Sono orfana di Paco de Lucia…

Dicono sia connesso all’età: procedi nella vita e i miti crollano, le icone rotolano, esempi cruciali muoiono e il senso di “orphanage” si riproduce mitotico. Oggi è uno di quei giorni, quelli in cui questa coscienza si concreta in ricordi che si fanno rimpianto. 1967: come fosse ora… piccolissima, in piedi in mezzo al salotto, bocca semiaperta, occhi incastonati nello schermo in bianco e nero che proiettava un giovane virtuoso dallo sguardo sicuro che staccava con nonchalance dalla tastiera, nei passaggi più difficili di “Tico-tico”, mentre le sue dita ballavano il picado  lungo le corde della chitarra. Che compostezza e che fusione fra tecnica e senso del ritmo! Son cresciuta mentre evolveva* la personale rivoluzione di Paco de Lucia contro le rigidità della tradizione, in cui, attraverso padronanza e creatività tecnica, senza spartito o metronomo, ha piegato la chitarra flamenca a parlare altri linguaggi umani (e non è una svista la mia: io credo davvero che il segreto che rende unica e ineguagliabile la musica di Paco sia l’aver sviluppato quel suo progetto di portare le sue falsetas e la chitarra flamenca a parlare toni d’uomo). Era certo discontinuo e ne ho sopportato le lunghe pause ingannando il tempo “consumando” le sue prove, le sfide come En vivo desde el Teatro Real o il Concierto de Aranjuez o le sue interpretazioni di Manuel de Falla. Pause da cui immancabilmente mi riavevo, premiata da dischi come Friday Night in San Francisco, Solo quiero caminar, Castro Marin, o dalle fusioni travolgenti di Passion, Grace and Fire, Live… One Summer Night, Siroco, Zyryab, Live in America, The Guitar Trio, Luzia, Cositas Buenas, e l’ultimo – ormai consunto – En Vivo conciertos España 2010.
Schivo, modesto e determinato, ha abbracciato – a dispetto degli strali dei puristi (da Segovia in giù)  – la contaminatio degli stili, degli strumenti, introducendo el cajon dopo le sue frequenti tournee in America latina, per salvare il flamenco da etichette folk e morte certa, così come ha fatto il suo ‘compadre’ Manolo Sanlùcar. Pur non potendo prevedere una perdita così imminente, ricordo bene la sensazione, la scorsa estate, al Pescara Jazz Festival che stavo vivendo qualcosa di irripetibile, lì in prima fila accanto a Mirco “Abyss” (giovane cantante degli Arkana Code, gruppo hard-rock pescarese), mentre, nonostante il caldo afoso, la musica di Paco e del su grupo ci ha fatto addirittura dimenticare i fuochi d’artificio che sembravano fargli concorrenza, a ritmo.


Paco PJF – 29 luglio 2013 1


Paco PJF – 29 luglio 2013 2

Non potevo nemmeno sapere che, nello stesso momento, da un palco spagnolo, Manolo Sanlùcar annunciava che si sarebbe definitivamente ritirato e che non avrebbe mai più suonato in pubblico, e quando l’ho poi saputo… ed ora, mi sento orfana, ancora, ma paga di questo mio bere intenso ogni sensazione. Difettassi di memoria, per fortuna c’è internet: col suo bagaglio prezioso che ci permette di tentare di rivivere le emozioni che questi straordinari innovatori ci hanno dato e di vivere il loro lascito artistico fra i giovani che hanno influenzato (Vicente Amigo, Chiquelo…) dando loro licenza di fare della tradizione il trampolino per il futuribile… non proprio Paco EN VIVO, ma en sangre y musica. Da futurista, non posso non pensare a chi resta. Agli uomini del grupo e – da prof con innegabili attitudini materne – più di tutti al giovane, ad Antonio Sanchez Palomo: al nipote che Paco ha preso con sé e che, a Pescara, ha dimostrato d’aver maturata una crescita professionale strepitosa. Saprà esprimere quella genialità che forse è rimasta soffocata dalla forza emotiva dell’arte dello zio? Ad oggi, si è cimentato poco al di fuori del grupo. Chissà…

Al momento ci resta questo omaggio da Vicente Amigo che da Murcia ha onorato chi ha visto esibirsi quand’era piccolissimo venendone segnato per la vita. Allievo di Manolo Sanlúcar, per virtuosismo è forse più vicino a Paco che al suo maestro.


Vicente Amigo al Teatro Romea Murcia, Marzo 2014

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* al min.3,43 del video collegato, sembra premonitrice quell’affermazione, proprio sulla spiaggia che ne ha visto ieri la morte, in cui Paco afferma come la tranquillità cui anela Francisco Sanchez Gomes (suo nome “al secolo”) sia incompatibile con ciò che la vita ha portato a Paco de Lucìa, l’artista.

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