MITI CHE ODIANO LE DONNE, Casa della Cultura, 25 ottobre 2014

Parteciperò ad un Convegno il 24 e il 25 Ottobre a Milano, presso la Casa della Cultura: MITI CHE ODIANO LE DONNE : clicca qui per il programma e leggi qui di seguito chi vi parteciperà e di che parlerà

4 MITI ASIATEATRO A4 BOZZA FRONTE

Marilia Albanese, Segretario Generale AsiaTeatro

Introduzione al Convegno

Il potere del mito nella storia dell’umanità è stato enorme, non soltanto nel campo religioso, ma anche in quello sociale e politico. Dalla mitologia greca ai testi biblici, dall’epica indiana alle memorie degli antichi eventi giapponesi, racconti fondamentali elaborati e trasmessi dall’ambito maschile, geloso detentore della conoscenza scritta e della tradizione, attribuiscono alla donna colpe e mancanze di ogni genere, legittimando così la sua svalutazione, subordinazione ed eliminazione mentre d’altra parte ne costruiscono un’opposta immagine/modello ideale, tanto irrealistico, quanto irraggiungibile. Oltre all’imposizione culturale del mondo patriarcale, però, è evidente una connivenza con questo da parte del mondo femminile, che ha avvallato, custodito e tramandato la visione maschile. Il perché “miti che odiano le donne” siano stati difesi proprio da loro stesse nel corso dei secoli è importante spunto di riflessione, in quanto alcuni di questi “miti” – basti pensare a quello della bellezza – sono ancora oggi imperanti.

Marilia Albanese, segretario generale di AsiaTeatro, è laureata in Sanscrito e Indologia ed è stata direttore della sezione lombarda dell’Is.I.A.O. (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) c/o l’Università degli Studi di Milano fino al 2011, data della chiusura dell’Istituto. Per sette anni ha insegnato hinduismo e buddhismo presso la sede distaccata dell’Università Urbaniana al seminario del P.I.M.E. di Monza. E’ stata docente di Arte Scenica Indiana al Conservatorio di Vicenza “Arrigo Pedrollo”. Ha curato esposizioni e mostre sull’India, ultima delle quali è stata “Magie dell’India: dal tempio alla corte capolavori d’arte indiana”, presso Casa dei Carraresi a Treviso. Ha prodotto i testi dei documentari della serie “La Dea ferita” editi dalla Televisione della Svizzera Italiana, frutto di un campo di lavoro in India nel 1998 per verificare lo iato fra l’importanza della Dea nella civiltà indiana e la condizione della donna nella vita di tutti i giorni. Svolge intensa attività di seminari, conferenze, consulenze culturali nella sua città e in altre località italiane. E’ autrice di numerosi articoli, saggi e libri.

Luisa Secchi Tarugi, Presidente dell’Istituto di Studi Umanistici Francesco Petrarca

Pandora, la Eva greca

La creazione di Pandora, avvenuta per opera di Efesto e di Atena, segna nell’ambito mitologico greco l’inizio dei danni dell’umanità, in quanto, come racconta Esiodo, Hermes ripose nel petto della fanciulla menzogne e seducenti discorsi. Fu chiamata Pandora probabilmente con intento ingannevole, a significare i doni di cui gli dei olimpici l’avevano ricolmata, ma in realtà fu qualificata come dono dato agli umani per loro eterna sciagura.

Come Eva, Pandora appare in un momento successivo alla creazione dell’uomo, ma mentre nel racconto biblico Eva viene creata come compagna dell’uomo per toglierlo dalla solitudine e anche con il fine della procreazione, nel mito greco Pandora è creata senza che l’uomo ne avverta la necessità, ma col puro scopo di rovinargli la vita. Di qui il sorgere della misoginia che impregnerà la società greca e in base alla quale sarà definita e sancita nei secoli a venire l’effettiva inferiorità della donna rispetto all’uomo.

Questa concezione si diffonderà pure nel mondo romano e sarà accolta anche dai Padri della Chiesa per perpetuarsi attraverso il Medioevo e l’Età Moderna sino ai nostri tempi.

Luisa Secchi Tarugi, archeologa, dopo varie esperienze di scavo ha insegnato materie letterarie. Nel 1988 ha fondato, con il prof. Sesto Prete dell’Università di Lawrence-Kansas e con il prof. Lionello Sozzi dell’Accademia dei Lincei, l’Istituto di Studi Umanistici Francesco Petrarca, di cui è Presidente, e annualmente organizza un Convegno Internazionale a Chianciano e Pienza; l’ultimo (XXVI) è stato su “Comico e tragico nella vita del Rinascimento”. Ha organizzato finora a Milano 41 cicli di lezioni aperti al pubblico e gratuiti su vari argomenti concernenti la cultura classica e rinascimentale, fino al 2004 presso l’istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e poi presso l’Università del Card. Colombo. Collabora con diversi istituti universitari italiani e stranieri ed è autrice di diversi saggi letterari e artistici. E’ socia del Gruppo di Studio sul Cinquecento Francese e della Sociétè des Seizémistes di Parigi.

Virginia Del Re McWeeny, Associazione Casa della Donna, Pisa

Conoscenza e disobbedienzaː Eva e altre figure di ribelli nel mito

Il concetto chiave della relazione sarà l’equazione conoscenza e potere. L’insistente e diffusa fobia misogina del mito a tutte le latitudini e lungo i millenni può essere letta come terrore della potenza femminile attraverso la conoscenza. Questa prospettiva è verificabile nella proliferazione mitologica di figure femminili negative, o nefaste, responsabili di gravi colpe di disobbedienza, e cioè autonomia di decisione e di scelta, e del vizio imperdonabile e tutto ‘femminile’ ad esse compagno: la curiosità. Sono crimini che ricadono sull’umanità intera, come accade a Eva, che ne sarà giustamente punita. Alcune di esse sono anche dee potenti, veneratissime, ma portatrici di aspetti bui e tremendi, come Artemide o Kali o Iside e molte altre. Si trova lo stesso motivo nelle narrazioni di miti e leggende incentrate su protagoniste semi-divine o minori, semplicemente ‘mortali’, temute e spesso odiate, escluse dal consorzio umano per la minaccia che la loro conoscenza delle cose nascoste e delle persone oltre l’apparenza rappresenta: Cassandra, Medea, Circe, Lilith e, per certi versi, le Sibille. I miti a loro riferiti evidenziano la paura del sistema patriarcale di dover condividere la conoscenza e perfino rinunciarvi, rinunciando così al potere. Il modello persiste tutt’oggi nella resistenza o nel divieto d’istruzione per le donne in molte parti del mondo.

Virginia Del Re McWeeny ha insegnato per molti anni nei Licei e nelle Università italiane e inglesi, senza mai abbandonare le sue radici culturali negli studi classici e orientali. Da tempo si interessa di questioni e di cultura di genere ed è impegnata nell’Associazione Casa della Donna di Pisa, di cui è stata presidente per quattro anni. Ha vissuto e studiato in Iran, Africa Occidentale, in Inghilterra e viaggiato molto in Asia e Europa.

Tra le pubblicazioni, In Their Own Words –A Multicultural Anthology, Loescher Ed., Torino, 1994 (con L. Paggiaro); Persia Mystica, ETS Ed, Pisa, 2004; Toru Dutt, Antiche Ballate e Leggende dall’Industan, a  cura di D. Rossella, traduzione dall’inglese di Virginia Del Re, con testo a fronte, ETS Ed., Pisa, 2014.

Cristiana Fiamingo, Facoltà di Scienze Politiche Economiche e Sociali, Università degli Studi di Milano

Il “Potere alle Donne” fa bene alle donne? Uno sguardo (d)all’Africa

Alcuni autori africani sono portati a considerare prevalentemente matriarcali le società africane e ovunque emergono miti che rafforzerebbero questa teoria. Nel regno Ondo (Yoruba), che ha celebrato nel 2010 il suo 500° anniversario, permane traccia dell’istituto del Lobun, ovvero del regno matriarcale che prevede un “re donna”. Secondo il mito, Ondo è stata fondata nel XV secolo da Pupupu, una delle mogli di Oduduwa, il fondatore del clan Yoruba, la quale era stata esiliata poiché aveva generato due gemelli, considerati portatori di disgrazia.

Creato un nuovo regno, aveva stabilito che sarebbe stato guidato dalle sue discendenti. Un colpo di stato aveva rimosso Pupupu dal potere e insediato uno dei figli, Airo, che, scalzando l’istituto del Lobun, aveva istituito quello dell’Osemawe basato sui 4 patriclan fondati dai suoi figli. Airo, però, in lingua yoruba significa “il sostituto” e a oggi, senza l’accettazione del Lobun, ovvero delle spose e delle sorelle degli aventi diritto al trono, non può essere investito alcun re. Lo status femminile in Africa ha subito notevoli colpi: da un Islam sessista e patriarcale, dal Colonialismo parimenti sessista e paternalista e dallo schiavismo ancora in forze. Dai tempi di Pupupu la donna africana arranca per raggiungere posizioni di potere, eppure “Più potere alle donne, significa più potere all’umanità”, declamava Boutros Boutros Ghali in una seduta dell’Assemblea generale ONU nel 1996. Dopo 18 anni gli ha fatto eco Oley-Dibba Wadda, direttore esecutivo di «Femmes Africa Solidarité (FAS)» e vincitrice dell’“Africa Woman Leadership Award” (2013), che, all’assunzione del potere ad interim di Catherine Samba-Panza nella Repubblica centrafricana nel gennaio 2014, ha constatato: “Quando tutto è nel caos, le donne sono invitate ad entrare per mettere ordine”.

Cristiana Fiamingo è docente di Storia e Istituzioni dell’Africa, presso l’Università degli Studi di Milano, collabopra con la rivista «afriche e orienti» e dal 2007 coordina il SIII (Seminario Interdisciplinare Interuniversitario Interfacoltà) sulla sostenibilità. I temi di ricerca di cui si occupa ruotano attorno alle politiche di riconciliazione sociale post-conflitto nelle società africane, con particolare riguardo all’Africa australe. Tra le pubblicazioni, Conflitti per la terra. Accaparramento, consumo e accesso indisciplinato (2014),  La Grande Muraglia è crollata, con Violante, 2014; Culture della memoria e patrimonializzazione della memoria storica (2014); Africa che cambia. Processi evolutivi in Africa subsahariana: un’antologia di analisi e studi di caso (2012).

Daniela Rossella, Filosofie, Religioni e Storia dell’India e dell’Asia, Università di Potenza

Sati e altri fuochi: come il mito brucia le donne

Sati, Savitri e Draupadi sono solo alcuni dei personaggi mitologici femminili che da secoli costituiscono gli inossidabili archetipi ai quali le donne indiane hanno voluto, più spesso dovuto, adeguarsi. Le storie che le riguardano sono legate da un elemento: il fuoco. Sati, sposa del dio Shiva, si arde per vendicare l’offesa arrecata al marito e il suo gesto fungerà – surrettiziamente – come nefasto prototipo dell’abbruciamento della vedova sulla pira funeraria del marito (suttee); Sita deve più volte sottoporsi a un’ordalia per dimostrare la propria castità, suggerendo al “genere” femminile un modello di devozione e (doveroso) coraggio; Draupadi nasce dalle fiamme sacrificali affinché la guerra di distruzione del Mahabharata, il grande poema epico indiano, possa scatenarsi. Al di là delle eroine, instancabilmente miti e racconti identificano poi le donne con l’ardere della passione, capace di sviare anche l’uomo più savio. Da un solo fuoco la donna è da sempre esclusa: quello dei rituali e, più in generale, da quel calore (tapas, in sanscrito) che si sprigiona dalle preziose pratiche ascetiche, patrimonio del mondo maschile. Dire dunque che “non vi sono riti assegnati alle donne” significa chiuderle in una prigione, “poiché mai esse meritano l’indipendenza”, giacché, per citare un noto proverbio indiano, “la loro intelligenza sta nei calcagni”.

Daniela Rossella, allieva di Carlo Della Casa (1925-2014), si è laureata in Lingua e Letteratura Sanscrita presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi inerente la legge sacra hindu relativa alle donne (stri-dharma) e si  è addottorata presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con una dissertazione sui personaggi femminili nel kavya, la lirica indiana classica.  Ha trascorso periodi di studio nelle università di Delhi, Benares, Oxford, Londra, New York e Parigi. Ha partecipato a numerosissimi convegni nazionali e internazionali. Nel 2004 è stata visiting fellow all’OCHS di Oxford. Fra gli ambiti di ricerca si annoverano la condizione della donna nell’India antica e moderna, le teorie estetiche indiane con particolare riguardo alle origini del kavya e la mistica erotica kṛṣṇaita anche in rapporto con la mistica nuziale occidentale. E’ professore a contratto presso l’Università degli Studi di Potenza per l’insegnamento di Filosofie, Religioni e Storia dell’India e dell’Asia e professore a contratto presso il Conservatorio di Musica “Arrigo Pedrollo” di Vicenza per l’insegnamento di Indologia.

Bianca Bertetti, Facoltà di scienze della formazione, Università Cattolica di Brescia

Miti contro le donne o donne contro i miti?

Per capire, almeno in parte, perché tante donne accettano miti a loro sfavorevoli e anzi li sostengono si possono incrociare tre modelli teorici. Il primo considera l’individuo – e quindi la donna – facente parte di una rete di sistemi via via più ampi e interagenti, tra i quali la cultura, le credenze e i miti soggiacenti, che possono favorire la crescita individuale, ma anche impedirne lo sviluppo. Il secondo fa riferimento alla resilienza che si attiva quando l’interagire di una serie di fattori di protezione (familiari, individuali, sociali, culturali, tra cui i miti) permette di superare difficoltà e blocchi. In quest’ottica i fattori di rischio attengono sempre alle stesse categorie e, se prevalgono, portano le donne ad essere vulnerabili, incapaci di trasformare in modo resiliente le sfide e le difficoltà, quindi anche di far fronte ai potenti miti e stereotipi culturali sfavorevoli alla loro evoluzione positiva, Il terzo si rifà alla teoria junghiana degli archetipi, tanto più potenti quanto meno sono portati a consapevolezza: i modelli delle antiche divinità greche possano aiutare le donne a comprendere e guidare il loro comportamento ma, se non giungono a consapevolezza e/o sono eccessivamente rigidi, possono bloccare l’esplicarsi di una personalità armonica. Permangono quindi situazioni in cui le donne continuano a cercare vecchi e nuovi maestri da cui farsi “burattinare” e, nei casi più estremi, ad accettare soprusi e violenze maschili. La mancanza di una buona stima di sé e di sicurezza interna e un forte bisogno di appartenenza giocano un ruolo decisivo nel mantenere una pericolosa connivenza con gli aspetti deteriori della mitologia patriarcale, che propone in modo martellante il mito maschilista della donna oggetto, dell’edonismo portato all’estremo. Ad altri miti dunque ci si deve richiamare per incentivare i fattori di resilienza individuali, familiari, sociali e i valori che permettono di non soggiacere a modelli lesivi, ma di “far fiorire” come un buon giardiniere, i semi di quelli favorevoli.

Bianca Bertetti, psicologa e psicoterapeuta esperta nella cura resiliente del trauma, è docente di Psicologia del Ciclo della Vita alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Brescia. E’ Consulente Tecnico di Ufficio presso il Tribunale per i Minorenni e la Procura di Milano. Collabora con la Scuola di Psicoterapia IRIS, Insegnamento e Ricerca Individuo e Sistemi, ed è responsabile dell’Unità Diagnosi e Terapia presso il CAF, primo Centro in Italia dedicato all’accoglienza e alla cura di minori vittime di maltrattamento e abuso. Ha operato e opera come 
formatrice nell’ambito della promozione della resilienza in minori, adulti e operatori delle relazioni di aiuto, tenendo corsi e seminari presso strutture pubbliche e private. Insegna yoga e tecniche di rilassamento antistress. E’ autrice di articoli e saggi, l’ultimo dei quali è “Relazioni di aiuto e resilienza. Strumenti e indicazioni per il benessere degli operatori”, pubblicato insieme a Cristina Castelli per Franco Angeli.

Isabella Doniselli Eramo, Centro di Cultura italia-Asia

Giuseppina Merchionne, Lingua e Cultura Cinese, Università Cattolica di Milano e Università di Trento

Le donne al negativo: miti e realtà storiche della Cina

I miti al negativo per le donne si riverberano anche nella realtà e le (poche) figure femminili che hanno avuto un ruolo di spicco nel corso della storia cinese, sono tramandate dalla storiografia ufficiale enfatizzandone gli aspetti negativi, ritenuti devastanti per l’armonia politica e sociale e tralasciando o minimizzando i risvolti positivi del loro operato. Un atteggiamento che persiste, a dispetto della retorica dell’”altra metà del Cielo”. Esempio emblematico è la storia di Wu Zedian (VII secolo), proclamatasi imperatrice spezzando una lunga e consolidata linea di successione esclusivamente maschile; da parte della storiografia ufficiale di lei si tramandano soprattutto i metodi spregiudicati con cui ha conquistato e gestito il potere, si riportano le accuse di nepotismo e si accreditano i sospetti e le insinuazioni più infamanti; quasi nessuno ricorda l’elevato livello di sviluppo economico, la vitalità artistico-culturale, il prestigio politico, la ricomposizione dei conflitti, l’abile diplomazia che hanno garantito all’impero cinese, durante il suo regno, un lungo periodo di pace e di prosperità. Anche in tempi più vicini a noi non mancano esempi analoghi. Basti ricordare l’imperatrice Cixi (XIX secolo) e Jiang Qing, consorte del presidente Mao (XX secolo) i cui destini sembrano ricalcare la sorte già toccata a Wu Zedian.

L’influenza dell’ortodossia confuciana si riflette pesantemente nell’ostracismo verso la libertà di pensiero e azione delle donne, al punto da impedire loro persino di camminare con l’imposizione della fasciatura dei piedi introdotta in Cina attorno al mille della nostra era. La visione della donna come elemento di disturbo della serenità intellettuale del maschio, presente sia nella cultura popolare che nella letteratura classica, crea il mito della donna-volpe, spettro femminile che appare come donna bellissima a tentare giovani candidati agli esami imperiali con l’intento di distruggere la loro carriera, per poi scomparire sotto le sembianze di una volpe, animale simbolo di malvagità e perversione. Femminili sono gli spettri che assalgono i congiunti viventi colpevoli di non aver dato loro degna sepoltura e sempre femminili sono gli spiriti maligni, reincarnazioni di donne morte senza aver concepito figli maschi, che tentano di rubare i bambini a donne più fortunate. La predilezione per i figli maschi ha generato la cultura del suicidio per le mogli che non riuscivano a produrre un discendente e per le donne che, rimaste vedove, dovevano confermare la loro fedeltà al marito con questo gesto supremo.

Isabella Doniselli Eramo, sinologa, curatrice dal 1978 di corsi e cicli di conferenze sulla storia, l’arte e la cultura della Cina, è “Socio fondatore” del Centro di Cultura Italia Asia Guglielmo Scalise di Milano, di cui riveste attualmente la carica di vice presidente e di responsabile di “Area Cina”. Ha partecipato a viaggi di studio e missioni archeologiche in Cina, è consulente per la cultura cinese della Biblioteca del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Milano, è socia del Centro Studi Martino Martini per le Relazioni Culturali Europa-Cina (Università di Trento) e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Prospero Intorcetta Cultura Aperta (Piazza Armerina).

E’ autrice di numerosi studi, articoli e memorie ed è stata curatrice di alcune mostre su aspetti storici e artistici della Cina.

Giuseppina Merchionne, docente di Lingua, Linguistica e Cultura Cinese presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso l’Università di Trento, è stata negli anni Novanta tra le prime a promuovere la mediazione linguistica e culturale quando insegnava nelle allora Civiche Scuole di Lingue Orientali del Comune di Milano ed è stata promotrice e responsabile didattica per il cinese nel progetto “Parlare cinese, giapponese e arabo nelle scuole della Lombardia” dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia. Da anni si occupa di tematiche relative allo sviluppo della cultura e della società cinese moderna e contemporanea. Accademica fondatrice della Classe di Studi Orientali dell’Accademia Ambrosiana, ha pubblicato diversi saggi e volumi di argomento classico e di recente anche sulle origini storiche della condizione culturale dell’emigrazione cinese a Milano.

Carmen Covito, scrittrice

Alle origini del Giappone: «E le rimproverò di aver parlato, lei femmina, per prima»”

Nella cosmogonia raccontata dalla più antica opera della letteratura giapponese, il “Kojiki”, la coppia divina formata da Izanami (“colei che invita”) e Izanagi (“colui che invita”) decide di generare isole ed esseri sacri. Inscenano quindi un rito di corteggiamento, ma Izanami commette l’errore di prendere l’iniziativa, con gravi conseguenze che saranno annullate soltanto ripetendo il rito con il “giusto” ordine: quando la donna cede obbediente la parola al maschio, tutto va bene. Questo mito sembra fin troppo trasparente nel descrivere il passaggio da una società preistorica in cui le donne avevano importanti poteri magico-religiosi al nuovo sistema politico importato nel VII secolo dalla Cina, un sistema sostanzialmente patriarcale che, con tutti gli adattamenti poi subentrati, le modifiche e le contraddizioni, rimane ancora oggi la base culturale sotterranea della storia delle donne in Giappone.

Carmen Covito, scrittrice e studiosa della cultura giapponese, è nota per il romanzo “La bruttina stagionata” (1992, Premio Bancarella 1993). Ha pubblicato successivamente altre opere, quasi sempre all’insegna della contaminazione di linguaggi, di genti e di registri stilistici diversi. È presidente dell’Associazione culturale AsiaTeatro e dirige l’omonima rivista di studi online (www.asiateatro.it), in cui un’ampia sezione è dedicata al teatro giapponese.

 

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