Africom: obbligatorio opporsi

04.05.2013 – Vicenza – Manifestazione «No Dal Molin»
02 maggio 2013 – Tutto il Giorno
Dopo averlo annunciato ai quattro venti, gli statunitensi hanno annullato l’open day alla nuova base militare in programma per sabato 4 maggio, sotto la pressione della voglia di tante e tanti vicentini di entrare al Dal Molin per contestare la militarizzazione. Ma se i militari annullano, i «No Dal Molin» confermano la manifestazione: di fronte allo scempio della nuova struttura militare: la nuova base non deve essere inaugurata, ma chiusa.
Nella sua intervista il colonnello Buckingam ha spiegato di non poter aprire le porte del Dal Molin a causa di «pochi facinorosi», annunciando al contempo l’inaugurazione della base a stelle e strisce il prossimo luglio. Pochi facinorosi sono, per i comandi militari, i vicentini che, in questi anni, si sono mobilitati in difesa della propria terra. Contemporaneamente, decine di nuove denunce – per fatti accaduti 3 o 4 anni fa – sono state recapitate ai NoDalMolin, quasi un monito di fronte a future manifestazioni, mentre il 3 maggio al Tribunale di Vicenza sarà pronunciata la sentenza per i 30 occupanti della Prefettura che, il 16 gennaio 2008, occuparono il palazzo governativo in segno di protesta. Se difendere la propria terra vuol dire essere «facinorosi», ebbene: siamo tutti facinorosi. Il 4 maggio torneremo nelle strade della nostra città, con un corteo che partirà dal Piazzale della Stazione alle ore 10. Vogliamo affermare la nostra opposizione a qualunque inaugurazione della nuova base Usa, ribadendo che, se questa sarà calendarizzata, ci troveranno ancora una volta in piazza a difendere questa terra dalle basi di guerra.
La nuova installazione militare statunitense, che già tanti danni ha prodotto alla città, non va inaugurata, ma chiusa: se prima ci opponevamo a un cantiere, ora ci opponiamo a una base di guerra e alle sue conseguenze distruttive, siano esse nel territorio che abitiamo o in luoghi lontani dalle nostre case. Il 4 maggio, tutti in piazza!
Info: http://www.nodalmolin.it

THE AFRI-COM QUESTION…

Di seguito ciò che dovreste sapere del Comando del Pentagono che ha preso possesso della base Dal Molin e controllerà basi Nato da Sigonella a Napoli.

Nato? NO… PENTAGONO! (E, credetemi, non è la stessa cosa…)

Carissima/o,

lo sapevi che il nostro Governo ha deciso di offrire a Vicenza e Napoli le basi per un comando americano che si occuperà di operazioni anti-terrorismo e di addestramento militare di eserciti africani e relativo corollario di forniture belliche in Africa? Lo sai che la questione non è neppure alitata in Parlamento? Una mia petizione, pubblicata su http://conoscereperdecidere.weebly.com/ sottoscritta da 69 firmatari, impegnati in accademia e nella società civile, non ha sfondato, ma non lo trovo un fallimento mio. Nè Manifesto, nè Sole 24 ore, Repubblica o Corriere della Serta han voluto pubblicarlo. Che sia questo il male del secolo?

Uscire dalla  CONGIURA DEL SILENZIO

ho protestato presso Frattini (esteri) e La Russa (p.c. difesa)

15 gennaio 2009

 Egregio Signor Ministro On. Frattini,
sono ricercatore e docente di Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università Statale di Milano, desidero protestare per il modo in cui il nostro Paese è approdato alla decisione di offrire ospitalità ad AFRICOM sul nostro territorio, e precisamente a Napoli e a Vicenza. Comprendo bene come questo Governo concepisca ancora come la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti e gli interessi economici che ci legano possano richiedere determinati sacrifici in termini di sovranità territoriale – anche se mi è difficile giustificare la mancata rinegoziazione di questi rapporti negli ultimi 65 anni -, ma gli obiettivi dovrebbero essere quantomeno condivisi, in primis con chi di queste faccende si occupa da anni e in secundis con Parlamento e cittadinanza prima di assumere arbitrariamente questo tipo di decisioni, non so quanto a fondo ponderandone reali moventi e prevedibili conseguenze.
Nel Suo annuncio pre-natalizio, aveva comunicato la summenzionata decisione definendo AFRICOM una delle “strutture di comando che operano nel quadro NATO”, mentre si tratta di uno dei sei comandi unificati del Pentagono e, più precisamente del «Supremo comando Americano per le truppe di terra e di mare per l’Africa». AFRICOM è stato creato nel febbraio 2007 dal presidente Bush, non reputando più sufficienti i sistemi di controllo dei tre comandi americani regionali, che si sono alternati nel controllo dell’Africa: Useucom (Europa), Uscentcom (Medioriente) e Uspacom (Pacifico). Dapprima gli stati africani stessi hanno sollecitato un punto di riferimento univoco, condannando un’apparente marginalità di interesse da parte statunitense, ma poi, le sue caratteristiche, particolarmente orientate a un controllo militare diretto dei territori dall’interno del continente, hanno prodotto una forte attività diplomatica interafricana volta ad allontanare il Comando. Gli obiettivi e gli interessi di un tale organismo erano loro evidenti: combattere i terroristi islamici tra Sahel e Corno d’Africa – già obiettivo del programma di assistenza militare transfrontaliera “Initiative Pan-Sahel”; ricognizione di nuove fonti energetiche (obiettivo USA, va ricordato, è quello di aumentare entro il 2015 le importazioni di greggio africano dal 15% al 25%); contrasto dell’offensiva commerciale cinese, indiana, brasiliana ecc. nel continente, dopo che si erano affievoliti i termini della competizione commerciale franco-americana sul continente.
AFRICOM è stato così ospitato dall’ottobre scorso presso la base di Kelley Barracks, a sud di Stoccarda (Germania) dove ha ancora sede, dopo che il generale afro-americano William “Kip” Ward (al suo comando dal 10 luglio 2007) ha tentato invano di trovare una base per AFRICOM in Africa dato che Nigeria, Libia, Kenya e Sudafrica (specie su pressione di Mbeki, presidente sudafricano) si sono opposti a quest’ingombrante presenza  nel continente. Addirittura la Liberia – tradizionale alleata degli USA – ha trovato inopportuno accogliere il Comando sul proprio territorio e non è stato considerato fattibile l’ulteriore potenziamento della base navale americana Camp Lemonier a Djibuti che è andata rafforzandosi dal 2002 fino ad ospitare oggi non meno di 1500 unità militari.
Rivolgendo la propria attenzione all’area mediterranea, il generale “Kip” ha subìto il rifiuto di Zapatero, allorché ha proposto di insediare AFRICOM a Rota (Cadice): Zapatero sapeva bene che di fronte all’opinione pubblica – particolarmente sensibile dopo gli indegni incidenti di Melilla – mai avrebbe potuto sostenere una simile impresa contro la volontà africana, ma, quando poi si è rivolto all’Italia ha trovato facile sponda. Lei sembra dare credito alla funzione ufficiale del Comando, atta a “coordinare quel genere di sostegno che permetterebbe ai governi africani e alle attuali organizzazioni regionali di avere una maggiore capacità per fornire sicurezza e rispondere nei momenti di necessità”: funzioni, peraltro, già attive presso l’Unione Africana e i singoli organismi regionali in Africa: un tema cui mi sembrava essere particolarmente sensibile quando – via l’Ambasciatore Spatafora – nel Suo precedente mandato aveva addirittura caldeggiato una drastica conversione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU affidandosi a tali organismi regionali, in grado di far fronte alle proprie emergenze attraverso i propri stessi strumenti. Proposta purtroppo non accolta, anche a causa di una evidente immaturità dell’Unione Europea.
Nonostante Lei abbia dichiarato che le sedi italiane d’AFRICOM non ospiterebbero truppe da combattimento, ma solo componenti civili, richiamo con forza la Suaattenzione sul fatto che si appresta ad ospitare sul nostro territorio il comando unificato militare statunitense che, oltre alla protezione degli interessi economici americani nel continente africano, ha come scopo la lotta al terrorismo e l’addestramento dei militari africani e che per far ciò si è dotato di MAFORAF (Marines per l’Africa) e AFAFRICA (XVII Stormo dell’aeronautica militare USA) in seno al Comando stesso! Proprio quest’ultimo dovrebbe operare da Vi-cenza e Sigonella dove, a quanto pare, 750 militari e relativi armamenti sarebbero già pronti ad insediarsi.
Prendendo una tale decisione, senza informarne adeguatamente Parlamento e cittadinanza, ma – a quanto dichiarato – confrontandosi con Stati africani che (ne sono ben sicura) sono stati ben lieti di scaricare questo annoso problema sul nostro territorio, il nostro Governo non solo acconsente, ma favorisce e contribuisce attivamente all’ennesima operazione coloniale che mira al controllo delle aree strategiche dell’Africa e che – soprattutto – l’Africa non vuole.
La invito a prendere in seria considerazione la necessità di non dare corso a questo accordo.

Cordiali Saluti,

C.F.

In seguito, Ho fatto una raccolta firme di successo.

Ma vediamo di che si tratti

United States Africa Command

Sicuramente la migliore fonte è proprio il sito di Africom, ma è in costante oggiornamento, compaiono notizie per la durata di una mezza giornata e il giorno dopo… pufff, scomparse!  E allora per i primi approcci:

From Wikipedia, the free encyclopedia

United States Africa Command
The Emblem of the United States Africa Command.
Active Authorized: February 6, 2007
Established October 1, 2007
Activated: October 1, 2008
Country United States
Type Unified Combatant Command
Size 3,600+[1][2]
Headquarters Kelley Barracks, in Stuttgart, Germany
Commanders
Combatant Commander General William E. Ward, USA
Deputy for
Military Operations
Vice Admiral Robert T. Moeller, USN
Deputy for
Civil-Military Activities
Ambassador J. Anthony Holmes

The United States Africa Command (USAFRICOM or AFRICOM) is a Unified Combatant Command of the United States Department of Defense that is responsible for U.S. military operations and military relations with 53 African nations – an area of responsibility covering all of Africa except Egypt. Africa Command was established October 1, 2007 as a temporary sub-unified command under U.S. European Command, which for more than two decades was responsible for U.S. military relations with more than 40 African nations. Africa Command was formally activated October 1, 2008, during a public ceremony at the Pentagon attended by representatives of African nations posted in Washington, D.C.

Contents

Headquarters

Officials from Africa Command have repeatedly stressed that they are not seeking headquarters or basing locations in Africa. In June 2007 early plans, predating the establishment of the command, discussed the possibility of a “distributed command” that would be networked across several countries rather than a single combatant command headquarters. However, following wide-ranging international consultations, leaders of the new command said they chose to focus on building programs and partnerships while suspending discussions about possible locations until after the command was well established. In February 2008 a spokesman for AFRICOM stated that its headquarters will be located in Stuttgart for the foreseeable future.[3]

Geopolitical background (2000-2006)

Prior to the creation of AFRICOM, three Unified Commands had divided responsibility for U.S. military operations in Africa. The United States Navy´s Naval Postgraduate School noted in January 2007 that U.S. policy towards Africa, at least in the medium-term, looks to be largely defined by international terrorism, the increasing importance of African oil to American energy needs, and the dramatic expansion and improvement of Sino-African relations since the turn of the century.[4]

A U.S. military officer wrote the first public article calling for the formation of an African Command published in November 2000.[5] A January 2002 report from the African Oil Policy Initiative Group played a role in getting discussions about such a command started within the U.S. national security community, though their specific recommendation was to create a subcommand for the Gulf of Guinea.[6] The AOPIG report emphasised that the U.S. National Intelligence Council has estimated that the United States will buy 25 percent of its oil from Africa by 2015. In general, areas of increasing interest to the United States in Africa include the Sahara/Sahel region,[7] over which Joint Task Force Aztec Silence is conducting anti-terrorist operations (known as Operation Enduring Freedom – Trans Sahara), the Horn of Africa, where Combined Joint Task Force – Horn of Africa is located in Djibouti (conducting operations which have been called Operation Enduring Freedom – Horn of Africa), and the Gulf of Guinea, whose oil resources are expected to gain in importance.

The U.S. Congress has approved US$500 million for the Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) over six years to support countries involved in counterterrorism against alleged threats of Al Qaeda operating in African countries, primarily Algeria, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Nigeria, and Morocco.[8] This program builds upon the former Pan Sahel Initiative (PSI), which concluded in December 2004[9] and focused on weapon and drug trafficking, as well as counterterrorism.[10] Previous U.S. military activities in sub-Saharan Africa have included Special Forces associated Joint Combined Exchange Training.

As a result of the 2004 global posture review, the Pentagon began implementing a number of Cooperative Security Locations (CSLs) and Forward Operating Sites (FOSs) across the African continent, through USEUCOM. These locations, along with Camp Lemonier in Djibouti, would form the basis of AFRICOM facilities on the continent.

Creation of AFRICOM (2006-2008)

Authorization

In mid 2006, Defense Secretary Donald Rumsfeld formed a planning team to advise on requirements for establishing a new Unified Command for the African continent. In early December, he made his recommendations to President George W. Bush.[11][12]

On February 6, 2007, Defense Secretary Robert Gates announced to the Senate Armed Services Committee that President George W. Bush had given authority to create the new African Command and[13]U.S. Navy Rear Admiral Robert Moeller, the director of the AFRICOM transition team, arrived in Stuttgart Germany to begin creating the logistical framework for the command.[14][15] On September 28 the U.S. Senate confirmed General William E. “Kip” Ward as AFRICOM’s first commander and AFRICOM officially became operational as a sub-unified command of EUCOM with a separate headquarters.[16] On October 1, 2008, the command separated from USEUCOM and began operating on its own as a full fledged Command.

Selecting a headquarters

The 1,300 person command will be headquartered at Kelley Barracks in Stuttgart, Germany for the foreseeable future and a further administrative presence on the continent will only occur via “full diplomatic consultation and agreement with potential host nations”.[1][17]

It was reported in June 2007 that African countries were competing to host the headquarters because it would bring money for the recipient country.[18][19] However, of all the African nations, only Liberia has publicly expressed a willingness to host AFRICOM’s headquarters. The U.S. declared in February 2008 that Africa Command would be headquartered in Stuttgart for the “foreseeable future”. In August 2007, Dr. Wafula Okumu, a research fellow at the Institute for Security Studies in South Africa, testified before congress about the growing resistance and hostility on the African continent[20] Nigeria, has announced it will not allow his country to host a base and opposed the creation of a base on the continent. South Africa and Libya have also expressed reservations of the establishment of a headquarters in Africa.[21]

The Sudan Tribune considers it likely that Ethiopia, considered to be one of the US’ strongest allies in the region, will house USAFRICOM’s headquarters due to the collocation of AFRICOM with the African Union‘s developing peace and security apparatus.[22] Prime Minister Meles Zenawi stated in early November that Ethiopia would be willing to work together closely with USAFRICOM.[23] This was further reinforced when a U.S. Air Force official said on December 5, 2007, that Addis Ababa was likely to be the headquarters.[24]

On February 18, 2008 General Ward told an audience at the Royal United Services Institute in London that some portion of that staff headquarters being on the continent at some point in time would be “a positive factor in helping us better deliver programs.”[25] General Ward also told the BBC the same day in an interview that there are no definite plans to take the headquarters or a portion of it to any particular location on the continent.[26]

President Bush has denied that the United States was contemplating the construction of new bases on the African continent.[27] US plans include no large installations such as Camp Bondsteel in Kosovo, but rather a network of facilities – the so-called ‘cooperative security locations,’ etc, mentioned above, at which temporary activities will be conducted. There is one permanent, large US base on the continent, Camp Lemonier in Djibouti with over 2300 troops stationed there that was inherited from USCENTCOM upon standup of the command.[2]

In general, U.S. Unified Combatant Commands have an HQ of their own in one location, subordinate service component HQs, sometimes one or two co-located with the main HQ or sometimes spread widely, and a wide range of operating locations, main bases, forward detachments, etc. USAFRICOM initially appears to be considering something slightly different; spreading the actually COCOM HQ over several locations, rather than having the COCOM HQ in one place and the putative ‘U.S. Army Forces, Africa’, its air component, and ‘U.S. Naval Forces, Africa’ in one to four separate locations. AFRICOM will not have the traditional J-type staff divisions, instead having outreach, plans and programs, knowledge development, operations and logistics, and resources branches.[28]

Components

On October 1, 2008 the Seventeenth Air Force was established at Ramstein Air Base, Germany as the United States Air Force component of the Africa Command.[29] Brig. Gen. Tracey Garrett was named as commander of the new USMC component, U.S. Marine Corps Forces Africa (MARFORAF), in November 2008.[30] MARFORAF is a dual-hatting arrangement for United States Marine Corps Forces, Europe.

On December 3, 2008 the US announced that US Army and Navy headquarters units of AFRICOM would be hosted in Italy. The AFRICOM section of the Army’s Southern European Task Force would be located in Vicenza and Naval Forces Europe in Naples would expand to include the Navy’s AFRICOM component.[31] Special Operations Command, Africa (SOCAFRICA) is also being established, which will gain control over Joint Special Operations Task Force-Trans Sahara (JSOTF-TS) and Special Operations Command and Control Element – Horn of Africa (SOCCE-HOA).[32]

Scope of proposed operations

Military of the United States portal

The focus of USAFRICOM’s missions will be diplomatic, economic and humanitarian aid, aimed at prevention of conflict, rather than at military intervention, according to Theresa Whelan, Deputy Assistant Secretary of Defense for African Affairs.[33] This is, to an extent, a misnomer. All United States combatant commands have the same responsibilities in general: to plan, direct and execute U.S. military operations in their assigned area of responsibility. AFRICOM is only different in that the situation on the continent, U.S. officials believe, would be better served by the military, in many cases, playing a secondary role to other efforts. Steven Morrison of the Center for Strategic and International Studies agrees that the new command holds potential well beyond military oversight. Rather, its mission could be defined by an interagency mix, focusing the efforts of intelligence, diplomatic, health and aid experts.[11]

Official goals

U.S. Africa Command’s formal mission statement, approved in May 2008, says:

“United States Africa Command, in concert with other U.S. government agencies and international partners, conducts sustained security engagement through military-to-military programs, military-sponsored activities, and other military operations as directed to promote a stable and secure African environment in support of U.S. foreign policy.”[34]

The White House stated that:

“[AFRICOM] will strengthen our security cooperation with Africa and create new opportunities to bolster the capabilities of our partners in Africa. Africa Command will enhance our efforts to bring peace and security to the people of Africa and promote our common goals of development, health, education, democracy, and economic growth in Africa.”[35]

February 2007 Draft Map of the United States Africa Command (USAFRICOM) showing its creation from parts of USEUCOM, USCENTCOM and USPACOM. (Click to see enlarged image). An updated definitive map from the Unified Command Plan 2008, signed by the President on December 17, 2008 can be found at http://www.defenselink.mil/specials/unifiedcommand/

The U.S. Department of State stated of AFRICOM that:

“The U.S. military’s new command center for Africa, Africa Command (AFRICOM), will play a supportive role as Africans continue to build democratic institutions and establish good governance across the continent. AFRICOM’S foremost mission is to help Africans achieve their own security, and to support African leadership efforts.”[36]

 Geographic scope

The territory of the command consists of all of the African continent except for Egypt, which remains under the direct responsibility of USCENTCOM, as it closely relates to the Middle East.[33] USAFRICOM also consists of the following island groups;

The U.S. military areas of responsibility involved were transferred from three separate U.S. unified combatant commands. Most of Africa was transferred from the United States European Command with the Horn of Africa and Sudan transferred from the United States Central Command. Responsibility for U.S. military operations in the islands of Madagascar, the Comoros, the Seychelles and Mauritius was transferred from the United States Pacific Command.

References

  1. ^ a b “U.S Africa Command Stands Up” , U.S. Africa Command, October 9, 2008
  2. ^ a b “U.S. AFRICOM Commander Praises Commitment of Service Members During Visit to Djibouti” , U.S. Africa Command, September 24, 2008
  3. ^ “US AFRICOM headquarters to remain in Germany for “foreseeable future””. International Herald Tribune. 2008-02-19. http://www.iht.com/articles/ap/2008/02/19/africa/AF-GEN-US-Africa-Command.php. Retrieved 2008-02-19.
  4. ^ Lawson, Letitia (January 2007). “U.S. Africa Policy Since the Cold War”. Strategic Insights VI (1). http://www.ccc.nps.navy.mil/si/2007/Jan/lawsonJan07.asp. Retrieved 2007-03-10.
  5. ^ PARAMETERS, US Army War College Quarterly – Winter 2000-01
  6. ^ “With Mideast uncertainty, US turns to Africa for oil”. Christian Science Monitor. 2002-05-23. http://www.csmonitor.com/2002/0523/p07s01-woaf.html. Retrieved 2007-02-06.
  7. ^ “US targets Sahara ‘terrorist haven'”. BBC. 2005-08-08. http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/4749357.stm. Retrieved 2007-02-06.
  8. ^ “Africa to Get Its Own US Military Command”. Antiwar.com. 2007-02-01. http://www.antiwar.com/lobe/?articleid=10443. Retrieved 2007-02-06.
  9. ^ “EUCOM: Operations and Initiatives”. EUCOM. http://www.eucom.mil/english/Operations/main.asp. Retrieved 2007-02-06.
  10. ^ “Pan Sahel Initiative (PSI)”. GlobalSecurity.org. http://www.globalsecurity.org/military/ops/pan-sahel.htm. Retrieved 2007-02-06.
  11. ^ a b “Pentagon Creates Military Command for Africa”. NPR, Morning Edition. 2007-02-07. http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=7234997. Retrieved 2007-02-07.
  12. ^ “Africa Command plans approved by Bush, DOD officials confirm”. Stars and Stripes, Mideast edition. 2006-12-30. http://stripes.com/article.asp?section=104&article=42476. Retrieved 2007-02-06.
  13. ^ “DoD Establishing U.S. Africa Command”. US Department of Defense. 2007-02-06. http://www.defenselink.mil/News/NewsArticle.aspx?id=2940. Retrieved 2007-02-06.
  14. ^ a b “U.S. Creating New Africa Command To Coordinate Military Efforts”. US Department of State. 2007-02-07. http://usinfo.state.gov/xarchives/display.html?p=washfile-english&y=2007&m=February&x=20070206170933MVyelwarC0.2182581. Retrieved 2007-02-08.
  15. ^ “Africa Command Transition Team leader arrives in Stuttgart”. USAFRICOM. 2007-02-27. http://www.eucom.mil/english/FullStory.asp?art=1257. Retrieved 2007-02-27.
  16. ^ AFRICOM, U.S. Africa Command Reaches Initial Operating Capability, Press Release 08-001, October 1, 2007
  17. ^ “AFRICOM FAQS” , U.S. Africa Command, April 9, 2008
  18. ^ The Economist, ‘Policing the undergoverned spaces, June 16-22 issue, p.46
  19. ^ ibid., Economist, 16-22 June 2007
  20. ^ allAfrica.com Article: Africa: Testimony of Dr. Wafula Okumu – U.S. House Africom Hearing
  21. ^ “US AFRICOM headquarters to remain in Germany for “foreseeable future”, International Herald Tribune, February 19, 2008 and “US drops Africa military HQ plan”, BBC News, February 18, 2008
  22. ^ SudanTribune article: US army boss for Africa says no garrisons planned
  23. ^ SudanTribune article: Ethiopia ready to cooperate with US Africa Command – Zenawi
  24. ^ Erik Holmes, Official: AFRICOM Will Need Air Force Aircraft, Air Force Times, December 5, 2007
  25. ^ “TRANSCRIPT: General Ward Outlines Vision for U.S. Africa Command”, February 18, 2008
  26. ^ “TRANSCRIPT: AFRICOM’s General Ward Interviewed by the BBC’s Nick Childs”, February 18, 2008
  27. ^ http://www.forbes.com/feeds/ap/2008/02/20/ap4674005.html “Bush Says No New U.S. Bases in Africa”
  28. ^ Stars and Stripes, AFRICOM to depart from J-code structure, August 12, 2007
  29. ^ DefenseNews.com – U.S. AFRICOM Faces African Concerns – 10/01/07 17:39
  30. ^ http://www.africom.mil/getArticle.asp?art=2252 and http://www.emansion.gov.lr/press.php?news_id=949
  31. ^ Novak, Lisa M., “Italy To Host AFRICOM Headquarters”, Stars and Stripes, December 5, 2008.
  32. ^ Special Operations Technology, Q & A with Brigadier General Patrick M. Higgins, Vol. 6, Issue 6, 2008
  33. ^ a b “US Creates Military Command for Africa”. Voice of America. 2007-02-06. http://www.voanews.com/english/2007-02-06-voa31.cfm. Retrieved 2007-02-06.
  34. ^ http://www.africom.mil/getArticle.asp?art=1644
  35. ^ President Bush Creates a Department of Defense Unified Combatant Command for Africa
  36. ^ U.S. Department of State
  37. ^ “Pentagon setting up new U.S. command to oversee African missions”. Associated Press. 2007-02-06. http://www.iht.com/articles/ap/2007/02/06/america/NA-GEN-US-Africa-Command.php. Retrieved 2007-02-06.

Further reading

 External links

Military history of Africa portal
Military of the United States portal

ARTICOLI DAL PIU’ RECENTE AL PIU’ ANTICO

SEGUE QUANTO HO POTUTO TROVARE IN RETE SULL’ARGOMENTO… SE AVETE ARTICOLI DA SUGGERIRE VE NE SARO’ GRATA

molta la letteratura “informale” sull’argomento:

http://eurasia.splinder.com/tag/africom

http://www.disarmiamoli.org/index.php?option=com_acajoom&Itemid=999&act=mailing&task=archive&listid=1&listype=1

VIDEO CHE LANCIANO / PROPAGANDANO AFRICOM

http://www.youtube.com/watch?v=kSSPXuZX3qc

http://www.youtube.com/watch?v=j10p8AheDY4

DANNY GLOVER (lui, quello di arma letale) NON è D’ACCORDO

http://www.youtube.com/watch?v=HoAdF728Kpg

http://www.youtube.com/watch?v=M_CDUZWDRDk

… E MOLTI ALTRI DENTRO E FUORI DAGLI US (Horace Campbell è uno degli irriducibili…)
Al Jazeera sin dal 2007 denunciava il problema di tale ingombrante presenza in Africa

http://www.youtube.com/watch?v=tNB7nh23Etc

http://www.youtube.com/watch?v=7HBqA7ppo4M

http://www.youtube.com/watch?v=JRCZk8mM1EU

http://www.youtube.com/watch?v=XzdF4hA4XfY

http://www.youtube.com/watch?v=R0n8YkI3T2Y

A VOLTE CON TONI DECISAMENTE DRASTICI… possiamo non condividere la scelta “grafica” ma certo è che poco dei contributi possa essere cassato, vedete questo, in risposta al video precedente…

http://www.youtube.com/watch?v=y2lyfAcXXpY

una candidata alla presidenza US CYNTHIA McKINNEY ne ha fatto un elemento della sua campagna:

http://www.youtube.com/watch?v=sDGOMY4gNVQ

esistono inoltre denunce puntuali relative all’intreccio tra interessi americani (es. questione energetica) …

http://concernedafricascholars.org/africom-and-the-geopolitics-of-african-oil/ (2009)

e “scuse” americane addotte a giustificare il loro eventuale intervento, che vanno al di là del pericolo “terrorista”, come ad esempio la droga:

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o15133 (Antonio Mazzeo, 2009)

Niscemi sfida gli Stati Uniti: abitanti in lotta contro il radar

5/3/2010 – laRepubblica di GIAMPAOLO CADALANU

Preoccupazione per le emissioni elettromagnetiche “già al limite con le antenne esistenti” – In arrivo a Sigonella i droni che potranno volare no-stop dalla Sicilia al Sudafrica e ritorno

A NISCEMI il cancro fa più paura di Al Qaeda. Poco fuori da questo paese, 26mila abitanti nel sud della Sicilia, le forze armate americane vogliono installare un nuovo potentissimo sistema radar, all’inizio previsto per Sigonella e poi spostato, anche per non togliere spazio ai nuovi aerei senza pilota, così da trasformare il lembo estremo d’Italia in un pilastro del controllo globale.
Se in passato la Sicilia era il fronte e Sigonella il baluardo contro i sommergibili sovietici, con la fine della Guerra fredda dal mare sembra poter arrivare tutt’al più un’invasione di affamati. Così l’entusiasmo dei locali per la presenza degli apparati militari oggi è a livelli molto modesti. La minaccia vera, dicono a Niscemi, sono proprio i radar: la Us Navy ha scelto la piccola base aperta nel 1991 in contrada Ulmo per piazzare le parabole del sistema satellitare “Muos”. L’incubo sono le emissioni elettromagnetiche: la gente teme tumori e malformazioni genetiche. Dopo un primo via libera delle istituzioni locali, il comune di Niscemi ha revocato il suo nulla osta, necessario anche per la valutazione di impatto ambientale: la base sorge nel mezzo di una riserva naturale protetta. “Finora nessuno controllava le antenne già esistenti. Adesso abbiamo fatto fare delle rilevazioni, e abbiamo scoperto che già ora l’impianto sfiora spesso i limiti di legge per le emissioni elettromagnetiche”, spiega il sindaco Giovanni Di Martino.
Revocato il via libera, il comune di Niscemi ha fatto controllare ai suoi periti le relazioni tecniche prodotte dalle Forze armate americane. E il giudizio degli esperti è stato secco: la documentazione è insufficiente e inadeguata. In parole povere, non ci sono garanzie per la salute degli abitanti. La rabbia della gente di Niscemi si è rapidamente diffusa anche nei centri vicini: nel maggio scorso migliaia di persone hanno sfilato chiedendo che i radar finissero altrove. Persino l’amministrazione regionale si è schierata apertamente contro la realizzazione dell’impianto.
“Per ora la questione sembra sopita”, dice il sindaco, “ma non ci facciamo illusioni”. In realtà l’intera questione può essere risolta d’imperio dal ministero della Difesa, che ha il potere di scavalcare le amministrazioni locali, imponendo la costruzione dell’impianto sgradito. Ma non sarebbe una decisione facile: se la giunta di Niscemi è di centrosinistra, anche molte amministrazioni di centrodestra, dei centri vicini, si sono opposte al nuovo radar.
Per gli Usa la sostituzione del sistema satellitare lanciato nel 1993 è urgente. Le esigenze sono cambiate dopo l’11 settembre, e l’attuale rete satellitare continua a perdere colpi. Il Muos in più garantisce ai militari canali sempre aperti, anche perché prevede la possibilità per “utenti speciali” di bloccare gli altri utilizzatori, in modo da disporre di una banda di comunicazione molto ampia in caso di necessità. Insomma, la Marina Usa, responsabile del sistema, voleva averlo pronto già per questo mese, ma l’allestimento dei satelliti è in ritardo e ci sono problemi di compatibilità con la vecchia rete.
Va invece avanti rapidamente lo schieramento degli aerei senza pilota “Global Hawk”, presto in arrivo in Sicilia. Questi droni, fratelli maggiori dei “Predator”, possono volare senza rifornimento per distanze enormi “da Sigonella a Johannesburg e ritorno”, dicono i tecnici della Northrop Grumman. Le forze Usa li schierano già in Arabia Saudita e presto anche a Guam, nel Pacifico. Le date le ha confermate a Defense News il colonnello Ricky Thomas, responsabile dei Global Hawk: “I progetti prevedono l’arrivo dei droni nell’ottobre 2010, l’operatività nei primi mesi del 2011”. E non sarà una presenza da niente: “Sigonella ha il potenziale per diventare una base grandissima di Global Hawk”, dice l’ufficiale.

Africom: l’ultimo tentativo statunitense di ricolonizzare il continente africano

“Avatar”, film del momento, non mi ha detto solo delle frontiere che fantasia e tecnologia informatica possono spingere oltre l’immaginabile, ma in una sintesi, necessariamente ingenua, ha risuonato come una invocazione senza speranza d’un riscatto da un colonialismo velenoso che ha permeato la storia americana e non solo, dalle guerre indiane in poi… fino ad Africom.
Cristina C., che ringrazio, mi ha mandato questo articolo:

di Tichaona Nhamoyebonde* (Fonte: L’Ernesto – 17/01/2010)

I rivoluzionari africani devono tenere gli occhi aperti perché gli Stati Uniti non si fermano di fronte a nulla nel loro tentativo di installare Africom, un esercito statunitense altamente equipaggiato che risiederà permanentemente in Africa allo scopo di sovrintendere agli interessi imperialisti statunitensi.
Alla fine dell’anno scorso il governo statunitense ha intensificato gli sforzi per installare un esercito permanente in Africa chiamato Comando d’Africa (Africom, African Command) quale utile strumento per la sottile ricolonizzazione dell’Africa.
Prima della fine dell’anno il generale William E. Garret, comandante dell’esercito statunitense per l’Africa, ha convocato gli addetti alla difesa di tutte le ambasciate africane a Washington per vendere ai loro governi l’idea di un esercito statunitense con base in Africa.
Gli ultimi rapporti della Casa Bianca di questo mese di gennaio indicano che il 75% del lavoro dell’esercito si è fatto attraverso un’unità militare con base a Stoccarda, in Germania, e che il resto è stato dedicato a cercare un paese africano che ospiti l’esercito e che renda possibile mettere in moto le cose.
Liberia e Marocco si sono offerti di ospitare Africom, mentre la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC, la sigla in inglese) ha escluso qualsiasi possibilità che in qualcuno degli stati membri venga ospitato l’esercito statunitense.
Altri paesi hanno mantenuto il silenzio.
La Liberia ha una relazione di lunga data con gli Stati Uniti, a causa della sua storia di schiavitù, mentre il Marocco, che non appartiene all’Unione Africana, può essere che chieda all’esercito statunitense di farsi aiutare ad eliminare qualsiasi sollevazione democratica.
La risposta negativa del SADC è una piccola vittoria per i popoli dell’Africa nella loro lotta per la completa indipendenza, ma i restanti blocchi regionali dell’Africa non hanno ancora assunto un comportamento comune, e ciò è preoccupante.
Gli Stati Uniti stessi cercano un paese più importante dal punto di vista strategico del Marocco e della Liberia, dal momento che attorno all’esercito ruoteranno influenti e articolate politiche statunitensi, economiche ed estere.
L’altro pericolo è che Africom trasformi l’Africa in un campo di battaglia tra gli Stati Uniti e i gruppi terroristi antistatunitensi.
Africom non è né più né meno che una cortina fumogena dietro la quale gli Stati Uniti intendono nascondere la loro aspirazione ad assicurarsi il petrolio e le altre risorse naturali dell’Africa.
I dirigenti africani non devono dimenticare che gli Stati Uniti e l’Europa hanno più volte utilizzato la forza militare quale unico strumento efficace per realizzare i loro piani e assicurarsi che i governi di ogni paese fossero diretti da persone sottomesse alla loro disciplina.
Per il fatto di risiedere in Africa, Africom garantirà che i tentacoli statunitensi arrivino facilmente in ogni paese africano e influiscano in ogni vicenda a vantaggio degli Stati Uniti.
Ospitando l’esercito statunitense, l’Africa appalterà la propria indipendenza militare agli Stati Uniti e accetterà il processo che segna l’inizio della sua ricolonizzazione attraverso un esercito che può respingere qualsiasi tentativo da parte dell’Africa di mostrare la propria capacità militare.
La domanda fondamentale è: chi manderà via Africom, una volta installato? Con che mezzi?
Per la sua natura, Africom sarà tecnicamente e finanziariamente superiore a un qualsiasi esercito di un paese africano e potrà determinare un cambiamento di regime in qualunque paese vogliano gli Stati Uniti, e approfondirà, dandogli nuovo impulso, lo schema statunitense di sfruttamento delle risorse naturali.
Non c’è il minimo dubbio sul fatto che, nel momento in cui l’esercito diventerà operativo in Africa, verranno annullate tutte le conquiste dell’indipendenza.
Se gli attuali dirigenti africani cederanno ai desideri degli Stati Uniti e accetteranno l’operazione dell’esercito in Africa, entreranno negli annali della storia come la generazione politica che ha accettato che prevalesse il male.
Persino William Shakespeare si rivolterebbe nella tomba ed esclamerebbe: “vi dico che perché trionfi il male è sufficiente che gli uomini per bene non facciano nulla”.
Non dobbiamo dimenticare che gli africani, che ancora sentono il peso dell’umiliazione, della soggiogazione, della brutalità e del complesso di inferiorità generati dal colonialismo, non hanno bisogno di passare ad un’altra forma di colonialismo, sebbene più sottile.
Il progetto Africom ha suscitato controversie nel continente fin dal momento in cui l’ex presidente statunitense Gorge W. Bush lo aveva annunciato per la prima volta nel febbraio 2007.
I dirigenti africani non devono dimenticare che sotto la direzione di Barack Obama la politica statunitense rispetto all’Africa e al resto del mondo in via di sviluppo non è cambiata minimamente. Continua ad essere una politica militarista e di difesa di interessi materiali.
Le alte cariche sia dell’amministrazione Bush che di quella Obama sostengono che l’obiettivo principale di Africom è quello di professionalizzare le forze di sicurezza di paesi chiave dell’Africa.
Naturalmente, nessuna delle amministrazioni si preoccupa di prendere in considerazione l’impatto dell’installazione di Africom su partiti di minoranza, come pure su governi e dirigenti forti considerati non affidabili, e neppure se gli Stati Uniti utilizzeranno Africon per promuovere dittatori amici.
I programmi di addestramento e di armamento, e il trasferimento di armi dall’Ucraina alla Guinea Equatoriale, al Ciad, all’Etiopia e al governo di transizione in Somalia indicano chiaramente l’uso del potere militare per conservare l’influenza statunitense sui governi dell’Africa, che continua a rappresentare una priorità della politica estera statunitense.
Con la “rivoluzione arancione” gli Stati Uniti avevano portato al potere gli attuali dirigenti dell’Ucraina, a cui si sta dando carta bianca nella fornitura di armamenti ai conflitti africani.
I dirigenti africani devono dimostrarsi solidali e bloccare ogni movimento degli Stati Uniti teso ad installare basi nella madre patria, a meno che non vogliano assistere ad un nuovo assalto della colonizzazione.
Se si permette che Africom installi una base in Africa, Kwame Nkrumah, Robert Mugabe, Sam Nujoma, Nelson Mandela, Julius Nyerere, Hastings Kamuzu Banda, Kenneth Kaunda, Augustino Neto e Samora Machel, tra gli altri, avranno condotto invano le guerre di liberazione.
Migliaia di africani, che sono morti nelle carceri coloniali e nei fronti di guerra durante le lotte di liberazione, avranno sparso inutilmente il loro sangue, se l’Africa viene nuovamente colonizzata.
Perché il gruppo attuale dei dirigenti africani dovrebbe accettare sistematicamente la ricolonizzazione, dal momento che conosce così bene il colonialismo, l’apartheid e il razzismo? Perché l’attuale gruppo dirigente africano non tratta l’amministrazione statunitense da pari a pari, dicendole in faccia che non ha bisogno di un esercito straniero poiché l’Unione Africana sta preparando il suo esercito?
I dirigenti africani non hanno bisogno di profeti che vengono da Marte per sapere della brama statunitense di petrolio, e che l’esercito degli Stati Uniti si concentrerà ora sull’Africa dopo l’avventura in Iraq.

Traduzione a cura della redazione di http://www.lernesto.it/

* Tichaona Nhamoyebonde è un politologo che risiede a Città del Capo, Sudafrica

Mille nuovi marines USA a servizio di AFRICOM

16 dicembre 2009 — nuovosoldo

di Antonio Mazzeo

Una task-force composta da un migliaio di marines potrebbe essere presto messa a disposizione di AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, per intervenire nelle aree più calde del continente (Corno d’Africa, regione occidentale, ecc.). Per la costituzione della Marine Air Ground Task Force (MAGTF) che gli strateghi militari vorrebbero di “pronto impiego, auto-sostenibile e con un’organizzazione atta alle differenti operazioni di combattimento”, si attende tuttavia l’OK di Washington.

“Una task force dei marines destinata ad operare esclusivamente in Africa sarebbe estremamente vantaggiosa per AFRICOM, ma l’opzione deve vedere concordi il Dipartimento della difesa, il Dipartimento di Stato ed i governi europei ed africani”, ha dichiarato Vince Crawley, portavoce del Comando AFRICOM di Stoccarda. “Non è previsto comunque un aumento della presenza di militari statunitensi nel continente, ma si pensa piuttosto a rendere più efficienti le funzioni del nostro personale e a migliorare le odierne missioni di addestramento dei partner africani”. Escludendo la realizzazione in Africa di una base fissa per i marines, Crawley ha spiegato che la MAGTF “potrà benissimo essere insediata ovunque in Europa, sempre che ci sia l’approvazione del paese ospitante”. Attualmente, tutti i sottocomandi AFRICOM hanno sede presso installazioni delle forze armate USA in Europa. In particolare, dal dicembre 2008 a Boeblingen, Germania, è stato attivato il quartier generale di MARFORAF, il comando speciale dell’US Marine Corps che pianifica e dirige le missioni dei Marines in Africa. È tuttavia improbabile che l’infrastruttura militare che è pure sede di USMARFOREUR, il Comando delle forze del Corpo dei Marines in Europa, potrà ospitare il migliaio di uomini previsti per la nuova task force. Quando lo scorso mese di ottobre il Pentagono ha ordinate il trasferimento in Europa di un “Marine security cooperation team”, composto da 19 ufficiali, per avviare la creazione della MAGTF, esso si è insediato a Stoccarda presso il quartier generale di AFRICOM. Potrebbe dunque essere questa città tedesca la sede finale della nuova task force. Tra le ipotesi al vaglio di AFRICOM ci sarebbero però pure le stazioni aeronavali di Rota (Spagna) e Sigonella (Sicilia), e la grande base di Napoli, sede del Comando delle forze navali USA in Europa e in Africa (NAVEUR NAVAF). Secondo i manuali strategici dell’US Marine Corps, la Marine Air-Ground Task Force è “un’organizzazione speciale dei Marines dotata di reparti navali, aerei e terrestri, posti sotto un unico comando, in grado di svolgere tutte le missioni possibili all’interno del teatro delle operazioni”. L’MAGTF si struttura su quattro elementi cardine: il Command Element (CE), comando generale delle unità; il Ground Combat Element (GCE), normalmente costituito dalle unità di fanteria dotate di tank e sistemi di artiglieria; l’Aviation Combat Element (ACE) che fornisce la “potenza aerea” con gli aerei e gli elicotteri d’attacco; il Logistics Combat Element (LCE) con le unità di supporto logistico, comunicazioni, trasporto aereo e terrestre, sanità, ecc.. Principale obiettivo strategico del Comando dei marines per l’Africa è il “supporto alla lotta al terrorismo per ridurre la minaccia delle organizzazioni legate all’estremismo violento”, come dichiarato dal colonnello Mario Lapaix, capo dello staff di MARFORAF. In Africa sono già operative alcune squadriglie di marines a presidio delle ambasciate USA e degli aeroscali e delle basi avanzate utilizzati dalle forze AFRICOM. MARFORAF partecipa inoltre al programma “ACOTA” (African Contingency Operations Training and Assistance), il piano USA di addestramento, assistenza ed equipaggiamento militare delle nazioni africane. In particolare, alcuni team sono stati trasferiti recentemente in Uganda e Mali per coordinare importanti esercitazioni multinazionali. Reparti speciali dei marines partecipano infine alle attività di addestramento marittimo previste nel quadro dell’Africa Partnership Station APS, la forza navale che gli Stati Uniti hanno dislocato in Africa Occidentale per presidiare terminal e rotte petrolifere congiuntamente alle unità militari dei paesi dell’area.

Pentagono Immobiliare s.p.a.

di Tommaso Di Francesco/Manlio Dinucci – 24/11/2009

Fonte: Il Manifesto [scheda fonte]

 da http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=29103
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania. In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partire le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare – con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza – le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.

da HIC SUNT LEONES / No dal Molin su facebook

“Hic sunt leones”, dicevano gli antichi romani riferendosi alle zone inesplorate dell’Africa. E’ quello che devono aver pensato anche gli Stati Uniti nel creare l’United States Africa command, alias “Africom”, l’organismo delle forze armate che sovraintende a tutte le operazioni nel continente: per poter domare le belve africane (e riuscire a controllare le ricchezze del continente) occorre usare la forza.

La recente crescita del prodotto interno lordo africano e la ricchezza di materie prime del continente – oro, silicio, petrolio – da un lato, e le mire cinesi sull’Africa dall’altro, hanno infatti attirato l’attenzione degli Stati Uniti verso l’Africa. Secondo l’Intelligence, l’Africa fornirà all’America del nord il 25% di petrolio entro il 2015.

Attualmente Africom ha sede a Stoccarda: gli Stati Uniti hanno avviato colloqui con alcuni paesi africani per spostare la sede del comando in Africa, ma ad oggi solamente la Liberia si è detta favorevole ad ospitarlo. Se questa strategia non dovesse andare a buon fine, nell’arco di tre anni la sede di Africom potrebbe essere trasferita in Italia, a Napoli, oppure in Spagna, a Rota.

Ma perchè Africom ci riguarda così da vicino?
Vicenza si trova in prima linea nelle operazioni di US army Africa: questo comando ha sostituito dal dicembre 2008 il comando statunitense Setaf (Southern european task force) nella caserma Ederle, dove si sono trasferiti già 470 nuovi militari. Anche la caserma Chinotto – sede del Coespu (Centro di eccellenza per le Stability police units) – rientra in questa strategia, assumendo un ruolo sempre più importante nell’addestramento delle forze militari internazionali: la nuova “Scuola delle Americhe” dei prossimi decenni. E mentre questa strategia militare procede giorno dopo giorno, resta da chiedersi chi siano le vere belve

«Per petrolio e uranio gli Usa sfidano Cina, Russia e UE nella penetrazione del debole Continente nero»

Africom, Vicenza e il business Africa
Gian Maria Maselli

  

Tratto da Il Giornale di Vicenza

domenica 6 settembre 2009

 

 

 

 
 
 
 
 

 

 FESTIVAL NO DAL MOLIN. In un convegno giornalisti e antropologi interpretano le strategie del Governo americano sul braccio operativo dell’Africa command berico

«La base americana al Dal Molin sarà un semplice dormitorio per militari Usa? Basta con questa barzelletta: spieghiamo spiegare ai vicentini e agli italiani in quale meccanismo verrà definitivamente inserita Vicenza. Dopo aver visto partire dalla Ederle consiglieri militari per i conflitti in Ruanda e Zaire, e dopo esser diventata sede del Coespu, la Gendarmeria europea che addestra i quadri militari destinati ad essere il nerbo delle corrotte (e straricche di risorse) nazioni africane, la città berica è stata scelta per ospitare Africom, l’Africa command, braccio militare del governo Usa, che se ne servirà per penetrare commercialmente il Continente nero».
Viene introdotto così il convegno di ieri al Festival No Dal Molin (a Rettorgole di Caldogno) dal titolo: “Africom, uno strumento contro la Cina ? Vicenza, al centro delle guerre future?”. Dopo l’incipit di Olol Jackson, leader del Presidio No Dal Molin («ai vicentini piace l’idea di esportare nel mondo l’immagine della propria città con un marchio, Africom, che significherà sì pace, ma pace eterna ?») è toccato ai giornalisti Piero Maestri e Antonio Mazzeo, e all’antropologo David Vine dell’Università di Washington commentare come «Vicenza entra definitivamente nel giro grosso a stelle e strisce, fatto di sfida alla Cina nella corsa all’uranio (per il nucleare civile e militare) e al petrolio, dove si tratterà di piantare per primi la bandierina battendo sul tempo anche Russia e Unione europea». David Vine dice: «È in arrivo una grandinata di basi militari americane (in Ghana, Gabon, Chad, Senegal, Mali, Mauritania, Algeria, Uganda, Gibuti, Egitto e svariate altre nazioni) a sostegno dei canali commerciali aperti sotto la copertura di aiuti umanitari, e coltivati alacremente dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, durante la recente lunga visita in Africa».
Continente che i relatori del convegno definiscono «terreno ghiotto: ha i governi più corrotti del mondo, e la società civile più disunita e imbavagliata. Poi ha biodiversità che fanno gola alle multinazionali farmaceutiche, e foreste per il distruttivo business dei biocombustibili. Attorno a questi tesori si agitano già una quarantina di guerre civili o transfrontaliere, e l’appoggio dell’esercito più potente del mondo sarà la carta che l’amministrazione Usa calerà sul tavolo di fronte alla concorrenza cinese, russa ed europea».
Perchè le proiezioni economiche e militari statunitensi partiranno proprio da Vicenza ? Mazzeo spiega: «Da questo territorio tradizionalmente militarizzato dagli Usa proseguirà la triangolazione con Sigonella e Aviano. In Italia, a differenza del resto d’Europa, c’è un gruppo affaristico di potere che non rifiuta, come ha fatto la Spagna, i Global hawk (inviati di recente dal ministro La Russa a supporto delle truppe italiane in Afghanistan), gli aerei spia che servono anche per il conflitto nucleare limitato. Vicenza è cardine di questo scenario, assieme alla base di Aviano che è dotata, unica in Europa, di hangar che possono ospitare per quattro giorni 1.400 militari in assetto di pronto intervento, pronti per venire imbarcati sugli aerei Galaxy, che trasportano anche testate nucleari».
Il finale è politico-economico: «Vicenza è strettamente legata alle milionarie commesse provenienti dal Dipartimento della Difesa Usa. La sua vita politica è continuamente influenzata. Perfino le nazioni africane hanno rifiutato di ospitare il quartier generale di Africom».

Oggi Obama in missione in Ghana, sede del comando Usa AfriCom

12/7/2009 di Manlio Dinuccida http://www.voltairenet.org/article160998.htmlDopo aver teso la  mano ai musulmani (sempre tentando di destabilizzare l’Iran), dopo avec teso la mano ai Russi, (sempre continuando a preparare, in Europa dell’Est, l’impianto dei missili puntati sopra di loro), il presidente Obama tende la mano agli Africani. Ovunque, egli propone di rifondare le relazioni con gli Stati-Uniti senza pagare il soldo dei crimini del passato. Manlio Dinucci rivela cio’ che nasconde quella impovvisa sollecitudine.


* Terminato il G8 col tema «Africa e sicurezza alimentare», il presidente Barack Obama è partito per Accra, capitale del Ghana, dove oggi pronuncia un discorso basato sul concetto che gli africani sono responsabili per l’Africa e vanno aiutati a sviluppare le proprie capacità economiche assicurando la democrazia [1]. Non arriva a mani vuote: è stato lui, dicono alla Casa Bianca, a convincere il G8 a dare 20 miliardi di dollari, distribuiti in tre anni, per la «sicurezza alimentare» nel mondo.
I «Grandi della Terra» e gli aspiranti tali si presentano così come benefattori, destinando alla lotta contro la fame in un anno quanto spendono in armi ed eserciti in due giorni. I paesi del G8 allargato totalizzano infatti oltre l’80 per cento della spesa militare mondiale, che ha superato i 1500 miliardi di dollari annui, di cui quasi la metà è costituita dalla spesa Usa.
Non c’è quindi da stupirsi se, anche in Africa, gli Stati uniti hanno basato la loro politica sullo strumento militare. L’amministrazione Bush ha creato un comando specifico per il continente, il Comando Africa (AfriCom) [2], che ha in Italia due sottocomandi: lo U.S. Army Africa, il cui quartier generale è alla Caserma Ederle di Vicenza, e il comando delle forze navali AfriCom, situato a Napoli. Il quartier generale di Vicenza opera nel continente africano con «piccoli gruppi», ma è pronto a operazioni di «risposta alle crisi» con la 173a brigata aviotrasportata. Il comando di Napoli si occupa delle operazioni navali: tra queste l’«Africa Partnership Station», consistente nella dislocazione di navi da guerra lungo le coste dell’Africa occidentale, con a bordo personale anche di altri paesi, compresi ufficiali italiani. Attraverso programmi di addestramento ed esercitazioni, l’AfriCom fa leva sulle élite militari per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d’influenza statunitense.
Importante, in tale quadro, è il ruolo del Ghana. I suoi ufficiali si sono formati nel Centro di studi strategici per l’Africa, istituito dal Pentagono, e in vari programmi dello U.S. Army, in particolare l’Acota, attraverso cui sono stati addestrati 50mila soldati e istruttori africani. L’esercito e la marina Usa hanno avuto anche accesso alle basi militari e ai porti del paese. Il Ghana contribuisce così alla «sicurezza» del Golfo di Guinea, da cui proviene una parte crescente del petrolio importato dagli Usa (il 15%, che dovrebbe salire al 25% nel 2015). Allo stesso tempo, le forze armate del Ghana vengono usate per operazioni di «peacekeeping» non solo nel Darfur [3], in Congo e altri paesi africani, ma anche in Libano, Kosovo e perfino in Georgia. È cresciuta di pari passo la presenza economica Usa in Ghana, dove però è forte la concorrenza cinese. Come documenta il Dipartimento di stato, la scoperta di grosse riserve petrolifere nei fondali ha attratto in Ghana molte compagnie Usa, mentre altre operano nei settori minerario e agricolo. Il paese è ricco di oro, diamanti, bauxite, manganese, di cui è uno dei maggiori esportatori. E’ anche uno dei principali esportatori di cacao, prodotto da un milione e mezzo di piccole e medie aziende agricole. L’agricoltura non assicura però l’autosufficienza alimentare. E poiché lo sfruttamento delle ricche risorse del paese è controllato dalle multinazionali, la bilancia commerciale del Ghana è in forte perdita. Dirà Obama, nel suo discorso, come riequilibrarla?

Manlio DinucciGeografo. Ultimi lavori pubblicati: Geograficamente. Per la Scuola media, (3 vol.), Zanichelli (2008); Escalation. Anatomia della guerra infinita, DeriveApprodi (2005).

da http://www.voltairenet.org/article160998.html


[1] « Entretien du président Obama avec AllAfrica.com », Réseau Voltaire, 2 juillet 2009.

[2] « Africom: Control militar de EEUU sobre la riqueza de África », por Bryant Hunt, Red Voltaire, 1 de Abril de 2008. « Triste activation pour l’AfriCom », par Stefano Liberti, Réseau Voltaire, 6 octobre 2008.

[3] « Africom’s Covert War in Sudan », by Keith Harmon Snow, Voltaire Network, 11th march 2009.

Gli artigli di AFRICOM nelle guerre del Congo

(9/2/2009): inviato dall’autore

di Antonio Mazzeo

Lo spettro del Comando per le operazioni USA in Africa, Africom, si aggira nel sanguinoso teatro di guerra della Repubblica Democratica del Congo. Un lungo articolo apparso il 6 febbraio sul New York Times, ha rivelato che l’offensiva scatenata a metà dicembre nel nord del paese dalle forze armate ugandesi contro i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (ERS), è stata pianificata e finanziata dal Comando Africom di Stoccarda (Germania). L’intervento contro le basi realizzate all’interno del parco nazionale di Garamba, sarebbe stato del tutto fallimentare: le milizie, uscite illese dai bombardamenti, si sarebbero poi vendicate contro la popolazione civile, massacrando più di 900 persone, in buona parte donne e bambini.
Stando al New York Times, la richiesta di appoggio al blitz contro le bande controllate da Joseph Kony, è stata fatta nell’autunno 2008 dal governo dell’Uganda all’ambasciata USA di Kampala. Il mese successivo sarebbe giunta l’autorizzazione personale del presidente George W. Bush. Diciassette consiglieri ed analisti militari sono stati così inviati in Uganda dal Comando di Africom “per lavorare a stretto contatto con gli ufficiali locali, fornendo un milione di dollari di rifornimenti, intelligence e riprese satellitari” sui luoghi in cui si nascondevano i miliziani dell’ERS. I consiglieri statunitensi avrebbero pure contribuito a pianificare le operazioni di bombardamento degli accampamenti in Congo, e il contemporaneo intervento via terra di oltre 6.000 militari delle forze armate di Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
Secondo quanto dichiarato al New York Times da un anonimo ufficiale USA, il 13 dicembre, giorno prima dell’attacco, alcuni militari statunitensi si sarebbero trasferiti in un sito protetto al confine tra Uganda e Congo per un “meeting finale di coordinamento” con il comando delle forze armate ugandesi, “senza tuttavia partecipare direttamente alle operazioni di combattimento”. “Una densa nebbia ritardò l’attacco di alcune ore, e si perse l’effetto sorpresa”, ha aggiunto l’ufficiale. “Quando gli elicotteri ugandesi bombardarono il rifugio di Mr. Kony, questo era vuoto. Le forze terrestri penetrarono diverse miglia nella foresta, ma arrivarono parecchi giorni e trovarono solo un paio di telefoni satellitari e alcuni fucili”.
Il governo di Kampala ha tuttavia presentato l’offensiva di dicembre come un grande successo, attribuendosi la distruzione del centro di controllo e dei magazzini dell’ERS, la morte di parecchi ribelli e finanche il riscatto di un centinaio di bambini soldato. Una versione che oggi si scopre del tutto falsa ma soprattutto omissiva delle gravissime negligenze delle truppe ugandesi e congolesi, che avrebbero così abbandonato la popolazione ad una feroce rappresaglia degli uomini di Joseph Kony. “I militari hanno fatto assai poco per proteggere i villaggi vicini”, hanno denunciato i rappresentanti di alcune organizzazioni non governative congolesi. “Le truppe hanno fallito nell’isolare le vie di fuga e non hanno inviato soldati in molte cittadine vicine dove i ribelli massacravano gli abitanti. Intanto i leader ribelli sono fuggiti mentre i loro combattenti, divisisi in piccoli gruppi, hanno continuato a saccheggiare villaggio dopo villaggio nel nord-est del Congo, facendo a pezzi, bruciando e bastonando a morte chiunque incontrassero”. Testimoni oculari raccontano che i miliziani hanno sequestrato centinaia di bambini. Nell’area compresa tra le città di Doruma, Tomati e Faradje sono stati denunciati casi di stupri su bambine di 10 anni d’età e l’incendio di centinaia di abitazioni. Stime ufficiali parlano di oltre 900 vittime.
Mostrando un certo cinismo, gli ufficiali statunitensi intervistati dal New York Times, hanno ammesso che l’operazione militare è stata “poco pianificata e poveramente realizzata”. “Noi avevamo detto ai nostri partner di prendere in considerazione una serie di suggerimenti ed alternative – hanno aggiunto – ma le loro scelte erano le loro scelte. Alla fine, questa non era una nostra operazione”. Una dichiarazione di auto-assoluzione analoga a quella utilizzata dal Comando di MONUC, la missione delle Nazioni Unite in Congo, anch’essa incapace di difendere la popolazione dai massacri degli uomini al soldo di Joseph Kony. Solo che nel caso di MONUC, la condivisione dell’operazione non è stata rinnegata. Il 15 ottobre 2008, quando le forze terrestri dell’Uganda si stavano concentrando alla frontiera con il Congo, il capo della missione internazionale di paecekeeping, colonnello Jean-Paul Dietrich, aveva pubblicamente offerto il “supporto logistico” della missione ONU per “questa operazione di contenimento dei ribelli dell’ERS”.
I militari USA sono presenti in Uganda da più di un decennio, contribuendo all’addestramento, alla fornitura di armamenti e all’equipaggiamento pesante delle forze armate nazionali. Nel 1996, uno squadrone VP-16 dell’US Navy di stanza a Sigonella aveva dislocato a Kampala i suoi aerei di riconoscimento P3C-Orion per raccogliere e smistare informazioni al Tactical Support Center della base siciliana, relative ai “profughi e ai rifugiati presenti al confine con lo Zaire”, come al tempo si chiamava la Repubblica Democratica del Congo. Qualche anno più tardi fu inviato in Uganda anche un contingente della 35^ Brigata di Artiglieria Aerea USA che operava presso la base di Suwon, Corea del Sud.
Dopo l’11 settembre 2001, le forze armate ugandesi hanno partecipato a numerose esercitazioni “anti-terrorismo” in Corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi, sotto il comando della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la task force che gli Stati Uniti hanno attivato presso la base di Camp Lemonier, Gibuti. A partire dal gennaio 2007, alcuni reparti d’elite si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda, operando congiuntamente con i militari locali contro l’Esercito di Resistenza del Signore. È stata accertata la presenza di uomini dell’US Army Corps of Engineers e dell’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania ed Aviano, Pordenone.
Il 9 aprile 2008, il generale William “Kip” Ward, comandante in capo di Africom, giungeva all’aeroporto di Entebbe, una delle maggiori basi operative USA in Africa, per una visita di tre giorni ai reparti militari dislocati in Uganda. Il 10 aprile, Ward si trasferiva nel distretto settentrionale di Gulu per incontrare il personale militare della Combined Joint Task Force-Horn of Africa in un accampamento utilizzato anche dal personale dell’Agenzia per lo Sviluppo statunitense USAID. Il giorno successivo il Comandante di Africom partecipava ad un incontro con 200 cadetti del college ugandese di Jinja. Tra gli istruttori di questo istituto di formazione alla guerra, alcuni ufficiali della task force che gli USA hanno installato a Gibuti e i professori del Naval War College (NWC) di Newport, Rhode Island.

Militari e mercenari in partnership contro i pirati somali

Antonio Mazzeo

[CARTA – 19 Gennaio 2009]

A conclusione di un meeting a porte chiuse nella sede delle Nazioni Unite, a New York, 24 nazioni e 5 organizzazioni internazionali hanno dato vita al «Gruppo di Contatto sulla Pirateria» [CGP] per «coordinare e rafforzare l’impegno comune» contro i «pirati» nelle acque, nei cieli e all’interno del territorio della Somalia. A presiedere il nuovo organismo sono stati chiamati gli Stati uniti d’America; ne fanno parte il Segretariato dell’Onu, l’International maritime organization, la Nato, l’Unione africana, l’Unione europea, l’esautorato Governo di transizione nazionale della Somalia, Arabia saudita, Australia, Cina, Corea del sud, Danimarca, Egitto, Emirati arabi uniti, Francia, Germania, Giappone, Gibuti, Gran Bretagna, Grecia, India, Kenya, Olanda, Oman, Russia, Spagna, Turchia, Yemen e…. l’Italia, paese che per la missione antipirateria ha destinato 8,7 milioni di euro.
In una breve nota a firma del vicesegretario di stato Usa per gli affari politico-militari, Mark T. Kimmitt, vengono anticipate alcune delle finalità del composito Gruppo di contatto per la Somalia: «miglioramento del supporto operativo e d’intelligence per le azioni anti-pirateria; rafforzamento delle strutture giuridiche per l’arresto, l’incriminazione e la detenzione dei pirati; potenziamento delle capacita di auto-difesa della navi commerciali; contrasto delle operazioni finanziarie illegali». Obiettivi che lasciano intendere che sia pronto per il Corno d’Africa un intervento in larga scala in cui le azioni armate si alterneranno alle «extraordinay renditions», le deportazioni illegali di prigionieri realizzate nei conflitti di Afghanistan ed Iraq.
Il summit semiclandestino al palazzo di Vetro segue l’attivazione di una flotta aeronavale che centralizzerà gli interventi anti-pirateria nel Golfo di Aden, Mar Rosso e Oceano Indiano [la «Combined Task Force 151 – CTF-151»]. Si tratta di una forza multinazionale sotto il comando Usa, a cui hanno dato la propria adesione le marine militari di venti paesi, in buona parte gli stessi che compongono il contact group anti-pirati. L’area geografica è la stessa in cui Washington ha promesso al governo israeliano di estendere i pattugliamenti e le operazioni d’intelligence «per impedire i rifornimenti di armi ad Hamas, nella striscia di Gaza e Libano».
Le acque della Somalia sono attualmente presidiate da una cinquantina di navi da guerra dotate di sofisticati sistemi missilistici ed elicotteri, battenti bandiera dell’Unione europea, degli Stati uniti d’America e di altre potenze nucleari come Cina, Iran e Russia. L’egemonia militare di Washington non è pero assolutamente in discussione. Secondo quanto annunciato a Nairobi dal generale William Kip Ward, a capo del Comando americano per le operazioni in Africa [Africom], «gli Stati uniti sono pronti a fornire assistenza ed addestramento agli eserciti africani nella lotta contro un crimine internazionale come la pirateria». Contro gli attacchi alle navi mercantili e alle petroliere, il Pentagono ha pure assegnato diverse unità della US Coast Guard per il pattugliamento dei mari e l’addestramento delle marine di 20 paesi della regione.
Nonostante l’incomparabile potenza di fuoco schierata in Somalia, gli strateghi di guerra Usa hanno richiesto alle compagnie di navigazione commerciale e crocieristiche di collaborare direttamente, adottando «misure minime d’intelligence e prevenzione», quali l’uso di «tecnologie non letali come sistemi di sorveglianza ed allarme, sistemi anti-abbordaggio come cannoni ad acqua e fili elettrici, e apparecchiature acustiche che generano rumori dolorosi a lungo raggio a lungo raggio». Il Pentagono ritiene che le compagnie potrebbero risolvere molti dei loro problemi con i pirati, se assumessero guardie «leggermente» armate a difesa di merci e petrolio, esattamente come già fa da diverso tempo la «East India Company».
I suggerimenti sono stati apprezzati dalle maggiori compagnie statunitensi di sicurezza privata. Appena qualche giorno dopo l’insediamento a Stoccarda [Germania] del quartier generale di Africom [1 ottobre 2008], la famigerata «Blackwater Worldwide», protagonista del massacro di 17 civili a Baghdad nel settembre del 2007, ha offerto uomini e mezzi per assistere le società di navigazione in transito nel Golfo di Aden. In particolare, la Blackwater ha acquistato una vecchia nave dalla «National oceanographic and atmospheric administration», la McArthur, che ha poi ristrutturato ed armato con cannoni navali ed elicotteri lanciamissili. «Abbiamo contattato diversi proprietari di navi che sappiamo aver bisogno del nostro aiuto per proteggere i loro carichi e far sì che giungano felicemente a destinazione», ha spiegato Bill Matthews, vice presidente esecutivo di Blackwater Worldwide [il vicepresidente generale è tale Cofer Black, direttore del Centro Anti-Terrorismo della CIA nel settembre 2001].
«La McArthur è un’unità navale multi-scopo progettata per sostenere in qualsiasi parte del mondo le operazioni militari, di rafforzamento della legalità e peacekeeping», ha aggiunto Matthews. «Con un equipaggio di 55 uomini, bene addestrati ed armati, la McArthur può essere perfettamente utilizzata per scortare le navi cargo private nel Golfo di Aden». Per la lotta ai pirati, la Blackwater ha pure offerto piloti, sofisticate attrezzature tecnologiche, servizi di manutenzione, aerei da guerra e velivoli-spia senza pilota. Secondo la pagina web della corporation, è stata pure programmato l’acquisto di alcuni caccia «Super Tucano», prodotti dall’impresa brasiliana «Embraer».
La Hollowpoint protective services, Mississippi, società emergente nel firmamento dei contractor Usa, punta ad un ampio ventaglio di servizi, a partire dalle «analisi sui rischi e le potenzialità dei pirati», l’«implementazione di piani per prevenire gli attacchi», l’«addestramento del personale dalle compagnie di navigazione», la «protezione delle unità sin dalla loro partenza» e finanche la «conduzione di negoziati con i pirati per assicurare il rilascio delle navi e degli ostaggi sequestrati».
Alla crociata internazionale contro la pirateria chiedono di partecipare, ovviamente, altri due colossi della sicurezza privata made in USA, la Halliburton Co., [di cui è azionista l’ex vice-presidente Richard Bruce «Dick» Cheney] e la DynCorp International. Le due corporation sono attive da alcuni anni nel caldissimo scenario geo-strategico del Corno d’Africa. La KBR Inc., società interamente controllata dalla Halliburton, è stata utilizzata dal Pentagono per la fornitura dei servizi di protezione delle basi utilizzate a Gibuti, Kenya ed Etiopia dalla U.S. Combined Joint Task Force-Horn of Africa [la forza di «pronto intervento Usa di 2 mila uomini nel Corno d’Africa].
Mercenari della DynCorp, hanno invece addestrato, equipaggiato e sostenuto logisticamente la fallimentare «missione di pace» dell’Unione africana in Somalia, realizzata con militari etiopi ed ugandesi. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli militari da destinare alla «peacekeeping force», e la movimentazione dei mezzi e del personale africano. Il Pentagono ha sottoscritto con DynCorp un altro contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle «operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping» di alcuni importanti partner regionali [principalmente Etiopia e Liberia].
«Siamo una compagnia in grado di fornire rapidamente i nostri servizi in qualsiasi parte del continente, dalla logistica alle missioni di peacekeeping, all’addestramento specifico delle forze armate locali per migliorare le loro capacità d’intervento aereo e terrestre, al lavoro congiunto con l’organizzazione regionale per prevenire e risolvere i conflitti», ha dichiarato il vicepresidente esecutivo di DynCorp, Anthony Zinni, già generale del Corpo dei Marines ed ex Comandante dell’Us central command [Centcom] con sede a Tampa, Florida.
Grande conoscitore della Somalia [l’ex militare è stato il direttore operativo per della disastrosa «Restor Hope» del biennio 1992-93], Zinni è uno dei più convinti sostenitori di Africom, nonché grande amico del comandante per le operazioni militari nel continente, generale William Kip Ward. «Abbiamo la necessità d’ingaggiare le nazioni africane in un paritario campo di gioco», ha esordito Anthony Zinni, intervenendo alla Conferenza sulle Infrastrutture Usa-Africa, che si è tenuta a Washington l’8 ottobre 2007. «L’Africa sta progressivamente crescendo in importanza a livello mondiale, sia in termini di sicurezza che in termini economici. La decisione di unificare in un unico comando gli interventi nel continente, risponde concretamente a questo trend. La decisione del Congresso di destinare ad Africom appena 250 milioni di dollari è però mero alimento per polli. È un grave elemento di frustrazione e danneggia pesantemente l’immagine del comando». E disattende certamente le attese di guadagno dei mercanti di morte…

Contro i pirati, aerei USA alle Seychelles. Li controlla Sigonella (s.d.)

di Antonio Mazzeo (post-agosto 2009)

L´amministrazione Obama potenzia ulteriormente il dispositivo militare per combattere la pirateria marittima a largo delle coste dell´Africa orientale. Tre aerei P-3 Orion e 112 militari in forza al VP-26 “Tridents”, lo squadrone dell´US Navy con base a Maine, sono stati trasferiti nell´aeroporto internazionale di Mahe, Seychelles. Gli Orion opereranno congiuntamente ai velivoli senza pilota UAV “MQ-9 Reaper” che il Comando navale statunitense per l´Europa e l´Africa NAVEUR NAVAF (con sede a Napoli) ha trasferito nell´arcipelago qualche mese per eseguire missioni d´intelligence, sorveglianza e riconoscimento delle imbarcazioni dei pirati. I velivoli P-3 Orion sono stati messi a disposizione di Africom, il Comando delle forze armate statunitensi per il continente africano, ma la pianificazione e il coordinamento delle operazioni sono stati assegnati alla Combined Task Force (CTF) 67 di Sigonella (Sicilia) che dirige le forze aeree della Marina USA nel Mediterraneo.
L´utilizzo in Corno d´Africa degli aerei da pattugliamento dell´US Navy è stato pianificato dal Pentagono da diverso tempo. Nell´agosto del 2009, un P-3 Orion di stanza nella grande base aeronavale siciliana aveva effettuato dei test operativi a Mahe, congiuntamente al dislocamento degli UAV “Reaper” e di 75 tra tecnici e militari preposti al loro funzionamento. “I velivoli P-3 Orion alle Seychelles possono assicurare la copertura di una vasta aerea marittima”, ha dichiarato John Moore, comandante del CTF-67. “Hanno un´autonomia di volo che può arrivare alle otto ore e saranno utilizzati a tempo indeterminato ed esclusivamente per missioni anti-pirateria”. Per l´occasione, il VP-26 “Tridents” dell´US Navy ha modificato le insegne degli aerei rischiarati nell´Oceano indiano: i tradizionali siluri che sormontano l´emblema del gruppo di volo sono stati sovrapposti a forma di X, assumendo il tetro aspetto della bandiera
con il teschio degli antichi pirati dei Carabi.
Gli aerei P-3 Orion, progettati e prodotti dall´industria Lockheed per pattugliare i mari ed intervenire nella guerra contro navi e sottomarini, a partire dagli anni `90 sono stati orientati sempre più alle attività d´intelligence e riconoscimento e alla cosiddetta “lotta al terrorismo”. Per la loro versatilità, sono usati a supporto delle forze terrestri USA e NATO in Iraq ed Afghanistan e in missioni di “sorveglianza” del Mediterraneo, del Golfo Persico e dell´Africa orientale, sempre sotto il controllo del CTF-67 di Sigonella. La definizione di “aerei-spia” non è però del tutto appropriata per gli Orion. Essi sono infatti veri e propri famigerati strumenti di guerra e con duplice capacità, convenzionale e nucleare. Possono imbarcare siluri “Mark 46” e “Mark 50”, missili AGM-84 “Harpoon” e AGM-65 “Maverick”, cannoni da 127 mm, mine antinavali, bombe a caduta libera.
L´utilizzo di questi aerei per contenere i tentativi di sequestro di unità mercantili e petroliere in rotta nel Golfo di Aden e nell´Oceano indiano, non è nuovo. A partire dell´autunno 2008, l´aeronautica militare spagnola ha dislocato un imprecisato numero di P-3 Orion a sostegno della crociata internazionale contro la pirateria che vede impegnate una trentina di navi da guerra di Stati Uniti, NATO, Unione europea, Cina, Russia, India, Giappone e di alcuni paesi mediorientali. Una dispendiosissima campagna autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che non è stata in grado però di ridurre gli assalti. Al contrario, il 2009 si è concluso registrando un record nel numero degli arrembaggi e dei sequestri navali nelle acque dell´Africa orientale. Secondo il Centro di studio sulla pirateria dell´International Maritime Bureau, lo scorso anno sono state attaccate 214 grandi imbarcazioni, 47 delle quali sono finite in mano agli
assalitori. L´anno prima, sempre secondo l´International Maritime Buerau, gli assalti erano stati 111, il 200% in più del 2007. Una evidente escalation, dunque, che testimonia il fallimento delle strategie d´interventismo militare contro un fenomeno dalle profonde radici sociali, politiche ed economiche. Washington però non sembra aver compreso la lezione e rilancia l´offensiva anti-pirati a suon di P-3 Orion e velivoli senza pilota.

Under the guise of humanitarian intervention
Africom’s Covert War in Sudan

11/3/2009
by Keith Harmon Snow

http://www.dissidentvoice.org/
e http://www.voltairenet.org/article159258.html

Sudan holds important oil reserves in its South, becoming the focus of growing competition for influence between the US and China, the leading recipient of Sudanese oil. The US has responded to China’s growing influence in Africa with the formation of the United States Africa Command, or AFRICOM, in 2008. There are many indications that the Obama administration is poised to take an even more aggressive stance toward Sudan than the previous administration. Taken in this context, the war crimes charges against Sudanese President Bashir would appear to be an intensified push by the US and other imperialist powers for domination of energy-rich parts of the African continent.

On 4 March 2009 the ICC prosecutors announced that they were at last issuing the long-threatened but first ever indictments against a sitting head of state, Omar al-Bashir, the Arab President of Sudan. Meanwhile, Somali ‘pirates’ off East Africa recently freed a Ukrainian ship with a Panamanian registration, a Ukrainian crew and flag of Belize. The freighter carried tanks, rockets and munitions destined for Darfur, and is owned by an Israeli ‘businessman’ and reputed MOSSAD operative named Vadim Alperin.It is difficult to make sense of the war in Darfur — especially when people see it as a one-sided “genocide” of Arabs against blacks that is being committed by the Bashir ‘regime’ — but such is the establishment propaganda. The real story is much more expansive, more complex, and it revolves around some relatively unknown but shady characters. What follows is a short and imperfect summary of some of the deeper geopolitical realities behind the struggle for Sudan.THE POLITICS OF WAR CRIMESFirst note that the ICC can now be viewed as a tool of hegemonic U.S. foreign policy, where the weapons deployed by the U.S. and its allies include the accusations of, and indictments for, human rights violations, war crimes and crimes against humanity. To understand this, we can ask why no white man has yet been charged with these or other offenses at the ICC, which now holds five black African “warlords” and seeks to incarcerate and bring to trial another black man, also an Arab, Omar Bashir. Why hasn’t George W. Bush been indicted? Or what about Donald Rumsfeld? Dick Cheney? Henry Kissinger? Ehud Olmert? Tony Blair? Vadim Alperin? John Bredenkamp?

Following on the heels of the announcement that the ICC handed down seven war crimes charges against al-Bashir, a story broadcast over all the Western media system and into every American living room by day’s end, President al-Bashir ordered the expulsion of ten international non-governmental organizations (NGOs) operating in Darfur under the pretense of being purely ‘humanitarian’ organizations.

President al-Bashir

What has not been reported anywhere in the English press is that the United States of America has just stepped up its ongoing war for control of Sudan and her resources: petroleum, copper, gold, uranium, fertile plantation lands for sugar and gum Arabic (essential to Coke, Pepsi and Ben & Jerry’s ice cream). This war has been playing out on the ground in Darfur through so-called ‘humanitarian’ NGOs, private military companies, ‘peacekeeping’ operations and covert military operations backed by the U.S. and its closest allies.

However, the U.S. war for Sudan has always revolved around ‘humanitarian’ operations — purportedly neutral and presumably concerned only about protecting innocent human lives — that often provide cover for clandestine destabilizing activities and interventions.

Americans need to recognize that the Administration of President Barack Obama has begun to step up the war for control of Sudan in keeping with the permanent warfare agenda of both Republicans and Democrats. The current destabilization of Sudan mirrors the illegal covert guerrilla war carried out in Rwanda — also launched and supplied from Uganda — from October 1990 to July 1994. The Rwandan Defense Forces (then called the Rwandan Patriotic Army) led by Major General Paul Kagame achieved the U.S. objective of a coup d’etat in Rwanda through that campaign, and President Kagame has been a key interlocutor in the covert warfare underway in Darfur, Sudan.

During the Presidency of George W. Bush, the U.S. Government was involved with the intelligence apparatus of the Government of Sudan (GoS). At the same time, other U.S. political and corporate factions were pressing for a declaration of genocide against the GoS. Now, given the shift of power and the appointment of top Clinton officials formerly involved in covert operations in Rwanda, Uganda, Congo and Sudan during the Clinton years, pressure has been applied to heighten the campaign to destabilize the GoS, portrayed as a ‘terrorist’ Arab regime, but an entity operating outside the U.S.-controlled banking system. The former campaign saw overt military action with the U.S. military missile attacks against the Al-Shifa Pharmaceutical factory in Sudan (1998); this was an international war crime by the Clinton Administration and it involved officials now in power.

The complex geopolitical struggle to control Sudan manifests through the flashpoint war for Darfur and it involves such diverse factions as the Lord’s Resistance Army, backed by Khartoum, which is also connected to the wars in the Congo and northern Uganda. Chad is involved, Eritrea and Ethiopia, Germany, the Central African Republic, Libya, France, Israel, China, Taiwan, South Africa and Rwanda. There are U.S. special forces on the ground in the frontline states of Chad, Uganda, Ethiopia, Kenya, and the big questions are: [1] How many of the killings are being committed by U.S. proxy forces and blamed on al-Bashir and the GoS? And [2] who funds, arms and trains the rebel insurgents

UNITED STATES AGENCY FOR INTERNATIONAL DEVASTATION

Rebels? Insurgents? The drumbeat of western propaganda portrays the conflict as a one-sided affair: a “genocidal counter-insurgency by the GoS” — in the words of Eric Reeves — versus the good Samaritans of the ‘humanitarian’ NGO community . . . and throw in a few (non-descript) rebels.

“Sudan ordered at least 10 humanitarian groups expelled from Darfur on Wednesday after the International Criminal Court issued an arrest warrant for the country’s president,” wrote Associated Press reporter Ellen M. Lederer. “Secretary-General Ban Ki-moon said the action ‘represents a serious setback to lifesaving operations in Darfur’ and urged Sudan to reverse its decision, U.N. deputy spokeswoman Marie Okabe said.”

However, when Ban Ki-moon met with Rwandan strongman Paul Kagame recently, he never called for Kagame’s arrest, no matter the findings of two international courts of law that have issued indictments against top RPA officials. Instead Ban Ki-moon praised Kagame and called for African countries to hunt down and arrest Hutu people purportedly involved in the now specious ‘genocide’ in Rwanda in 1994.

Paul Kagame

The non-governmental aid groups ordered out of Darfur by President al-Bashir on March 4 were Oxfam, CARE, MSF-Holland, Mercy Corps, Save the Children, the Norwegian Refugee Council, the International Rescue Committee, Action Contre la Faim, Solidarites and CHF International.

Of course, the western media is all over the expulsion of any big ‘humanitarian’ moneymaker from Darfur — the moral outrage is so thick you can almost wipe it. The NGOs and the press that peddles their images of suffering babes complain that hundreds of thousands of innocent refugees will now be subjected to massive unassisted suffering — as opposed to the assisted suffering they previously faced — but never asks with any serious and honest zeal, why and how the displaced persons and refugees came to be displaced or homeless to begin with. Neither do they ask about all the money, intelligence sharing, deal making, and collaboration with private or governmental military agencies.

Large ‘humanitarian’ NGOs (and ‘conservation’ NGOs) operate as de facto multinational corporations revolving around massive private profits and human suffering. In places like the Democratic Republic of Congo, Uganda and Darfur these NGOs also provide infrastructure, logistical and intelligence collaboration that supports U.S. military and government agendas in the region. Most are aligned with big foundations, corporate sponsors and USAID — itself a close and long-time partner for interventions with AFRICOM and the Pentagon.

Refugees and displaced populations are strategic tools of statecraft and foreign policy, just as ‘humanitarian’ NGOs consistently use food as a weapon and populations as human shields. The history of the U.S. covert war in South Sudan is rich with examples of the SPLA and its ‘humanitarian’ partners, especially Christian ‘charities’, committing such war crimes and crimes against humanity.1

CARE International has received funding from Lockheed Martin Corporation, the world’s largest and most secretive producer of weapons of mass destruction, and both CARE and Save the Children are tied up with weapons and extractive industries in other ways. A peek at the board of directors of Save the Children makes it clear why the U.S. media is so devoid of truth about Darfur. Similarly, the International Rescue Committee does not work with refugees, per se, but serves as a policy and pressure group involved in funneling private profits from the west back to the west. The IRC has also been cited for involvement in military operations in the Democratic Republic of Congo and it has deep ties to people like Henry Kissinger.

The AID (read: misery) industry in Sudan was by the mid-1990s the largest so-called ‘humanitarian’ enterprise on the planet, Operation Lifeline Sudan (OLS) — a form of managed inequality and a temporary and mobile economy of white privilege, adventurism and, of course, good will (sic). The misery industry shifted its focus from South Sudan to Darfur after a pseudo peace ‘treaty’ was organized to end the decades old war between the SPLA and GoS; the U.S. and Israel backed the SPLA from 1990 onward, and continue to do so at present. The result of more than 12 years of illegal U.S. covert low-intensity warfare in Sudan resulted in the creation of the independent and sovereign state of South Sudan in circa 2005 — a state dominated by Jewish and Christian faith-based interests and western multinational corporations.

Much of the AID infrastructure in Sudan has at one time or another been used as a weapon through the use of human shields, food deliveries to refugee populations inseparable from insurgents, and shipments of weapons by ‘humanitarian’ NGOs. This is both incidental and deliberate policy. Christian ‘relief’ NGOs played a huge role in supporting the covert western insurgency in South Sudan. One notable ‘humanitarian’ NGO involved in weapons deliveries was the Norwegian People’s Aid (known affectionately in the field as the Norwegian People’s Army).

In Darfur, Sudan, the U.S. government agenda is to win control of natural resources and leverage the Arab government into a corner and, at last, establish a more ‘friendly’ government that will suit the corporate interests of the United States, Canada, Europe, Australia and Israel.

Several major think tanks — read: propaganda, lobbying and pressure — behind the destabilization of Sudan include the Foundation for the Defense of Democracy, Center for American Progress, Center for Security Policy, International Rescue Committee and International Crises Group. Individuals from seemingly diverse positions of the political and ideological spectrum run these organizations, which are ultra-nationalist capitalist organizations bent on global military-economic domination.

The former Clinton officials most heavily focused on the destabilization of Sudan include: Susan Rice, Madeleine Albright, Roger Winter, Prudence Bushnell, Hillary Clinton, John Podesta, Anthony Lake and John Prendergast. Carr Center for Human Rights co-founder Samantha Power, now on the Obama National Security Council, has helped to whitewash clandestine U.S. involvement in Sudan.

John Prendergast has continued to peddle disinformation disguised as policy and human rights concerns through the International Crisis Group (ICG), and through its many clone organizations like ENOUGH, ONE and RAISE HOPE FOR CONGO. Prendergast has been a pivotal agent behind the hi-jacking of U.S. public concern and action through the disingenuous (and discredited) SAVE DARFUR movement.

Other notable agents of disinformation on Sudan include Alex de Waal and Smith College Professor Eric Reeves. It is through these and other conduits to the corporate U.S. media that the story of ‘genocide’ in Sudan is cast as an Africa-Arab affair devoid of western interests.

In 1992, human rights researchers Rakiya Omaar and Alex de Waal established the London-based NGO African Rights. In August 1995, African Rights published Rwanda: Death, Despair and Defiance, one of many pivotal ‘human rights’ reports that falsely represented events in Rwanda, set the stage for victor’s justice at the International Criminal Tribunal on Rwanda, and began the process of dehumanizing millions of Hutu people and protecting the true terrorists: Yoweri Museveni, Paul Kagame, the Rwandan Patriotic Army, and their western backers.

THE MAN FOR A NEW SUDAN

The pivotal intelligence asset working on the ground in Sudan to destabilize and overthrow the Government of Sudan (GoS) is Roger Winter, profiled very disingenuously in the seven-page New York Times Magazine feature story of 15 June 2008.

Interestingly, “The Man For A New Sudan” story, an establishment whitewash of the involvement of the U.S. military-intelligence establishment in Sudan, was written by Eliza Griswold, a ‘Fellow’ with the New America Foundation, a left-leaning think tank and pressure group with a very confused ideological but nationalist-militaristic position. (The NAF is obviously dependent on U.S. foundation funding, and it reveals no apparent policy formulations of substance on the Great Lakes or Horn of Africa, conflicts for which they remain completely silent).

“When Roger Winter’s single-engine Cessna Caravan touched down near the Sudanese town of Abyei on Easter morning, a crowd of desperate men swamped the plane,” Griswold wrote. “Some came running over the rough red airstrip. Others crammed into a microbus that barreled toward the 65-year-old Winter as he climbed down the plane’s silver ladder. Some Sudanese call Winter ‘uncle’; others call him ‘commander’.”

Winter’s special post at the State Department was created specifically for him and his ‘work’ in Sudan. Why do Sudanese people in South Sudan call Roger Winter ‘commander’?

Roger Winter is the primary conduit for the ongoing covert destabilization of Sudan. His operations are run primarily out of Uganda, with the terrorist government of Yoweri Museveni providing support through the Uganda People’s Defense Forces (UPDF) alliance with the Sudan People’s Liberation Army (SPLA).

The SPLA is the de facto backbone of the Sudan Liberation Army, one of the main so-called ‘rebel’ factions involved in Darfur; the SPLA provides military and logistics support to Uganda from the Pentagon through unknown channels, but most likely involving the nearby Pentagon client states of Ethiopia, Kenya, Tanzania, Chad and Eritrea.

The primary Ugandan agents supporting the U.S. war in Darfur have always been, and remain, Brigadier General James Kazini, a nephew of Ugandan dictator Museveni and the chief of staff of the Ugandan People’s Defense Forces (UPDF); General Salim Saleh, half-brother of Museveni; and President Yoweri Museveni himself.

One of the main protagonists in the Darfur conflict is the current military regime in Rwanda, whose troops have been involved in Darfur under the guise of an ‘independent’ and ‘peacekeeping’ operation under the African Union ‘peacekeeping’ umbrella — backed by NATO and private military companies.

Little known and widely misunderstood is the role of the United States and its proxies, the UPDF and the RPA, in committing massive crimes against humanity, war crimes and genocide during the Rwandan conflagration from 1990 to 1994. Prior to the RPA invasion of Rwanda (from Uganda) in October 1990, the RPA and Rwandan Tutsi Diaspora had publications like Impuruza published in the United States between 1984 and 1994 (when the RPA achieved the coup d’etat against Rwandan President Habyarimana). Tutsi refugees joined Roger Winter, who was at the time the Director of the United States Committee for Refugees, to help fund the publication. The editor, Alexander Kimenyi, is a Rwandan national and a professor at California State University. Like most RPA publications Impuruza circulated clandestinely in Rwanda amongst Hutu and Tutsi elite and it peddled a genocidal ideology against Hutu people.

The Association of Banyarwanda in Diaspora USA, assisted by Roger Winter, organized the International Conference on the Status of Banyarwanda [Tutsi] Refugees in Washington, DC in 1988, and this is where a military solution to the Tutsi problem was chosen. The U.S. Committee for Refugees reportedly provided accommodation and transportation.

THE DEVIL CAME IN A HELIOCOPTER

Roger Winter was one of the primary architects of the RPA guerrilla war, organized from Washington in 1989, that has led to the loss of more than ten or twelve million lives in the Great Lakes of Africa since 1990. Winter acted as a spokesman for the RPF and their allies, and he appeared as a guest on major U.S. television networks such as PBS and CNN. New Yorker writer Philip Gourevitch and Roger Winter made contacts on behalf of the RPA with American media, particularly the Washington Post, New York Times and Time magazine.

Roger Winter moved through Rwanda during the RPA invasion and worked the front lines of the covert war as a key Pentagon and U.S. State Department asset in collaboration with the Kagame-RPA operation of terror. From 1990 to 1994, Winter traveled back and forth from the RPA-controlled zone to Washington D.C., where he briefed and coordinated activities and support with U.S. military, intelligence and government officials.

Roger Winter is intimate with USAID, and is a long-time ally of Susan Rice, former Assistant Secretary of State on African Affairs (1997-2001), Special Assistant to President Clinton (1995-1997), and National Security Council insider (1993-1997). Susan Rice is the Obama Administration’s Ambassador to the United Nations and staunch enemy of Omar al-Bashir.

Roger Winter is also a staunch supporter of U.S. Rep. Donald Payne, one of the leading U.S. Democrats pressing for action to “stop genocide” in Darfur, Sudan. Payne sponsored the Darfur Genocide Accountability Act and was arrested in June 2001, along with John Eibner, director of Christian Solidarity International, for protesting against the GoS.

Christian Solidarity International has a very subversive relationship to ‘peace’ and ‘religion’ in Sudan, and they have been one of the front-runner organizations peddling the accusations of slavery by the al-Bashir government, in particular, a highly contested and controversial issue generally inflated and manipulated by fundamentalist Jewish and Christian NGOs and missionary organizations, like Christian Solidarity International, Samaritan’s Purse, Servant’s Heart, and Freedom Quest International, that operate in Sudan.

“Roger Winter was the chief logistic boss for [RPA] Tutsis as early as mid-1990,” says Ugandan human rights expert Remigius Kintu, “and until their victory in 1994 they were operating from 1,717 Massachusetts Avenue NW in Washington, D.C. Roger Winter told a [name deleted] South Sudanese exile at the time [1994]: ‘I have now stabilized Rwanda and will turn my full attention to Sudan.’ Winter subsequently closed up shop in Rwanda and based himself in Kampala working on Sudan. A few years later, Darfur exploded and with Winter’s manipulations, Rwanda was the first to send troops into that troubled area. From my sources, the Rwanda Defense Forces [working under the African Union umbrella] have killed civilians and brought in their media experts to pile the blame on Sudanese government troops.”

This is exactly what the Kagame and Museveni terror apparatus has done in Uganda, Rwanda and the Democratic Republic of Congo. Much of the terror operations of the UPDF/RPF in Rwanda in the 1990s were covered up by Human Rights Watch experts Alison Des Forges (d. February 2009) and Timothy Longman, Associate Prof. of Africana Studies and Political Science at Vassar College.

Similarly, throughout the long war in south Sudan, and now in Darfur, the atrocities committed by the U.S.-backed factions were/are downplayed, dismissed or ignored, while those committed by competing factions are amplified and spotlighted. Also, following the pattern of UPDF and RPA criminal activities — such as massacres committed under disguise and/or attributed to the ‘enemy’ — for which there is now a long history of documentation, and given the lack of any true independent evaluation, there is no telling who actually committed the massacres always blamed on the GoS or ‘Janjaweed’ militias.

One Sudanese professional from the south told me recently that it was not the Government of Sudan but rather the UPDF and SPLA who were arming the Janjaweed — the so-called Arab militias accused of wanton killing in an Arab-against-Black genocide. (This Arab-on-black genocide has been widely discredited.

Professor Timothy Longman and Alison Des Forges co-produced the fat treatise on ‘genocide’ in Rwanda, Leave None to Tell the Story, published in 1999. Longman and Des Forges produced numerous documents, based on field investigations in Congo (Zaire), Rwanda and Burundi, from 1995 to 2008, touted as independent and unbiased human rights reports but always skewed by hidden interests. Both Longman and Des Forges had relationships with the U.S. Department of State, National Security Council and Pentagon, both were regular consultants with USAID, and they certainly worked with Roger Winter, the Pentagon’s secret weapon in Sudan.

On 25 September 2008, a Ukrainian freighter was seized by ‘pirates’ off the coast of Somalia and was held until a ransom of $3.2 million was paid on 5 February 2009. (Somali fishermen disenfranchised by international dumping of toxic [and possibly nuclear] wastes off Somalia are labeled ‘pirates’ when they fight for their rights and freedoms.) The MV Faina is registered in Belize, owned by a company registered in Panama and piloted by Ukrainians. The MV Faina carried 33 Soviet T-72 battle tanks, grenade-launchers, anti-aircraft guns and ammunition en route to Mombassa, Kenya, the Pentagon’s primary base on the east coast of Africa.

The U.S. Navy’s 5th Fleet monitored the Ukrainian ship during the four-month standoff, with the MV Faina pinned down by at least six U.S. and four European warships. The ship’s owner is Israeli national Vadim Alperin (alias Vadim Oltrena Alperin), said to be a MOSSAD agent involved with clandestine activities through offshore front companies and money laundering. The ship was unloaded in Mombassa on February 12, and the weapons are destined for Juba, South Sudan.

There are reports that weaponry also included tank munitions heads sporting deadly depleted uranium and that the final recipients are the Israeli-backed Justice and Equality Movement (JEM) ‘rebels’ in Darfur. Sudan has previously accused Israel of supporting ‘rebels’ in the Darfur war. International arms syndicates and dealers routinely transfer ‘Soviet-era’ arms for international organized crime, including covert military operations involving proxy militias and national governments in Sudan, Uganda, Congo, Somalia, Ethiopia, Kenya and Rwanda.

Keith Harmon SnowIndependent journalist, war correspondent and photographer. He has also worked as a genocide investigator and consultant to the United Nations and other international bodies. He has won three Project Censored awards for his Central Africa reportage, is a member of the Asiana Press Agency (http://www.asiana-press-agency.com/), and he also worked in Afghanistan

Africom pianta le tende alle Seychelles

di Antonio Mazzeo – 13 settembre 2009

Il Comando generale delle forze armate per il continente africano, Africom, mobilita uomini e mezzi per proteggere dalla pirateria l´industria turistica delle Seychelles. E a difesa dei turisti a cinque stelle non saranno lesinati i più sofisticati sistemi di guerra. Così, dal prossimo mese di ottobre, un numero imprecisato di velivoli senza pilota UAV “Reaper” sarà trasferito nell´arcipelago che dista più di 1.000 miglia dalle coste dell´Africa meridionale. “Le Seychelles hanno un ruolo è importante per assicurare la libertà di navigazione a beneficio di tutte le nazioni”, ha dichiarato Vince Crawley, portavoce del Comando Africom di Stoccarda. “Sono una piattaforma ideale per osservare i vasti corridoi marittimi dell´Oceano Indiano ed assistere i nostri sforzi contro la pirateria”.
I “Reaper” saranno utilizzati in missioni d´intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Con una lunghezza di 20 metri, questi velivoli possono volare per 30 ore consecutive ad una velocità di oltre 440 chilometri all´ora, con un raggio operativo di 4.800 chilometri. Dotati di sofisticate telecamere e numerosi sensori per captare qualsiasi oggetto si muova nell´oceano, i “Reaper” sono guidati a distanza utilizzando stazioni terrestri e satellitari. Utilizzati per la prima volta nel conflitto afgano, gli MQ-9 “Reaper” dell´US Air Force continuano ad operare dalla base aerea di Kandahar per missioni di spionaggio e attacco con missili e bombe a caduta libera. Il Comando di Africom assicura comunque che i velivoli senza pilota destinati alle Seychelles non saranno armati. “I Reaper saranno ospitati presso l´aeroporto internazionale di Mahe, la capitale”, ha spiegato Vince Crawley. “E saranno in un numero sufficiente per avere costantemente un aereo in volo a copertura del centinaio di isole che compongono l´arcipelago”.
A supporto della missione degli UAV giungeranno a Mahe 75 militari statunitensi. Il Comando per le operazioni navali in Europa ed Africa, “NAVEUR NAVAF”, con sede nella città di Napoli, ha pure deciso di dislocare a tempo indeterminato nelle Seychelles due velivoli da pattugliamento marittimo P-3 Orion, attualmente operativi nelle stazioni aeronavali di Sigonella e Diego Garcia. “Il trasferimento dei nostri P-3 Orion rafforzerà notevolmente la conduzione delle operazioni di sorveglianza delle acque territoriali delle Seychelles da parte degli aeri senza pilota”, ha dichiarato il generale William Ward, comandante di Africom.
La presenza militare USA è stata richiesta dalle autorità governative locali dopo gli attacchi pirati ai danni di alcune imbarcazioni in navigazione tra le isole. Lo scorso mese di aprile, il presidente delle Seychelles, James Michel, aveva interrotto una visita ufficiale in Giappone dopo che due unità nazionali erano state sequestrate a largo delle isole Comoros. Qualche giorno dopo, la nave da crociera MSC “Melody”, in rotta da Durban (Sud Africa) verso Genova con oltre 1.000 passeggeri e 550 membri d´equipaggio, veniva avvicinata da un´imbarcazione pirata che però veniva individuata e prontamente bloccata da una fregata spagnola. “Simili incidenti – ha dichiarato il presidente Michel – sono pericolosi non solo perchè sono atti di terrorismo, ma perchè potrebbero spingere le navi da crociera fuori dalle nostre acque territoriali e ferire gravemente il turismo nazionale”.
La dipendenza del paese dalla valuta straniera è totale. Incapaci di pensare a qualsivoglia forma di sviluppo autocentrato o perlomeno ad una diversificazione delle fonti d´ingresso economico, per le autorità di governo la difesa del turismo di lusso diviene vitale, a costo di accelerare il trasferimento di isole ed isolotti ai privati e dare il via alla militarizzazione USA dell´arcipelago. Già un anno prima della crisi legata ai pirati somali, il tasso di occupazione del settore alberghiero aveva subito una flessione del 60-65 per cento. A favore delle Seychelles è intervenuto il Fondo monetario internazionale con un credito di emergenza, mentre il Club di Parigi ha annullato il 45% di un debito di 215 milioni di euro.
In funzione anti-pirati, le Seychelles hanno dotato la propria Guardia Coste di due moderne imbarcazioni veloci. Hanno inoltre chiesto a diversi paesi di trasferire loro unità militari a presidio delle acque territoriali. L´autorità legislativa ha già approvato un patto di “cooperazione militare” con le forze armate USA, mentre il Dipartimento della Difesa ha stanziato a favore del paese 300.000 dollari per il triennio 2008-2010 nell´ambito del programma di addestramento “IMET International Military Educations and Training”. Consiglieri militari e personale specializzato del “Combined Joint Task Force – Horn of Africa (CJTF-HOA)”, il reparto interforze USA di stanza a Gibuti, operano a fianco dei militari locali sin dal 2005. Nel maggio 2009, gli uomini del Comando Africom di Stoccarda hanno tenuto un ciclo settimanale di conferenze ed incontri con le autorità civili e militari locali in vista del “miglioramento delle procedure di
controllo del traffico aereo” e di un “rafforzamento dell´impegno bilaterale a favore della sicurezza e dell´intelligence e ridurre l´attività criminale nell´Oceano Indiano”. Il mese successivo nei principali porti delle Seychelles hanno fatto una lunga sosta operativa le unità da guerra della Combined Task Force (CTF) 151, la forza multinazionale attivata dal comando della 5^ Flotta USA in Bahrein per pattugliare le acque dell´Oceano Indiano e del Golfo di Aden.
A fianco delle imbarcazioni militari delle Seychelles opera pure da qualche tempo una nave portaelicotteri della Marina indiana, armata di cannoni “Bofors” da 40 mm.. Sessanta marines francesi sono invece a bordo di una decina di grandi unità per la pesca del tonno che resteranno nelle acque delle Seychelles sino alla fine di ottobre

Come i problemi locali diventano globali

10/3/2009

http://askavusa.blogspot.com/2009/03/come-i-problemi-locali-diventano.html

Gli aerei senza pilota partiranno da Sigonella per spiare l’Africa, catturare informazioni tramite potenti e pericolosi radar, supportare le guerre USA. L’esercito italiano, compreso lo stormo di stanza in Sicilia, è già impegnato nel contrasto all’immigrazione clandestina. I profughi delle guerre africane (come quelle in Sudan e Somalia) sono spesso respinti in mare e – nelle intenzioni del governo – dovrebbero essere trattenuti a Lampedusa e ricacciati nei campi libici. Il Mediterraneo diventa un mare di guerra e di morte

La prossima volta che ascolterete un politico siciliano parlare della sua isola come di un ponte di pace proteso verso l’Africa, ricordategli la differenza tra le chiacchiere e la realtà. La Sicilia sta diventando un bastione della fortezza che respinge o incarcera i profughi, o nella migliore delle ipotesi li destina al lavoro servile; una piattaforma della macchina da guerra globale che spia stati sovrani alla ricerca di elementi per scatenare nuove guerre, o vincere quelle in corso; una caserma a cielo aperto che ospita temibili strumenti di morte pronti all’uso, dannosi per i suoi stessi abitanti.
MUOS, Africom, CPT e derivati, pattugliatori, Frontex, Global Hawk, AGS sono i nomi dei (costosissimi) strumenti di guerra e di contrasto all’immigrazione usati contro un intero continente, e che per buona parte trovano in Sicilia la loro base operativa.

Sorveglianza sul terreno
“Rispetto ad altre località – dice il ministro della Difesa La Russa festeggiando la decisione NATO di installare in Sicilia il sistema AGS (Alliance Ground Surveillance) – Sigonella si presta sia come luogo, sia come efficienza, sia come costi ridotti”, ovvero un miliardo e mezzo di euro, di cui almeno 150 milioni a carico del contribuente italiano[1].
Secondo il ministro, il sistema porterà almeno 800 nuovi militari in Sicilia, che si sommeranno ai 3500 già presenti. “La realizzazione di nuovi residence porterà quindi una boccata d’aria fresca all’economia”, conclude La Russa. Facile ipotizzare il rilancio a breve dell’operazioni Xirumi, la maxi-lottizzazione degli aranceti di Lentini già in passato spacciate per future residenze dei militari Usa.
Al momento, però, la nostra economia già soffre abbastanza di “burden sharing”, ovvero la “condivisione del peso” delle spese, a cominciare dai circa 900 MWH a settimana consumati dalla base ed ammessi da poco da fonti ufficiali USA[2].
Secondo Robert Pszczel, portavoce NATO, il programma sarà operativo nel 2012. Subito saranno dislocati otto Global Hawk, i veivoli senza pilota costruiti negli Stati Uniti. Originariamente” dichiara Pszczel, “dovevamo impiegare sia aerei con che senza pilota, alla fine saranno impiegati solo questi ultimi”[3].
Il sistema AGS è un nuovo programma NATO che prevede appunto di impiegare aerei senza pilota (UAV) per le ricognizioni e la raccolta di informazioni su Africa e Medio Oriente, da destinare agli strateghi politici e militari dell’Alleanza atlantica ed ai “decision makers”. Il rischio riguarda anche la privacy dei cittadini, poiché saranno intercettabili anche le comunicazioni telefoniche. Il progetto è stato concepito nel clima paranoico della “war on terror” statunitense, quando nei posti chiave del potere c’erano gli autori del “Piano per un nuovo secolo americano” che ipotizzavano un rinnovato dominio USA sul resto del pianeta.
Nonostante i fallimenti della politica presidenziale di Bush, da cui ormai chiunque – compresi i repubblicani del Congresso – non vedono l’ora di smarcarsi, il governo italiano testardamente continua ad accodarsi a progetti ormai superati dagli eventi.
Uno dei punti di forza di questa politica che viene dal passato sarà la base di Sigonella, la cui posizione al centro del Mediterraneo è considerata ideale sia per le proiezioni contro il Medio Oriente (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran) sia per possibili obiettivi africani (Sudan, Somalia), oltre che per il controllo sui paesi arabi del Nord Africa.
Tutti luoghi dove vere o fittizie minacce islamiche possano rievocare il fantasma dell’11 settembre, giustificare attacchi e bombardamenti, sostenere la prima e più forte industria degli USA, cioè il complesso militare e le tante corporations multimilionarie che attorno ad esso prosperano da anni.
Le nuove guerre saranno sempre più basate sull’innovazione tecnologica, in particolare l’automazione e la sostituzione dell’elemento umano. Gli aerei senza pilota sono uno dei punti cardine di tutti i nuovi piani, nonostante la loro incompatibilità con il traffico civile, specie in presenza di trafficati aeroporti nelle vicinanze: Sigonella si trova a due passi da Fontanarossa, terzo scalo italiano per volume di traffico, e già ne ospita il radar. Dobbiamo prepararci ad una nuova Ustica teleguidata?
Di fronte ad un parlamentare della Repubblica, e nel corso di una ispezione ufficiale, il comandante italiano della base smentì decisamente la realizzazione del MUOS, così come la presenza di aerei senza pilota. “La gestione di questi velivoli radioguidati non è compatibile col traffico civile già gestito dal radar militare”, disse[4]. Era la primavera del 2008. Basteranno pochi mesi per avere notizia del MUOS di Niscemi e dell’AGS di Sigonella. Chi prende, dunque, le decisioni? E i militari italiani ne sono informati?
L’installazione del MUOS (Mobile User Objective System) è prevista a Niscemi, nel cuore della Sicilia, dove già sono in funzione 41 antenne USA. Si tratta di una delle quattro stazioni terrestri del sistema della U.S. Navy che collegherà – con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza – le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino. “Perché gli altri Muos sono installati in zone desertiche e a Niscemi vicino il centro abitato?”, chiede il sindaco della cittadina siciliana, evidenziando l’alto rischio per una popolazione vittima dei fumi tossici del petrolchimico di Gela da un lato e dall’altro delle onde elettromagnetiche emesse da installazioni trasmittenti per le telecomunicazioni già presenti dal 1991.
Contrasto all’immigrazione clandestina
Qualcuno ha mai visto un cinese che sbarca a Lampedusa? Eppure la comunità asiatica è tra le più numerose, ed in qualche modo dovranno pure arrivare…. L’esempio serve a comprendere che gli sbarchi sono un problema sostanzialmente televisivo ed elettorale: gli immigrati – concentrati sull’isola dai pattugliatori – sono visibili, vengono dall’Africa, sono musulmani, “disperati” e “clandestini”… Tutti elementi buoni per colpire la platea televisiva, ma i numeri rivelano che i migranti giunti a Lampedusa a stento raggiungono il 10% del totale di quanti arrivano in Italia, secondo i dati forniti dal governo nel corso degli anni.
Eppure, impedire sbarchi a Lampedusa significa risolvere il “problema dell’invasione” agli occhi di una opinione pubblica istruita alla paura da un ceto politico che sull’odio del nemico immigrato ha costruito straordinarie ed immeritate carriere politiche.
Da anni, i militari sono in prima linea in questa nuova lotta, ed il mare è la frontiera da difendere. La base italiana del “41.mo stormo Athos Ammannato”, che appartiene all’Aeronautica Militare Italiana ed ha l’onore di ospitare la struttura USA – che formalmente “non esiste” ed è in piedi grazie a misteriosi trattati internazionali -, era stata pensata per il classico scenario da “guerra fredda”.
Sommergibili infidi sotto il pelo d’acqua del Mediterraneo, regimi nordafricani non affidabili, marina ed aviazione proiettate minacciose verso il fianco sud dell’alleanza atlantica. Oggi la loro funzione antisommergibile si limita alle esercitazioni congiunte ed a volenterosi pattugliamenti. Per il resto, la giornata è impegnata in un’unica attività: il contrasto all’immigrazione clandestina
I velivoli dell’aeronautica pattugliano giornalmente il Mediterraneo (“ma sempre in acque internazionali”), dove non è raro incontrare quelle che i telegiornali senza fantasia definiscono “carrette del mare”[5].
Teoricamente, la sorveglianza dall’alto dello spazio terrestre e marino potrebbe essere usata per il contrastare gli sbarchi. La televisione ha ormai imposto l’immaginario di una frontiera sud da difendere dall’assalto di un’orda di “disperati” che viene a delinquere o comunque a mettere in crisi la nostra fragile economia.
(…)

SCHEDA 1 – Nuove guerre / Il “Comando Africa” e i profughi
Il concetto di contrasto all’immigrazione clandestina, praticato attraverso il respingimento alla frontiera, è illegale, almeno per quei paesi che hanno firmato la Convenzione di Ginevra. Chi parte può essere un migrante, alla ricerca di migliori condizioni di vita, oppure un rifugiato, cioè una persona che scappa da persecuzioni e guerre, e quindi ha diritto ad essere accolta e protetta. Il respingimento in mare, tra le altre cose, impedisce questa essenziale distinzione.
I conflitti in Africa sono pressoché endemici, anche grazie agli interventi occidentali. Il flusso di profughi somali e sudanesi che arriva a Lampedusa è ininterrotto da mesi. Dalla fine del 2008 gli USA hanno istituto il “Comando Africa”, dedicando al continente una nuova speciale attenzione.
Due dei comandi militari subordinati di Africom sono stati dislocati in Italia, uno a Napoli e l’altro a Vicenza. Gli scopi di Africom, lo riporta il saggista Manlio Dinucci, sono “l’assistenza umanitaria, il controllo dell’immigrazione e la lotta al terrorismo”.
Il Comando Africa non opera “nel quadro Nato”, ma è uno dei sei comandi unificati del Pentagono. Particolarmente importante sarà il ruolo di Sigonella: qui, dal 2003, opera la Joint Task Force Aztec Silence, la forza speciale che conduce in Africa missioni di intelligence e sorveglianza e operazioni segrete nel quadro della “guerra globale al terrorismo”.
Africom si concentra nell’addestramento di militari africani, con l’obiettivo di portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d’influenza statunitense, prospettando così un confronto con la Francia e soprattutto con la Cina. In Sudan accade già qualcosa del genere, ed il risultato è il flusso ininterrotto di profughi di una guerra per il petrolio mascherata da conflitto religioso e tribale.
Eppure i profughi trovano ad accoglierli centri sempre più militarizzati, leggi sempre più restrittive, una generale ostilità fino alla delirante ipotesi leghista di Lampedusa come campo unico per l’immediata espulsione di tutti i migranti.

Scheda 2 – La curiosità / Soldati USA preoccupati per Alitalia: la posta arriva in ritardo
Un ampio articolo di “Stars and Stripes”, il giornale delle truppe USA all’estero, evidenzia la preoccupazione dei militari nei confronti di Alitalia.
Ma i pensieri non sono rivolti alla crisi dell’“official carrier” italiano, né ai posti di lavoro in pericolo, né tanto meno alle tormentate vicende della nuova compagnia. Le preoccupazioni sono tutte per il giorno di ritardo con cui arriva la posta cartacea che viene inviata dai familiari da ogni angolo degli Stati Uniti, concentrata al JFK di New York e spedita alla base di Napoli.
Da qui solitamente arrivava via aereo a Sigonella, ma a causa degli scioperi Alitalia e del suo incerto futuro, da natale 2008 viene caricata su un camion che giunge in traghetto in Sicilia.
Curiosamente, proprio mentre stanno predisponendo un imponente sistema di comunicazioni elettroniche satellitari con base in Sicilia, i militari USA si trovano in difficoltà nel gestire delle “vecchie” lettere imbustate inviate all’isola.
Pacchi e missive non possono salire su un altro vettore, perché Alitalia è il solo autorizzato a trasportare posta militare americana fino a Catania.
[1] I cittadini italiani pagano ogni anno circa 366 milioni di dollari per le “spese di stazionamento” delle forze armate americane, come contributo annuale alla “difesa comune”, ovvero il 41% del totale. Lo rivela il rapporto ufficiale “2004 Statistical Compendium on Allied Contributions to the Common Defense” riferito all’anno precedente. La divisione degli oneri tra Italia e Stati Uniti varia di anno in anno di qualche punto percentuale.
[2] Electrical Consumption at NASSIG, The Signature, 4 febbraio 2009.
[3] Sandra Jontz, NATO system to boost U.S. Sigonella presence, Stars and Stripes, European edition, Wednesday, February 4, 2009
[4] Informazioni tratte dall’ispezione condotta dall’onorevole Salvatore Cannavò a Sigonella, 31 marzo 2008.
[5] Informazioni tratte dall’ispezione condotta dall’onorevole Salvatore Cannavò a Sigonella, 31 marzo 2008.
[6] http://www.terrelibere.org/terrediconfine/il-pentagono-a-obama-in-afghanistan-solo-per-sconfiggere-il-terrorismo
[7] http://www.terrelibere.org/terrediconfine/il-pentagono-a-obama-in-afghanistan-solo-per-sconfiggere-il-terrorismo, cit.
[8] La prima operazione designa l’intervento deciso nel 2001 contro l’Afghanistan all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle, la seconda si riferisce all’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003.
 
 
 
 

 

Pubblicato da Askavusa a 19.26

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Niscemi: tremila in piazza contro il MUOS

(Grazie a Claudia, del Master di Giornalismo della Statale di Milano che mi ha segnalato questo sito)

Tratto da: Terrelibere, 28/02/2009, Niscemi, tremila in piazza contro il MUOS http://www.argo.catania.it/2009/03/03/niscemi-tremila-in-piazza-contro-il-muos/
Tremila persone in piazza a Niscemi hanno gridato il loro “NO” all’installazione dell’impianto MUOS (Mobile User Object System), ovvero il sistema-radar di rilevazione satellitare ad alta frequenza che le forze armate degli Stati Uniti vorrebbero realizzare in contrada “Ulmo” a poco più di due km dal centro abitato.
Temono che i potenti campi magnetici della base militare possano causare gravi danni alla salute delle popolazioni del comprensorio. Nella zona esistono già 41 antenne installate dagli americani a supporto dei voli della base aerea di Sigonella.
La manifestazione odierna, promossa dagli studenti del Liceo Scientifico “Leonardo Da Vinci”, ha coinvolto tutte le scuole del paese e mobilitato uomini, donne e bambini. In prima fila sindaci e amministratori dei comuni del circondario (Caltagirone, Gela, Butera, Riesi, Mazzarino). Alcuni bambini, durante il corteo, si bagnavano le mani nella vernice e lasciavano le loro impronte su striscioni di tela bianchi su cui campeggiava la scritta: “diamo una mano per salvare il mondo”.
I dipendenti delle agenzie di pompe funebri di Niscemi hanno portato a spalla tre bare come metafora di altrettanti rischi di morte per la popolazione niscemese: i veleni del petrolchimico, le onde elettromagnetiche del MUOS e la futura centrale nucleare che il governo vorrebbe installare nel Ragusano.
Sette carri funebri hanno sostato in piazza durante il comizio di chiusura della protesta. Il presidente del consiglio comunale di Niscemi ha annunciato che convocherà prossimamente una seduta consiliare da tenersi a Roma, davanti all’ambasciata americana, aperta alla partecipazione dei cittadini niscemesi.
Grazie ai cittadini – dice il sindaco Giovanni Di Martino – per avere accolto l’invito del locale Liceo Scientifico e dell’amministrazione comunale per essere presenti in massa. Protestiamo contro chi, nel 2001 e nel 2006 ha deciso di condannare questo luogo, uno dei posti più belli della Sicilia, alla distruzione. La Riserva Sughereta di Niscemi, con le sue querce secolari, è un sito Sic (Sito d’importanza Comunitaria, ndr). Certamente chi ha fatto questa scelta non ha considerato che il sito si trova 2 km dal centro abitato. A tutti quelli che hanno fatto questa scelta chiedo di rivederle perché le 41 antenne ivi esistenti hanno già provocato dei guasti e generato un campo elettromagnetico che, molto probabilmente hanno superato la soglia consentita dalla normativa italiana. Chiedo – continua il sindaco – che seppure i dati scientifici oggettivi non hanno ancora dimostrato con assoluta certezza, il nesso causale tra le onde elettromagnetiche e l’insorgenza di patologie tumorali, proprio perché esiste un ragionevole dubbio e proprio perché con la salute dei cittadini non si scherza, invoco il principio legittimo della precauzione.  Il Sindaco si sta già opponendo in tutti i modi alla realizzazione di questo
ecomostro. In assoluta sinergia con il consiglio comunale”.
Il corteo è passato anche per l’ospedale di Niscemi chiuso, arbitrariamente ieri, dalla direzione dell’Asl 2 , pronto soccorso incluso, senza garantire l’ emergenza. Il sindaco durante la notte ha occupato la struttura ospedaliera per chiedere immediatamente la riapertura del pronto soccorso. “Grazie alla nostra occupazione – dice il sindaco- il direttore Failla ha confermato che riaprirà immediatamente il pronto soccorso. La giornata di oggi è una vittoria per tutti i cittadini”.
Previsto per oggi, martedì 3, alle 10,30 il coordinamento dei sindaci del territorio convocato dall’amministrazione comunale. Presenti oggi all’incontro anche i sindaci di Butera, Mazzarino, Riesi e rappresentanti dei consigli comunali di Caltagirone, Gela e Butera.

Leggasi l’articolo in archivio: niscemi
leggasi La Repubblica 05/03/2010 p.29
Leggasi l’articolo sulla conferenza stampa del 18/02/2009: conferenza_stampa_niscemi
e gli articoli di Antonio Mazzeo su Girodivite o Nuovo soldo

La conquista dell’Africa decolla da Vicenza – AFRICOM Il Dal Molin nel dispositivo Usa

il manifesto del 06/02/2009 pagina 11

http://www.archiviostorico.info/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=3097

di Manlio Dinucci

Il giorno prima dell’occupazione dell’aeroporto Dal Molin per impedire la costruzione della nuova base Usa, è giunta a Vicenza da Washington la vice-segretaria della Difesa per gli affari africani, Theresa Whelan, per confermare che Vicenza avrà un ruolo sempre più importante nella strategia statunitense. Lo scorso dicembre, infatti, la Forza tattica nel Sud Europa (Setaf) è stata trasformata nello U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), componente del Comando Africa (AfriCom) divenuto operativo in ottobre. In un seminario svoltosi alla Caserma Ederle, ora quartier generale Setaf/U.S. Army Africa, la Whelan ha sottolineato che tale trasformazione costituisce «un nuovo modo di guardare all’Africa».

La Whelan e il gen. William Garrett, comandante dello U.S. Army Africa, hanno spiegato che il nuovo comando si concentra sull’addestramento di militari africani, fornendo anche «la guida su come gestire le loro forze». In questo è affiancato dal Centro di eccellenza per le Stability Police Units (CoESPU), istituito dai Carabinieri a Vicenza per addestrare forze di «peacekeeping» in gran parte africane: la Wheelan vi si è recata in visita,  trattenendosi in particolare col vice-direttore del Centro, il colonnello Charles Bradley dello U.S. Army. Il quartier generale di Vicenza opererà nel continente africano con «piccoli gruppi» (complessivamente, all’inizio, 600 uomini), ma sarà pronto, se necessario, a condurre operazioni di «risposta alle crisi», servendosi della 173esima brigata aviotrasportata, di stanza a Vicenza. I «piccoli gruppi», comprendenti anche unità della Guardia nazionale e della Riserva, attueranno in Africa «programmi di cooperazione», aiutando a «promuovere la stabilità regionale e le relazioni tra civili e militari». Nei prossimi anni, ha sottolineato il gen. Garrett, «lo U.S. Army Africa continuerà a crescere». Crescerà di pari passo il ruolo del comando delle forze navali AfriCom, situato a Napoli. Si tratta di un «impegno prolungato», frutto del «riconoscimento americano della crescente importanza strategica dell’Africa».A riconoscere tale importanza non sono però solo gli Usa. Lo dimostra l’affollamento di navi da guerra lungo le coste del Corno d’Africa, con la motivazione della lotta contro i pirati somali. In quest’area strategica – comprendente il Golfo di Aden all’imboccatura del Mar Rosso (dove, a Gibuti, è stazionata una task force statunitense) – incrociano la Combined Task Force 151, una forza navale Usa cui partecipano unità di 20 paesi alleati; lo Standing Nato Maritime Group 2, un gruppo navale Nato, e la EuNavFor Atalanta, una squadra dell’Unione europea. Ma sono presenti anche navi da guerra cinesi e russe, cui si aggiungeranno quelle giapponesi. E lo scorso dicembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato all’unanimità una risoluzione, presentata dagli Usa, che autorizza a «inseguire i pirati all’interno della Somalia». Qui, dopo il ritiro delle truppe etiopi (inviate nel 2006 in una operazione a regia Usa), i movimenti islamici hanno ripreso il controllo del territorio.

In questa e altre zone – soprattutto l’Africa occidentale, ricca di petrolio e altre materie prime strategiche – l’AfriCom fa leva sulle élite militari per portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d’influenza statunitense. Compito non facile, sia per la crescente resistenza delle popolazioni (in particolare nel delta del Niger), sia per la crescente concorrenza cinese. La Cina è il secondo partner commerciale dell’Africa, dopo gli Stati uniti, ma i suoi investimenti sono in forte crescita anche nei paesi più legati agli Usa. In Etiopia, lo scorso gennaio, la China Exim Bank ha investito 170 milioni di dollari per la costruzione di un complesso residenziale di lusso ad Addis Abeba, e un’altra società cinese, la Setco, ha annunciato la costruzione della più grande fabbrica di pvc del paese. In Liberia, la China Union Investment Company ha investito 2,6 miliardi di dollari nelle miniere di ferro. Società cinesi hanno effettuato grossi investimenti (2 miliardi di dollari per paese) anche nei settori petroliferi di Nigeria e Angola, finora dominati dalle compagnie occidentali.

Ma la concorrenza cinese agli Usa non si limita al piano economico. Pechino sostiene governi, come quelli dello Zimbabwe e del Sudan, invisi a Washington, ai quali fornisce anche armi. È una tacita, ma per questo non meno reale sfida agli interessi statunitensi e occidentali in Africa, la cui «crescente importanza strategica» è chiara non solo a Washington ma anche a Pechino. Da qui il «nuovo modo di guardare all’Africa», cui l’Italia si accoda, che in realtà è solo un modo nuovo di realizzare la vecchia politica coloniale.

Giochi di guerra ad Aviano. Sognando l’Africa

di Antonio Mazzeo
(s.d. gennaio 2009)

Ci vuole fantasia a simulare un´operazione di guerra in Africa utilizzando uno scenario nel nord-est d´Italia, proprio adesso che ghiaccio e neve la fanno da padroni. Ma il Pentagono vuole completare prima possibile il dispositivo per intervenire “efficacemente” nel continente africano, così anche la base aerea di Aviano, Pordenone, va bene per un´esercitazione militare di pronto intervento. Il nome in codice è “Lion Focus 2009”, e prevede il dispiegamento e attivazione di un centro di comando e controllo per sovrintendere al pronto intervento in Africa di personale e mezzi delle forze terrestri statunitensi.
A quest´esercitazione, predisposta dal nuovo Comando per le operazioni USA in Africa, AFRICOM, partecipano circa 360 militari dell´Aeronautica, dell´Esercito, della Marina e del Corpo dei Marines, impegnati nella pianificazione strategica e il coordinamento di unità presenti in località differenti d´Italia e Stati Uniti d´America. Il tutto è diretto dal Comando SETAF (Southern European Task Force) di Vicenza, da due mesi a questa parte rinominato “SETAF/US Army Africa”, per assumere la conduzione delle operazioni dell´Esercito USA nel continente africano.
La SETAF ha inviato ad Aviano un contingente di 40 specialisti nel settore delle telecomunicazioni, per montare un vero e proprio accampamento con shelter, centri di controllo e apparecchiature radio. Altra località utilizzata per l´esercitazione “Lion Focus 2009” è la base di Longare, sino a qualche anno fa un deposito di armi nucleari tattiche dell´US Army e dove, secondo gli attivisti no-war del Presidio Permanente di Vicenza, sarebbero stati avviati imponenti lavori sotterranei top secret.
Lo scalo aereo di Aviano – una delle principali basi nucleari in Europa dell´US Air Force – entra dunque a far parte del “club” delle basi USA in Italia destinate al comando e al supporto delle missioni AFRICOM. Ad Aviano e Vicenza si aggiungono infatti la stazione aeronavale di Sigonella (Sicilia), vero e proprio “hub per le operazioni di rifornimento e carico dei velivoli diretti verso il continente africano; la base di Camp Darby (Livorno), che assicurerà la movimentazione di uomini, mezzi e armamenti dell´US Army; e il complesso navale di Napoli-Capodichino-Gaeta, sede del Comando per le Forze Navali USA in Europa e della VI Flotta, a cui sono state pure attribuite le funzioni di comando della neo costituita “US Naval Forces Africa”. Secondo indiscrezioni trapelate al Pentagono, la stessa città di Napoli è tra le candidate più accreditate ad ospitare entro un paio di anni il quartier generale di AFRICOM, oggi a Stoccarda
(Germania), per avvicinarlo il più possibile all´area geografica d´intervento.
Le attività allo US Naval Forces Africa sono frenetiche, anche perché a fine gennaio sarà dato il via nelle acque occidentali del continente alla prima missione 2009 “APS” (Africa Partnership Station), l´iniziativa della Marina Militare statunitense finalizzata – secondo quanto si legge nei comunicati degli strateghi di Washington – all´”addestramento delle flotte navali africane nella lotta contro i problemi che interessano la regione, come il contrabbando di droga, la pirateria, le attività di pesca non regolari, l´immigrazione illegale e il traffico di persone”.
Ma anche nel resto d´Europa si moltiplicano le installazioni riconvertite ai nuovi piani di penetrazione militare USA in Africa. In Germania, oltre al Comando generale di Stoccarda, sono presenti lo scalo aereo di Ramstein, predisposto per ospitare le forze aeree di “AFAFRICA” (le stesse che è facile prevedere opereranno pure da Aviano), e Boeblingen, sede del comando delle forze del Corpo dei Marines per il continente africano (MARFORAF).
Un ruolo chiave è stato pure ritagliato per il complesso aeronavale di Rota-Cadice, Spagna, altra possibile destinazione finale del quartier generale di AFRICOM. A conferma di quelle che sono le reali intenzioni di Washington nel continente nero, all´inizio del nuovo anno, la base di Rota è stata prescelta come “area primaria” ove trasferire il personale militare “liberato dopo essere stato tenuto come prigioniero di guerra o come ostaggio nel corso di una missione in Africa”. Secondo quanto dichiarato dall´US Africa Command, “Rota è stata individuata come località di ricovero, trattamento medico-psicologico e riabilitazione per la prossimità della Spagna all´Africa, e inoltre perché lo scalo aereo dell´installazione e l´ospedale militare distano tra loro solo meno di un miglio”.
Nella base aerea britannica di Molesworth è stato invece installato iI centro d´intelligence d´eccellenza del Comando USA per l´Africa. A questo fine, la scorsa settimana un reparto di 150 militari è stato trasferito da Stoccarda a Molesworth. Altri 150 dipendenti civili del Dipartimento della Difesa raggiungeranno la base britannica nei prossimi mesi. Secondo quanto preannunciato da Vince Crawley, portavoce di AFRICOM, la nuova stazione d´intelligence “scambierà informazioni con il NATO Intelligence Fusion Center e l´US European Command´s Joint Analysis Center, ospitati entrambi a Molesworth”.

Con Africom, giungono in Sicilia gli aerei cisterna e da trasporto USA

Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia.
lunedì 22 dicembre 2008, di Redazionehttp://www.girodivite.it/Con-Africom-giungono-in-Sicilia.html

Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali.
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”.
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.
L’Air Mobility Command è stato creato nel 1992 per consentire alle forze armate di rispondere con maggiore efficienza alle crescenti richieste di trasporto di uomini, mezzi e sistemi d’arma, concentrando sotto un unico comando gli aerei cargo e i velivoli cisterna dell’US Air Force. L’AMC opera utilizzando i grandi aerei da trasporto del tipo C-5 Galaxy, C-17 Globemaster III, C-130 Hercules e C-141 Starlifter, nonché alcuni velivoli presi in affitto da alcune compagnie aeree “civili”. Attualmente il Comando per il trasporto aereo USA è presente con più di 1.700 uomini in una decina di basi europee, la più importante delle quali è Ramstein. Lo scalo tedesco è stato scelto l’1 ottobre 2008 come sede provvisoria della neo-costituita 17th Air Force, altrimenti denominata “Air Forces Africa”, la componente aerea per le operazioni nel continente che raggiungerà la piena capacità operativa tra il 2009 e il 2010. “L’uso di Ramstein è conveniente e in conseguenza popolare”, spiega il colonnello Keith Kech dell’Air Mobility Command. “Ma noi non possiamo fare ogni cosa a Ramstein, anche perché con le operazioni in Iraq e Afghanistan il traffico aereo ha raggiunto il limite. Per questo abbiamo la necessità di guardare ad altre località per le operazioni di trasporto aereo”.
Sigonella non è nuova alle attività dell’Air Mobility Command. Con gli interventi degli Stati Uniti post 11 settembre 2001, la base siciliana ha fornito il supporto logistico agli aerei cargo provenienti dagli USA e diretti ai teatri di guerra orientali. Negli ultimi tre anni, Sigonella si è trasformata da stazione per il pattugliamento marittimo nel Mediterraneo a vero e proprio “hub multiruolo” per le missioni di trasporto strategico dell’US Air Force in Asia e in Africa. Il 10 aprile 2008, nel corso di un’audizione di fronte alla sottocommissione per le infrastrutture militari del Congresso, il generale Bantz J. Craddock, comandante delle forze militari USA in Europa (EUCOM), ha enfatizzato l’importanza di Sigonella nel fornire “flessibilità e alta capacità di supporto logistico all’interno e all’esterno del teatro mediterraneo”. E proprio nell’ambito del processo di trasformazione strategica delle principali basi europee e del loro sostegno alla “proiezione delle forze statunitensi nelle aree di crisi di Africa, Medio Oriente, Est Europa e Caucaso”, il generale Craddock ha rivelato di aver proposto “la MOB (Main Operating Base) di Sigonella e la base aerea spagnola di Morón, quali installazioni di supporto NATO per le operazioni di rifornimento aereo”. “Se questa proposta sarà accettata nell’ambito del pacchetto d’emergenza per il miglioramento del rifornimento aereo – ha aggiunto Craddock – in queste due basi si potranno realizzare opere di miglioramento infrastrutturale per circa 120 milioni di dollari”. Con la conseguenza che decine di aerei cisterna per il rifornimento in volo di bombardieri e aerei da trasporto saranno trasferiti in Sicilia.
In attesa del megafinanziamento NATO, il Pentagono ha comunque avviato le procedure per l’ammodernamento delle piste di volo di Sigonella. Il 30 giugno 2008 è stato pubblicato il bando di gara per lavori per 5 milioni di dollari, consistenti nella “riparazione di una parte delle piste di atterraggio e decollo, inclusa la demolizione e ricostruzione di circa 18,700 metri quadrati di aree asfaltate e di 9,000 metri quadrati di superfici aeroportuali, nonché l’installazione di un nuovo sistema d’illuminazione”.
Il futuro prossimo di Sigonella sarà dunque segnato dal sovraffollamento aereo. Un tema che per gli attivisti della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella dovrebbe essere prioritario nell’agenda politica sul “modello di sviluppo” siciliano, ma che invece trova indifferenti partiti, amministratori e buona parte della popolazione che vive nei pressi della base militare. Il traffico di velivoli USA e NATO rappresenta già adesso una grave minaccia per le operazioni di volo del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ai rischi di collisione aerea va poi aggiunto l’alto numero di caccia, elicotteri e velivoli da trasporto precipitati nelle campagne e nelle acque circostanti la base aeronavale.
Il trasferimento in pianta stabile a Sigonella dei nuovi aerei statunitensi, avrà impatti ancora più rilevanti sulla salute della popolazione. C-5, C-17, C-130, C-141, KC-10 e KC-135 sono infatti tra gli aerei militari che più contribuiscono alla dispersione nell’ambiente delle cosiddette “scie chimiche”, emissioni in cui si registrano pericolosissime concentrazioni di veleni e sostanze cancerogene, quali alluminio, arsenico, cobalto, etilene dibromide, mercurio, ossido di titanio, piombo, quarzo, sali di bario, silicio, torio, uranio, ecc.. Una contaminazione di suolo, aria e acqua che per alcuni peace researcher sarebbe provocata volutamente dalle forze armate. Secondo il fisico Corrado Penna, docente presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “G. Antonietti” di Iseo e animatore del blog scienzamarcia, le scie chimiche rappresentano una vera e propria congiura contro l’uomo e il pianeta, alla stregua delle nuove armi di “mutazione climatica” e dei sistemi che si sperimentano nello spazio. “Il tutto sembra essere legato ad una oscura manovra pilotata dal governo USA”, spiega Corrado Penna. “Il rapporto annuale del Pentagono dimostra che gli Stati Uniti stanno preparando prove di armi chimiche e biologiche all’aria libera in violazione delle convenzioni internazionali, come è stato pure annunciato dal professor Francis A. Boyle, riconosciuto esperto in materia. Si può temere il peggio se si mette in conto che l’US Army ha già realizzato in passato quel tipo di esperimenti in diverse grandi città statunitensi, sulla pelle della propria popolazione. Famoso è ad esempio l’episodio di San Francisco negli anni ‘50, quando agenti biologici furono polverizzati da navi militari sull’inerme e inconsapevole popolazione”.

di Antonio Mazzeo

Si chiama AfriCom la nuova servitù militare

VICENZA – Fonte: Il Manifesto
11/12/2008 – Manlio Dinucci

da http://campania.peacelink.net/pace/articles/art_2220.html

Martedì – nello stesso giorno in cui è arrivato a Roma il generale David Petraeus, capo del Comando centrale che conduce la guerra in Afghanistan – è giunto a Vicenza il gen. William Ward, capo dell’appena costituito Comando Africa (AfriCom), per presenziare, alla caserma Ederle, alla «cerimonia di trasformazione» della Forza tattica statunitense nel Sud Europa (Setaf). Essa diviene la prima componente dello U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), dipendente dall’AfriCom. Opererà quindi da Vicenza un nuovo comando militare, denominato «Setaf/U.S. Army Africa», il cui compito sarà quello di pianificare e condurre le operazioni in Africa, ma che resterà disponibile anche per quelle Nato.
La Squadra di combattimento 173a brigata aviotrasportata, di stanza a Vicenza, resterà sotto il Comando europeo degli Stati uniti. La dislocazione a Vicenza del comando delle forze terrestri AfriCom comporta un potenziamento della presenza militare statunitense. Il nuovo comando certamente userà, per le operazioni in Africa, la 173a brigata aviotrasportata. Poiché essa è una «unità modulare», formata da sei battaglioni, potrà incorporare altri reparti per tali operazioni. Crescerà quindi la necessità di raddoppiare la base Usa di Vicenza, da cui oggi partono truppe per l’Afghanistan e l’Iraq. Aumenterà di conseguenza la militarizzazione del territorio.
Lo stesso avverrà a Napoli, dove viene dislocato il comando delle forze navali AfriCom. Poiché le navi da guerra usate per le operazioni in Africa vengono fornite dal comando delle forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è a Napoli, ciò comporta un potenziamento anche di questo comando. Lo dimostra il fatto che l’ammiraglio Mark Fitzgerald ? comandante delle forze navali Usa in Europa e, allo stesso tempo, comandante della forza congiunta alleata ? è stato nominato anche comandante della componente navale dell’AfriCom. Ciò provocherà una ulteriore militarizzazione del territorio.
Contrariamente a quanto affermato dal ministro degli esteri Franco Frattini, il col. Marcus De Oliveira, capo del personale Setaf, ha comunicato che la presenza dei due nuovi comandi comporterà aumenti di personale militare: quello Setaf di Vicenza salirà a circa 300, mentre quello delle forze navali a Napoli, già «allargato per includere la componente AfriCom», sarà portato a circa 650 unità. Il ruolo dei due nuovi comandi però deve essere valutato non tanto in base al numero di «addetti», ma alla consistenza delle forze che essi possono mobilitare.
È inoltre prevedibile che l’appena costituito Corpo dei marines per l’Africa, il cui comando è attualmente a Boeblingen in Germania, opererà da Napoli. Anche la 17a forza aerea, messa a disposizione dell’AfriCom, opererà non dalla base tedesca di Ramstein, ma soprattutto da Aviano, Sigonella e altre basi in Italia. Supporteranno l’AfriCom anche la base di Camp Darby, che fornirà i materiali per le operazioni, e quella di Sigonella, da cui già opera una forza speciale per missioni segrete in Africa. Le unità AfriCom, durante le missioni, saranno collegate ai comandi tramite la rete di comunicazioni e intelligence di Sigonella, che verrà potenziata con l’installazione a Niscemi di una stazione terrestre del Muos, il sistema di telecomunicazioni di nuova generazione.
La dislocazione in Italia dei due comandi AfriCom comporterà quindi una ulteriore militarizzazione del nostro territorio, non solo nelle zone in cui si trovano. Mentre il ministro Frattini, con tono tranquillizzante, assicura che «non ci saranno truppe da combattimento, ma componenti civili».

si veda il video: http://fiam.webs.com/Il%20Comando%20Africa%20-%20Intervista%20a%20M.%20Dinucci.flv

AFRICOM – Un nuovo progetto colonialista U.S.A. con basi in Italia. Grazie al governo Berlusconi

http://www.resistenze.org/ – osservatorio – italia – politica e società – 09/12/2008 – n. 253

ricevuto da Rete nazionale Disarmiamoli! – http://www.disarmiamoli.org/ – info@disarmiamoli.org – 3381028120 / 3384014989

Comunicato della Rete nazionale Disarmiamoli!

Stampa e TV italiane, a cose fatte, comunicano ai cittadini l’avvenuta sistemazione d’altri uomini e mezzi militari a stelle e strisce nelle basi USA installate sui nostri territori.

Obiettivo dell’ulteriore militarizzazione è la creazione di alcuni nodi fondamentali della nuova rete di comando per l’intervento dell’esercito statunitense in Africa.

Il quartier generale di “Africom”, ora nella città tedesca di Stoccarda, vede la sua forza navale dislocata a Napoli e quella terrestre a Vicenza. I mass media italiani dimenticano però di dire che altre basi USA presenti in Italia sono e saranno interessate alla nuova proiezione bellica USA, come camp Darby per la logistica e Sigonella per lo spionaggio.

Le notizie più chiare sull’obiettivo militare di questo nuovo comando ci giungono, come sempre, dalla fonte principale: il Pentagono, che indica tra gli obiettivi del nuovo comando quello di “sviluppare tra i nostri partner africani la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell’Africa”. Anche in questo caso, come da copione, l’infiltrazione militare sarà veicolata da aiuti “umanitari” alle popolazioni. Romano Prodi, eletto lo scorso settembre dall’ONU come “master peacekeeping” per l’Africa, avrà sicuramente buoni consigli da dispensare agli alleati d’oltre Oceano.

Nei fatti, l’obiettivo statunitense è quello di proteggere il flusso di petrolio che dall’Africa rifornisce per il 15% ( la percentuale salirà al 25% nel 2015) la propria comatosa economia nazionale, contrastando nello stesso tempo l’espansionismo cinese in quell’immenso e strategico continente.

Assoluto silenzio stampa invece sulle tante manifestazioni, conferenze, convegni e mobilitazioni nel continente africano contro il nuovo proposito colonialista statunitense. Sudafrica, Libia e Nigeria hanno detto no al Pentagono, seguiti da molti altri paesi dell’Unione Africana.

Il governo italiano supplisce al diniego dei paesi africani, e dopo le esternazioni razziste di Berlusconi su Barak Obama, le recenti prese di posizione a favore della Russia di Putin e Medvedev, si riallinea velocemente con la nuova leadership statunitense.

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano per giustificare questa nuova umiliante concessione all’esercito USA rasentano il ridicolo.

Nella conferenza stampa del 3 dicembre 2008 alla Farnesina – disertata dal Segretario di Stato USA Condoleeza Rice – Frattini dichiara che la concessione rientra negli accordi internazionali perché “si tratta di strutture di comando che operano nell’ambito del NATO”.

Niente di più falso! Africom, come tutti gli altri comandi con i quali il Pentagono ha diviso l’intero pianeta, sono sotto l’esclusivo controllo dell’esercito USA.

Dai Balcani all’Afghanistan, dal Libano all’Iraq il nostro paese è sempre più partecipe alle aggressioni colonialiste occidentali. Ora i nostri territori saranno un retroterra strategico anche per il tentativo statunitense di riconquista del continente africano.

La lotta contro le basi militari USA e NATO nel nostro paese deve riprendere con vigore, per contrastare un’escalation di guerra e morte che oggi sconvolge la vita di milioni d’esseri umani nei paesi attaccati, ma che presto si ritorcerà direttamente contro i nostri territori.

Trasformiamo la scadenza anti NATO indicata dal Forum sociale internazionale per il prossimo aprile 2009 (si legga l’appello su http://www.disarmiamoli.org ) in un ricco, articolato e determinato percorso di mobilitazioni contro il crescente militarismo colonialista occidentale.


da www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_63e8a56c534af08025f20b4eb97292f3.html

il manifesto del 06 Dicembre 2008

MARINES

Usa, il Comando Africa avrà base in Italia

Napoli e Vicenza scelte come siti operativi dell’Africom

Manlio Dinucci

Due dei comandi militari subordinati dell’appena costituito Comando Africa (AfriCom) – la cui «area di responsabilità» comprende quasi l’intero continente, salvo l’Egitto – saranno dislocati in Italia, uno a Napoli e l’altro a Vicenza. Lo hanno annunciato, in una conferenza stampa congiunta, il ministro degli esteri Franco Frattini e l’ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli. L’ambasciatore ha dichiarato che i due comandi saranno costituiti «esclusivamente da personale assegnato ai quartieri generali e che tale personale continuerà a svolgere la propria missione in ambito Nato, aiutando nel contempo AfriCom a portare avanti l’impegno degli Stati uniti a favore della pace e della sicurezza delle popolazioni africane». Scopo principale di AfriCom è quello dell’«assistenza umanitaria, del controllo dell’immigrazione e della lotta al terrorismo».

Frattini ha ripetuto la lezione, parlando di «strutture di comando che operano nel quadro Nato» e garantendo che «non ci saranno truppe da combattimento ma componenti civili». In realtà, il Comando Africa non opera «nel quadro Nato», ma è uno dei sei comandi unificati del Pentagono, divenuto operativo agli inizi di ottobre. Esso viene definito «un differente tipo di comando», in quanto incorpora, insieme alle forze militari, personale e strutture del Dipartimento di stato, della Usaid e di altre agenzie. L’AfriCom si concentra nell’addestramento di militari africani. A tale proposito, Spogli ha ricordato che a Vicenza, nel «Centro di Eccellenza per le Stability Police Unites (Coespu)», creato da Usa e Italia, vengono addestrate forze di «peacekeeping» provenienti principalmente dai paesi africani. Facendo leva sulle élite militari africane, l’AfriCom cerca di portare il maggior numero di paesi africani nella sfera d’influenza statunitense. L’«assistenza umanitaria» che esso attua in Africa è complementare a tale politica.

Falsa è anche l’affermazione che in Italia «non ci saranno truppe da combattimento ma componenti civili» dell’AfriCom. Il Comando Africa sarà supportato dai comandi e dalle basi statunitensi in Italia. Le navi da guerra usate per le operazioni in Africa vengono inviate dal comando delle forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è a Napoli e il cui comandante è ora responsabile anche delle operazioni navali in Africa. E quando in novembre è stato costituito un apposito corpo dei marines per l’Africa (Marforaf), si era intuito che esso sarebbe stato supportato dai comandi e dalle basi statunitensi in Italia, da Vicenza ad Aviano, da Camp Darby a Sigonella. Viene ora ufficialmente confermato che a Napoli sarà installato il comando navale dell’AfriCom e a Vicenza quello terrestre.

È prevedibile, inoltre, che anche la 17esima forza aerea Usa, riattivata lo scorso settembre a Ramstein (Germania) per essere messa a disposizione dell’AfriCom, opererà non dalla base tedesca, ma soprattutto da basi in Italia, come Aviano e Sigonella. Si può ugualmente prevedere che i materiali necessari all’AfriCom saranno forniti dalla base Usa di Camp Darby. Particolarmente importante sarà il ruolo della base aeronavale di Sigonella: qui, dal 2003, opera la Joint Task Force Aztec Silence, la forza speciale che conduce in Africa missioni di intelligence e sorveglianza e operazioni segrete nel quadro della «guerra globale al terrorismo».

«Accogliendo queste truppe in Italia – scrive il corrispondente de La Stampa da New York, Maurizio Molinari – il governo Berlusconi ha compiuto un passo molto gradito tanto al presidente Usa uscente che a quello entrante, perché il Pentagono aveva difficoltà a trovare basi nello scacchiere del Mediterraneo. Questo farà dell’Italia un interlocutore privilegiato per discutere gli scenari di crisi a sud del Sahara». Il governo Berlusconi ha così compiuto «un passo molto gradito» a Washington, in quanto contribuisce alla nuova operazione di stampo coloniale, mirante al controllo delle aree strategiche del continente africano, come il Corno d’Africa all’imboccatura del Mar Rosso (dove, a Gibuti, è stazionata una task force statunitense), e soprattutto l’Africa occidentale, regione ricca di petrolio e altre preziose risorse.

Vorremmo sapere in quale sede e con quali procedure è stata presa questa decisione di importanza strategica. Vorremmo anche sapere come si comporterà l’opposizione, in particolare il Partito democratico. Ci sarà qualcuno in parlamento, che rifiuterà di essere «interlocutore privilegiato» della politica neocolonialista Usa bipartisan? Ci sarà qualcuno che rifiuterà il «privilegio» di essere reclutati per la nuova conquista dell’Africa, sostanzialmente col ruolo che nel colonialismo italiano svolgevano gli ascari?

si veda inoltre:

http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=241

L’Italia raddoppia: Africom a Napoli e Vicenza

Antonio Mazzeo

[4 Dicembre 2008]

da http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/16019

Senza consultare il Parlamento, il ministro degli esteri Franco Frattini annuncia che l’Italia ospiterà a Napoli e a Vicenza una parte della struttura militare statunitense destinata alle operazioni in Africa. Il ministro inventa coperture Nato per giustificare l’inchino alle richieste statunitensi.

Napoli e Vicenza ospiteranno due componenti di Africom, il nuovo comando delle forze armate Usa per gli interventi nel continente africano. Il ministro degli esteri, Franco Frattini, ha confermato mercoledì le indiscrezioni che erano trapelate un mese fa dalla Spagna sull’intenzione del Pentagono di trasferire il comando centrale della nuova struttura militare da Stoccarda a Rota [Cadice] e/o Napoli, per avvicinarlo allo scacchiere operativo africano. Ma l’Italia stavolta raddoppia: oltre che sulle infrastrutture che la Marina Usa possiede a Capodichino, Gricignano e Gaeta, Africom potrà contare pure sulle basi dell’Us Army di Camp Ederle e anche sulla nuova base nell’aeroporto Dal Molin a Vicenza.
Ripetendo il copione che caratterizza ogni scelta di politica militare, sono tante le menzogne e le omissioni del governo italiano. Nel corso di una conferenza stampa, presente l’ambasciatore statunitense in Italia Ronald Spogli, il ministro Frattini ha dichiarato che le due componenti di Africom che saranno ospitate a Napoli e Vicenza, «operano nel quadro della Nato». Ebbene, al contrario di quanto dice Frattini, Africom è stato istituito lo scorso anno dell’amministrazione Bush senza consultare gli alleati atlantici. Il Pentagono ha deciso unilateralmente le finalità dell’intervento in Africa [lotta al terrorismo, addestramento e armamento dei paesi partner] e i tempi di attivazione del comando transitorio di Stoccarda [Germania], delle basi e delle unità destinate ad intervenire in Africa. Le operazioni [molte delle quali segrete] e le esercitazioni che si realizzano nel continente sono gestite esclusivamente da personale statunitense. Fare riferimento alla Nato per le operazioni Usa in Africa è solo un modo per occultare la piena sudditanza di Roma a Washington.
Franco Frattini ha pure affermato che la scelta del governo italiano è stata presa dopo «aver informato anche i paesi africani che hanno espresso grande supporto a questa decisione». Come dire che mentre Parlamento e popolo italiano sono tenuti all’oscuro dei piani che consolidano il paese nel suo ruolo di principale trampolino di guerra degli Stati uniti, la Farnesina dissemina in Africa funzionari e diplomatici per ottenere il consenso per comandi e reparti che solo Gibuti, Liberia e Marocco sono disponibili ad ospitare.
Il ministro degli esteri ha pure aggiunto che «non ci saranno truppe da combattimento americane assegnate su base permanente» a Napoli e Vicenza, ma solo «componenti civili». Frattini, cioè, enfatizza le finalità di «assistenza umanitaria» del nuovo comando Usa, occultando ciò che ha fortemente irritato il Congresso e buona parte delle organizzazioni non governative degli Stati uniti. A Stoccarda, infatti, solo una decina di persone assegnate ad Africom non sono dipendenti del Dipartimento della Difesa, mentre più di mille sono i militari di aeronautica, esercito, marina, guardia costiera e corpo dei marines.
Frattini, bontà sua, precisa che «i problemi dell’Africa non si risolvono con truppe da combattimento», e che nel malaugurato caso in cui ci fosse bisogno di esse, «queste proverranno dalla Germania ma non dall’Italia». Ma non vengono forse dalle basi tedesche di Bamberg e Scweinfurt i reparti della 173esima Brigata aviotrasportata che raggiungeranno Vicenza quando saranno conclusi i lavori all’aeroporto Dal Molin?
Come denunciato dalla «Rete Nazionale Disarmiamoli!», la Farnesina ha pure omesso di ricordare che l’Italia ospita già altre basi destinate alla nuova politica bellica di Washington, cioè Camp Darby e Sigonella, quest’ultima sede della centrale d’intelligence per le attività «anti-terrorismo» in Africa settentrionale ed occidentale. Joint Task Force Aztec Silence è il nome della forza speciale creata dal Dipartimento della Difesa per condurre dalla Sicilia missioni di sorveglianza terrestre, aerea e navale e finanche vere e proprie operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari nella regione del Sahel, considerata dagli strateghi del Pentagono come un’area nevralgica per il controllo dell’Africa.
All’ambasciatore statunitense Ronald Spogli va riconosciuta maggiore sincerità. «Gli obiettivi dei nuovi comandi Africom – ha dichiarato – vertono su sicurezza e incremento dell’assistenza umanitaria, attraverso quattro attività: prevenzione dei conflitti; promozione della crescita economica; controllo dei flussi migratori e prevenzione del terrorismo».Per Spogli, la creazione dei due comandi subordinati di Napoli e Vicenza «favorirà la cooperazione Italia-Usa, come già si sta facendo nell’ambito delle iniziative G8 per l’addestramento delle forze di peacekeeping e nelle azioni contro la pirateria a largo delle coste somale». Una strizzatina d’occhio agli accordi multimilionari sottoscritti dai complessi militari-industriali dei due paesi e all’ex premier Romano Prodi, nominato dall’Onu quale responsabile degli interventi di «peacekeeping» in Africa. Quando si dice scelte bipartisan

Cantiere Sigonella: come la base USA si prepara alle prossime guerre

In attesa dei velivoli senza pilota Global Hawk, la stazione aeronavale si trasforma nel maggiore centro logistico ed operativo per gli interventi di guerra in Africa, Medio Oriente e Golfo Persico. Con un occhio puntato anche al Caucaso e alle nuove frontiere dell’Est Europa.
giovedì 18 settembre 2008, di Giuseppe Castiglia -(o di Antonio Mazzeo come indicato in calce?) 

La base siciliana di Sigonella è stata candidata dal ministro La Russa ad ospitare il Sistema di sorveglianza terrestre AGS NATO. Intanto si moltiplicano i lavori di costruzione ed ampliamento di piste aeree, hangar e sistemi di telecomunicazione delle forze armate USA. In attesa dei velivoli senza pilota Global Hawk, la stazione aeronavale si trasforma nel maggiore centro logistico ed operativo per gli interventi di guerra in Africa, Medio Oriente e Golfo Persico. Con un occhio puntato anche al Caucaso e alle nuove frontiere dell’Est Europa.

Nuovi bandi di gara per lavori sino a 6 milioni di dollari nella base Usa di Sigonella. Il “Naval Facilities Engineering Command” della Marina militare degli Stati Uniti d’America sta per firmare i contratti con le società chiamate ad ampliare le infrastrutture della principale base aeronavale nel Mediterraneo. Il primo dei contratti prevede la riparazione di una parte delle piste di volo, la demolizione e la ricostruzione di circa 27,700 metri quadri di superfici aeroportuali, il rifacimento dell’impianto d’illuminazione. Il secondo programma prevede invece la ristrutturazione degli uffici, degli spazi comuni e degli hangar dell’edificio n. 630.

Sigonella si conferma così come la base estera dove è maggiore lo sforzo finanziario della Us Navy, 535 milioni di dollari negli ultimi otto anni per il Piano Mega che ha modificato il volto delle due stazioni aeronavali (NAS 1 e NAS 2) in cui la base è divisa. Altri 15 milioni di dollari sono stati stanziati a fine 2005 per la realizzazione di un nuovo oleodotto che risponde alle accresciute esigenze di rifornimento degli aerei installati o in transito (solo nel primo anno delle operazioni Iraqi Freedom ed Enduring Freedom, il Sigonella Fueling Team ha fornito oltre 18 milioni e mezzo di galloni di prodotti petroliferi a più di 5.500 aerei Usa e Nato).

Circa 26 milioni di dollari, inoltre, sono stati previsti per realizzare il “Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex”, il centro operativo e di manutenzione dei velivoli Global Hawk (RQ-A4), l’ultima generazione dei cosiddetti Unmanned Aerial Vehicles – UAV, gli aerei senza pilota, teleguidati, la cui funzione primaria è quella di spiare il fronte nemico, individuare gli obiettivi e infine dirigere gli attacchi e i bombardamenti. Secondo il comando dell’Us Air Force di Kaiserslauten (Germania), dalla base di Sigonella opererà infatti un “piccolo squadrone di cinque velivoli Global Hawk”. La richiesta di spesa per il centro di Sigonella è finalizzata a realizzare hangar e officine, pavimentare l’area di arrivo e di stazionamento degli aerei, istituire una “forza di protezione/antiterrorismo”, migliorare i sistemi di comunicazione.

Dall’Afghanistan all’Iraq, dal Corno d’Africa al Caucaso

A Sigonella i cantieri si moltiplicheranno anche nei prossimi anni. Stando al voluminoso rapporto “Military Construction and Family Housing Programs – Budget Estimates”, relativo alle previsioni di bilancio per l’anno fiscale 2007, presentato al Congresso dal Dipartimento della Marina Usa il 6 febbraio 2006, alla base siciliana verranno destinati nei prossimi tre anni stanziamenti aggiuntivi per oltre 163 milioni di dollari. Tra i programmi più impegnativi la realizzazione di non precisate “infrastrutture di supporto operativo della base” (84 milioni di dollari) e la costruzione dell’”AIMD/GSE Shop” (34 milioni), infrastruttura che potenzierà le funzioni dell’“Aircraft Intermediate Maintenance Department, il dipartimento per la manutenzione e la riparazione dei velivoli imbarcati sulle unità della V e VI Flotta e dei caccia da guerra del Comando centrale europeo delle forze armate Usa. Ventuno milioni di dollari andranno invece per creare una “facility operativa” per l’EOD – Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit Eight Detachment (EODMU 8), il reparto speciale della Us Navy che cura la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.

EODMU 8 fu assegnato a Sigonella nell’ottobre del 1991 per supportare le operazioni del Comando della Marina Usa, dei servizi segreti statunitensi e del Dipartimento di Stato in un’area compresa tra Europa, Africa e Medio Oriente. Il reparto, in particolare, è stato operativo nel teatro di guerra del nord Afghanistan sin dal 2002, mentre si è guadagnato lo scorso anno la “Stella di Bronzo” per i “servizi” resi alle forze armate impegnate in Iraq. Dal 2004 un gruppo di militari dell’Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8 è pure operativo a Djbouti presso la nuova base di Camp Lemonier.

In Corno d’Africa il distaccamento di Sigonella ha addestrato le unità speciali di Etiopia e Kenya in funzione antisomala, alla vigilia dell’attacco scatenato contro le Corti islamiche. In proposito, a riprova del coinvolgimento diretto di Sigonella in operazioni segrete non concordate in ambito Nato, è opportuno menzionare che dal maggio al novembre 2006, dalla base siciliana hanno operato gli aerei radar Orion P3-C del “Patrol Squadron 16 VP-16” di Jacksonville, Virginia, nella raccolta d’informazioni che ha preceduto l’offensiva Usa-Etiopia in Somalia.

Lo scorso 25 agosto, in occasione di una visita a Sigonella per la consegna della “Stella di Bronzo” agli uomini di EODMU 8, il Comandante delle forze navali Usa in Europa ha dichiarato che la base continuerà ad essere importantissima per le operazioni in Iraq ed Afghanistan e “nel supporto all’assistenza umanitaria nella Repubblica Democratica di Georgia”. Come dire che la Russia torna ad essere nel mirino della portaerei Sicilia, proprio come ai tempi dei missili Cruise di Comiso…

L’US Air Force e la trasmissione dei codici d’attacco nucleare

Dalla lettura delle schede allegate al piano finanziario 2007 dei “Military Construction and Family Housing Programs”, emerge però un altro dato estremamente preoccupante sul futuro prossimo della base. La Us Navy prevede infatti che entro la fine del 2012 il personale militare in forza a Sigonella raggiungerà le 4.327 unità, contro le 4.097 presenti alla data del 30 settembre 2005. L’infrastruttura siciliana è l’unica tra le grandi basi navali degli Stati Uniti in cui aumenterà il personale impiegato. Ad esempio, il numero di militari Usa di stanza a Diego Garcia (Oceano Indiano) e Yokosuka (Giappone) si manterrà costante, mentre una riduzione del 15% è prevista per Agana, Guam.

Restano fuori dal computo i reparti che giungeranno in Sicilia per mettere in funzione la stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS (Mobile User Objective System) presso la stazione “sorella” di Niscemi (Caltanissetta), nonché il personale dell’Us Air Force destinato al complesso operativo e di manutenzione dei velivoli senza pilota “Global Hawk” (Sigonella). Nella base, intanto, opera un distaccamento dell’aeronautica militare statunitense sin dal maggio 2001, data in cui fu trasferita da Incirlik (Turchia), una delle stazioni terrestri del Global HF System (GHFS), il sistema di comunicazioni in alta frequenza creato per integrare la rete dello Strategic Air Command, assicurando il controllo su tutti i velivoli aerei appartenenti al Dipartimento della Difesa.

Uno degli aspetti più importanti del GHFS è quello relativo alla trasmissione degli EAM – Emergency Action Messages, gli ordini militari che hanno priorità assoluta, primi fra tutti i cosiddetti “messaggi SkyKing” che includono i codici di attacco nucleare.

Le altre stazioni terrestri del sistema GHF dell’Us Air Force sono quelle di Andersen, Guam; Andrews, Washington; Ascension Island (Oceano Atlantico); Croughton, Gran Bretagna; Elmendorf, Alaska; Hickam, Hawaii; Lajes (Azzorre); Offutt, Omaha, Nebraska; Salinas, Portorico; Thule, Groenlandia, Yokota, Giappone; McClellan, Sacramento (USA).

Il centro “hub” per trasferire uomini, mezzi ed armamenti

La rilevanza strategica assunta da Sigonella non si limita però alle funzioni di vigilanza, intelligence e telecomunicazione. Nella base siciliana è stato creato nel 2005, il settimo “Fleet and Industrial Supply Center (FISC)” della Marina Usa, a cui sono state attribuite tutte le operazioni di immagazzinamento e smistamento di materiali, mezzi e sistemi d’armi sino ad allora eseguite nei centri di Londra, Napoli, Bahrain e Dubai (Emirati Arabi Uniti).

Sigonella è divenuto così uno dei due “hub” d’oltremare dell’Us Navy (l’altro è rappresentato dalla base navale giapponese di Yokosuka), e rifornisce le installazioni e le unità da guerra presenti in Europa, Mediterraneo, Oceano Atlantico ed Asia sud-occidentale. Gli altri cinque centri FISC si trovano nelle basi statunitensi di Pearl Harbor, Hawaii; Bremerton (Puget Sound), Washington; Norfolk, Virginia; Jacksonville, Florida; San Diego.

Sigonella è inoltre una delle principali basi logistiche e di supporto della Marine Air/Ground Task Force (MAGTF), la forza speciale costituita nel 1989 per garantire al Corpo dei Marines flessibilità e rapidità d’intervento negli scacchieri di guerra. In tema di immagazzinamento e distribuzione di armi e mezzi, Sigonella non è snodo centrale solo per i reparti della Marina. L’1 aprile 2004, la Defense Logistics Agency, l’agenzia per la logistica militare del Dipartimento della Difesa, ha attivato nella base siciliana uno dei suoi più importanti “Defense Distribution Depot”, affiancandolo ai centri-depositi già operativi a Germersheim (Germania), Yokosuka, Guam, e in due basi di Kuwait e Corea del Sud.

Come ha spiegato il generale Kathleen M. Gainey, comandante del DDC (Defense Distribution Command), i materiali e i beni presenti a Sigonella vengono messi a disposizione dei reparti dell’Aeronautica e dell’Esercito statunitense. ”La scelta di realizzare il Defense Distribution Depot nella base siciliana – ha spiegato Kathleen M. Gainey – si deve proprio al fatto che si prevede a medio termine una ulteriore espansione delle sue funzioni logistiche”.

In vista del potenziamento della rete logistica di rifornimento mondiale, il Dipartimento della Difesa Usa è impegnato in uno sforzo finanziario imponente: per il periodo compreso tra il 2004-2011, sono previsti investimenti per 464,3 milioni di dollari.

di Antonio Mazzeo

Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, impegnato in progetti di cooperazione allo sviluppo, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. È membro della Campagna per la smilitarizzazione della base di Sigonella.

AFRICOM: Control militar de EEUU sobre la riqueza de África

01/4/2008 …. segue la versione in inglese

da http://www.voltairenet.org/article156247.html

III: Proyecto Censurado 2008 / por Bryant Hunt

En febrero de 2007 la Casa Blanca anunció la formación del Comando Africano de EEUU (AFRICOM), un nuevo centro unificado de comando del Pentágono en África a establecerse antes de septiembre de 2008. Esta penetración militar en África se está presentando como una protección humanitaria en la guerra global anti terrorismo. Sin embargo, el verdadero objetivo es la obtención de petróleo en África y el control de sus sistemas globales de distribución.

China es el desafío más significativo y más creciente a la dominación de EEUU en África. Cualquier incremento del comercio y la inversión china en África amenaza con reducir substancialmente la influencia política y económica de EEUU en ese continente rico en recursos.
La implicación política de una África económicamente emergente en estrecha alianza con China está dando por resultado una nueva guerra fría donde la tarea de AFRICOM será garantizar la dominación militar sobre todo el espectro de África. AFRICOM centralizará e intensificará aún más la presencia militar de EEUU al reemplazar las postas de comando militar en África que antes estaban antes bajo el control de su Comando Europeo (EUCOM) y del comando central en EEUU (CENTCOM).
El contexto del futuro rol estratégico de AFRICOM se puede entender observando al CENTCOM en el Oriente Medio. CENTCOM creció fuera de la Doctrina Carter de 1980 que describió el flujo de petróleo del Golfo Pérsico como de «interés vital» de EEUU y afirmó que ese país emplearía «cualquier medio necesario, incluyendo la fuerza militar», para superar cualquier tentativa de bloquear ese flujo alentada por intereses hostiles. La fuerza militar de EEUU está aumentando lo más rápidamente posible en el África Occidental y en el Sub-Sahara, pues para la próxima década esta área se proyecta como una fuente de energía tan importante como el Oriente Medio. Los desafíos a la dominación y explotación de EEUU en esta región, están viniendo de la gente de África, principalmente de Nigeria, donde se halla el 70% del petróleo africano.
El pueblo nativo de la región del Delta del Níger no ha obtenido beneficios por vivir sobre extensos depósitos de petróleo y de gas natural, sino que tal riqueza –por el contrario– le ha causado sufrimientos. Los movimientos populares de Nigerias están exigiendo la autodeterminación y compartir equitativamente los beneficios del petróleo.
Los activistas de derechos ambientales y humanos han documentado por años las atrocidades cometidas en esta región por las compañías petroleras y los militares. Mientras la táctica de los grupos de resistencia ha cambiado desde la petición y la protesta a medidas más proactivas, los ataques contra oleoductos e instalaciones energéticas han disminuido el flujo de petróleo que salía de la región.
Como sostiene un informe de Intereses Convergentes “en los primeros seis meses de 2006 hubo 19 ataques contra operaciones extranjeras de petróleo que provocaron pérdidas de réditos por 2.187 millones de dólares; el Departamento de Recursos del Petróleo alegó que esta cifra representa el 32% de los ingresos generados este año por el país”.
Las compañías petroleras y el Pentágono están procurando ligar a estos grupos de resistencia a las redes internacionales del terror para legitimar el uso de la fuerza militar de EEUU en “estabilizar” la región y asegurar el flujo de energía, pero no se ha encontrado ninguna evidencia para vincular a los grupos de la resistencia del Delta del Níger a las redes internacionales del terror o a los jihadistas.
En cambio, en la situación actual en el Delta los movimientos étnico-nacionalistas luchan por cualquier medio posible hacia el objetivo político de la autodeterminación. Sin embargo, la volatilidad de las instalaciones circundantes de petróleo en Nigeria y en otras partes del continente está siendo utilizada por el establecimiento de seguridad de EEUU para justificar un “apoyo” militar a los estados africanos productores de petróleo, bajo el modo de una ayuda que permitiría a los africanos defenderse por sí mismos de quienes obstaculizarían su adhesión al “libre comercio”.
La invasión a Somalía de diciembre de 2006 fue coordinada usando bases de EEUU a través de la región. La llegada de AFRICOM reforzará con eficacia los esfuerzos por reemplazar del poder en Somalía a la popular Unión Islámica de las Cortes de Somalía con el Gobierno Federal Transitorio, más amistoso con la industria petrolera. Mientras tanto, el persistente Occidente clama por “la intervención humanitaria” en la región de Darfur, Sudán, instala otra posibilidad de presión militar para obtener un cambio de gobierno en otro país islámico rico en reservas de petróleo.
El periodista Hunt dice que esta clase de “ayuda” aparece limitada solamente por efecto de la retórica de estabilizar al África utilizada por diarios que copian directamente los comunicados de prensa del AFRICOM. Los lectores de los grandes medios pueden esperar encontrar un uso más frecuente de términos como “genocidio” y “equivocado”, mientras observa que los medios corporativos ya denigran el expediente de los derechos humanos de China y lo apoyan para Sudán y Zimbabwe mientras hacen caso omiso a las violaciones en desarrollo de las corporaciones occidentales enganchadas al pillaje de los recursos naturales, la contaminación en las patrias de otra gente y el apoyo a regímenes represivos.
En el año fiscal 2005 la Iniciativa Contra el Terrorismo en el Trans-Sahara recibió 16 millones de dólares; en el año fiscal 2006, casi 31 millones. Un aumento grande se espera en 2008, con la administración Bush empujando para 100 millones anuales durante cinco años. Con el paso de AFRICOM y la promoción continuada de la guerra global al terror, es probable que aumente perceptiblemente el financiamiento del Congreso.
En definitiva, sea que África caiga bajo el dominio de EEUU o China, la sangre a derramarse será africana. Hunt concluye que “no se requiere una bola de cristal o una gran imaginación para anunciar qué traerá a la gente de África la militarización creciente del continente con AFRICOM”.

Actualización de Bryan Hunt

En el primer semestre de 2007, el Ministerio de Energía de EEUU demostró que ese país importa ahora más petróleo desde el continente África que del país Arabia Saudita. Mientras esta estadística puede causar sorpresa a la mayoría, aunque tal información incluso cruce su radar, ciertamente no es esa figura lo que ahora ha estado empujando el creciente entrometimiento militar de EEUU en ese continente, como mi informe documentó. Estos niveles de importación aumentarán.
En los primeros meses siguientes al anuncio oficial del AFRICOM, todavía hay pocos detalles. Se espera que el comando operacional de combate siga dependiendo de EUCOM hasta octubre de 2007, transitando a un comando completamente independiente en unos doce meses más. Muy probablemente, esto exigirá trasladar las jefaturas de AFRICOM desde Stuttgart, Alemania, donde opera la cabeza de EUCOM, a un país anfitrión africano.
En abril, los funcionarios de EEUU recorrían el continente para vender AFRICOM y calibrar la reacción oficial y pública. Las respuestas iniciales fueron, no asombrosamente, negativas y plagadas de sospechas, debido al historial de la intervención militar de EEUU a través del mundo, incluida África, que tuvo además su experiencia amarga con los colonizadores.
La reacción en EEUU, excepto una audiencia selecta, viste apenas uniforme. En primer término, África es uno de los continentes de menos cobertura en los medios estadounidenses. Y cuando las naciones africanas dibujan la atención de los medios, la cobertura se centra típicamente en catástrofes, conflictos o la corrupción y, generalmente, ofrece una cierta forma de intervención extranjera benévola, sea ayuda financiera y humanitaria, o una severa postura paternal de fingida “preocupación por los derechos humanos”.
Pero la actividad militar de EEUU en el continente pasa en gran parte inadvertida. Esto fue evidenciado por la escasa divulgación sobre la ayuda de los militares de EEUU para la invasión de Somalía en la derrota de la Unión de las Cortes Islámicas y la reciente reinstalación de los impopulares Señores de la Guerra que anteriormente se habían repartido el país. El Pentágono declaró la operación como modelo para acciones futuras.
El Departamento de Defensa (DOD) –o Pentágono– indica que un componente primario de la misión de AFRICOM consistirá en profesionalizar a militares nativos en asegurar estabilidad, seguridad y gobierno responsable en varios estados y regiones de África. La estabilidad significa establecer y mantener el orden y la responsabilidad, por supuesto, se refiere a cautelar los intereses de EEUU. Solamente para este año anticipan que 1.400 oficiales militares africanos terminarán programas de educación y de entrenamiento militar internacionales en las escuelas castrenses de EEUU.
La amarga medicina será tragada sin mayores sufrimientos combinando estas tareas de militarización de AFRICOM con un creciente componente civil que acentúe la importancia de conceptos importados de “promoción de la democracia”, “capacidad de construir” y “soberanía y autonomía africanas”.
Kenya, por ejemplo, se encuentra actualmente en esta posición. Se espera que una mayor atención a la presencia cada vez más intensa de Estados Unidos en África, un conocimiento del contexto de esta situación por lo menos pueda ser útil ahora y ayude a atenuar algunos de los efectos dañinos daños que se dan por seguros.
Por el momento existe un pequeño conocimiento público de AFRICOM y muy de pocas fuentes de información fuera de la propaganda oficial. Ensanchar el diálogo público sobre este asunto sería un primer paso en dirección a respuestas significativas.

Fuente:

MooriofAlabama.org 2/21/2007.
Título: “Understanding AFRICOM”.
Autor: Bryan Hunt.
Estudiante investigador: Ioana Lupu.
Evaluador académico: Marco Calavita, Ph.D.

3 AFRICOM: US Military Control of Africa’s Resources

in Top 25 Censored Stories for 2008
http://www.projectcensored.org/top-stories/articles/3-africom-us-military-control-of-africas-resources/

http://www.moonofalabama.org/2007/02/understanding_a_1.html

Student Researcher: Ioana Lupu
Faculty Evaluator: Marco Calavita, Ph.D

In February 2007 the White House announced the formation of the US African Command (AFRICOM), a new unified Pentagon command center in Africa, to be established by September 2008. This military penetration of Africa is being presented as a humanitarian guard in the Global War on Terror. The real objective is, however, the procurement and control of Africa’s oil and its global delivery systems.
The most significant and growing challenge to US dominance in Africa is China. An increase in Chinese trade and investment in Africa threatens to substantially reduce US political and economic leverage in that resource-rich continent. The political implication of an economically emerging Africa in close alliance with China is resulting in a new cold war in which AFRICOM will be tasked with achieving full-spectrum military dominance over Africa.
AFRICOM will replace US military command posts in Africa, which were formerly under control of US European Command (EUCOM) and US Central Command (CENTCOM), with a more centralized and intensified US military presence.
A context for the pending strategic role of AFRICOM can be gained from observing CENTCOM in the Middle East. CENTCOM grew out of the Carter Doctrine of 1980 which described the oil flow from the Persian Gulf as a “vital interest” of the US, and affirmed that the US would employ “any means necessary, including military force” to overcome an attempt by hostile interests to block that flow.
It is in Western and Sub-Saharan Africa that the US military force is most rapidly increasing, as this area is projected to become as important a source of energy as the Middle East within the next decade. In this region, challenge to US domination and exploitation is coming from the people of Africa—most specifically in Nigeria, where seventy percent of Africa’s oil is contained.
People native to the Niger Delta region have not benefited, but instead suffered, as a result of sitting on top of vast natural oil and natural gas deposits. Nigerian people’s movements are demanding self-determination and equitable sharing of oil-receipts. Environmental and human rights activists have, for years, documented atrocities on the part of oil companies and the military in this region. As the tactics of resistance groups have shifted from petition and protest to more proactive measures, attacks on pipelines and oil facilities have curtailed the flow of oil leaving the region. As a Convergent Interests report puts it, “Within the first six months of 2006, there were nineteen attacks on foreign oil operations and over $2.187 billion lost in oil revenues; the Department of Petroleum Resources claims this figure represents 32 percent of ‘the revenue the country [Nigeria] generated this year.’”
Oil companies and the Pentagon are attempting to link these resistance groups to international terror networks in order to legitimize the use of the US military to “stabilize” these areas and secure the energy flow. No evidence has been found however to link the Niger Delta resistance groups to international terror networks or jihadists. Instead the situation in the Niger Delta is that of ethnic-nationalist movements fighting, by any means necessary, toward the political objective of self-determination. The volatility surrounding oil installations in Nigeria and elsewhere in the continent is, however, used by the US security establishment to justify military “support” in African oil producing states, under the guise of helping Africans defend themselves against those who would hinder their engagement in “Free Trade.”
The December 2006 invasion of Somalia was coordinated using US bases throughout the region. The arrival of AFRICOM will effectively reinforce efforts to replace the popular Islamic Courts Union of Somalia with the oil industry–friendly Transitional Federal Government. Meanwhile, the persistent Western calls for “humanitarian intervention” into the Darfur region of Sudan sets up another possibility for military engagement to deliver regime change in another Islamic state rich in oil reserves.
Hunt warns that this sort of “support” is only bound to increase as rhetoric of stabilizing Africa makes the dailies, copied directly out of official AFRICOM press releases. Readers of the mainstream media can expect to encounter more frequent usage of terms like “genocide” and “misguided.” He notes that already corporate media decry China’s human rights record and support for Sudan and Zimbabwe while ignoring the ongoing violations of Western corporations engaged in the plunder of natural resources, the pollution other peoples’ homelands, and the “shoring up” of repressive regimes.
In FY 2005 the Trans-Sahara Counter Terrorism Initiative received $16 million; in FY 2006, nearly $31 million. A big increase is expected in 2008, with the administration pushing for $100 million each year for five years. With the passage of AFRICOM and continued promotion of the Global War on Terror, Congressional funding is likely to increase significantly.
In the end, regardless of whether it’s US or Chinese domination over Africa, the blood spilled will be African. Hunt concludes, “It does not require a crystal ball or great imagination to realize what the increased militarization of the continent through AFRICOM will bring to the peoples of Africa.”

Update by Bryan Hunt
By spring 2007, US Department of Energy data showed that the United States now imports more oil from the continent of Africa than from the country of Saudi Arabia. While this statistic may be of surprise to the majority, provided such information even crosses their radar, it’s certainly not the case for those figures who have been pushing for increased US military engagement on that continent for some time now, as my report documented. These import levels will rise.
In the first few months following the official announcement of AFRICOM, details are still few. It’s expected that the combatant command will be operational as a subunit of EUCOM by October 2007, transitioning to a full-fledged stand-alone command some twelve months later. This will most likely entail the re-locating of AFRICOM headquarters from Stuttgart, Germany, where EUCOM is headquartered, to an African host country.
In April, US officials were traversing the continent to present their sales pitch for AFRICOM and to gauge official and public reaction. Initial perceptions are, not surprisingly, negative and highly suspect, given the history of US military involvement throughout the world, and Africa’s long and bitter experience with colonizers.
Outside of a select audience, reaction in the United States has barely even registered. First of all, Africa is one of the least-covered continents in US media. And when African nations do draw media attention, coverage typically centers on catastrophe, conflict, or corruption, and generally features some form of benevolent foreign intervention, be it financial and humanitarian aid, or stern official posturing couched as paternal concerns over human rights. But US military activity on the continent largely goes unnoticed. This was recently evidenced by the sparse reporting on military support for the invasion of Somalia to rout the Islamic Courts Union and reinstall the unpopular warlords who had earlier divided up the country. The Pentagon went so far as to declare the operation a blueprint for future engagements.
The DOD states that a primary component of AFRICOM’s mission will be to professionalize indigenous militaries to ensure stability, security, and accountable governance throughout Africa’s various states and regions. Stability refers to establishing and maintaining order, and accountability, of course, refers to US interests. This year alone, 1,400 African military officers are anticipated to complete International Military Education and Training programs at US military schools.
Combine this tasking of militarization with an increased civilian component in AFRICOM emphasizing imported conceptions of “democracy promotion” and “capacity-building” and African autonomy and sovereignty are quick to suffer. Kenyans, for example, are currently finding themselves in this position.
It is hoped that, by drawing attention to the growing US footprint on Africa now, a contextual awareness of these issues can be useful to, at the very least, help mitigate some of the damages that will surely follow. At the moment, there is little public consciousness of AFRICOM and very few sources of information outside of official narratives. Widening the public dialogue on this topic is the first step toward addressing meaningful responses.

sarebbe certo  opportuno leggere anche http://www.projectcensored.org/top-stories/articles/2-bush-moves-toward-martial-law/ la seconda delle storie da censurare di questo progetto per capire dove punti (anche durante l’amministrazione Obama, che nell’ultima “finanziaria” ha attribuito un budget senza precedenti al comparto militare), quest’ipermilitarizzazione del mondo

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4 thoughts on “Africom: obbligatorio opporsi

  1. Together with the whole thing that seems to be developing inside this particular subject matter, all your perspectives are generally somewhat exciting. Having said that, I am sorry, because I can not give credence to your entire plan, all be it radical none the less. It seems to us that your remarks are not entirely justified and in fact you are generally your self not really wholly convinced of your argument. In any case I did enjoy looking at it.

    • Happy that you enjoyed it; sorry I failed in convincing you and your friends (we?): I am deeply convinced in what I dare to write, being “writing a form of prayer” (Kafka) to me, and coherence the result of a long-lasting self-examination I take before writing about so serious matters (as about the less important ones). I am a scholar who studies cultural, social, historical consequences of investments, applications and leverages of military sectors, in societies that – so often – appear strongly militarised in sub-Saharan areas. Hence I am convinced in what I write ‘cause of my direct experiences in such consequences and in the consequences induced by no clear engagement rules of complex socio-political and economic institutions represented in AFRICOM. It is a Pentagon’s institution with soft-power and public diplomacy commitments but also commercial implications in order to favour US market: in that 25% of its forces are uniformed the others are civilians while some 30% are contractors… and its involvement in the “Libya/(French)-affair”, right now, is something worrying, indeed as the old antagonists in the African continent contend its resources once again.

    • actually I agree completely with you Josephina, although one should be aware of too many things not to be entrapped in false informations the net transmits too and is more easily able to erase, than the newspapers do: one must add – nonetheless- that such a risk is counterbalanced by the abundance of such pieces of information on the net, that offers more stimulations to our free will in the choice to whom give our trust.

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