DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio

8 AGOSTO 2013

Viviamo continui déjà vu in rapida, rapidissima, concentratissima successione, direi e facciamo zapping perché è impossibile dribblare: possiamo solo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie aspettando il gran colpo finale. L’inconcludenza, l’insignificanza politica di questi mesi (di questi anni) si fa memory foam di pratiche distruttive che vediamo moltiplicarsi come cellule tumorali in mitosi incontrollata, mentre il nostro paese ne assume la forma. A volte leggiamo frasi che sintetizzano abilmente le nostre intuizioni, altre rare volte, pagine che danno loro trama e storia, con straordinaria puntualità:

 Da Liberazione.it

POLITICA – 08/08/2013

L’anomalia Napolitano

Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa:

non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.

Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.

Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini, aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.

Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso

Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».

Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di nominati a metter mano alla Costituzione.

Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Giuseppe Aragno

29 APRILE 2013

Si affastellano le ipotesi sul “folle gesto” che ha portato un uomo a ferire due carabinieri di fronte ai palazzi del potere, mentre prestavano giuramento i ministri del Governo Letta/Alfano: è forse sufficente questo post essenziale per comprendere gli “stigma” dell’informazione, in cui Angela Mauro definisce “grillino” il carabiniere che in lacrime, ipotizza il movente di questa violenza. Insomma, dalla piazza che fa paura e cui bisogna dare un nome, “grillino” diviene ora sinonimo di buon senso?

Io credo che non occorra sapere altro.

Davanti Palazzo Chigi lo sfogo di due carabinieri:
è il gesto di un disperato, ma la gente non ne può più e se la prende con noi

L’Huffington Post | di Angela Mauro;  Pubblicato: 28/04/2013 13:02 CEST  |  Aggiornato: 28/04/2013 16:39 CEST

Sparatoria

Uno dci carabinieri feriti 

“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…”. Lo sguardo dei cronisti si fa sempre più incredulo. Il ricordo va a Genova 2001, altra storia, altra epoca. Lì la piazza era nemica, qui la piazza non c’è, c’è il gesto folle di un singolo (a quanto se ne sa), ma il carabiniere non impreca contro di lui, anche se di lui non sa nulla. “Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”. E prosegue il racconto: sembra un grillino ma, di fronte alle sue parole, una considerazione del genere si sgonfia come semplice sintesi giornalistica, quale è. Evidentemente è una persona vera che parla prendendosi il diritto a parlare, pur con la divisa addosso. “Li vedo quando prestiamo servizio davanti al ministero… Escono i sindacalisti a braccetto e dicono: ‘L’accordo non si è fatto’. Per loro non cambia niente, per tante famiglie cambia molto…”. E ora succede questo: uno spara contro i carabinieri e il carabiniere lo comprende. Se potesse scegliere non in base allo stipendio, chissà.

DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio
28 Aprile 2013

La recente storia ci dice una volta di più di non fidarci mai e di nessuno. Ci dice che in questo Paese niente può cambiare. Niente deve cambiare. E come pure quello stigma letterario d’una politica italica in cui tutto cambia perché nulla cambi, sia ormai fuori moda. Ci dice che il libero arbitrio va esercitato in modo diretto perché raramente la rappresentanza politica s’è messa al servizio del bene collettivo. Essere di sinistra ha perso ogni significato da che chi sale al potere, grazie ad una procedura di voto dallo stigma suino, con la favoletta della rappresentatività sfila con improntitudine davanti ai nostri occhi, dopo aver applaudito una linea di partito per poi votare in massa contro quella linea. Marini PdR era insostenibile –  potreste convenire con me –  ma, conoscendo il mio popolo, sentenzio che una percezione egemonica del potere ha impedito quella rappresentanza senza senno collettivo, di esprimersi liberamente al momento dell’applauso.
Insomma, l’eterno condizionamento fatto di percezioni di “dittature silenti” e coscienti “interdipendenze debitorie” (da me da sempre denunciate – forte della mia esperienza accademica – come endemiche in questo paese) impedisce una libera espressione: sono pressioni gravi nella relazione col potere e fra i poteri, ma poiché sono “percezioni” è difficile individuarle e denunciarle, sebbene siano il cancro corrosivo della nostra storia. Resto dell’idea che la scuola contribuisca a produrre questa forma mentis, che, corroborata dagli agenti televisivi, riproduce una subcultura che denuncia l’appiattimento sulle posizioni del potere, come forme tribaliste e claniche, appellandosi al libero arbitrio, ma senza spiegare adeguatamente che è buona “politica” argomentare apertamente il proprio dissenso senza il timore di inimicarsi chi domani ti offrirà, in cambio del dissimulato dissenso: un bel voto, un lavoro, una mazzetta.
Sono sempre stata “di sinistra”, ma questo non mi ha impedito, nel recente contenzioso sulla riforma Gelmini, di vedere il PD per ciò che è. (Rimando al post “Università: bene comune?”). Risultato: al momento della votazione della riforma il PD votò contro i propri stessi emendamenti. “Gelmini” passò, tra l’altro, anche sulla foto su Repubblica della sottoscritta in prima fila, giusto dietro allo striscione di protesta degli studenti e sul battibecco in parte apparso su il Mattino di Napoli con quello stolto giornalista che si erotizzava sulle supposizioni della Digos in merito alla Rete29Aprile.
Se ciò che ho visto in un ridotto spaccato (ma, credetemi, anche se non siete accademici: di ESSENZIALE importanza, per la resistenza, il contrasto e l’uscita di questo Paese rispetto a questa e a tutte le crisi che verranno) è sfilato sotto gli occhi di tutti, sebbene ancora delusa, son contenta. Siamo ora costretti a razionalizzare questo nostro tempo ed a concludere che, al di là dei teatrini, in cui non ci si deve accontentare di rinnovare fili e marionette, sia il sistema da cambiare radicalmente. I burattinai, per intenderci, ma anche struttura del teatro e mentalità degli spettatori, di modo che non rinuncino in modo drammaticamente sistematico al diritto di voto, come anche le recenti elezioni in Friuli han dimostrato.

La rivoluzione pacifica di Grillo la si può capire se ci si libera delle cortine fumogene che gli attuali burattinai gettano attraverso i gestori della pubblica informazione e anche così non è facile liberarsi dai condizionamenti di quasi 70 anni di partitismo e dai dilemmi che il movimento stesso impone. E’ difficile condividere buona parte dei metodi, l’incapacità di argomentare e persuadere senza urlare, il (leggasi) trasparente (intendasi) ingenuo sistema di diversificare il blog di Grillo dal sito del M5S, che – di fatto – è un emotional punching-ball lasciato alla mercé dell’esasperazione cittadina (di dimensioni peraltro ridotte, in un Paese drammaticamente afflitto dal digital divide). Non sarebbe grave se quelli non fossero indicati come gli unici canali di informazione/comunicazione. Ad una generica occhiata, poi, nei meetup locali, i “cittadini” sembrano faticare ad interrelarsi fra loro e con “la testa” del gruppo, anche se le “cellule” radicate sul territorio e le problematiche desumibili dai tags, sono decisamente accattivanti.

Difficile digerire quelle tecniche di diversione che portano a promuovere sondaggi sul “Presidente più cattivo”, anziché promuovere informazioni circa disponibilità e competenze effettive di eventuali candidati del M5S alla Presidenza della Repubblica. O, ancora, quegli assurdi attacchi agli intellettuali, tout-court, senza educare al corretto utilizzo delle definizioni, perdendo di vista il fatto che se c’è un difetto nel movimento è la sua solitudine, la sua impreparazione politica ma anche culturale, in cui domina l’assenza (o l’occultamento di chi non vuol scoprire le carte) di persone competenti e preparate perché pensano sistematicamente, misurandosi con il contesto storico e attuale, e non solo emozionalmente.

Certo, al suo interno il movimento è diversificato,  c’è pensiero e pensiero, ma quel che emerge in questa – egemonica altresì – “cultura opinionista” determinata dall’agente formativo della pubblica televisione, è che il M5S vi si sia affidato con le quirinarie: avrebbe eletto il capo dello Stato, della Magistratura e dell’Esercito (con percentuale ristretta e legata non alla “cittadinanza” ma agli iscritti al movimento) non tanto in base ad una conoscenza di competenze reali estensibili a tali fronti di responsabilità, ma in base a percezioni canalizzate dai media (che oscurano competenze ben migliori, come lo stesso Grillo sostiene).

“Tutti a casa”, incarico pieno e senza alleanze del 5Stelle è un piano non negoziabile. I numeri non sono un’opinione e tali dichiarazioni accanto a discriminazioni verso forme di pensiero non coincidenti col movimento lo rendono populista (non basta negare di esserlo) e non è nemmeno un male esserlo se questo servisse ad educare ad usare degli strumenti politici.

Ciò detto, restano condivisibili molte delle posizioni esasperate di Grillo. Fra tutte il suo rigetto per i politici – è il caso di dire (e il mio senso dello Stato ribolle) – “collusi nelle pubbliche istituzioni”, buona parte dei quali, seppure vogliamo credere non essere parte della cleptocrazia, poiché non sono stati direttamente colti con le dita nella marmellata, per il solo fatto di non aver denunciato ciò che accadeva sotto i loro stessi occhi sono correi. In politica il silenzio è consenso. E se non se ne sono accorti, vuol dire che non “hanno la patente” per guidare un Paese.
Anche la sua esasperazione contro il giornalismo italico è a mio avviso legittima. Io dal Master di giornalismo nel mio ateneo in cui ho insegnato per tre anni sono letteralmente scappata a gambe levate proprio perché ho compreso come si continui a far giocare i giovani con ciò che “piace loro” di quanto percepiscono del malato giornalismo nostrano, ma anche come nulla si faccia per cambiare le prospettive di lettura delle realtà, puntando piuttosto sul giornalismo indipendente che, certo, non è “tutto buono”, ma che con maggior incidenza produce letture politiche, da procedure d’accertamento faticose, scomode, se non pericolose, delle realtà così come sono gestite, proprio per gli schemi dei poteri da cui e in cui assumono forma: incardinati sugli interessi privati e mutuamente legittimati nel tessuto egemonico di questo Paese, di stampo mafioso e fascista, pur non essendo spesso ascrivibili direttamente a tali matrici…. Certo che molti sono gli onesti. Così come molti sono i “perdenti” ridotti all’oblio (e spesso in rapporto direttamente proporzionale alla loro coerenza ed onestà). Certo che molti credono nella certezza del diritto. Ma troppi sono meno uguali di altri rispetto ad esso. Troppe sono le regole che vengono costruite nell’interesse di pochi.

Sin dal voto ci siamo trovati di fronte ad un dilemma: assunta la sporcizia della politica nostrana, votare un movimento a-politico può indurre una pressione sufficiente al cambiamento, ma “Tutti a casa” è un programma che non passa per una rivoluzione pacifica. C’è un aut-aut non trascurabile nell’avvertire ad ogni piè sospinto che il M5S vada ringraziato in quanto distrarrebbe dal prevedibile passo verso movimenti del tipo “Alba dorata”. Questo governo di compromesso riattizza il dilemma: ora la sfida al “Leviatano sospeso sopra la società” è aperta. In quest’espressione di Mbembe, a definire il rapporto fra sudditanza e potere in Africa, appieno e vieppiù oggi – all’indomani del “golpettino” e di un Governo di compromesso, in predicato di ingrossarmi ancora il fegato – riconosco l’immagine di questo nostro Paese. Il dilemma si rinfocola: se legittimare una parte, legittima il tutto, il M5S non dovrebbe trattare. L’intento del M5S di contribuire in fase decisiva, settore per settore, punto per punto non lo esime dalla scelta. Se negozierà legittimerà. Non lo facesse, perderebbe almeno il 50% dei voti. Vanificando il mio.

I 20 PUNTI DEL M5S

1) Reddito di cittadinanza.
2) Misure di rilancio per la piccola e media impresa.
3) Legge anticorruzione.
4) Informatizzazione e semplificazione dello Stato.
5) Abolizione dei contributi pubblici ai partiti.
6) Istituzione di un politometro per verificare arricchimenti illeciti dei politici negli ultimi 20 anni.
7) Referendum propositivo e senza quorum.
8) Referendum sulla permanenza nell’Euro.
9) Obbligo di discussione di ogni legge di iniziativa popolare in Parlamento con voto palese.
10) Una sola rete televisiva pubblica senza pubblicità e indipendente dai partiti.
11) Elezioni
dirette dei parlamentari alla Camera e al Senato.
12) Massimo di due mandati elettivi.
13) Legge sul conflitto d’interessi.
14) Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica.
15) Abolizioni dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali.
16) Accesso gratuito alla Rete per cittadinanza.
17) Abolizione dell’Imu sulla prima casa.
[riduzione e aggiustamento sui profili di reddito]
18) Non pignorabilità della prima casa.
19) Eliminazione delle province.
[e di quei lavoratori che si intende fare?]
20) Abolizione Equitalia
[direi, sostituzione]

l’ARTICOLO IN FORMA BREVE CHE CI AVVERTE DI QUANTO STIA ACCADENDO E CHE MI FA STARE SALDAMENTE ACCANTO AL PENSIERO DI GRILLO

La Re-pubblico / 27 Aprile 2013

Giustizia, il piano del Cavaliere: “Ora si possono congelare i processi”

Il centrodestra spera di creare un clima di pacificazione, con Berlusconi che punta alla nomina di senatore a vita. Trattativa più dura per le difficoltà del Pd su corruzione, prescrizione e anti-riciclaggio

di LIANA MILELLA

Silvio Berlusconi tratta per il governo con un occhio ai suoi guai giudiziari: i processi Mediaset, Ruby, Unipol, De Gregorio rischiano di arrivare a sentenza, una condanna che potrebbe voler dire carcere, domiciliari e interdizione dai pubblici uffici. Per questo la strategia dell’ex premier è quella di chiudere una volta per tutte queste partite: “Ora ci sono le condizioni per farlo”.
Ma l’obiettivo non è la legge salvacondotto. La via “legislativo-giudiziaria” per evitare le sentenze e mettere nel nulla anni di inchieste si trasforma in una via “politico-giudiziaria”. La strategia si regge su un assunto semplice: nelle ore in cui l’ex premier rende praticabile un governo di salute pubblica, che salva il Paese dal baratro di nuove elezioni, egli non può cadere per via dei suoi processi. In qualsiasi grado di giudizio si trovino, prossimi o lontani dalla sentenza che siano, i dibattimenti devono fermarsi.
È questo il vero tema della trattativa di governo. Tema segreto, ovviamente. Coinvolge tutti, anche Napolitano, se è vero che proprio da lui Berlusconi si aspetta un passo molto importante, la sua nomina a senatore a vita. Un doppia nomina, in realtà. Nel progetto del Pdl il presidente della Repubblica dovrebbe scegliere Berlusconi, ma anche Romano Prodi, nel segno della grande pacificazione. Una mossa per chiudere, con un colpo solo, una guerra giudiziaria in atto da 20 anni. Ma la via è impervia.

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