Chomsky interviene sulla tragedia di Gaza

אלוהים יודעsono sempre stata sionista. Ma è altrettanto innegabile il mio rigetto per quella riproduzione della sindrome che trasforma le vittime d’un tempo e d’una “causa”, nei carnefici della nuova causa che creano e grazie alla connivenza, poi, dei carnefici di un tempo (perché chi sa e tace non è meno colpevole di chi impugna il coltello di tortura), nel nome del senso di colpa, in un’incapacità cronica collettiva di immaginare un mondo più equilibrato, che riproduce, necessariamente, squilibrio.

In questi giorni è uno stillicidio di e-mail e petizioni da sottoscrivere. Piena di dubbi firmo, perché mentre il mio Paese (quello in cui si vota senza sapere che accidente di politica estera abbia intenzione di applicare un partito, semplicemente perché non c’è un partito che abbia uno straccio di linea su questa o quella questione) non fa e non decide su niente (se non sui 990.000 euro da spendere per i viaggi degli EX-deputati, per compattarsi saldamente sul SI’, fatto salvo uno sparuto spicchio del M5S) e anche quel niente lo rimanda al 2018, mentre il muro di gomma di Israele (laddove un capo di Stato addirittura diserta i tavoli di negoziazione), dimostra come imperi l’assenza di buon senso ad ogni coordinata, non c’è un rigo del buon senso che fluisce nella mia casella e-mail che non meriterebbe la pole-position in questo blog. Ma Chomski è ebreo ed ha buon senso: una “combine” che va sottolineata. Molti gli ebrei dissidenti cui ci si è affiancati in queste ore, su tutti l’appello Appello di Haim Bresheeth per indurre i nostri colleghi accademici in Israele a sostenerne i boicottaggi

L’incubo di Gaza
4 agosto 2014
Noam Chomsky

Lo scopo di tutti gli orrori a cui stiamo assistendo durante l’ultima offensiva israeliana contro Gaza è semplice: tornare alla normalità. Continua a leggere

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In discussione è la democrazia di Giuseppe Aragno (22 maggio 2014)

PREMESSA : Ho conosciuto, in questo ormai lungo dribbling alla ricerca di un’etica politica, molte onestissime persone, offuscate – ahinoi – dalle arene politiche in cui si sono impegnate. Specie di recente ho visto donne come Patrizia Toia e la giovane collega Lia Quartapelle che hanno fatto della comunicazione con la base elettorale e della condivisione delle loro competenze in gioco dei buoni campioni della politica di sinistra. Eppure è la politica del PD al Governo che non funziona, non è il rapporto con l’Europa che va rinegoziato è l’Italia nell’Europa in un Mondo che va rivoluzionato quello per cui si deve votare oggi. Ho votato Grillo alle ultime elezioni, nella speranza che un po’ di democrazia partecipativa ridimensionasse il “leviatano sospeso sopra la società”. Il Pd – come da speranza implicita – si è riorientato, ma nulla è cambiato: solo i toni volgari a controbilanciare la volgarità di chi ad angolo retto continua a favorire il privilegio, o lo scandaloso voto favorevole ad una riforma del lavoro che ne lede il valore più profondo di  garanzia di sostenibilità nella dignità, su cui un tempo questo Paese si diceva fondato. Odio i personalismi, ma oggi “va così” e porta il nome di un giovane greco la lista cui accordo il mio voto. Mi conforta che sia anche la scelta di un uomo il cui giudizio politico stimo moltissimo e, col suo permesso, pubblico queste sue sagge riflessioni.

FIAM

«Dici Europa e pare cosa semplice. C’è una storia, ci sono uomini come Rossi e Spinelli e un Manifesto nobile che nasce a Ventotene, nel cuore di una tragedia che ci accomuna e che, a parole, tutti rifiutiamo: la barbarie nazifascista, come estrema conseguenza d’una crisi della democrazia, la guerra come esito fatale della competizione liberista sui mercati, quando l’economia occupa il posto della politica.  Continua a leggere

What on Earth…?

Capita (specie a me) che mi metta di traverso. Capita, grazie a dio – comunque lo concepiate -, che di tanto in tanto qualcuno mi risponda per le rime. Lo ha fatto qualcuno anche su questo blog, tra i molti consensi: l’obiezione di Umberto, e dopo mesi, mi sa che approfitterò della prossima pausa forzata, per raccogliere il coraggio a due mani e rispondergli (cavolo! Uno più graforroico di me, sarà un’impresa batterlo). Ma questa volta, quando ho obiettato su una lista per il diritto allo studio in Palestina, che boicottare l’Università non mi sembra la forma più salutare di negoziazione, si è innescato un piccolo dibattito dell’assurdo… pieno di saggezza (dove la provocazione, l’assurdo, l’avevo lanciato io). L’abbiamo continuato fuori dalla lista, ma francamente non l’avrei fatto. Non credo nella lotta virtuale da una firma e via: ma che almeno chi si illude di “impegnarsi” così, partecipi al dibattito! Comunque voglio dividere con voi questo articolo che mi è stato inviato in risposta al mio “Basta firme. Che facciamo?” e ve lo giro

Naomi Klein

L’articolo l’ha scritto ‘sta meraviglia di donna qua ↑, Naomi Klein,
l’autrice di No Logo capace anche di rompere i boicottaggi quando
vanno contro la gente piuttosto che contro i governi
(e non credo proprio per questione di royalties)

Naomi Klein: How science is telling us all to revolt

Is our relentless quest for economic growth killing the planet? Climate scientists have seen the data – and they are coming to some incendiary conclusions.

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Sostengo la povertà / Creo povertà: lo Stato che non vogliamo

A poco meno di un anno da quanto scrissi in occasione del più chiaro profilarsi dell’ “agenda Monti” eccomi confortata dall’ennesimo richiamo a più assennate politiche degli Stati dell’Unione Europea, da Pulic Service Europe (26 Aprile 2013):

Discredited austerity policies remain in place 26 April 2013

Despite the overwhelming weight of evidence, both empirical and theoretical, many politicians continue to purse deficit reduction and public service cuts as if there is no alternative – says think-tank
Will European governments reverse the austerity course that has done so much to damage their already enfeebled economies? With the revelation of mathematical errors in the work of two Harvard economists – Carmen Reinhart and Ken Rogoff – who had claimed to show that economic growth falls off a cliff once a country’s ratio of debt to gross domestic product reaches 90 per cent, another of the intellectual underpinnings for the current strategy has been swept away. Continua a leggere

Extraordinary renditions, again… assolti i pezzi grossi: ma Kassim?

Riporto una notizia come è apparsa su il Corriere della sera online e di seguito come è apparsa su Lettera 43 (accedendo direttamente alla pagina accedete anche ai link a notizie correlate che rendono possibile, a differenza della maggior parte delle testate nazionali finanziate dal Governo, di ricostruire il percorso storico della vicenda)

La decisione del Quirinale

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì  Abu Omar

Nel 2005 partecipò al sequestro dell’imam di Milano (questa la notizia ufficiale… ma non fu nel 2003? I soliti giornalai improvvisati, e poi date torto a Grillo!)
Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003; l’estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia. Continua a leggere

Una Rete libera e aperta per un mondo libero e aperto – l’appello di Google

Oggi, 3 dicembre 2012, Google non ci propina la sua vignetta a ricordarci ciò che qualcuno reputa appuntamenti universali con la storia (per lo più occidentali) ma esibisce un appello al suo popolo a che INTRAPRENDA UN’AZIONE https://www.google.com/takeaction/ . Ho sottoscritto, ma ho anche espresso il mio pensiero in proposito. Vi invito a farlo. E’ giusto difendere la rete, ma chiedere dei correttivi è altrettanto indispensabile. Continua a leggere

Sparita da qui, ma produttiva altrove…

Sono saltuaria, decisamente, ma se guardate in Eventi in preparazione, aggiornato ora, non me ne sono stata con le mani in mano. Oltre che ad aver ripreso l’insegnamento – il mio corso di Storia e Istituzioni dell’Africa è iniziato a Gennaio – sto cercando di “contribuire con un mio verso” (come direbbe il vecchio Walt) su altri fronti, per contribuire ad una bracciata più fluida nel nuotare in questo marasma, che, al solito, ben agisce soprattutto sul fronte delle “informazioni mancate”.

E’ nata una nuova associazione di studi africanistici ASAI – “Associazione per gli studi africani in Italia” e, quale parte del direttivo (con funzione di Segretario) l’ho dotata di apposito sito. Africanisti UNIAMOCI! Continua a leggere

«Maledetta primavera» di Fulvio Grimaldi (data?)

Guardate il video  “MALEDETTA PRIMAVERA” di Fulvio Grimaldi!

Questa ottima sintesi è stata segnalata alla lista “Università in lotta” cui sono iscritta, da uno studente comunista. Nel piattume generale mi riempie di orgoglio che dall’istituzione cui appartengo siano gli studenti a proporre qualche buco della serratura da cui guardare in diversa prospettiva alle “verità” spacciate in questo Paese (e dall’informazione in generale). Mi sento di raccomandarne vivamente la visione e l’ascolto. Certo, è indubbio vi siano imprecisioni (quella senussita è una confraternita, ad esempio e non una tribù) e non so quanto sia voluta la trascuratezza circa le manovre “panafricaniste” di Gheddafi che sicuramente hanno offerto alternative ed escluso il dollaro, ma hanno addirittura innescato la nascita di organizzazioni regionali parallele (ce ne fosse bisogno… guardate l’efficace immagine che ho tratto da Wikipedia, per farvene un’idea) se non addirittura contrarie all’Unione Africana di cui, pure, il Colonnello è stato uno dei principali fautori.

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Mohammed Nabbous (1983-2011)

A Mo, a Mohammed Nabbous dovrebbe essere dedicata la prima scuola di libero giornalismo in Libia. A differenza di quanto dice questo articolo, non solo ha galvanizzato, ma con il suo coraggio ha informato il mondo, di quanto stesse davvero accadendo  a Benghazi, con lo scoppio della guerra, e nei momenti di maggior tensione, mentre passava fra corpi e macerie con la sua telecamera, implorava: “ma dov’è Al-Jazeera???” e la sua voce era rotta dall’ansia e dal pianto. Poco professionale? Forse. Ma è grazie a lui se si è insinuato il dubbio che buona parte del giornalismo dovrebbe andare sotto processo, perchè falsa, estrpola, calibra, mitizza, creando al meno focus che distraggono dal quadro, al più un quadro del tutto falso

Libyan citizen journalist killed

Cynthia Vukets /Staff Reporter March 19, 2011

A Libyan citizen journalist whose work helped galvanize public anger against Moammar Gadhafi was shot dead Saturday while collecting video for his online television network.

Mohammed Nabbous, founder of Libya Alhurra TV, died in Benghazi shortly after posting a report about violence in a residential area of the city.

In the last video he posted on his Livestream channel, Nabbous describes a day of bombing in an area of Benghazi called Hai al Dollar. The short video displays damage to homes and cars from what Nabbous describes as a bombing raid on innocent people.

“This is just not good anymore. He has to be stopped,” Nabbous, a handsome man with a buzz cut and short beard clad in a black t-shirt, says into the webcam. “Where is Al Jazeera? Where’s the media? They should be there right now taking videos of what’s happening. The bombing hasn’t stopped.”

Several hours after posting that report, Nabbous was killed while out trying to gather more video for the site.

The next video posted on Alhurra was a heart-wrenching message from his pregnant widow.

“I want to let all of you know that Mohammed has passed away for this cause. He died for this cause and let’s hope that Libya will become free,” she says, her voice frequently breaking. “Please pray for him. And let’s not stop doing what we are doing until this is over. What he started has got to go on. No matter what happens.”

His viewers are now calling for a Nobel Peace Prize nomination. A Facebook page created Saturday had hundreds of messages of thanks and solidarity. Many postings described Nabbous as a martyr.

“Inshallah ya Mo your dream will come thru and your son will be born in Free Libya,” wrote Wafaa Yaacoub.

“May God keep your soul, Mo. You have done so much for your people. You will stay forever in our memories,” Bouchra Bensaber wrote in French.

Fans and journalists expressed shock and grief via Twitter.

“We all laud the courage and professionalism of Mohammed Nabbous, the voice of Libya,” posted Radio-Canada’s Jean-Francois Belanger.

“Mohammed Nabbous was one of the courageous voices from Benghazi broadcasting to the world from the beginning. Smart, selfless, brave,” posted CNN’s Ben Wederman.

Nabbous started Libya Alhurra TV via a satellite connection to avoid blockades internet from government. He had nine cameras streaming 24 hours a day since the channel’s creation Feb. 17. He was 28.

della Memoria, dei Negazionismi e dei Finanziamenti alla Pubblica Ricerca e Istruzione

in cui si rivelerà come non ci sia soluzione di continuità tra respiro, pensiero e professione pubblica…

Gira questo documento, da un po’:

«Olocausto: sembra impossibile!!!

‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…c’è chi, nonostante tutto pensa che l’OLOCAUSTO sia un mito.
E’ una questione di storia ricordare che, quando il Supremo Comandante delle Forze alleate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.), Generale Dwight D. Eisenhower, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi e persino seppellissero i morti. Il motivo, lui l’ha spiegato così: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo”.
A tal proposito ricordiamo che il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poichè “offendeva” la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso per il futuro dell’umanità! (vedi oltre).
Sono trascorsi più di 60 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto perdere la vita nei campi di concentramento a circa 17 milioni di persone tra ebrei, prigionieri di guerra sovietici, polacchi non ebrei, rom, sinti, disabili, omosessuali ecc…Tutti assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di fame e umiliati nel mentre il mondo tutto volgeva lo sguardo altrove.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene “L’Olocausto è un mito”, è fondamentale fare in modo che il mondo non dimentichi, MAI.»

Nel 2007, dopo aver sottoscritto con altri storici l’appello Flores, Traverso, Sullam (23.01.2007), contro la punizione penale del “reato di negazionismo”, mi ero impegnata nella redazione di un dossier sulle legislazioni anti-negazioniste, al fine di addivenire a/ e diffondere una maggiore coscientizzazione del fenomeno e – dal mio punto di vista – quale cultrice di una storia che registra numerosi “democidi” – della limitatezza del legame tra “giorno della memoria” e fenomeno della Shoah che, per quanto prossimo e devastante, è stato solo un dei tanti “episodi storici” che non ci esime dal riflettere sulla necessità di serbare memoria ed estendere ad altri contesti storici il senso di responsabilità rispetto ad altrettanto gravi congiunture psico-socio-politico-economiche, nell’aderire all’esortazione prescrittiva del “MAI PIU'”.
Su tale scorta, sono stata di recente intervistata dal Prof. Claudio Visentin (Univ. Lugano), curatore con Brigitte Schwarz della rubrica GERONIMO. STORIA E MEMORIA, su  RSI-Rete due, rete radiofonica della Svizzera italiana. Potete ascoltare il programma dedicato alla Giornata della Memoria (2011) su: http://podcast.rsi.ch/ReteDue/Geronimo/GERONIMOSTORIA-NEGAZIONISMO24.01.11.mp3 .
Pur apprezzando molto il bel prodotto curato dal collega, poichè avrei voluto dire molto di più, completo qui il mio pensiero, sperando di fare cosa utile per chiarire alcuni punti e per far meglio comprendere che cosa mi muova ancora a rimarcare fermamente come la dimensione della formazione educativa non debba essere stimolata dai rigori della legge, in particolare, nel nostro Paese in cui i rapporti con i somministratori di giustizia, poi, sono alquanto controversi e forse non del tutto per un’inclinazione a sfuggire le regole, ma piuttosto invocando una declinazione più sfaccettata del rapporto da giocarsi fra vari livelli di responsabilità, da incastonarsi mutuamente, piuttosto che in una relazione “a scarica-barile”.
Il problema, sia chiaro, non è eminentemente nazionale: le derive del dibattito culminano nello scandalo per il tentativo di imporre una legge che recuperi i benefici del colonialismo alla memoria francese attraverso i manuali scolastici (2005), piuttosto che nella summenzionata ipotesi (mito che continua dal 2007 e ringrazio Marco Cavallarin della sua segnalazione) di cancellazione dell’Olocausto dai libri scolastici inglesi, seriamente confutata dal The Holocaust Educational Trust – nell’intento di non offendere dottrine musulmane che lo rinnegherebbero (ma, credetemi, tale generalizzazione è tutta da verificare!). Questo fermento si origina a partire dal momento in cui la Comunità Internazionale, pur ameboide nella forma, ha convenuto dover sottoscrivere una “Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale” a New York, nel 1966.
Tale convenzione è stata ratificata dall’Italia con la Legge 654, 13.10.1975, che prevede sanzioni su chi esprima comportamenti razzisti; a tale ratifica è conseguito un inasprimento delle pene con il DDL (Mancino) 122, 26.04.1993, una depenalizzazione del reato d’opinione con la L.85, 24.02.2006, art.13, per giungere infine alla proposta di un DDL Mastella, 26.01.2007 in cui (a confutazione dell’ultimo), pur non vincolandosi espressamente al reato di negazione dell’Olocausto ebraico, si invocava una punizione penale aspra a chi propagandasse e diffondesse materiale contentente espressioni d’odio razziale e di discriminazione sessuale.
Perché avverso la risoluzione penale di un problema socio-culturale? Certo perchè diffido degli interpreti delle leggi, ma anche dei fini dei loro promotori. Mi spiego approfondendo il caso italiano: è innegabile che la diffusione di messaggi d’odio o storicamente scorretti e manipolati, fra le fasce meno protette dal filtro magico della conoscenza, sia in vertiginoso aumento a causa del comune accesso ad internet, che permette la trasmissione a macchia d’olio di messaggi di ogni ordine e sottordine morale senza controllo, a dispetto di emendamenti pure esistenti nei nostri ordinamenti e sovraordinamenti, ma cui l’Italia si rapporta in “relazione disgrafica”. Si pensi alla “Decisione-quadro europea su razzismo e xenofobia” (4, 2007) e al correlato precedente “Protocollo addizionale alla Convenzione europea sul cybercrime e sulla criminalizzazione di atti di natura razzista e xenofoba commessa a mezzo di sistemi informatici” (03, 2006) che ha raccolte solo, su 25 firmatari, 6 ratifiche: ebbene, l’Italia NON ha né firmato né ratificato il protocollo, preferendo produrre uno scandaloso “emendamento d’Alia” che, introdotto nel “pacchetto sicurezza-Maroni” (2010), dimostra ampiamente di ben aver compreso l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale la «libertà d’espressione», per quanto sacra, implica doveri e responsabilità ed è pertanto “contenibile” con restrizioni o sanzioni, ma è mosso dai fini sbagliati: ovvero dalla necessità di ammutolire il dissenso nei confronti del Governo invece di prendere meglio la mira contro forme di espressione antidemocratica e disgregatrice della comunità nazionale: vien fatto di chiedersi, se tale svista non sia destinata ad evitare di colpire soggetti-parte della compagine governativa che fanno sovente uso di tali espressioni e non solo nella propaganda di partito.
Ritengo allora che altre istituzioni, pur garantite nel loro sano esercizio dall’azione della magistratura (cha garantisca, ad esempio, il Preside che, prima, ammonisca e, quindi, sospenda l’insegnante sorpreso a manipolare le menti di giovani studenti con teoremi razzisti senza opportuno contrappunto di pari incisività) debbano farsi carico di tale missione, senza rendere i negazionisti paladini della libertà d’espressione; senza correre il rischio di avallare verità di Stato (ad esempio permettendo ai soli sopravvissuti alle foibe  – ammesso che ve ne siano – di descrivere il fenomeno nelle scuole), ma piuttosto “delegittimando” sul loro stesso terreno coloro che “delegittimano” verità storiche le quali si fondano sulla libera ricerca e il garantito (o che tale dovrebbe essere) libero accesso alle prove. Infatti ritengo che la copertura di prove e testimoni della compartecipazione diretta o indiretta a crimini contro l’umanità di elementi di spicco del passato nazionale, da parte di ambienti istituzionali, nel nome del segreto o dell’oblio di Stato, ci abbia portato a questo stato di cose (colonialismo italiano docet).
Pur avendo studiato a fondo la Shoah (tra prodromi e conseguenze), pur ammettendo l’incommensurabilità del maledetto fenomeno, temo inoltre si rischi di porne l’eccezionalità “al di fuori” della Storia, concorrendo a distogliere da altri fenomeni, ridotti (forse) nel numero delle vittime provocate, rispetto alla prima, così concorrendo a distogliere da responsabilità di silenzi e forme d’oblio, calati su numerosi altri crimini contro l’umanità. Il loro essersi consumati in periodi antecedenti la definizione della fattispecie giuridica, non ci rende meno responsabili rispetto al loro insegnamento circa la natura umana e le conseguenze di certi fenomeni disgregatori nei diversi contesti antropici e nel corso di determinate epoche: espansione, economia di tratta, colonialismo, imperialismo, nazionalismo ecc..

Un’unica soluzione è, a mio avviso, in grado di riprodurre quella coscienza civica che, senza sacrificare libertà d’opinione o d’altro genere, ma facendo leva su questa ed altre, permette di distinguere bene e male discernendo l’uno dall’altro e non rispetto alla convenienza al loro sostegno, ma alle prove di veridicità articolate tra argomentazione e persuasione: quella soluzione è la garanzia della sostenibilità alla libera ricerca accademica e al sistema scolastico pubblico, nella formazione di base. Non c’è altra via.

Lo scorso mese d’ottobre (2010), la vertenza Mastella si è riaperta quando il Presidente della Comunità ebraiche, Pacifici, ne ha reclamato la riproposizione a gran voce, a seguito delle scandalose lezioni ospitate e offerte da Claudio Moffa (ex-africanista, ora afferente al settore della storia delle Relazioni internazionali) al “Master Mattei”, dallo stesso organizzato in seno all’università di Teramo. Molto ci sarebbe da dire sulla decisione assunta nel settore scientifico disciplinare africanistico di promuovere Moffa all’ordinariato, basata (forse e, mi auguro, almeno) sulla quantità di pubblicazioni, ma non so quanto sulla qualità di quanto espresso e in merito alla didattica: Moffa, articolista del Resto del Siclo rivista negazionista on-line, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i negazionisti e le sue posizioni razziste, addirittura attaccando una collega di religione ebraica per aver espresso opinioni a suo avviso criticabili sulla manipolazione da parte dell’amministrazione coloniale della struttura della società rwandese, e in particolare dei tutsi, a causa dell’appartenenza della ricercatrice stessa ad una comunità religiosa “tollerata” prima e stigmatizzata, poi, in altri tempi dal potere. Ma questo signore, il 25 settembre 2010, ha svolto una lezione (peraltro scaricabile) sulle tesi di Faurisson (v. «Faurisson on the Holocaust. Revisionism on trial in France», 1979/83). Non sarebbe un “male” in sé, non ve n’è mai in Accademia qualora si garantisca un contrappunto scientifico, e non ci si dica che sia stato dato per scontato. A poco vale il tentativo di fare una “lezione riparatrice” affidandola ad una semiologa del calibro di Valentina Pisanty, senza che vi siano sistematici progetti di dibattito a fronte delle dottrine là insegnate, ad avallare (sempreché sia stato questo il caso) una decisione che speriamo cosciente, di aver approvato il progetto del “Master Mattei” su basi scientifiche di confronto fra teorie contrapposte e non su un canto stridulo e cigolante per voce sola.

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Purtroppo la scienza è guidata in modo personalistico nel nostro Paese: ho lasciato la Sissco per le continue prevaricazioni nella comunicazione nella lista di discussione e per la sindrome carsica che soffrivano determinate argomentazioni scomode, in nulla differenziando quell’ambiente sedicente “libero” rispetto agli spesso soffocanti meandri delle comunicazioni gerarchiche in Ateneo e per alcune scorrettezze nei comportamenti che minano il corretto sviluppo di una universitas studiorum che, da sempre, mi fa cercare spazi di condivisione: non sono state così recepite alcune integrazioni che avevo inviate ai curatori rimasti aderenti alla società, pertanto, pur rimandando al suddetto dossier, che resta prezioso, integro la lista della legislazione anti-negazionista dei seguenti atti:

  • Liechtenstein, sect. 283 del Codie Penale
  • Slovacchia, Zbierka zàkanor ¢, 485/2001, Strana 5166
  • Polonia, 17 dicembre 1998, Dziennik Ustaw Rzeczypospolitey, n.162, p.6581