Oh Capitano, nostro Capitano!

Il testimone morale e al contempo il testimone politico per eccellenza della nostra stagione peggiore è scomparso. Credo Mandela rientri nel quadro che Avishai Margalit delinea per questo agente. «Il testimone morale deve vivere per servire il proprio scopo» (A. Margalit, L’Etica della Memoria, 2006/128), e lo scopo è la comunicazione, il racconto. Ciò che fa di Mandela un’eccezione è la coincidenza col testimone politico e, quindi, con l’attore politico, in questa straordinaria storia che supera i rigori della sopravvivenza per una testimonianza per incidere nell’orrifica ingegneria sociale dell’apartheid con un’azione… e un’azione vincente attraverso la testimonianza al contempo morale ed etica.

Ho scritto per l’associazione in cui “milito” come membro del Comitato Scientifico -il Centro Studi Problemi internazionali – CesPI, queste cartelle su Nelson Mandela e il Sudafrica dopo di lui… e noi, senza lui.

Trovo possa essere suggestivo, quale incipit, il profondo Alan Bates che qui recita la poesia d’un uomo che s’è eletto capitano della propria anima, pur nella prigione di un corpo che si sfaceva: un uomo fiero al punto che Melville s’ispirò a lui per la figura di Akab: William Ernest Henley. La poesia  «Invictus» (invitto) della raccolta “Vita e Morte (Echi)”,  pubblicata per la prima volta nel 1888 nel Book of Verses è stata quella con cui Mandela s’è dato coraggio negli anni della prigionia e che ha ispirato il noto film di Eastwood.

“Oh Capitano, nostro Capitano!”.

In ricordo di Nelson Rolihlahla MANDELA, detto “Madiba”

(18 luglio 1918, Mvezo – Johannesburg, 5 dicembre 2013)

di Cristiana Fiamingo[1]

Il tardo pomeriggio del 5 dicembre 2013, all’età di 95 anni, Nelson Rolihlahla Mandela, detto ‘Madiba’, si è spento nella sua casa di Houghton, a Johannesburg.

Icona globale. Attore politico per eccellenza. Eroe che nessun’ombra sembra poter intaccare nell’immaginario collettivo. Pure nella dignitosa, muta posa e nello sguardo quasi assente delle ultime immagini che circolano nella ‘rete’, sembra vigilare, antenato vivente – come si direbbe presso alcuni popoli d’Africa –, su questo nostro mondo, dal gigantismo morale che sopravvivrà ai suoi errori.

NELSON MANDELA: L’ATTORE POLITICO

Rolihlahla Mandela nasceva il 18 luglio 1918 a Mvezo,[2] sulle rive del fiume Mbashe nel distretto di Umtata nel Transkei, provincia ad est della regione del Capo, nella terra in cui sanguinose guerre di frontiera ingaggiate coi coloni olandesi, a partire dal 1770, avevano bloccato il flusso migratorio verso la costa, a sud, di xhosa e thembu – la sua etnia –, prima stanziati ai piedi dei monti Drakensberg.

Rolihlahla Mandela era di famiglia nobile: destinato ad alti incarichi nell’ambito tradizionale dei thembu, data la preminenza del suo clan, pur cadetto, Madiba, di cui gli è rimasto affibbiato, simpaticamente, il nome. Resterà fortemente influenzato dal modo di gestire le controversie in seno al villaggio, nelle udienze pubbliche cui avrà modo di assistere da ragazzo, mutuandone il modello che si connotava per la ricerca del consenso: pur se appannaggio maschile, qualcosa di assai prossimo alla democrazia consociativa cui Mandela tenterà di uniformare il Paese. Coincidente con quel concetto di ubuntu, non estraneo ormai, neppure alle nostre coordinate geografiche.[3]

Il nome occidentale – Nelson – gli sarà conferito nella scuola missionaria di Qunu, che frequenterà da bambino, in ciò marchiandone la confessione religiosa, ma – di più e oltre a questo – manifestando quell’illusione di appropriazione, che conferisce il dare un nome a cose, animali e figli e con buona pace dei bianchi, che hanno sempre avuto serie difficoltà nel pronunciare i nomi africani.

Quella che conosciamo come Repubblica del Sudafrica era allora una Unione Sudafricana (1910-1960): un’entità politica semi-autonoma in seno all’Impero coloniale britannico, che, dopo due sanguinose guerre anglo-boere (nel 1881 e nel 1899-1902), aveva visto l’aggregazione delle due Colonie ad amministrazione britannica del Capo e del Natal alle due repubbliche autonomiste dei “boeri” – come si definivano allora i coloni d’origine olandese, poi chiamatisi afrikaner – dell’Orange e del Transvaal (1910).

Non si era ancora nella fase acuta del virulento processo di ingegneria sociale razzista che ha marcato la storia del Sudafrica a partire dal 1948, ovvero dalla vittoria politica nell’Unione sudafricana del partito nazionalista (Nasionale Party / NP) che vi introdurrà un sistematico apart-heid legalizzato,[4] sebbene già leggi discriminatorie fossero in vigore sin dai tempi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Ma allora, nell’Unione, su tutte fu promulgata la peggiore: la legge del 1913 che decretava l’espropriazione sistematica della terra alla maggioranza nera e la sua segregazione in riserve che non occupavano più del 7% del Paese (una porzione che sarà aumentata al 13% del territorio nel 1936). Nel corso del dibattito che avrebbe portato a quella legge, intellettuali neri fonderanno il South African Native Congress, prodromo dell’African National Congress (ANC – denominazione assunta nel 1923), che l’anno scorso ha celebrato così i suoi primi 100 anni.

Sarà il movimento in cui militerà Rolihlalha (l’“l’attaccabrighe” in isixhosa)[5] nel corso dei suoi studi in legge, svolti tra Fort Hare e Johannesburg. La scelta di questo corso di studi è stata determinata dalla cosciente necessità di combattere il sistema attraverso gli stessi meccanismi legali con cui veniva imposto.

Negli anni in cui, con difficoltà, i militanti dell’ANC cercavano a fatica una strategia di mobilitazione in un sistema che si stava facendo sempre più serrato contro la dissidenza, Mandela costituirà con Walter Sisulu, Oliver Tambo e John Lembede, la Youth League dell’ANC, nel 1943 (ANCYL). Anche in questa ala giovanile non mancheranno i contrasti, determinati soprattutto dalla linea di lotta e dal profilo ideologico che il movimento avrebbe dovuto assumere, nell’opinione dei suoi membri, al fine di catturare le masse sudafricane per unirle verso un obiettivo comune e superare quella divisione artificiosa in gruppi razziali, operata da un ufficio apposito: lo SABRA (Suid-Afrikaanse Buro vir Rasse Aangeleenthede), l’ufficio sudafricano per gli affari razziali.

Entrando nell’era della guerra fredda, un movimento eccessivamente inclusivo, soprattutto nei confronti del comunismo, nell’opinione di alcuni membri dell’ANCYL, infatti, avrebbe determinato l’esclusione dell’ANC dall’arena politica dell’Unione. Ma se Mandela inizialmente avversava una collaborazione con i comunisti, con la successiva introduzione del Suppression of Communism Act (1950) professerà un’attitudine maggiormente inclusiva, peraltro documentandosi e studiando il pensiero di Marx, Lenin e Mao Zedong.

Le elezioni del ’48 contribuiranno ad accelerare la formulazione di strategie d’azione incisive contro l’apartheid e Mandela si distinguerà da allora quale ‘attore politico’ per eccellenza.[6] Ex-post va riconosciuto come la mobilitazione anti-apartheid sia forse stata la prima azione collettiva globale ed è innegabile che la figura di Nelson Mandela ne sia stata il fulcro e da molto prima che il giornalista Percy Qoboza, con lo slogan “Free Mandela”, nel ‘78, ci offrisse un simbolo aggregante. È stata una figura che ha assunto, sin dalla circostanza della nascita del fenomeno dell’apartheid legalizzato, quel ruolo carismatico che gli è internazionalmente riconosciuto, per la consapevolezza e la lucida determinazione che lo ha contraddistinto nella volontà di far legittimare le rivendicazioni conflittuali della fine dell’apartheid, attraverso azioni collettive straordinariamente coraggiose.

È in ciò che Mandela si configura come un perfetto attore politico: per quel disegno che, attraverso il consolidamento di una strategia fattiva e condivisa in seno all’ANC, mirava a mobilitare le masse in seno al Sudafrica, coordinando il consenso per la propagazione dell’azione politica. Coordinato dal carcere, attraverso i suoi compagni di lotta, il risultato di questo processo sarà l’estensione del consenso al di là dei confini del Sudafrica. In tal modo, è stata ordita una mobilitazione tale da ottenere legittimazione da attori politici internazionali e maturare a successo gli obiettivi collettivi, portando alla condanna internazionale dell’apartheid quale crimine contro l’umanità e, quindi, alla fine del regime che sosteneva quel programma politico, rendendo legittima la lotta armata dell’ANC e del Pan Africanist Congress (PAC).

Mandela è stato l’‘uomo giusto al momento giusto’, che – come efficacemente dimostra l’ottimo studio di Elleke Boehmer – si è costruito per questo.[7] Indubbiamente, non è stato Mandela il solo responsabile di un movimento collettivo che ha potuto giovarsi di figure eccezionali per il proprio successo, cui ha contribuito non poco – seppure ancora colpisca la straordinaria lentezza d’azione – l’arena delle Nazioni Unite in cui, sin dalla sua nascita, India ed Etiopia si batterono per fermare l’abominio dell’apartheid,[8] e la cui attenzione è sempre rimasta viva grazie alla vibrante passione dei movimenti anti-apartheid (AAMs) nel mondo, che hanno esercitato forti pressioni sui rispettivi Governi, per osservazione ed implementazione di boicottaggi ed embargo.[9]

Come si diceva, con l’avvento ufficiale del regime dell’apartheid, le azioni domestiche dell’ANC si sono dipanate attraverso atti coraggiosi di boicottaggio di servizi pubblici come gli autobus, di distruzione dei passes – che soli permettevano ai neri di uscire da ghetti e riserve per raggiungere i posti di lavoro (in base alle Pass Laws) -, e scioperi. Negli anni Cinquanta, in seguito alla promulgazione del citato Suppression of Communism Act, queste azioni si son fatte sempre più rischiose, poiché ogni attività di dissidenza politica era colpita da accuse di tradimento nei confronti dello stato e di propaganda comunista: è stato allora che Mandela è stato eletto presidente dell’ANCYL.

Nel 1952 Mandela darà il via alla Defiance Campaign, coordinando ANC, dissidenza comunista e indiana, intraprendendo una strategia pragmatica di non-violenza, certo influenzata da Gandhi (l’altra figura straordinaria che ‘si farà le ossa’ in un Sudafrica che rappresentava una sfida aperta a tutti gli strumenti internazionali di contenimento dell’imperialismo e della prevaricazione degli Stati, come l’ONU o la Corte dell’Aja, che si consolidavano allora).[10]

Le azioni anti-apartheid daranno una visibilità ed un consenso esponenziale all’ANC: si parla di 100000 adesioni in quegli anni, nonostante sia stata introdotta la legge marziale per arginare questo sostegno di massa. Mandela stesso sarà arrestato e costretto a non presenziare a manifestazioni pubbliche. Ciononostante la sua popolarità gli garantirà la presidenza della sezione del Transvaal dell’ANC. In seguito all’arresto per “statutory communism” sarà condannato a 9 mesi di lavori forzati che, sebbene sospesi per 2 anni, han dato un duro colpo alla campagna in atto. Presagendo la messa al bando dell’ANC, si darà inizio al M(andela)-Plan: una drastica ristrutturazione in cellule del movimento, coordinato da una leadership centralizzata per consentirle funzionalità nell’esilio.

Nel frattempo, dopo diverse esperienze d’avvocatura in studi legali diretti da bianchi, nel 1953 Mandela e Tambo apriranno il loro studio a Johannesburg: il primo studio di avvocati neri, destinato a difendere (spesso pro-bono) i poveri delle township nere di Johannesburg: Alexandra e Soweto. Ma ben presto saran forzati a trasferirsi ai sensi del Group Areas Act (1950) e quindi a perdere clientela e chiudere.

Sarà nel corso della protesta di Sophiatown – una delle tante innescate dalla succitata legge che imponeva di cancellare le cosiddette ‘black spots’ (macchie nere) dal tessuto urbano e riallocare le comunità africane in location e riserve -, che Madiba perverrà alla conclusione che non ci fosse alternativa alla resistenza armata. Nel 1955 si riunirà il “Congresso del Popolo” a Kliptown, organizzato da membri dell’ANC, del South African Indian Congress (SAIC), del Coloured People’s Congress (CPC), del South African Congress of Trade Unions (SACTU) e del Congress of Democrats (CoD) in cui verrà sottoscritta la “Carta delle libertà”, redatta da Rusty Bernstein, che palesava il sogno condiviso da Mandela e dai suoi compagni, di un Sudafrica appartenente a chi vi abitava, senza discriminazioni di colore.

In seguito alla messa al bando dell’ANC e del Pan-Africanist Congress/PAC (8 aprile 1959), i famosi processi del Treason Trial (1959) e il Rivonia Trial (1962-64) saranno le occasioni che Mandela saprà cogliere per palesare al mondo l’obiettivo dell’ANC. Il Sudafrica, infatti, non soffriva allora dell’isolamento internazionale che patirà tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Così, mentre il primo processo sarà un boomerang per lo Stato che l’aveva intentato, il secondo sarà l’altoparlante dal quale Mandela, ricusando testimoni e avvocati, sfrutterà il tempo destinato alla propria difesa per spiegare la svolta della resistenza armata e la necessità di dotare l’ANC dell’MK (Umkhonto we Sizwe, la spada della nazione): braccio armato del movimento. Sfoggerà anche allora la sua teatrale, pacata, ma ferma retorica che gli aveva valso rispetto e successo come avvocato e come politico.

Il processo, durato due anni, darà tempo a Mandela di fare un viaggio in incognito ad Addis Abeba, quale delegato dell’ANC presso il Pan Africa Freedom Movement for East Central and Southern Africa: occasione per fare un pur breve addestramento guerrigliero (di soli due mesi), ma utile soprattutto per quell’attività diplomatica in diversi stati africani, che eviterà l’isolamento dell’ANC in clandestinità. Inizia così la storia più nota di Mandela, pur se a fatica immaginabile nei suoi risvolti più intimi: quella dei 27 anni di prigionia tra Robben Island (1962–1982), Pollsmoor Prison (1982–1988) e Victor Verster Prison da cui sarà trionfalmente rilasciato (1988–1990). Un periodo in cui Mandela e i suoi compagni (Sisulu, Kathrada, Govan Mbeki – padre del suo successore alla Presidenza -, Mhlaba ed i sindacalisti Mlangeni e Motsoaledi) si sono imposti una forte disciplina per sopportare i lavori forzati, l’isolamento, le punizioni, la censura. Per sopravvivere e rafforzarsi spiritualmente e politicamente, riuscivano miracolosamente a mantenere un regolare confronto interno (non senza tensioni fra loro), lì dove c’era solo sopruso, violenza fisica e abbrutimento morale.[11]

LUCI ED OMBRE D’UN ‘EROE ACCESSIBILE’

Tom Lodge (2008), ha definito Mandela un ‘eroe pubblico accessibile’: un eroe alla portata dell’immaginario collettivo, che ha garantito così l’aggregazione globale alla causa. È opinione condivisa che ciò che ha rafforzato la costruzione del suo mito sia stato uno “stile politico” di spessore educativo che ha saputo mantenere nella dimensione pubblica della propria vita, così comunicando coscienza civica in un paese dilaniato dalla segregazione, in cui la folle opera d’ingegneria sociale aveva voluto rendere non integrabili mondi resi forzosamente (e irrealisticamente) paralleli. Mandela lo aveva reso possibile, tra l’altro, evitando di umiliare i suoi nemici di un tempo (“anche da bambino battevo gli avversari senza disonorarli”, dirà nel suo bellissimo volume autobiografico),[12] ma, di più ed oltre traghettando il suo popolo oltre l’odio. Com’è stato osservato, lo studio dell’afrikaans in carcere è stato un esito significativo di un’evoluzione inclusiva nella filosofia di Mandela. Se l’ANC era un movimento multi-razziale, l’evoluzione che maturerà Mandela in carcere sarà derazzializzata, umanista e votata al dialogo, in una maturazione che muoveva dai tribunali dei thembu a Mvezo.[13]

Condividendo l’assunto di Roberto Escobar secondo il quale “I grandi uomini non sono superuomini, ma esseri umani che però, in una situazione e in un tempo dati, hanno avuto una capacità ‘eccezionale’ di guardare e affrontare la complessità del mondo e di trasformarlo”, e che altresì per connotare l’eroe occorra che “dalla sua influenza molti altri vengano mutati nel loro stesso modo di guardare e affrontare il mondo”,[14] anche per il suo mero esistere,[15] intuiamo che la vita del Sudafrica cambierà. Anche la nostra vita cambierà. Siamo orfani. È innegabile.

Forse le principali leve al mito son state: la citata intuizione della necessità di combattere il sistema dalle sue stesse basi, attraverso la conoscenza della legge che rendeva l’apartheid un sistema, fino a sfidarla di persona, ‘in casa’ – diremmo – nei tribunali che la somministravano; la capacità di superare le esigenze private e ‘trascinarle’ nella propria vita per la causa, nel nome di una visione: un Paese democratico; la capacità di spingere le persone più emarginate a condividere un obiettivo politico comune, facendole sentire parte di quell’obiettivo e indispensabile strumento per il suo conseguimento: è innegabile che tanto sacrificio sia stato il motore della coscienza politica dei sudafricani neri, matura al punto da invocare le sanzioni internazionali, ben sapendo che il loro lavoro e la loro possibilità di sopravvivenza sarebbero state le prime ad essere messe in gioco; l’attitudine al coordinamento che solo può avere chi abbia una chiara visione dell’insieme, ma, soprattutto, del futuro che è convinto il genere umano meriti; una fermezza al limite dell’impopolarità nell’imporre di percorrere determinate strade, mirando a certi obiettivi politici: dalle ferme trattative intrattenute col NP, dapprima, nell’85, al punto di rifiutare libertà e trattative, se prima non si fosse proceduto a togliere il bando all’ANC, al 1992, quando giungerà a congelare l’organo consociativo (il CODESA) preposto a formulare la Costituzione: la spina dorsale del nuovo Sudafrica-‘arcobaleno’, nel momento in cui il conflitto e la strumentalizzazione avevano raggiunto l’esasperazione. Infine, va ricordata la sua ferma condanna dello stigma dell’AIDS, in seguito alla morte di suo figlio, Makgato.[16]

Non sono mancati, tuttavia, errori umani e tattici: su tutti, l’attacco al Lesotho (1998); l’omaggio a personalità ‘impresentabili’ per la Comunità Internazionale (come al premier indonesiano Suharto, al Colonnello Gheddafi, a Fidel Castro) verso le quali, indubbiamente, i movimenti di liberazione avevano maturato un debito, ma difficilmente comprensibili ad altri; il tardivo intervento rispetto alla situazione in Zimbabwe; o, dalla dimensione famigliare a quella politica: i continui tradimenti della prima moglie, ma anche una lealtà al limite dell’autolesionismo verso la seconda moglie, Winnie Mandela, a dispetto dei suoi comportamenti criminali, fino all’imbarazzo che lo porterà a chiedere il divorzio a metà mandato presidenziale (1996); o le reticenze e reazioni in difesa dei comportamenti dell’ANC nell’esilio, criticando il Report della Truth and Reconciliation Commission che, pure, aveva fortemente voluto e, certo – come ammonisce Breyten Breytenbach, nella sua lettera aperta, scritta nel 2008, in occasione del 90mo compleanno di Madiba -: le responsabilità morali disattese dall’ANC verso la società sudafricana della Rainbow nation, sin dal conferimento del mandato a Mandela, quale primo Presidente del Sudafrica liberato.[17] Il mancato coinvolgimento politico delle masse più povere nella ricostruzione del Paese, spesso limitato alla retorica, e l’opzione economica neoliberista han trasformato lo straordinario potenziale scatenato nella lotta contro le discriminazioni in una energia esasperata che, coniugata ad una cultura di violenza lunga 350 anni, ha prodotto un tasso di criminalità fra i più elevati al mondo.

Le ‘red ants’ (formiche rosse), sono uno squadrone in tuta, reclutato da una compagnia di sicurezza privata, allo scopo di cacciare i poveri da terreni privati. Il silenzio del Governo nei confronti dello smantellamento degli insediamenti abusivi, sistematicamente perpetrato dalla Red Ant Relocation and Eviction Services,[18] suona come un mandato e stride con quel primo giuramento formulato da Mandela, che il Governo avrebbe assicurata una casa a tutti. Il silenzio di Mandela nei confronti di un fenomeno che viene denunciato apertamente sin dal 2011 è innegabile. La pur straordinaria opera di beneficenza nei confronti dei bambini sudafricani, per assicurare loro un’adeguata educazione, intrapresa da Mandela con la terza moglie, Graça Machel,[19] una volta ritiratosi dalla vita pubblica, non cancella una tale responsabilità.

Ogni colpo d’ascia sulle baracche; ogni manganellata per arginare la folla deprivata, inferocita; ogni pogrom contro gli immigrati – i deboli sui quali sfogare la rabbia di un’ingiustizia sociale insostenibile – la richiama.

L’“esistenza” di Madiba non solo non è stata sufficiente a stimolare le responsabilità morali che popolo ed intellettuali con insistenza han chiesto, attraverso lui, al suo partito e a quanti ne han continuato l’opera, ma il pur manifesto dissenso rispetto a certe linee politiche dell’ANC, espresso nella non-partecipazione ad eventi, pure importanti per la vita di Partito, ma mai seguito dalla minaccia di privarlo della propria affiliazione, ha costituito una garanzia per molti “inossidabili” elettori, che han continuato a premiare col loro voto una politica indifendibile. Effetto della forza del simbolo. E Mandela è ed è stato un simbolo. Non sempre e non per tutti una garanzia.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELL’ICONA

E’ indubbio che l’immagine di Mandela sia stata spesso strumentalizzata.

Da mesi il partito di Governo presagiva che tutto sarebbe cambiato a seguito della morte di Madiba: come si è ben capito dall’agitazione manifesta del Presidente Zuma con l’aggravarsi della malattia, fino a commettere errori tattici. Una condanna di portata nazionale è seguita al video diffuso da Zuma, in cui teneva per mano un anziano Mandela inerme, visibilmente a disagio, impossibilitato a parlare – quasi a volersi riappropriare, sembrava, di una figura critica di cui terrà nascoste, poi, le reali condizioni nelle settimane successive.[20]

La figura di garanzia – in una presenza pur formale, negli ultimi anni – della possibilità d’un Sudafrica migliore non esiste più. Ora restano solo le responsabilità palesi di una leadership corrotta. D’altro canto, l’agonia è stata lunga e l’ANC avrebbe avuto modo e tempo di cambiare. Non ne ha avuto (ancora) il coraggio. Ma il re è nudo. Paradossalmente, alla sua morte, Mandela ha rilanciato la palla al suo popolo. Un popolo che vive di rendita del proprio eroismo che, grazie a Mandela, va oltre Mandela. Nel frattempo: il 18 febbraio 2013 Mamphela Ramphele, la compagna di Steven Bantu Biko (il padre del Black Consciousness Movement), lasciato l’ANC, ha fondato il partito Agang South Africa; il 29 aprile l’ex-quadro dell’MK, il veterano Eddie Makhoanatse, ha lanciato il suo South Africa First (SAF) e, infine, la spregiudicato Julius Malema – l’ex presidente dell’ANCYL-, lo scorso 15 ottobre promuoveva il suo Economic Freedom Fighters Party (EFFP) dal teatro del vergognoso eccidio di Marikana.[21] Difficilmente l’ANC recupererà quello zoccolo duro del 60% dei consensi, che sembrava inamovibile.

Altro discorso è la strumentalizzazione a fini economici di Nelson Mandela da parte dei suoi famigliari. I figli sopravvissuti sono oggi Pumla Makaziwe Mandela – nata nel 1954 dal primo matrimonio con Evelyn Ntoko Mase -, Zenani Dlamini (54 anni) e Zindzi (53) e Onica Nyembezi Mothoa (figlia naturale non riconosciuta, ma incredibilmente somigliante). Due anni fa il pronipote Mandla aveva trafugato le spoglie dei tre figli del primo matrimonio di Mandela – Thembekile, mancata a 24 anni, Makgato, padre di Mandla, morto di aids a 55 anni, e Makazive, deceduta a pochi mesi dalla nascita, nel 1948 – portandole da Qunu – dove si trova la residenza storica di Mandela -, al villaggio di Mvezo dove lui è capo villaggio e capo clan oltre che imprenditore: ne è seguita una battaglia per riportare le spoglie nel luogo originario. Contro Mandla si sono coalizzate le due sorellastre Makaziwe (sua zia, attualmente ambasciatrice in Argentina) e Zenani Dlamini (produttrice del vino Madiba e della linea di moda Lwtf – acronimo di Long walk to freedom, titolo dell’autobiografia di Mandela), in un desiderio di vendetta nei confronti del nipote, che non le ha appoggiate in una precedente disputa, in cui puntavano ad appropriarsi dei ricchi proventi delle fondazioni Magnifique e Harmonieux di Mandela, attualmente gestiti da George Bizos, avvocato e compagno di lotta all’apartheid. Nonostante abbiano fallito, non ci si deve preoccupare per la loro sopravvivenza: hanno interessi in almeno 200 società a loro riconducibili e non meno di 24 trust gestiscono il loro patrimonio in investimenti immobiliari, dirigenze di società minerarie o concessionarie di importanti appalti pubblici.[22]

Non mancano strumentalizzazioni nel settore economico finanziario, neppure ora, mentre ci si prepara ad esporre il suo corpo all’omaggio del suo popolo. Economisti come Shilah Shah, riconoscendogli il ruolo giocato nel plasmare le direttrici economiche del Paese, han predetto che la scomparsa di Mandela potrebbe mettere in pericolo quanto ottenuto ad oggi.[23] L’andamento della borsa, oggi, smentisce queste catastrofiche previsioni. Anche l’economia sudafricana conosce un andamento schizofrenico, con settori in buona salute, indicatori di crescita pur lenti ma innegabili, mentre l’occupazione langue. Se Shah afferma che tra il 1980 e il 1993, il PIL reale sia cresciuto ad una media dell’1,4 % l’anno e che tra il 1994 e il 2012, la crescita media sia salita al 3,3%, resta il coefficiente di Gini – la cartina di tornasole della diseguaglianza in seno ad un Paese -, più alto al mondo.

L’ingresso del Sudafrica nel novero dei BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) – dal 2011, BRICS, appunto – i cosiddetti ‘paesi emergenti’ – dimostra la capacità politico-economica del Sudafrica di gestire abilmente delle alternative rispetto ad un modello che fatica a trovare un proprio equilibrio e ad uscire dalla stagnazione. Il Sudafrica rimane il paese più ricco al mondo di riserve minerarie, avvantaggiato com’è, rispetto ad altri paesi del Continente forse anche più ricchi nel loro sottosuolo, nel possedere qualificate capacità di gestione del settore. Ciò lo rende il partner ottimale per accedere al resto del continente, mentre si sviluppano le sue capacità di investimento. Non si può negare come, specie nell’ambito regionale della SADC (Southern Africa Development Community): notevoli siano le migliorie delle infrastrutture, specie quelle legate ai trasporti e alle condutture per convogliare carburanti. Il Sudafrica, catalizzatore consapevole nello sbloccare i serbatoi minerari del continente, è inoltre fortemente attivo negli investimenti al fine di mantenere il ruolo economico egemone che gli è riconosciuto in Africa: pochi sanno che compagnie sudafricane sono pienamente coinvolte nel fenomeno del cosiddetto land-grabbing, ad esempio nella Repubblica democratica del Congo. Insomma, al di là delle innegabili crisi di immagine e sostanza che il Governo a maggioranza ANC attraversa, il carro su cui è salita la Nazione Arcobaleno sembra quello ‘giusto’. Anche qui, naturalmente, si apre una sfida in merito ai “modi” in cui il Sudafrica, orfano di Mandela, continuerà a giocare il suo ruolo.

ADDIO, NOSTRO CAPITANO!

Riconosciute le ombre, resti tra i ‘Soli delle indipendenze’.

Noi non dimenticheremo.

Ma come salutarti degnamente, leader fra i leader?

Grazie alla maestria di Clint Eastwood il mondo sa che, nei momenti bui della prigionia, rinascevi a te stesso “padrone del [tuo] destino e Capitano della [tua] anima”, nel recitarti la poesia di William Ernest Henley, l’Invictus (1875): l’imbattuto poeta, piagato nel corpo, che ispirò Stevenson nel suo ritratto di Achab.[24] Dieci anni prima: “Oh Captain, my Captain!”, intonava Walt Whitman, lamentando la morte di Lincoln: ci sembra degno, nel riconoscerti nocchiero. Ma forse, nel salutarti, più di questa citazione dotta, rievocherei qui quella cinematografica: la scena finale di Dead Poets’ Society di Peter Weir (1989). Ragazzi feriti, confusi, sconvolti dall’ingiustizia somministrata nel santuario della loro educazione, salendo sui loro banchi, uno ad uno, recitando quell’invocazione, onoravano quel loro professore “scomodo” facendogli comprendere di non essersi piegati al sistema, di volerlo guardare da un’altra, inusuale prospettiva e di aver compreso i suoi insegnamenti.

Nelle parole del premio Nobel sudafricano per la letteratura, Nadine Gordimer, sei stato, sei e rimani “Uno dei pochi che, in contrasto con coloro che hanno reso infame il XX secolo per fascismo, razzismo e guerra, lo ascriverà ad un’era che ha raggiunto un progresso per l’umanità.”.[25]

Siamo universalmente orfani di un Uomo che è rimasto coerente nella lotta; di un Uomo che – mirabile visu – ha considerato esaurito il proprio tempo al potere: eletto Presidente nel 1994, rimetterà il suo mandato nelle mani dei ‘giovani’ dell’ANC nel 1999, fulgido esempio in un continente di gerontocrati; di un Uomo lusingato, certo, ma mai corrotto dal potere.

L’esempio dalla tua straordinaria dimensione umana, ma altresì la tua fiducia nel potenziale di ciascun uomo, quale motore di cambiamento, ci fan sperare di riuscire a vedere ancora una leadership del tuo calibro nello spazio della nostra vita: “Perché – ci ricorda ancora Gordimer – esistono due tipi di leader. C’è l’uomo o la donna che creano il proprio sé al di fuori dei percorsi dell’ambizione personale e c’è l’uomo o la donna che creano il proprio sé dalla risposta ai bisogni della gente. Per gli uni, la direzione viene praticamente da dentro; per gli altri è una carica d’energia che promana dai bisogni di altri e dalle richieste che fanno.[26].

Grazie a te, Mandela, oltre Mandela il sogno è ancora possibile.

Addio, nostro Capitano!

[8 dicembre 2013]


[1] Cristiana Fiamingo è docente di Storia e istituzioni dell’Africa presso l’Università degli Studi di Milano e membro del Comitato scientifico del Centro Studi Problemi Internazionali – Cespi.

[2] Fonti principali di questa scheda biografica: M. Benson (1994), Nelson Mandela: The Man and the Movement, Harmondsworth: Penguin; N. Mandela (1995) Lungo cammino verso la libertà, Milano: Feltrinelli; M. Meredith (1997), Nelson Mandela. A Biography, London: Penguin; A. Sampson (1999/2011) Mandela: The Authorised Biography, London: Harper & Collins; T. Lodge (2006), Mandela. A Critical Life, Oxford: Oxford University Press; T. Lodge (18 July 2008), ‘Nelson Mandela: assessing the icon’, in Open Democracy.

[3]Umuntu ngumuntu ngabantu” (isizulu): ognuno è persona attraverso altre persone. È di questi ultimi anni, in Sudafrica, la rivalutazione del concetto di ubuntu, un appello all’armonia comunitaria pre-coloniale nel nome della riconciliazione nazionale. L’accezione odierna attiene alla declinazione che ne fece l’Arcivescovo sudafricano Desmond Mpilu Tutu, Presidente della Truth and Reconciliation Commission, quale forza di mutua comprensione, fra persone “categorizzate” razzialmente, forzosamente aliene le une alle altre.

[4] Con apartheid (apart – ingl., heid – afrk. = separato) legalizzato si intende il sistema di segregazione regolamentato per legge, come ribadisce nelle due lingue di matrice occidentale – inglese ed afrikaans – la locuzione che contrassegnerà il regime per oltre 40 anni.

[5] Sia i thembu che gli xhosa fanno parte del ceppo etno-lingistico meridionale nguni (gli zulu costituiscono il gruppo settentrionale); gli xhosa hanno assorbito, nel corso della citata migrazione verso la costa, nel Traskei la popolazione thembu.

[6] Per una definizione di attore politico e sugli effetti della loro scomparsa, si veda Ch. Tilly e S. Tarrow (2008), La politica del conflitto, Torino: Bruno Mondadori / Economica, pp.97 e seg.

[7] E. Boehmer (2008), Nelson Mandela: A Very Short Introduction, Oxford: Oxford University Press.

[8] The United Nations and apartheid, 1948-1994 / with an introduction by Boutros Boutros-Ghali. – New York: Department of public information, United Nations, 1994

[9] The Road To Democracy /International Solidarity, South African Rep., I & II voll., The South African Democracy Education Trust (SADET) chaired by President T. Mbeki, Unisa Press, Pretoria 2008

[10] Mohandas Gandhi, in Sudafrica dal 1893 al 1913, combatterà con lo strumento della resistenza pacifica (satyagraha), che elaborerà allora, gli effetti del Glen Grey Act (1894) che stabiliva un sistema separato d’amministrazione di terre e fiscalità tra bianchi e non-bianchi, introducendo il sistema dei passes e che caratterizzerà tutta la produzione legislativa seguente. Gandhi esercitava l’avvocatura e lancerà campagne di disobbedienza non violenta – famosa quella contro l’introduzione dei pass in Transvaal (1906). Co-fonderà a Durban il primo nucleo dell’Indian Congress, movimento ispiratore dell’ANC.

[11] E. Boehmer, cit., [e-book/ pos.1005].

[12] N. Mandela, cit., p.19

[13] E. Boehmer, cit., [e-book/pos. 1042]

[14] R. Escobar (2012), Eroi della politica: Storie di re, capi e fondatori, Bologna: il Mulino [e-book/pos.43].

[15] Ivi citando H. Bergson (1979), Le due fonti della morale e della religione, Milano: ed. La Comunità, pp.21 e 45.

[16] ‘Truth will set us free’, Mail&Guardian, 25 January 2005, http://mg.co.za/article/2005-01-25-truth-will-set-us-free

[17] B. Breytenbach (December 2008), ‘Mandela’s Smile: Notes on South Africa’, Harper’s Magazine

[18] Come si legge in uno spazio pubblicitario della Compagnia che ne annovera le competenze: “Also specialize in Counter Land Invasion, Crowd Control, Strike Control, Evictions, Relocation, Squatter control…”, in http://www.assist247.co.za/Search/service-provider.aspx?sp_id=2448584&name=red-ant

[19] La vedova del Presidente mozambicano Samora Machel, aveva sostenuto Mandela con gran discrezione e tatto nel difficile divorzio da Winnie e lo ha quindi affiancato con encomiabile stile nella sua attività diplomatica.

[20] Vedasi Aljazeera, 30 April 2013, in http://www.aljazeera.com/news/africa/2013/04/20134307315184781 .html

[21] Nel corso dell’agosto 2012 il Governo ha ordinate la violenta repressione degli scioperi del distretto minerario di Marikana (platino): 44 le vittime lasciate sul terreno e almeno un numero doppio di feriti.

[22] Ph. De Wet, ‘Factfile: The Mandela graves’ saga explained’, Mail&Guardian, 9 July 2013, in http://mg.co.za/article/2013-07-09-00-factfile-the-mandela-graves-saga-explained

[23] P. McGroarty, ‘Poverty Still Plagues South Africa’s Black Majority’, The Wall Street Journal, 8 December 2013

[24] Invictus (Clint Eastwood), 2009 è la trasposizione cinematografica del libro Playing the Enemy, di John Carlin, pubblicato in Italia: J. Carlin (2009), Ama il tuo nemico, Milano: Sperling & Kupfer.

[25] N. Gordimer (2012) Living in Hope and History. Notes from our Century, London, Berlin, New York, Sydney: Bloomsbury Paperbacks

[e-book/pos. 1890]

[26] Ivi, [e-book/pos. 1934]

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2 thoughts on “Oh Capitano, nostro Capitano!

  1. Ciao Cristiana, Sicuramente farai fatica a ricordarti di me. Mi chiamo Coffi Gervais Tossou. Sono stato un tuo studente qualche anno fà alla facoltà di Scienze Politiche (Università degli Studi di Milano).  Con te, ho sostenuto il 27/09/2002, l’esame di storia dei Paesi Afroasiatici. Anche se non ci siamo più sentiti spesso, ricevo sempre i tuoi articoli dal tuo blog. Ho bisogno di risolvere un problema serio. Per problemi personali, ho dovuto interrompere i miei studi qualche anno fà ma il mio ultimo esame sostenuto era nel 2004. Ora che mi sento di riprendere a studiare e finire il piano di studi, mi è stato comunicato che sono decaduto perché sono passati più di 8 anni dopo l’ultimo esame sostenuto.Purtroppo non ero a conoscenza di questo particolare e quindi ero tranquillo. La cosa più triste è che non mi è mai arrivata alcuna comunicazione avvisandomi dell’avvicinarsi della mia decadenza. Non so se tu insegni ancora a Milano ma avrei bisogno di avere un colloquio con la persona adatta affinché io possa recuperare gli esami sostenuti per finire il mio piano di studi. Sarei felicissimo se tu mi potessi aiutare in questo. In attesa di avere una tua risposta, ti mando un caro saluto.

      Coffi TOSSOU Tel: 333 7026671

    • Caro Koffi
      mi ricordo di te: mandami la fotocopia del tuo libretto, da cui si vedano gli esami fatti e il corso cui eri iscritto. Se hai il piano di studi mandami pure quello e vedo che cosa posso fare, ma non mi faccio troppe illusioni: otto anni sono davvero tanti, nel frattempo è pure cambiato il sistema di studi. Che lavoro fai ora?
      Un saluto caro Cristiana

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