EDOARDO E ADOLFO PANSINI VITE PER UN ANNIVERSARIO SENZA RETORICA di Giuseppe Aragno, Il Manifesto 8 settembre 2013

Riporto questo bel commento di Giuseppe: a 70 anni di distanza – mentre la “scatola che fa volare le immagini” (mutuando la Monaca di Dresda) sciorina di fronte ai nostri occhi il Paese di prostituti al potere che siamo -, ancora una volta, in una realistica prospettiva del passato, Giuseppe Aragno sa stimolare la nostra attenzione responsabile al presente, ricordandoci che anche mentre la subiamo, noi, la storia la scriviamo!

Nei documenti di archivio i fatti del settembre ’43 sono diversi da quelli che racconta il rituale delle commemorazioni; l’armistizio non è la «morte della patria» e le Quattro Giornate non le ha fatte la città di lazzari e scugnizzi. Mentre osservo avvilito carte preziose, il mio sogno è un settembre senza retorica. Dei tragici giorni in cui i «compiti a casa» li assegnava la storia, vorrei parlare alla Merkel, per raccontarle di soldati tedeschi pallidi come cenci – la paura non è un’esclusiva dei Pigs – con un fazzoletto bianco stretto al braccio in segno d’una pace che non verrà. Era il 9 settembre e quegli uomini conoscevano i buoni motivi per cui la gente li stimava poco. Non era questione di un banale dissidio tra presunte cicale e sedicenti formiche. Nonostante la scuola prussiana, per troppo tempo si erano dovute difendere le donne da militari «alleati» che non confermavano la favola tradizionale della galanteria teutonica; per troppo tempo s’era lottato coi depositi di munizioni celati dai «furbi» soldati del Reich in condomini esposti a bombe angloamericane. Nemmeno la furbizia è merce tutta mediterranea. In quanto al mito della «corretta amministrazione», il contrabbando di carne, messo su dal Comando Aeronautico tedesco, aveva arricchito la mensa ufficiali e «privatizzato» i velivoli della Luftwaffe, per portare la merce nel Reich e farci affari d’oro. Nessuno dei nostri politici, dopo l’anticamera col cappello in mano, ha ricordato alla Merkel che ognuno ha la sua storia e meglio sarebbe non salire in cattedra. Nessuno ha mostrato alla «maestra» tedesca gli ordini dei Comandi della Wermacht che autorizzavano furti e rapine. Eppure anche questo è amministrare. Per il buon esito della guerra, Kesserling e i suoi incorruttibili ufficiali non si limitarono a requisire armi, automobili e autocarri; arraffarono anche «apparecchi radio, strumenti musicali, orologi da polso e da tasca, macchine fotografiche e strumenti ottici». E poiché, come vuole la dottrina Merkel, anzitutto si bada al bilancio, l’ordine era chiaro: «il controvalore degli oggetti è da mettere in conto alla Prefettura». Gli italiani derubati pagarono così il debito tedesco. Fa pena al cuore un settembre che tornerà sugli scugnizzi. A me piacerebbe raccontare di Edoardo Pansini e del figlio Adolfo, che nessuno ricorda perché la loro insurrezione non è compatibile con lo stereotipo degli Alleati «liberatori» e del popolo lazzarone che si leva in armi per fame, poi vende il voto al miglior offerente. Come inserire in questo rozzo cliché Adolfo Pansini? Come farci entrare uno studente che a diciott’anni va in galera perché organizza giovani antifascisti e a venti cade, armi in pugno, nelle Quattro Giornate? Come far posto a Edoardo, il padre, che l’ha educato agli ideali di Mazzini e sta con gli azionisti? Meglio, mille volte meglio, gli scugnizzi incoscienti e sanfedisti. Edoardo Pansini, che sopravvive al figlio, è un personaggio scomodo: rappresenta idealmente quella parte di città che non accetta di essere «liberata», come i settantaquattro militari napoletani che, nei Balcani, dopo l’armistizio, entrano nella «Divisione Italia» e danno man forte ai partigiani di Tito. Non a caso, Pansini non scioglie il suo gruppo, prova a stanare i gerarchi, sfonda le porte delle loro case, sequestra il cibo che vi nascondono per alimentare il mercato nero e lo distribuisce al popolo stremato. Ha replicato con fermezza alla tracotanza nazifascista, ha messo i «democratici» Alleati di fronte a un popolo che possiede coraggio e dignità, ma questo non conta. Pansini è un intralcio per gli americani, che non vogliono colpire i fascisti e lasciarsi alle spalle gente libera di cui temere. Sono loro, gli americani, a chiudere una sua rivista già censurata dal regime, mentre le manette dei carabinieri chiudono la sua carriera di rivoluzionario. Il Codice Rocco, ancora oggi prodigo di aiuti per chiunque miri alla dignità d’un popolo, giunge a immediato sostegno e il capo partigiano dovrà difendersi dall’accusa di violazione di domicilio e furto della merce sottratta al contrabbando. La repubblica per cui Adolfo Pansini morì e uomini come suo padre lottarono non è forse mai nata. Prevalsero la fedeltà ai blocchi nati a Yalta e l’antifascismo degli «uomini d’ordine» come Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, che in Tribunale difese i collaborazionisti, nemici giurati dei partigiani. Un modo come un altro per saldare conservatori e reazionari. Un’intesa spuria che l’Europa delle banche ha rafforzato. E’ per questa sintonia classista che la Cancelliera tedesca può farci lezione.

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DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio

8 AGOSTO 2013

Viviamo continui déjà vu in rapida, rapidissima, concentratissima successione, direi e facciamo zapping perché è impossibile dribblare: possiamo solo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie aspettando il gran colpo finale. L’inconcludenza, l’insignificanza politica di questi mesi (di questi anni) si fa memory foam di pratiche distruttive che vediamo moltiplicarsi come cellule tumorali in mitosi incontrollata, mentre il nostro paese ne assume la forma. A volte leggiamo frasi che sintetizzano abilmente le nostre intuizioni, altre rare volte, pagine che danno loro trama e storia, con straordinaria puntualità:

 Da Liberazione.it

POLITICA – 08/08/2013

L’anomalia Napolitano

Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa:

non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.

Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.

Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini, aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.

Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso

Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».

Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di nominati a metter mano alla Costituzione.

Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Giuseppe Aragno

29 APRILE 2013

Si affastellano le ipotesi sul “folle gesto” che ha portato un uomo a ferire due carabinieri di fronte ai palazzi del potere, mentre prestavano giuramento i ministri del Governo Letta/Alfano: è forse sufficente questo post essenziale per comprendere gli “stigma” dell’informazione, in cui Angela Mauro definisce “grillino” il carabiniere che in lacrime, ipotizza il movente di questa violenza. Insomma, dalla piazza che fa paura e cui bisogna dare un nome, “grillino” diviene ora sinonimo di buon senso?

Io credo che non occorra sapere altro.

Davanti Palazzo Chigi lo sfogo di due carabinieri:
è il gesto di un disperato, ma la gente non ne può più e se la prende con noi

L’Huffington Post | di Angela Mauro;  Pubblicato: 28/04/2013 13:02 CEST  |  Aggiornato: 28/04/2013 16:39 CEST

Sparatoria

Uno dci carabinieri feriti 

“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…”. Lo sguardo dei cronisti si fa sempre più incredulo. Il ricordo va a Genova 2001, altra storia, altra epoca. Lì la piazza era nemica, qui la piazza non c’è, c’è il gesto folle di un singolo (a quanto se ne sa), ma il carabiniere non impreca contro di lui, anche se di lui non sa nulla. “Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”. E prosegue il racconto: sembra un grillino ma, di fronte alle sue parole, una considerazione del genere si sgonfia come semplice sintesi giornalistica, quale è. Evidentemente è una persona vera che parla prendendosi il diritto a parlare, pur con la divisa addosso. “Li vedo quando prestiamo servizio davanti al ministero… Escono i sindacalisti a braccetto e dicono: ‘L’accordo non si è fatto’. Per loro non cambia niente, per tante famiglie cambia molto…”. E ora succede questo: uno spara contro i carabinieri e il carabiniere lo comprende. Se potesse scegliere non in base allo stipendio, chissà.

DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio
28 Aprile 2013

La recente storia ci dice una volta di più di non fidarci mai e di nessuno. Ci dice che in questo Paese niente può cambiare. Niente deve cambiare. E come pure quello stigma letterario d’una politica italica in cui tutto cambia perché nulla cambi, sia ormai fuori moda. Ci dice che il libero arbitrio va esercitato in modo diretto perché raramente la rappresentanza politica s’è messa al servizio del bene collettivo. Essere di sinistra ha perso ogni significato da che chi sale al potere, grazie ad una procedura di voto dallo stigma suino, con la favoletta della rappresentatività sfila con improntitudine davanti ai nostri occhi, dopo aver applaudito una linea di partito per poi votare in massa contro quella linea. Marini PdR era insostenibile –  potreste convenire con me –  ma, conoscendo il mio popolo, sentenzio che una percezione egemonica del potere ha impedito quella rappresentanza senza senno collettivo, di esprimersi liberamente al momento dell’applauso. Continua a leggere

Brevissima storia della mia petizione alla cittadinanza

Berlusconi non può presiedere alcuna Convenzione per le riforme del Paese

Alla fine ne ho scritta una io, il 4 maggio: una petizione per superare il blocco fazioso in cui è intrappolato il Paese e togliere ogni potere di ricatto a Berlusconi. Impedendo – al possibile, con ampio supporto (che, ne ero convinta, avrebbe tolto d’imbarazzo molti sostenitori della sua fazione) – che questi presieda Convenzioni per le riforme costituzionali e della giustizia, oltre che, naturalmente, della comunicazione in cui intende imporsi: forse, i membri del suo partito, quale che sia il vincolo che li lega a costui, troveranno nella pressione popolare il coraggio di ostacolarlo nel deliberato intento di distruggere completamente le già precarie istituzioni che possediamo. La cultura del malaffare – di cui non ha certo Berlusconi il monopolio – in seguito ad una sistematica violazione dei sistemi d’appalto, avallata nei diversi organismi di Governo e controllo (dalle forniture logistiche alla PA alla realizzazione di opere di utilità nazionale, con la scusa dell’emergenza), è ora data per scontata nelle istituzioni. Bisogna scardinare un sistema.

Non è una questione di appartenenza politica: è questione di interesse trasversale, legato al buon senso e che si richiama a temi che ancora debbono essere circoscritti dalle nostre Commissioni Parlamentari quali: il conflitto di interessi e i criteri di deontologia politica, che sono stati traditi uno ad uno nell’immaginario collettivo e, nondimeno, resistono in una percezione che li vede essenziali per un vero rinnovamento della politica italiana, così come richiesto dalla Cittadinanza. Anche l’assenteismo nell’esercizio del diritto di voto è una manifestazione di tale richiesta. Il passato istituzionale di Silvio Berlusconi ha contribuito ampiamente alla richiesta di tale profonda trasformazione e lo rende inadatto a ricoprire qualsiasi ruolo in convenzioni di riforma istituzionale di sorta, men che meno costituzionale o relative al comparto della giustizia.

FIRMATE E DIFFONDETE!

Il 6, poi, ho scritto ai 158 firmatari:

Carissimi firmatari della mia campagna su change.org per impedire a Berlusconi di presiedere Convenzioni per riforme di Costituzione, comunicazione e giustizia, Berlusconi “aveva scherzato”: ancora una volta ha ammesso di interagire con noi per “battute”. Purtroppo quest’ennesima offesa non lo cancellerà dalla nostra vita politica. Molti dei suoi sostenitori lo guarderanno ancora simpaticamente e …la coscienza politica italiana continuerà nella sua parabola discendente. Leggete quanto segue, raccolto e pubblicato dalla “sua” mediaset. http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/articoli/1094145/berlusconi-convenzione-riforme-tempo-perso.shtml   La petizione è sospesa, tuttavia, vi esorto a non abbassare la guardia   Grazie per il vostro sostegno e per la vostra coscienza civica: deve esserci di conforto

Africom: obbligatorio opporsi

04.05.2013 – Vicenza – Manifestazione «No Dal Molin»
02 maggio 2013 – Tutto il Giorno
Dopo averlo annunciato ai quattro venti, gli statunitensi hanno annullato l’open day alla nuova base militare in programma per sabato 4 maggio, sotto la pressione della voglia di tante e tanti vicentini di entrare al Dal Molin per contestare la militarizzazione. Ma se i militari annullano, i «No Dal Molin» confermano la manifestazione: di fronte allo scempio della nuova struttura militare: la nuova base non deve essere inaugurata, ma chiusa.
Nella sua intervista il colonnello Buckingam ha spiegato di non poter aprire le porte del Dal Molin a causa di «pochi facinorosi», annunciando al contempo l’inaugurazione della base a stelle e strisce il prossimo luglio. Pochi facinorosi sono, per i comandi militari, i vicentini che, in questi anni, si sono mobilitati in difesa della propria terra. Contemporaneamente, decine di nuove denunce – per fatti accaduti 3 o 4 anni fa – sono state recapitate ai NoDalMolin, quasi un monito di fronte a future manifestazioni, mentre il 3 maggio al Tribunale di Vicenza sarà pronunciata la sentenza per i 30 occupanti della Prefettura che, il 16 gennaio 2008, occuparono il palazzo governativo in segno di protesta. Se difendere la propria terra vuol dire essere «facinorosi», ebbene: siamo tutti facinorosi. Il 4 maggio torneremo nelle strade della nostra città, con un corteo che partirà dal Piazzale della Stazione alle ore 10. Vogliamo affermare la nostra opposizione a qualunque inaugurazione della nuova base Usa, ribadendo che, se questa sarà calendarizzata, ci troveranno ancora una volta in piazza a difendere questa terra dalle basi di guerra.
La nuova installazione militare statunitense, che già tanti danni ha prodotto alla città, non va inaugurata, ma chiusa: se prima ci opponevamo a un cantiere, ora ci opponiamo a una base di guerra e alle sue conseguenze distruttive, siano esse nel territorio che abitiamo o in luoghi lontani dalle nostre case. Il 4 maggio, tutti in piazza!
Info: http://www.nodalmolin.it

THE AFRI-COM QUESTION…

Di seguito ciò che dovreste sapere del Comando del Pentagono che ha preso possesso della base Dal Molin e controllerà basi Nato da Sigonella a Napoli.

Nato? NO… PENTAGONO! (E, credetemi, non è la stessa cosa…)

Carissima/o,

lo sapevi che il nostro Governo ha deciso di offrire a Vicenza e Napoli le basi per un comando americano che si occuperà di operazioni anti-terrorismo e di addestramento militare di eserciti africani e relativo corollario di forniture belliche in Africa? Lo sai che la questione non è neppure alitata in Parlamento? Una mia petizione, pubblicata su http://conoscereperdecidere.weebly.com/ sottoscritta da 69 firmatari, impegnati in accademia e nella società civile, non ha sfondato, ma non lo trovo un fallimento mio. Nè Manifesto, nè Sole 24 ore, Repubblica o Corriere della Serta han voluto pubblicarlo. Che sia questo il male del secolo? Continua a leggere

UNIVERSITA’ “BENE COMUNE”?

27 Aprile 2013

Visto il totoministri? Interessanti  le note biografiche. I burattinai li conosciamo e non son cambiati; Alfano, Quagliariello e D’Alia francamente in quelle posizioni mi spaventano. Ci sono delle interessanti intuizioni, tuttavia. Cécile, per esempio e poi il premio alla Carrozza, sulla quale ho qualche perplessità, ma son convinta che… o adesso o mai più.

Sono sempre stata “di sinistra”, ma questo non mi ha impedito, nel recente contenzioso sulla riforma Gelmini, di vedere il PD per ciò che è e di assumermi responsabilmente le conseguenze del voto recente.

Ho partecipato al Forum del PD per l’università e la ricerca, nel 2010, da un primo incontro di PD110 presso la Sala Montanelli a Milano e poi, al pomeriggio, in una sede sindacale a Milano e poi ancora al Politecnico e infine a Roma, da dove me ne sono andata sbattendo la… tenda (la porta non c’era). Continua a leggere

Sostengo la povertà / Creo povertà: lo Stato che non vogliamo

A poco meno di un anno da quanto scrissi in occasione del più chiaro profilarsi dell’ “agenda Monti” eccomi confortata dall’ennesimo richiamo a più assennate politiche degli Stati dell’Unione Europea, da Pulic Service Europe (26 Aprile 2013):

Discredited austerity policies remain in place 26 April 2013

Despite the overwhelming weight of evidence, both empirical and theoretical, many politicians continue to purse deficit reduction and public service cuts as if there is no alternative – says think-tank
Will European governments reverse the austerity course that has done so much to damage their already enfeebled economies? With the revelation of mathematical errors in the work of two Harvard economists – Carmen Reinhart and Ken Rogoff – who had claimed to show that economic growth falls off a cliff once a country’s ratio of debt to gross domestic product reaches 90 per cent, another of the intellectual underpinnings for the current strategy has been swept away. Continua a leggere

La rimonta delle spese militari… nella crisi… per la crisi

Ho spesso denunciato la dipendenza dell’Africa nel quadro della gestione della sicurezza globale orchestrata dagli Stati Uniti, con l’ “operazione Africom“, ma, dopo l’affaire degli F-35, da più parti rivelatasi un’operazione economica fallimentare (Presadiretta al link), pure quanto segue ci è stato sottaciuto.

Della nostra dipendenza non si parla mai abbastanza.

lunedì 15 aprile 2013 23:17 (da Globalist.it)

L’Italia in crisi non rinuncia al drone killer

Dev’essere il fascino del mostro. Ne abbiamo scritto la scorsa settimana ricevendo richieste di altre informazioni. Aggiornamento sui Droni assassini. [Ennio Remondino] Continua a leggere

Quando il nero si tinge di giallo: gli interessi cinesi in Africa

Farfalle e trincee

Scritto per Asia Blog

In Africa si trova il 99% del cromo presente sul pianeta, l’85% del platino, il 68% del cobalto, il 54% dell’oro, altri minerali presiozi e ingenti riserve di petrolio. La Cina ha necessità di materie prime per sostenere il volano della sua crescita economica, ed è quindi ovvio che vi veda un continente dove investire.

 E che la Cina in Africa investa è un dato di fatto, dato che il volume totale delle transazioni commerciali sino-africane è passato dai 10 bilioni di dollari nel 2000 ai quasi 200 bilioni annui odierni. Una conferma di ciò può essere trovata nel fatto che il primo viaggio diplomatico del neo-presidente Xi Jinping abbia avuto come meta proprio il continente africano, e ciò segue il prestito di 20 bilioni di dollari che il presidente precedente, Hu Jintao, concesse ai paesi africani…

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Extraordinary renditions, again… assolti i pezzi grossi: ma Kassim?

Riporto una notizia come è apparsa su il Corriere della sera online e di seguito come è apparsa su Lettera 43 (accedendo direttamente alla pagina accedete anche ai link a notizie correlate che rendono possibile, a differenza della maggior parte delle testate nazionali finanziate dal Governo, di ricostruire il percorso storico della vicenda)

La decisione del Quirinale

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì  Abu Omar

Nel 2005 partecipò al sequestro dell’imam di Milano (questa la notizia ufficiale… ma non fu nel 2003? I soliti giornalai improvvisati, e poi date torto a Grillo!)
Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003; l’estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia. Continua a leggere

Nuovi colonialismi: vecchie storie di nuovi pirati e cieche mezzane…

Landlady Engelbrecht e la pannocchia del suo buon campo

è dal 2006 che ci occupiamo di terra, di gestione cosciente delle risorse e dei beni comuni, di diritti e creiamo pacchetti per sistematizzare conoscenze e smetterla di lasciare tutto ad intuizioni ed opinionismo. Ma, a dirla tutta, e’ stata l’idea di una donna, una commissaria europea di centro-sinistra, Patrizia Toia, a suggerirci che forse si sarebbe potuto provare ad organizzare uno straccio di documento che vincolasse al contratto sociale una leadership senza scripoli e senza la capacità di vedere ad un palmo dal proprio naso, vietandole di svendere la terra sfilandola di sotto i piedi ai suoi “sudditi” (già, perchè non li valuta come Cittadini, ma sudditi, come facevano le vecchie amministrazioni coloniali). Direte, “beh, per questo c’è la FAO” eppure le carte, i trattati, le reponsabilità collettive non sono responsabilità di nessuno e allora ne dobbiamo scrivere ad hoc perchè le occasioni del mondo siano le occasioni per chi non ha più fiato. E poi, davvero il consumo dissennato di suolo nel nostro Paese, credete non implichi land grabbing alle nostre coordinate?
E così, con gli amici del SIII abbiamo deciso di occuparci di LAND GRABBING e di portare le nostre istanze in EXPO Milano 2015. Seguici in diretta streaming! Continua a leggere

Come ti uccido la cultura, la storia e la memoria… di una nazione (o forse non ancora)

“Stante le recenti disposizioni in materia (vedi delibera consiliare n.55 del 12.1.2012), si invitano le SV, in deroga a quanto autorizzato con nota 6533 del 23.10.06, a sospendere ogni attività culturale e pertanto a liberare i locali da quanto a tal fine, seppure temporaneamente, in essi depositato”  giuro, non un rigo di più…

così il Sindaco di Ustica, il 3 gennaio scorso, intimava al Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica di liberare i locali della sede comunale, fino ad oggi concessa e di interrompere ogni attività culturale (peraltro basata sin dalla fondazione, nel 1997, sull’autofinanziamento attraverso le quote dei Soci) e di cooperazione col Comune (ad oggi del tutto gratuita, in cambio della mera sede). Continua a leggere

Una Rete libera e aperta per un mondo libero e aperto – l’appello di Google

Oggi, 3 dicembre 2012, Google non ci propina la sua vignetta a ricordarci ciò che qualcuno reputa appuntamenti universali con la storia (per lo più occidentali) ma esibisce un appello al suo popolo a che INTRAPRENDA UN’AZIONE https://www.google.com/takeaction/ . Ho sottoscritto, ma ho anche espresso il mio pensiero in proposito. Vi invito a farlo. E’ giusto difendere la rete, ma chiedere dei correttivi è altrettanto indispensabile. Continua a leggere

Un po’ di buon senso nel risucchio iperliberista?

Resto col fiato sospeso: se è vero che la via iperliberista sia lo scivolo in cui ci ha convogliati il “capitalismo parassitario” [Z. Bauman, 2009] e il governo Monti sembri venuto a versarci su olio in abbondanza, nulla mi piegherà al sorriso, ma confesso una smorfia che gli somiglia, per certe disposizioni trattenute al varo del decreto sulle semplificazioni dal Consiglio dei ministri del Governo Monti, ispirato ufficialmente da tre obiettivi: 1. semplificazioni per i cittadini; 2. deburocratizzazione delle imprese, di infrastrutture e di trasporti; 3. semplificazioni per pubbliche amministrazioni, università e ricerca. Scuserete se svolazzo tra realtà e l’isola di Utòpia che sempre fa il periplo della mia capoccia.
Sin dall’articolo sul Corriere/Economia girato in Rete29Aprile, ci sollevava l’idea che il decreto Gelmini – che non fa che incassare martellate d’arresto da parte della Consiglio di Stato (prima sulle abilitazioni, ora sul dottorato) – che il Profumo diceva “intoccabile” – ora riceva una serie di cesellate niente male sebbene contrasti con Statuti e Regolamenti universitari varati da poco, con prevedibili impasse.  Continua a leggere

Sparita da qui, ma produttiva altrove…

Sono saltuaria, decisamente, ma se guardate in Eventi in preparazione, aggiornato ora, non me ne sono stata con le mani in mano. Oltre che ad aver ripreso l’insegnamento – il mio corso di Storia e Istituzioni dell’Africa è iniziato a Gennaio – sto cercando di “contribuire con un mio verso” (come direbbe il vecchio Walt) su altri fronti, per contribuire ad una bracciata più fluida nel nuotare in questo marasma, che, al solito, ben agisce soprattutto sul fronte delle “informazioni mancate”.

E’ nata una nuova associazione di studi africanistici ASAI – “Associazione per gli studi africani in Italia” e, quale parte del direttivo (con funzione di Segretario) l’ho dotata di apposito sito. Africanisti UNIAMOCI! Continua a leggere

Ma’an Li’l Ghad: un aggiornamento da Alisei (01/09/2011)

Comitato Italo – Libico Ma’an li’l Ghad insieme per il domani – onlus

Azioni promosse e gestite da Alisei e suoi partner a favore della popolazione libica vittima della guerra sia a livello internazionale che in Libia / periodo luglio – settembre 2011

A seguito dei tragici eventi, delle violenze e del conflitto armato, Alisei ha promosso una immediata azione di sensibilizzazione e informazione in Italia sulle drammatiche condizioni di vita delle fasce più svantaggiate, vulnerabili e a rischio della popolazione libica e sulla necessità di contribuire a rispondere ai loro urgenti bisogni fortemente aggravati dalla guerra. Il giorno 4 marzo 2011 presso L’Università Statale di Milano, Facoltà di Scienze Politiche, Alisei partecipava alla costituzione del Comitato Italo-Libico “INSIEME PER Il DOMANI – MA’AN LI-L GHAD” ONLUS per raccogliere fondi e contributi necessari a sostenere e promuovere azioni urgenti di aiuto umanitario e cooperazione. Continua a leggere