Africom: obbligatorio opporsi

04.05.2013 – Vicenza – Manifestazione «No Dal Molin»
02 maggio 2013 – Tutto il Giorno
Dopo averlo annunciato ai quattro venti, gli statunitensi hanno annullato l’open day alla nuova base militare in programma per sabato 4 maggio, sotto la pressione della voglia di tante e tanti vicentini di entrare al Dal Molin per contestare la militarizzazione. Ma se i militari annullano, i «No Dal Molin» confermano la manifestazione: di fronte allo scempio della nuova struttura militare: la nuova base non deve essere inaugurata, ma chiusa.
Nella sua intervista il colonnello Buckingam ha spiegato di non poter aprire le porte del Dal Molin a causa di «pochi facinorosi», annunciando al contempo l’inaugurazione della base a stelle e strisce il prossimo luglio. Pochi facinorosi sono, per i comandi militari, i vicentini che, in questi anni, si sono mobilitati in difesa della propria terra. Contemporaneamente, decine di nuove denunce – per fatti accaduti 3 o 4 anni fa – sono state recapitate ai NoDalMolin, quasi un monito di fronte a future manifestazioni, mentre il 3 maggio al Tribunale di Vicenza sarà pronunciata la sentenza per i 30 occupanti della Prefettura che, il 16 gennaio 2008, occuparono il palazzo governativo in segno di protesta. Se difendere la propria terra vuol dire essere «facinorosi», ebbene: siamo tutti facinorosi. Il 4 maggio torneremo nelle strade della nostra città, con un corteo che partirà dal Piazzale della Stazione alle ore 10. Vogliamo affermare la nostra opposizione a qualunque inaugurazione della nuova base Usa, ribadendo che, se questa sarà calendarizzata, ci troveranno ancora una volta in piazza a difendere questa terra dalle basi di guerra.
La nuova installazione militare statunitense, che già tanti danni ha prodotto alla città, non va inaugurata, ma chiusa: se prima ci opponevamo a un cantiere, ora ci opponiamo a una base di guerra e alle sue conseguenze distruttive, siano esse nel territorio che abitiamo o in luoghi lontani dalle nostre case. Il 4 maggio, tutti in piazza!
Info: http://www.nodalmolin.it

THE AFRI-COM QUESTION…

Di seguito ciò che dovreste sapere del Comando del Pentagono che ha preso possesso della base Dal Molin e controllerà basi Nato da Sigonella a Napoli.

Nato? NO… PENTAGONO! (E, credetemi, non è la stessa cosa…)

Carissima/o,

lo sapevi che il nostro Governo ha deciso di offrire a Vicenza e Napoli le basi per un comando americano che si occuperà di operazioni anti-terrorismo e di addestramento militare di eserciti africani e relativo corollario di forniture belliche in Africa? Lo sai che la questione non è neppure alitata in Parlamento? Una mia petizione, pubblicata su http://conoscereperdecidere.weebly.com/ sottoscritta da 69 firmatari, impegnati in accademia e nella società civile, non ha sfondato, ma non lo trovo un fallimento mio. Nè Manifesto, nè Sole 24 ore, Repubblica o Corriere della Serta han voluto pubblicarlo. Che sia questo il male del secolo? Continua a leggere

«Maledetta primavera» di Fulvio Grimaldi (data?)

Guardate il video  “MALEDETTA PRIMAVERA” di Fulvio Grimaldi!

Questa ottima sintesi è stata segnalata alla lista “Università in lotta” cui sono iscritta, da uno studente comunista. Nel piattume generale mi riempie di orgoglio che dall’istituzione cui appartengo siano gli studenti a proporre qualche buco della serratura da cui guardare in diversa prospettiva alle “verità” spacciate in questo Paese (e dall’informazione in generale). Mi sento di raccomandarne vivamente la visione e l’ascolto. Certo, è indubbio vi siano imprecisioni (quella senussita è una confraternita, ad esempio e non una tribù) e non so quanto sia voluta la trascuratezza circa le manovre “panafricaniste” di Gheddafi che sicuramente hanno offerto alternative ed escluso il dollaro, ma hanno addirittura innescato la nascita di organizzazioni regionali parallele (ce ne fosse bisogno… guardate l’efficace immagine che ho tratto da Wikipedia, per farvene un’idea) se non addirittura contrarie all’Unione Africana di cui, pure, il Colonnello è stato uno dei principali fautori.

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La guerra finisce (ma finisce davvero) solo quando, almeno in parte, i conti tornano…

e i conti non tornano. Interessanti due articoli che Francesco Correale & Friends – rispettivamente da Voltaire.net e African arguments –  han fatto girare in una provvidenziale mailing list. Sia chiaro che in nulla deve cambiare l’atteggiamento nei confronti della popolazione libica, ma molto accorti dobbiamo essere nei confronti di quelli coi quali ci andiamo a relazionare.

Fonte : “Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 settembre 2011, www.voltairenet.org/a171330

Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli

di    Thierry Meyssan

Rete Voltaire ha ricevuto molte lettere da lettori che chiedono di al-Qaida in Libia. Al fine di rispondere, Thierry Meyssan ha riunito i principali elementi noti di questo dossier. Questi fatti confermano la sua analisi, sviluppata dall’11 settembre 2001, che al-Qaida sia composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere in Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Iraq e ora in Libia, Siria e Yemen.

Rete Voltaire | Beirut (Libano) | 7 settembre 2011

[Foto omissis] Il leader storico di al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, è divenuto il governatore militare della Tripoli “liberata” ed è il responsabile dell’organizzazione dell’esercito della “nuova Libia”.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.

Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.

Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.

Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm”.

Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.

Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.

Durante la “guerra contro il terrore”, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida”, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.

Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.

Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:
- rovesciare Muammar Gheddafi;
- esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione”);
- ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.

Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.

Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ’Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.

Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.

Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.

Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.

Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq.  Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.

Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.

In tutta la Cirenaica “liberata”, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra”.

Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.

Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.

[3] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.

[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente“, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 maggio 2011.

[5] «CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya», Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.

[6] «Noi ribelli, islamici e tolleranti», reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.

[7] “Riflessioni sull’annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 maggio 2011.

[8] «Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot», Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011.

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Fonte: http://africanarguments.org/2011/09/08/%E2%80%98whether-you-liked-him-or-not-gadaffi-used-to-fix-a-lot-of-holes%E2%80%99-tuareg-insurgencies-in-mali-and-niger-and-the-war-in-libya-%E2%80%93-by-frederic-deycard-and-yvan-guichaoua/

‘Whether you liked him or not, Gadaffi used to fix a lot of holes’ – Tuareg insurgencies in Mali and Niger and the war in Libya –

By Frédéric Deycard and Yvan Guichaoua

September 8, 2011

In the early days following the rise of the insurgency in Libya, it was widely reported that Col. Gaddafi was making an extensive use of foreign mercenaries to defend his regime. Tuaregs from Mali and Niger, and, more specifically, ex-rebels, featured prominently among those suspected to enlist behind the Guide of the Libyan Revolution. Clearly, sensationalising Col. Gaddafi’s recourse to mercenaries was part of the insurgents’ propaganda aiming at denying him any support among nationals. No reliable estimates of the size of Gaddafi’s mercenary troops have been circulated yet their use is acknowledged. That Tuaregs from Mali and Niger were among them is also true. In early March this year, elected representatives from northern Mali alarmingly reported that youths from their community were joining Gaddafi’s forces. At the same time, Aïr-Info, the well-informed newspaper based in Agadez,  Niger, signalled that potential young recruits were offered €400, a gun and ammunitions to join the front. As researchers studying the region for several years, we also gathered anecdotal evidence through personal ties confirming the above statements. However, reports diverge on whether recruitment was primarily organised from the top or resulted from spontaneous initiatives from below among well-connected would-be combatants.

Evidence on the magnitude of pro-Gaddafi’s mobilisation in Mali and Niger is uncertain. Several sources indicate that roughly 1,500 Tuareg fighters from these two countries have taken an active part in the six-month conflict. But most of them were actually already in Libya for several years when the rebellion kicked-off, whether being immigrants attracted by the economic perspectives of the oil-rich country or former rebels of Niger and Mali who had chosen to reside permanently in Libya after the failure of the implementation of the peace agreements in their country of origin. Those combatants had obtained rights to live and work in Libya and other privileges in the recent years. Hence, one important view we disagree with is that of Malian and Nigerien Tuareg recruits conforming to the archetypical image of ruthless mercenaries, whose loyalty is solely dependent on the immediate material rewards they extract. The profiles and behavioural logics of those among the Malian and Nigerien Tuaregs who supported Gaddafi’s counterinsurgency effort illustrate more the centrality of Gaddafi’s well-entrenched role in the political economy of the region than the alleged greed of its armed supporters. As a Nigerien ex-rebel pragmatically put to us in a recent interview: ‘Whether you liked him or not, Gaddafi used to fix a lot of holes’. And Tuaregs were not the sole beneficiaries. Here are some of those holes Gaddafi’s fixed since his coup, in 1969.

As soon as the early 1970s, severe droughts coupled with political marginalisation have affected the already scarce resources available for the Tuaregs of Northern Mali and Niger, forcing them into exile. Algeria and Libya, in part due to the presence of Tuareg populations on their soil, have become a destination of preference for this generation of youths in quest of employment.  Taking the route to Libya has never since ceased to be a defining moment in the life of the so-called ishumar (derived from the French ‘chômeurs’, the unemployed). Some of them have developed activities on both sides of the border, whether for seasonal employment or for informal, and sometimes illegal, trafficking (cigarettes, gas, and material goods among others). Those economic opportunities have permitted Northern Mali and Niger to survive difficulties through the financial and material flux allowed by the Libyan leader.

This intense cross-border activity had a strategic dimension, too. In the 1980s, as Gaddafi’s pan-Arab then pan-African projects expanded, his Islamic Legion trained militarily and sent hundreds of ishumar to various theaters of ‘anti-imperial’ struggle (mainly in Lebanon, then Chad). The expectation at the time in the ishumar ranks was that their newly acquired military credentials and Libyan support would help them start their own war of independence in Mali and Niger. But Gaddafi did not deliver the expected assistance. Poorly-equipped Tuareg rebellions were launched nonetheless in Mali and Niger in the early 1990s. Their vanguard was composed of fighters exiled in Libya who deserted the camps where they were kept on check. Low-intensity violence lasted almost a decade until Algeria and Libya intervened as peace-brokers. As the implementation of peace accords were dragging, Libyan authorities took critical measures to prevent the conflict from resuming. In Niger, they became a major sponsor of the UNDP-operated Programme of Peace Consolidation in the Aïr and the Azawak (PCPAA), designed to accommodate economically the low-level combatants of the rebellion. In 2005, in a move typically illustrating the patronage system locally established by Gaddafi, those among the rebels who showed reluctance to participate in the PCPAA were offered Libyan nationality and integration in the Libyan Army.

This only postponed the resumption of rebellion in Niger though: an insurgent movement, called the Mouvement des Nigeriens pour la Justice (MNJ), was launched again in 2007. It only lasted two years, after Gaddafi summoned the rebel leaders in Tripoli and coopted the most opportunistic among them, hence blowing up the fragile cohesion of the rebellion. At the same time, a camp financed by Libya was hastily erected near Agadez that any youth loosely connected to the rebellion could visit to receive $400 in cash: the price of a temporary return to calm that Nigerien authorities were happy not to pay. Unsurprisingly, in the recent months, prominent leaders of the MNJ have been said to activate their rebel networks in Niger to recruit fighters in support of the Guide. The same names, such as Aghali Alambo, now circulate as notables of the overthrown regime seek refuge in Niger.

Throughout the years, the ties between the Tuaregs and Gaddafi have grown stronger in multiple dimensions. Gaddafi’s Libya did play a stabilising political role for Mali and Niger through a series of favours it granted to Tuareg communities as well as central regimes. Gaddafi has been the banker of most political and relief campaign in critical times for those countries. As many Tuaregs now seem exposed to victimisation by supporters of the National Transitional Council (NTC) in Libya, the enlistment of Tuaregs from Mali and Niger into Gaddafi’s army of mercenaries resonates like a tragic bet stemming from the inertia of historical necessities. The losses incurred by those who chose the wrong side of the battelfield might exceed by far the losses incurred by those, in the West or elsewhere in Africa, who, after years of close compromise with the autocrat, swiftly jumped on the anti-Gaddafi’s bandwagon.

Most of the Tuareg combatants have now returned to Mali and Niger. They have most probably helped themselves substantially in the Libyan Army’s arms stockpiles and even managed to divert part of the weapons parachuted by France to help the NTC. The political dynamics this situation will engender in the already complex Saharan political context may be nefarious. Al Qaeda in Maghreb (AQIM) has established durable bases in Northern Mali and may benefit from complicity among criminalised state actors interested in the lucrative business of hostage-taking, as well as the massive cross-border trafficking activities the region has become infamous for. In the same way Gaddafi imposed himself as a munificent patron in the area, AQIM is now buying loyalties among locals, including Tuaregs, which have little to do with fundamentalist activism. At the same time, some Tuareg political leaders have repeatedly called for means to fight terrorism and insecurity in the form of forces placed under decentralised command, which they were denied. While Gaddafi never was a benevolent Samaritan toward the Saharan countries, he occupied a strategic position in the region’s subtle political interactions, a position now left empty at a time of high vulnerability.

By Frédéric Deycard (LAM) and Yvan Guichaoua (University of East Anglia, School of International Development)

Ma’an Li’l Ghad: un aggiornamento da Alisei (17/07/2011)

Nel corso delle recenti missioni dell’Ong Alisei, in collaborazione con il Ministero della Salute e con il Ministero degli Affari Sociali, si sono concordati tutti gli aspetti logistico/organizzativi per accogliere l’equipe dei volontari Alisei e
programmata l’attività di formazione/aggiornamento nel settore ortopedico e di terapia della riabilitazione per il personale sanitario locale e di sostegno all’assistenza sanitaria e psico-sociale a favore delle persone ferite agli
arti.

L’equipe Alisei è già operativa a Bengasi ed è composta da medici e operatori sanitari delle diverse specializzazioni necessarie all’assistenza, trattamento e riabilitazione di feriti di guerra che necessitano protesizzazioni ( chirurgo
ortopedico, pediatra-fisiatra, tecnica protesi, psicologa, gestione farmaci e un fisioterapista ) e sta operando principalmente nel Centro Ortopedico di Bengasi.

L’equipe Alisei conta sull’importante e significativo appoggio logistico ( trasporto e alloggio) delle Autorità locali ed ha ricevuto un forte apprezzamento della sua azione a livello pubblico ,dei mas media e della popolazione di Bengasi .

Alisei ha ricevuto ulteriori richieste di sostegno da parte del Benghazi Center of Infectius Deseas e del Social Affaire
Executive Bureau con particolare attenzione all’aiuto ai giovani amputati e alle persone, tra le quali molti bambini, affetti da AIDS/HIV e anche per questo ci siamo attivati attraverso e in collaborazione con medici dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Nel quadro della promozione e gestione dell’azione umanitaria Alisei ha sottoscritto un accordo di collaborazione con Ligurian Port Sistem che prevede un contributo al progetto e un appoggio alle attività logistiche e di spedizione dei materiali ed equipaggiamenti .

Stiamo inoltre organizzando la spedizione di 2 container di materiale sanitario e beni alimentari non deperibili 2 furgoni Iveco e un mezzo mobile per disabili usar /revisionati donazioni rispettivamente delle aziende : Pharmagic, Calabria lavoro e AVIOGEI attraverso una fondazione religiosa islamica.

Siamo in contatto con colleghi a Tunisi e Tataouine per promuovere e appoggiare , nonostante i vincoli dell’Ong, azioni umanitarie anche a favore dei profughi libici in Tunisia … Purtroppo le difficoltà sono molte , mobilitare fondi
sufficienti non è facile e i tempi di reazione dei donatori sono lunghi e incompatibili con i bisogni dei profughi

Alisei, Milano, 17 luglio 2011

Alle radici della rivolta libica e i “nuovi” interlocutori

Ora che Frattini ha riconosciuto il Comitato Nazionale di Transizione libico e addirittura non esclude del tutto di inviare armi (3 aprile 2011)- seppure quale extrema ratio – ai ribelli libici, non è forse ora di capire esattamente con chi abbiamo a che fare? Alisei, organizzazione non governativa con la quale collaboro, rientrata un paio di settimane prima della rivolta, dopo aver siglato una convenzione con due associazioni locali, tra l’altro, per attività di formazione in partnership, parlava di una situazione pacifica, tale da garantire una serie di accordi legati agli scambi culturali, il che mi fece addirittura proporre un convegno sul centenario dall’occupazione italiana della Libia (lo so ve lo siete dimenticato… ma 1911-2011, non ci piove su, son proprio 100 anni!): un mio vecchio pallino, che -shy- lasciavo ai miei colleghi “libiologhi”, ma continuavo a non sentire proposte e mi son sbilanciata. Difficile da proporre in clima di Trattato D’Amicizia, mentre l’ambasciata si preparava a festeggiare in agosto il primo compleanno dell’abominevole patto col tiranno, che ha indotto un “mercato” dei migranti in Africa orientale di cui l’Italia è diretta responsabile. Quindi, ho cominciato ad adoperarmi perchè almeno nella mia Facoltà, a Scienze Politiche alla Statale di Milano si muovesse qualcosa, sul fronte della Memoria storica, mentre con Alisei abbiamo creato un Comitato (Ma’an l-il Ghad / Insieme per il domani) che ora tenterà di tamponare le emergenze mediche e poi passerà alla collaborazione e allo scambio con la gente, tra la gente [gente che – come si è visto nella trasmissione “annozero” di giovedì 14 Aprile, riconosce che <<ITALY IS NOT BERLUSCONI>> (commento del 19/4) ]

Ma intanto vi racconto come si siano svolti i fatti dopo il rientro degli amici di Alisei.

In principio era l’arresto di Fatih Terbel, avvocato di Bengasi, il 15 febbraio scorso… anzi, no, in principio era un eccidio di 1200 (qualcuno dice 1400) tra criminali comuni e dissidenti politici ordinato da Gheddafi nel tentativo di reprimere la rivolta del carcere di Abu Salim, nel 1996; fu quindi l’epoca delle rimostranze, a partire dal 2007, del tentativo di coinvolgere l’ONU per arrivare ad uno straccio di verità, e per giungere,  esattamente un anno fa (marzo 2010) alla mossa del governo di far desistere i parenti delle vittime dall’intraprendere un’azione legale, guidata, poi, da un giovane dissidente qual’è Terbel… con un rimborso di ben 100 dollari a caduto e la consegna di 900 certificati di morte. In 2000 sono scesi in piazza il 15 febbraio, protesta cui seguirà, 2 giorni più tardi, la cosiddetta “giornata della rabbia” scatenata, a quanto pare, tramite facebook, da un esule libico – Hassan Al Djahmi – dalla Svizzera , che allestisce una pagina (simile a quella aperta il giorno prima contro il regime in Bahrein) che raggiungerà 30.000 iscritti in 48 ore. Le manifestazioni del 17 febbraio 2011 avrebbero visto la partecipazione di oltre 100.000 persone estendendosi poi a varie città della Cirenaica, da Bengasi a Derna. Mercenari non solo subsahariani – qualcuno ha testimoniato essercene anche di italiani – hanno dovuto fronteggiare le forze di polizia locali mentre molti militari si sono opposti all’ordine di sparare sulla folla. Numerosi i filmati di militari bruciati nella pubblica piazza per aver opposto un simile rifiuto!  Nella seconda settimana di febbraio, comitati locali, consigli civici e gruppi militari disertori hanno assunto il controllo delle città cadute in mano alle forze ribelli, organizzato e addestrato milizie locali di difesa, coordinandosi con le forze dell’ordine e militari passate dalla parte dei rivoltosi. Il generale Abdel Fattah Younes, il comandante  delle forze speciali “Saiqa”, di Bengasi, ed ex-ministro dell’interno (pertanto, potremmo ben dire, quantomeno “compromesso” col regime di Gheddafi), il 22 febbraio si è unito alla rivolta coi suoi: in tutto, agli inizi di marzo, le forze militari libiche passate dalla parte della rivolta ammonterebbero a circa 12.000 elementi. A testimonianza di come la pax-khadafiana si sia spezzata, molte tribù berbere in Tripolitania e Fezzan hanno contribuito alla rivolta tra Orfella, Farfalla, Rojahan: quelle che se l’erano legata al dito in sede di ripartizione delle rendite da petrolio, specie dopo la crisi del 2008. Accanto a Younes,tra i defezionati dal regime, è quindi emerso l’ex-ministro della giustizia, Mustafa Abdel Jalil [ora in Italia (commento del 19/4)], che dal  26 febbraio 2011 guida il Consiglio transitorio nazionale libico [CNT d’ora in avanti (vedete il sito www.ntclibya.org)]. Abbiamo esitato a riconoscerlo, al di là dell’evidente contraddizione di disconoscere un regime cui abbiamo baciato l’anello fino a ieri mattina, dopo che Francia e Qatar l’avevan fatto, forse tale esitazione trova ragione nell’evidenza   che i “nuovi” interlocutori non sian mica tanto nuovi! Ovviamente non appare un riconoscimento problematico solo a noi italiani, che – anzi – di “voltagabbana” nella nostra storia non ne abbiam visti pochi. Tuttavia, non possiamo non pensare al fatto che abbiamo a che fare con un regime dittatoriale instauratosi dal 1969: noi lo abbiamo subìto soltanto per un ventennio… il penultimo, e non solo non siamo riusciti, ma nemmeno abbiam voluto defascistizzare – oltre alle regole dell’amministrazione – gli amministratori. Non si pensi neppure che una tale leadership non sia incontrastata in loco, vista l’opposizione dei giovani avvocati, come, ad esempio, dell’attuale portavoce del CNT, avvocato dissidente di Bengasi, Abdel-Hadifiqh Ghoga. Si è calmato quando, agli inizi di marzo, si è raggiunto un accordo che ha visto la presidenza del CNT affidata a Jalil e la funzione di portavoce, come anticipato, allo stesso Ghoga. Sebbene non tutti i nomi e le funzioni siano ancora noti, per ragioni di sicurezza, a chi si fosse illuso che la Libia sia un territorio che necessiti di un “Piano Marshall” se non addirittura che occorra una commissione per la coscientizzazione dei diritti, desidero ricordare che tra i 30 esponenti del CNT 5 sono donne e che, oltre all’ex-ministro dell’interno Al Obedi, appartengono al CNT il professore di scienze politiche Fathi Mohammed Baja, il dirigente di una banca agricola, Ahmed Al-Abaar e tutta una serie di giovani avvocati tra i quali lo stesso Fethi Terbil. Responsabile degli affari militari è Omar Al Hariri, veterano ultra ventennale delle carceri di Gheddafi: ex-comandante dell’esercito a Tobruk, caduto in disgrazia. Il controllo è tuttavia  esercitato di fatto delle forze militari del generale Younes, che erano una specie di guardia pretoriana… preparata, sì, ma quanto affidabile è difficile dirlo, anche se è innegabile che non averli contro sia un discreto vantaggio e averli come addestratori delle nuove milizie siadecisamente positivo. Responsabile del settore esteri è l’ex-ambasciatore libico in India, Ali al-Assawi che, accanto a buona parte del corpo diplomatico libico, a partire dall’ex-ambasciatore in Italia e, poi, ambasciatore in carica all’ONU, Adurrahim Shalgam,  è passato dalla parte dei rivoltosi.
Per chi temesse la questione tribale, che renderebbe instabili gli equilibri, dato che la pax-khadafiana ha pur significato qualcosa, al momento l’unità libica non sembra in discussione e, anche se emergono altre pagine facebook che fanno temere il contrario (come quella di una fazione berbera)  si parla già di un  “parlamento transitorio”, con  rappresentanti per ciascuna tribù , mentre un “comitato per il dialogo” intertribale ha già proposto, il 14 marzo 2011, una mediazione tra le parti in conflitto.

Africom-Italia: Wikileaks rivela la malafede italica

Siamo un po’ spiazzati… ma tutto tutto dobbiamo sapere? Ok, “noi” forse sì… ma tutti tutti devono sapere? La questione Assange ci divide, ma ecco, che scendendo nel dettaglio comprendiamo bene quanto utile sia la battaglia di questo idealista che ha il coraggio di rischiare di persona per le proprie azioni. Dopo aver scritto costernata una lettera al Ministro Frattini (dubitavo non sapesse distinguere tra Pentagono e Nato, ma si era espresso come se Africom facesse parte delle iniziative del patto Atlantico), apprendo ora che da Berlusconi in giù tout-le-monde sapeva, ma mentiva….

http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1147

Wikileaks, Dal Molin a rischio con Africom
RIVELAZIONI. Messo in rete un rapporto riservato dell’ambasciatore americano al Segretario di Stato in cui si fa riferimento per la prima volta alla base vicentina. Spogli: «Il governo italiano teme che il cambiamento della Setaf non rientri nelle finalità Nato previste dal trattato bilaterale»
Silvio Berlusconi a colloquio con Barack Obama. Il rapporto pubblicato da Wikileaks fu redatto 10 giorni dopo l’elezione del presidente Usa.
Una decina di giorni dopo l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, verso la metà di novembre del 2008, l’ambasciatore americano a Roma, Ronald P. Spogli, predispone un rapporto riservato (confidential) per il Segretario di stato, Condoleezza Rice, in vista del suo incontro con il premier Silvio Berlusconi. È uno dei 250 mila cablogrammi “catturati” da Wikileaks ed è il primo che mette Vicenza e il Dal Molin al centro dei temi da trattare tra i vertici dei due paesi alleati.
«Berlusconi ha raggiunto un livello di consenso molto vasto – scrive Spogli – e questo ci ha consentito di fare diversi passi avanti nella nostra agenda». Tra i punti che stanno più a cuore agli americani, «quello dell’espansione della cruciale base militare di Vicenza». «Durante la sua visita – prosegue l’ambasciatore – spero che lei possa annunciare pubblicamente la collocazione dei comandi dell’esercito e della marina di Africom in Italia, simbolo della forza della nostra stretta collaborazione bilaterale in materia di sicurezza».
Un cambiamento di funzione, quello della Setaf installata da oltre 50 anni alla Ederle, che non suscita molta curiosità, anche se su Citylights, la rivista ufficiale del Comune di Vicenza, compaiono prima un lungo articolo di valutazione strategica (titolo emblematico: “Giallo d’Africa”) sui riflessi nelle relazioni con la Cina già molto presente nel Continente nero, e poi una replica rassicurante del generale William B. Garrett III.
Nel suo rapporto Spogli spiega perché in realtà il governo italiano ha manifestato qualche preoccupazione prima di dare il benestare a questa variazione. «I timori italiani – spiega l’ambasciatore – riguardano la Setaf e sono incentrati su due questioni, una legale e l’altra politico-locale. Il trattato bilaterale segreto sulle infrastrutture del 1954 limita la presenza americana in Italia esclusivamente alle truppe schierate per finalità previste dalla Nato. Dopo lunghi negoziati, il governo italiano ha accettato la nostra interpretazione estensiva del trattato bilaterale, ritenendolo applicabile anche ad Africom, in quanto il ruolo resta di supporto alla Nato. Il governo ci ha chiesto però di rimandare l’annuncio ufficiale del cambiamento a causa della controversia locale legata all’ampliamento della base di Vicenza che comprenderà l’aeroporto Dal Molin».
Questa preoccupazione, in effetti, non era mai uscita dall’ambito delle diplomazie. In pratica il governo temeva che, essendo l’Africa fuori dall’oggetto sociale della Nato, le stesse basi americane presenti in Italia perdessero la legittimità sancita dal trattato bilaterale del ’54. Come è stata risolta la questione affatto secondaria? Lo chiarisce lo stesso Spogli: «Il governo italiano ha risposto positivamente alla nostra richiesta di un annuncio congiunto su Africom durante la sua prossima visita. Questo permetterà di evidenziare gli aspetti umanitari della nostra missione in Africa e tenere lontano il più possibile il tema dalla controversa espansione della base di Vicenza. E si potranno illustrare le sinergie col Coespu, eccellente centro di addestramento per peacekeepers africani che si trova proprio a Vicenza».
di Marino Smiderle
Tratto da Il Giornale di Vicenza
Febbraio 2011