partecipato al Forum del PD per l’università e la ricerca, nel 2010, da un primo incontro di PD110 presso la Sala Montanelli a Milano e poi, al pomeriggio, in una sede sindacale a Milano e poi ancora al Politecnico e infine a Roma, da dove me ne sono andata sbattendo la… tenda (la porta non c’era).

Al primo impatto già ero basita: Letta (Enrico) “titillava” il suo cellulare per tutto il tempo, mentre con il rettore Decleva ci sfidavamo sui diversi profili. Ricordo che gli diedi praticamente del bugiardo sulla trasparenza delle procedure concorsuali (ed oggi, ecco che dopo denunce in serie, ammassate sui tavoli del TAR lombardo, cadute nel vuoto, Vago sembra darmi ragione). Poi, in una sede sindacale, al pomeriggio, nel costruire i programmi – Letta eclissato – Maria Chiara Carrozza della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (*) e Marco Meloni hanno invitato i cosiddetti “ideologhi del PD” (proprio così li hanno presentati): Donzelli e Regini, per loro stessa ammissione, mai iscritti al PD in tutte le sue amebiche forme precedenti e collaterali. A farvela breve: quanto meno di sinistra io possa aver sentito esprimersi dagli spalti dei consigli di facoltà (già, la “mia” facoltà), ed ho visto la Presidente del  Forum, Carrozza, approvare la proposta di Donzelli (su vigoroso assenso cervicale del Regini) – ricordo le esatte parole: “Mi sorprende e piacevolmente sentirvi parlare così: è musica per le mie orecchie!” –  per la costruzione di un apparato accademico pubblico di gerarchia: tra università “di eccellenza” e “popolari”, dimentichi – per cambiare – della natura pubblica delle Università in cui operano e del dovere di spingere sul pedale dell’eccellenza ovunque e comunque, soltanto essendo trasparenti nelle procedure di reclutamento (e, in materia, leggete il mio intervento precedente… che poi, per l’odine delle cose, segue questo).

Ancora, in un ulteriore appuntamento con Walter Tocci, al Politecnico, ci fu presentata una bozza, un po’ raffazzonata, scritta in fretta tentando di non scontentare molti, ma con spunti per un cambiamento efficace (come il ruolo unico di docenza) ampiamente rivedibile… l’avete ri-vista voi? Io mandai numerosi appunti, ma non la rividi mai più.

Credendoci, andai addirittura a Roma, su invito, di nuovo, per assistere ad una interessante kermesse di colleghi e un membro del CUN sfilare con le loro proposte per assistere, poi, alla “drammatica” conclusione in cui Meloni (che sostituì Carrozza, che aveva lasciata in anticipo la riunione)  non aveva cambiato di un’ette la sua percezione zoppa emersa quel mattino. Risultato: al momento della votazione della riforma il PD votò contro i propri stessi emendamenti. “Gelmini” passò, tra l’altro, anche sulla foto su Repubblica della sottoscritta dietro allo striscione di protesta degli studenti e sul battibecco su il Mattino di Napoli con quello stolto giornalista che si erotizzava sulle supposizioni della Digos in merito alla Rete29Aprile.

Sul sito del PD trovate gli orientamenti in materia di Università e Ricerca. Restano le preoccupazioni legate all’esperienza di Maria Chiara Carrozza e alla natura non pubblica della Scuola Superiore sant’Anna di cui è stata Rettore: come non temere la sua percezione che l’Università pubblica sia un apparato mangiasoldi? Ho esortato oggi la Rete29Aprile a mettersi in contatto con la Carrozza, a ricordarle la proposta di Tocci ed a guardarsi dai cattivi consiglieri. Di più, se si può, faremo.

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* Sui miei dubbi circa la natura pubblica dell’Istituto universitario pubblico a statuto speciale – Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sono stata corretta. Non è una università vera e propria, ma ha un Presidente – Giuliano Amato – e un Rettore, un CdA e un Senato Accademico; non rilascia lauree (e qui, sul valore legale del titolo di studio, si  aprirebbero numerose questioni) e viene finanziato all’interno dell’FFO, pur se in un segmento a parte rispetto agli Atenei veri e propri. So che a parte non significa preferenziale o più consistente, ma l’Istituto di Carrozza è peraltro sostenuto anche da Confindustria e Fondazioni Bancarie.

Aprile 2013

Ancora, l’Università è paradigmatica del sistema Italia.

accertatami di avere “il quorum” per potere accedere all’abilitazione, non vi ho partecipato. Due i profili che mi hanno portato a questa decisione: di natura politica e finanziaria.

Grazie alla vostra fatica affrontate il rito di passaggio ad un avanzamento in carriera. Dove sono i criteri? No, non il numero di pubblicazioni per anno e quella cieca regoletta del pubblicare solo su certe riviste di certe case editrici (senza alcuna trasparente disamina della loro natura, ovvero della natura degli interessi finanziari che le reggono, nonché senza alcuna previsione delle conseguenze: le vostre ricerche saranno obsolete o clonate altrove prima che il vostro articolo veda la luce, date le “interminabili code” dovute a questa politica dissennata; una serie di case editrici andrà alla malora, migliaia di lavoratori diventeranno un problema socio-economico ecc. ecc.); ma io mi riferisco ai criteri relativi ai contenuti. Ebbene la commissione del macroraggruppamento che vi ha fagocitato nel frattempo – così come paventavate e avvertivate i colleghi d’area di studio – decide, una volta conosciuti i nomi dei candidati e riconosciuti i propri allievi, che i criteri relativi ai contenuti siano quelli che quegli allievi favoriranno. Ed ecco che il mio raggruppamento che include la storia delle relazioni internazionali e la storia e le istituzioni (badate bene, senza vincolo temporale) dei cosiddetti “paesi extra-europei” vede sbocciare dalla commissione, in corso di lettura (aprile 2013), come criterio di (e)leggibilità, la presenza di fonti archivistiche in calce all’articolo/monografia. Avete analizzato la nascita di un ministero in un Paese XY, nel 2007, ma avete seguito tutte le fasi che han portato all’individuazione di un problema socio-storico (individuandolo voi tra i primi) da ben prima che si formulasse una strategia per l’istituzionalizzazione di quel problema? Per farlo avete lavorato sul campo da decenni e avete organizzato interviste e rischiata anche la vostra vita nel rimestare in un problema che si voleva negare, prima che diventasse politico? Ebbene: tutto ciò non vale nulla… per ora, perché magari nella prossima commissione ci sarà un docente più vicino alle vostre esperienze. Beh… culo! Ecco: non vorrei avanzare per culo, ma per diritto, per capacità e non nel produrre scemenze in serie che obbediscano agli ultimi criteri riconosciuti. O, ancora, se ci sono soldi nella mia struttura, ma perché, sebbene fosse mio diritto non farlo, ho voluto pure insegnare centinaia e centinaia di ore. Per questo abbraccio l’ipotesi che copio da ilfuturochevogliamo.it di “… un’università in cui accanto alla didattica sia sempre presente la ricerca e in cui si riesca a scardinare l’attuale divisione tra professori ordinari, associati e ricercatori, divisione che troppo spesso non trova alcun fondamento rispetto all’attività didattica o di ricerca realmente svolta, arrivando quindi alla creazione di un ruolo unico della figura docente che ridisegnerebbe in modo sostanziale anche il quadro di rappresentanza e democratico degli atenei. Una diversa articolazione della rappresentanza in senso più democratico deve andare a tutela anche dei dottorandi e degli assegnisti. … con un bilanciamento variabile tra il tempo dedicato alla docenza e alla ricerca all’interno del ruolo unico della docenza, e che la valutazione della nuova figura docente sia effettuata sia sulla ricerca che sulla didattica, strutturando quindi su questi parametri un nuovo modello di scatti”. Chiaramente non possono convivere in tale profilo idiote regole che stabiliscono che tutti gli associati devono insegnare al meno 120 ore, finendo con l’inventarsi corsi, laboratori, portando via a dei ricercatori i loro corsi che, se pure sono stati indetti, era anche perché li si riteneva indispensabili in un certo percorso formativo, peraltro  occupando spazi in università che già soffrono di endemiche carenze di aule. Perché no? Perché anche il programmino in corsivo che precede è accettabile se si innesta in un contesto che recita più o meno così “Data un’Università pubblica, il cui profilo di ricerca e didattico deve essere per definizione costantemente riaggiustato per garantire la migliore formazione dello Studente, tale da rispondere alle esigenze ed agli equilibri globali contemporanei.” E non per garantire a chi ha raggiunto un traguardo di mantenerlo a spese dello Studente e della sua formazione.

Quanto all’analisi dell’opportunità finanziaria, pensate che una volta completato il rito di passaggio ed ammessi dopo imperscrutabili giochi di dipartimento nel novero dei papabili, vi annulleranno l’anzianità con devastanti effetti sul pensionamento, il che è drammatico quando, nel mio come in numerosissimi altri casi in questo nostro Paese, i ricercatori sono stati assunti in ruolo dopo molti anni di “gavetta” gratuita o quasi e la cui impresa del riscatto della laurea si è rivelata proibitiva per chi non godesse di appoggi famigliari consistenti. Di che vivere, dunque, in vecchiaia? Come affrontare un impegno finanziario (dal mutuo, all’incidente d’auto, alla dentiera, per intenderci)?

11 Aprile 2012

Tra fine marzo e i primi di aprile ha cominciato a girare questo documento: “Università Bene Comune” : prodotto assembleare di Bologna, rispecchia ciò che dovrebbe pretendere una Cittadinanza cosciente di avere nelle proprie mani il bene dell’Istruzione da parte di chi ci amministra nel gestire questo prezioso bene comune per quel che è. La farraginosissima e dispendiosa procedura di valutazione sa tanto d’ennesimo spreco e fa acqua da ogni parte, inducendo a continue posticipazioni.

Studenti, dottorandi, precari, ricercatori, professori associati e ordinari sono concordi nell’affermare che: 1) Dai primi provvedimenti del governo Monti emerge con evidenza che l’impianto ideologico neoliberista e antidemocratico della riforma Gelmini viene portato avanti anche dal ministero Profumo, malgrado anche coloro che avevano in un primo momento plaudito all’emanazione della riforma inizino a rendersi conto che essa non ha migliorato l’efficienza del sistema acca­demico. 2) Ci troviamo di fronte a un crescente distacco dei giovani dall’università: negli ultimi anni l’abbandono degli studi universitari è in aumento, le immatricolazioni in diminuzione come pure lo sono il numero dei laureati e delle retribuzioni post laurea. Il recente decreto governativo recante disposizioni in materia di diritto allo studio (atto governativo 436) fa pagare agli stu­denti il diritto allo studio, con un aumento delle tasse studentesche dal 93,5 a 160 euro (in media), senza specificare invece i criteri di merito e l’entità delle borse di studio. Le tasse stu­dentesche, già eccessivamente alte, andrebbero quindi diminuite piuttosto che aumentate, rifi­nanziando il diritto allo studio in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Un diritto, infatti, non è tale se coloro che ne usufruiscono devono pagarlo, non è tale se è legato esclusivamente al successo negli studi, in quanto questa formula meritocratica realizza unicamente una funzione selettiva che è però in contraddizione con la finalità inclusiva dell’istruzione pubblica statale. 3) Occorre restituire all’università il suo ruolo di servizio pubblico e la sua dignità di istituzione democratica. Per questo per una verso rifiutiamo l’istituto del numero chiuso e quello dei prestiti d’onore (poiché in questo modo denaro pubblico servirà solo a garantire le banche creditrici) e per una altro verso chiediamo la copertura totale delle borse di studio ai meritevoli (la figura del­l’idoneo non beneficiario, infatti, è una vergogna solamente italiana) al fine di tutelare la qualità del servizio e di garantire agli studenti la possibilità di continuare a studiare, evitando che il sur­rettizio innalzamento dei criteri di merito trasformi un diritto in un privilegio riservato a pochi “eccellenti”. 4) Il decreto sul reclutamento negli atenei (atto governativo 437) strozza il turnover solo per fare cassa e crea una gerarchia tra atenei volta a di­stribuire in modo discriminatorio il finanziamento pubblico. Pone in contraddi­zione le istanze legittime degli studenti, dei ricercatori e dei professori, in quanto premia le università con le tasse studentesche più alte concedendo loro maggiore possibilità di reclutamento. 5) E’ fondamentale mantenere l’entusiasmo dei giovani verso la ricerca a partire dalla loro for­mazione (il dottorato). Attualmente, invece, il sentimento dominante dei giovani ricercatori ver­so questo mestiere è la frustrazione. A causa delle loro condizioni precarie e delle scarse risorse messe a loro disposizione, i giovani impiegano infatti metà del loro tempo a presentare ogni anno una decina di progetti, di cui forse ne vinceranno uno, invece di poter dedicarsi a tempo pieno alla ricerca. Per questo riteniamo necessario riportare il turnover al 100% delle risorse liberate dai pensiona­menti e accoppiarlo ad un urgente piano straordinario di assunzioni, per garantire continuità e qualità al lavoro delle decine di migliaia di docenti-ricercatori attualmente precari. Ciò favorireb­be un miglioramento complessivo della loro produzione scientifica e allo stesso tempo si amplie­rebbe l’offerta didattica ponendo fine al dilagare dei corsi a numero chiuso. La lotta contro il pre­cariato è quindi una lotta per un’università diffusa, vitale e di qualità. A questo fine riteniamo necessario adottare un’unica figura pre-ruolo a tempo determinato con tenure track e con piena tute­la dei diritti all’interno di un reclutamento ciclico ed ordinario, cancellando tutte le attuali figure precarie. Nell’ambito della normativa attuale, chiediamo dunque che vengano favorite le forme di reclutamento che minimizzino la durata temporale del precariato. 6) Il tema, in sè condivisibile, della valutazione è stato fortemente strumentalizzato al fine di sottrarre risorse al sistema della ricerca pubblica statale senza incentivarne la qualità. La valuta­zione, invece, dovrebbe servire a migliorare la qualità del sistema, non a determinare riduzioni di finanziamento delle strutture o accelerazioni delle carriere. Il processo innescato dall’Anvur (che riguarda anche gli enti di ricerca) non crea profili di qualità, ma trasforma la valutazione in un processo politico e non scientifico funzionale al disegno politico di tagliare il welfare. La valuta­zione della ricerca dell’ANVUR avviene, infatti, per via gerarchica: accentrando un enorme po­tere nelle mani di pochissimi, retroagisce con forza sull’attività scientifica negando il carattere collettivo alla produzione del sapere (come testimonia la scelta di valutare solo prodotti indivi­duali). Inoltre, questa valutazione si basa su criteri fondamentalmente arbitrari e inadeguati: essi hanno come primo reale obiettivo quello di tagliare le risorse complessive da destinare all’uni­versità pubblica statale. Infatti, come hanno ammesso gli stessi membri dell’Anvur, si progetta la chiusura di alcuni atenei e l’introduzione di una differenziazione degli atenei in teaching univer­sities e research universities. Bisogna invece mantenere il fuoco sulle finalità sociali della ricerca e sulle modalità con cui esse vengono perseguite. Per questo crediamo che: 1) la ricerca debba essere valutata ai fini di una valorizzazione premiale di ricercatori e strutture (e non con intento punitivo) a prescindere da ogni forma di gerarchia accademica e di ranking di riviste; 2) vada rivisto il criterio che garantisce l’anonimato dei referee delle pubblicazioni scien­tifiche; 3) affinché venga garantito un accesso più libero alla conoscenza e a una conoscenza di qualità, vadano messi in discussione i numerosi master e corsi creati in questi ultimi anni, che servono solo a tutelare baronie e a finanziare università private; 4) si dia priorità alla disseminazione del sapere, affinché l’investimento nella ricerca diventi concretamente un investimento per la società orientato alla crescita collettiva del sapere. Chiediamo pertanto: a) la sospensione immediata e temporanea della VQR fino a quando i criteri di valutazione non verranno ridefiniti con la compartecipazione della comunità scientifica allar­gata; b) di ricondurre l’Anvur – ente i cui costi di gestione si stima possano superare l’investi­mento destinato ai PRIN – al suo ruolo di ente strumentale e realmente indipendente di valutazio­ne e non di organo ministeriale di programmazione e decisione del futuro delle Università italia­ne. 7) L’assunto neoliberista, che traspare nei provvedimenti ministeriali ed è radicato anche nel peggiore mondo universitario (come le vicende che hanno riguardato l’approvazione degli statuti degli atenei mostrano), svuota di significato la democrazia. Secondo tale assunto, infatti, il siste­ma universitario deve poggiare sull’eccellenza e la meritocrazia, due concetti antitetici alla libera produzione e circolazione del sapere. Inoltre, in tale assunto, così come è stato finora applicato, è implicita l’idea che studiare non ser­va, che la cultura sia un privilegio per pochi e che l’università sia sovradimensionata e si debba autosostenere con le tasse studentesche e con fondi esterni di ricerca. Di primaria importanza, pertanto, è realizzare un fronte comune affinché non si corra il pericolo di una guerra tra ‘poveri’: la lotta per i diritti di tutti deve essere una lotta di tutti per migliorare l’università pub­blica. 8 ) La destrutturazione dell’università è speculare alla destrutturazione dei diritti nel mondo del lavoro. L’idea dell’attuale governo è infatti che il nostro paese possa competere solo se si abbat­tono i salari e se si riescono ad attrarre fantomatici investitori internazionali con la eliminazione dei diritti fondamentali. Crediamo invece che senza diritti e senza garanzie per i lavoratori, senza investimenti programmatici per il funzionamento ordinario dell’università, senza compensi ade­guati anche per chi lavora nel mondo della conoscenza, non sia possibile una vera competizione su scala internazionale. Perché dunque l’università funzioni come agente promotore dell’econo­mia italiana e del benessere della società, essa deve continuare ad essere un bene comune. Chie­diamo pertanto il superamento delle politiche di austerità imposte agli Stati che ostacolano il fun­zionamento e la crescita dell’università pubblica. Nel contesto generale, esprimiamo contrarietà alla “riforma-bluff” degli ammortizzatori sociali, delle forme contrattuali e dell’art.18 dello sta­tuto dei lavoratori. 9) L’impianto della legge Brunetta e in particolare l’istituto della valutazione della performance individuale del personale tecnico-amministrativo, che è risultato fallimentare e meramente vessa­torio, riteniamo vadano rivisti. Chiediamo pertanto che si esaminino con attenzione le criti­cità introdotte per il PTA dalla riorganizzazione delle università prevista dalla legge Gelmini. Ri­badiamo inoltre l’importanza del contratto per il personale TA e chiediamo di riattivare la formazione e l’aggiornamento del personale tecnico amministrativo. 10) Il valore legale del titolo di studio e il valore legale e uniforme del voto di laurea (VLTS) devono essere mantenuti. Critichiamo fortemente il metodo capzioso con cui sono stati costruiti i quesiti del questionario proposto dal Ministero e, indipendentemente dalla partecipazione o meno al sondaggio del Miur, proponiamo pertanto un contro-questionario au­togestito nel quale si richiederà anche un parere sulla legge Gelmini e sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei. Il nostro intento è che si avvii un’ampia discussione pubblica sul tema del VLTS e sulla attuale si­tuazione dell’università, per mettere il mondo universitario e non universitario in condizione di esprimere in piena libertà il proprio parere su questa fondamentale questione. A tale riguardo proponiamo di organizzare una presentazione pubblica al ministero dei risultati del controque­stionario. 11) Il rafforzamento del sistema piramidale di distribuzione dei poteri all’interno dell’università è stato ed è rispettivamente il fondamento e il collante della contro-riforma della legge 240. E’ questo un sistema in cui ricercatori associati e ordinari (e talvolta perfino precari sotto le spo­glie dei docenti a contratto) condividono la unitarietà della funzione docente, ma in cui manca il riconoscimento formale di tale unitarietà. A uguali doveri e funzioni di didattica e di ricerca non corrispondono uguali diritti. Il sistema baronale si autorigenera: esso infatti si nutre della segre­gazione in caste (le fasce della docenza) ed è perpetuato dall’esercito di riserva dei precari; una piccola parte di docenti decide per tutti e decide anche la sua successione. Questa piccola parte di docenti ha richiesto interventi sul sistema dell’università pubblica statale, formalmente legittima­ti dalla situazione di sofferenza estrema, anzi, per non usare eufemismi, di agonia, a cui l’Univer­sità pubblica è stata condotta dagli stessi attori e promotori della controriforma. Interventi, fram­mentari ma forse neanche troppo, ipocriti per non dir fedifraghi, venduti sotto le mentite spoglie del riordino della spesa, che sono veri attentati alla Costituzione, che hanno tolto l’ossigeno al si­stema istruzione. Esso era un sistema vitale e capillare, di cui l’Università è parte importante ed essenziale, che è stato ridotto, come si è detto, a rantolare, e al cui capezzale i suoi stessi assassi­ni, adesso travestitisi da crocerossine, si propongono come rianimatori. L’intervento centrale per neutralizzare questo sistema inefficiente e autoreferenziale di potere è l’introduzione del ruolo unico della docenza. Esso, distribuendo il potere decisionale tra tutti i componenti della comunità accademica, da un lato ne sottrarrebbe il monopolio a coloro che hanno provocato gravi guasti e da un altro lato spezzerebbe l’odiosa oligarchia degli ordinari-ba­roni. Si tratta di una regola di semplice democrazia: distribuire la capacità decisionale e il potere di governo ai governati. Sia chiaro e fermo: il ruolo unico non è e non sarà mai l’ope legis! Rico­noscere uguaglianza dei diritti nella diversità delle fasce non significa promuovere tutti, senza valutazione, alla fascia superiore. Le progressioni di carriera devono comunque avvenire dopo una indipendente valutazione dell’operato scientifico didattico e gestionale del valutato: senza né automatismi né arbitrarietà. È intuitivo che la progressione di carriera, all’interno del ruolo unico cioè svincolata dall’acquisi­zione di prerogative di governo accademico, avrebbe ricadute solo, o quasi, sul trattamento eco­nomico; ciò scaricherebbe di tensione corporativa la valutazione stessa e la spingerebbe verso più sereni e oggettivi giudizi. Né, per vero, il ruolo unico escluderebbe che alla carica apicale si possa accedere solo dopo un certo numero di valutazioni positive, ma ciò non implica che l’ac­cesso alle cariche di governo sia come criterio generale riservato a pochi. In verità è innegabile che le capacita personali di ricercatori associati ordinari nulla hanno che vedere con la fascia di appartenenza, perché tutti fanno lo stesso mestiere; con gli stessi strumenti, metodi, contenuti, fi­nalità. Dunque, è privo di senso sottrarre al governo dell’università la sua parte più giovane, in­novatrice ed entusiasta. § Sulla base, dunque, di questi intenti e principi comuni l’assemblea di Bologna: 1) propone di avviare in tutti gli atenei italiani e in ogni dipartimento e facoltà una discussione sui decreti sul diritto allo studio e sul reclutamento negli atenei, già approvati eppure mai discussi se non in rari casi all’interno degli ate­nei, con la sottomissione e l’approvazione di mozioni sui decreti suddetti; 2) propone di costituire un ambito di discussione trasversale, da articolare a livello di ateneo, per sviluppare proposte e iniziative sui temi contenuti in questo documento; 3) propone di costituire un nucleo di coordinamento che viva nei territori e metta in contatto le varie organizzazioni che lavorano sull’Università e la scuola pubblica, al fine di mostrare la con­tinuità e l’importanza di ogni ruolo: studenti, insegnanti, docenti, ricercatori precari e strutturati, PTA, dottorandi e chiunque viva dal basso l’università e la scuola; 4) chiede l’immediata assunzione di tutti i ricercatori vincitori di concorso in attesa di presa di servizio; 5) propone che in tutte le sedi ci si impegni per far modificare gli Statuti nella direzione della massima democraticità, a partire da l’elezione diretta dei Consigli di Amministrazione da parte di tutti i componenti; 6) propone di pensare e realizzare iniziative di testimonianza e protesta anche al di fuori del­l’ambito universitario; 7) promuove la costituzione di un coordinamento tra scuola, università, cultura ed enti di ricerca da realizzare a livello locale e nazionale; 8 ) propone la costituzione di un gruppo che effettui un monitoraggio costante dell’attività del­l’Anvur; 9) propone di restituire l’autonomia agli atenei accoppiandola ad un’effettiva responsabilizza­zione della loro gestione; responsabilizzazione che non è ottenibile fuori da un modello di gover­no che si invera nel ruolo unico; 10) ritiene indifferibile portare il finanziamento pubblico dell’università italiana alla media eu­ropea; 11) propone la costituzione di un gruppo di lavoro che delinei in un documento un progetto ar­ticolato contenente le linee culturali e le modalità operative attraverso cui costruire un’università più democratica, aperta e di qualità.

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