Migrantes


6 Maggio 2013

Cécile Kyenge è la nuova Ministro di un forse effimero Governo, ma che è ora quel che ci meritiamo. E’ una scelta coraggiosa. Il suo programma è da sempre stato ambizioso. Nel giugno 2010 ho moderato un tavolo di discussione in cui era coinvolta pure lei, ad Imola, nel corso di una serie di giornate in onore di Myriam Makeba,  in cui abbiamo commemorato l’idea di integrazione: ricordo quella sensazione, infatti, mentre mediatori africani tra le culture e la politica, dibattevano di mondi culturali e modi per gestire qui, al meglio, i loro compiti sempre più ostacolati dai poteri (leggasi: accessi vincolati al pubblico denaro). Era meravigliosamente entusiasta e propositiva. Come sempre chi voglia riforme qui, Cécile deve chiedere molto per ottenere un minimo, ma l’importante è che si guardi al contesto. Se venite a dirmi “sai che mi han detto che anche negli altri paesi ci sono gli immigrati, ma sono tutti curati, ben messi” al di là di un’eccessiva generalizzazione e dopo anni e anni d’esperienze in Inghilterra, sono a chiedere io a voi, se davvero pensiate che sia la loro “qualità” o la nostra ad essere diversa o “ben messa”: o se questo non sia dovuto all’incapacità di immaginare un’integrazione reale. Alle manipolazioni del potere. Ho appena “dovuto” sottoscrivere una petizione contro Borghezio, ma che si identificava, in un modo faziosamente pericoloso e che ho denunciato (e che vedo tuttavia avallato appieno da l’Unità) “iostoconCècileKyenege”. Io non voglio stare con un individuo. Io voglio far pensare il mio Paese a che valuti il meglio per sé, proiettando il proprio immaginario di sé nel medio-lungo periodo, anche se non vuole pensare al meglio per chi concepisca come “altro da sé”.

22 Maggio 2011

Io non sono tanto convinta che i paesi occidentali possano permettersi politiche di accoglienza incontrollate. No davvero, se questo implica che si ritorni alle frontiere, che si evochino confini, che si innalzino muri e reti elettrificate o business à la Gheddafi o che si ritocchino accordi, che ci si trinceri nelle nostre nicchie. Animale di frontiera, prossima a migrare per la sesta volta nella mia vita, comprendo la necessità di mollare gli ormeggi, di assicurarsi sostenibilità, sopravvivenza, ma condanno con tutte le mie forze il modo dis-integrato di far politica transnazionale. Direte: non siamo lungimiranti per ciò che ci riguarda, vorresti che lo fossimo per gli altri? Eppure sì: questo vorrei, anzi… che si partisse proprio da loro per rendere vivibile e accogliente questa fetta improduttiva di mondo.

Apro questa pagina con una poesia di una signora che ho conosciuto a Imola l’anno scorso, quando sono stata invitata a moderare una tavola rotonda dedicaa a Miriam Makeba e al ruolo delle donne in Africa: Pina Piccolo.

MEDITERRANEO 2011: TERZO CAPO
D’ACCUSA

Per onorare  i 16.000 esemplari di homo migrantis annegati nel Mediterraneo dall’inizio del secondo millennio
dell’epoca comune

 Per noi non si mossero elicotteri dalle eliche schiamazzanti

a lanciarci una fune d’argento,

né invisibili aerei senza pilota

a calarci la scala di Giacobbe

Per noi non si scomodò il Buraq

dalle grandi ali bianche e la morbida sella di velluto

Per noi non arrivarono balene dal ventre capiente

salvatrici di burattini infingardi o di profeti

poco propensi a proclamar sventure

Per noi non decollò il tappeto di Sindbad

elegante e aerodinamico a rapirci ai cavalloni

Le colombe non si unirono in stormo

formando un’aerea rete in cui impigliarci

L’ippogrifo certo non interruppe il suo viaggio verso la luna

a recuperare cervelli smarriti di cavalieri

Né gli yacht di politici abbronzati

si affannarono a raggiungerci

poco ambita preda di campagne elettorali

Per noi non ci furono né santi né jin

nessun Tritone allungò il suo tridente

Nessun Superman per noi sfidò

i marosi arrampicandosi  leggero sulla schiuma

né alcun messia si mise a camminare sulle acque

Per noi non emerse Colapesce inabissatosi nel Mare Nostrum

deluso d’amore e stanco di sentire le sragioni degli umani

Per noi non si lanciarono a velocità folli motoscafi

né motovedette che solcano solerti quello sputo di mare

Nessuna sirena ci avvinghiò tra le morbide braccia

per portarci a un’isola felice

né alcun profeta separando col bastone le onde

creò un corridoio di salvezza

Non ci acciuffò dai capelli l’angelo custode

né ci avvicinò il diavolo per proporci patti

Nessun delfino, amico dell’uomo, ci sorrise

portandoci in groppa al Luna Park

Nessun pescespada restò fedele al nostro fianco

mentre venivamo arpionati da Wall Street

Nessun campione olimpionico di nuoto

venne a farci il testimonial

né giornalisti a tenere conferenze stampa

Per noi non ci furono rocambolesche gesta

né squadre di salvataggio né eroici furori

Gli squali del Mar Rosso con il tam tam dell’acqua

fecero sapere ai loro cugini del Mediterraneo

che era in arrivo un succulento banchetto

E i tonni si rallegrarono che quel giorno

non ci sarebbe stata una loro matanza

Di noi nessun griot decanterà

né il lignaggio né la discendenza

Per il nostro corpo non ci fu la linea piatta

dell’encefalogramma a segnare

la fine della lotta, il termine della rotta

mentre silenziosa sulle onde scivolava la Mesektet

imbarcazione della notte

“dai gloriosi rivestimenti

i suoi colori d’ametista e di smeraldo

di diaspro lapislazzuli e il lustro dell’oro”[1]

sacra al dio Ra che  ci raccolse

per proseguire il viaggio

Pina Piccolo, 8 aprile 2011


[1] Da Il Libro
dei Morti, Antico Egitto

Pina Piccolo, 8 aprile 2011


[1] Da Il Libro
dei Morti, Antico Egitto

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