EDOARDO E ADOLFO PANSINI VITE PER UN ANNIVERSARIO SENZA RETORICA di Giuseppe Aragno, Il Manifesto 8 settembre 2013

Riporto questo bel commento di Giuseppe: a 70 anni di distanza – mentre la “scatola che fa volare le immagini” (mutuando la Monaca di Dresda) sciorina di fronte ai nostri occhi il Paese di prostituti al potere che siamo -, ancora una volta, in una realistica prospettiva del passato, Giuseppe Aragno sa stimolare la nostra attenzione responsabile al presente, ricordandoci che anche mentre la subiamo, noi, la storia la scriviamo!

Nei documenti di archivio i fatti del settembre ’43 sono diversi da quelli che racconta il rituale delle commemorazioni; l’armistizio non è la «morte della patria» e le Quattro Giornate non le ha fatte la città di lazzari e scugnizzi. Mentre osservo avvilito carte preziose, il mio sogno è un settembre senza retorica. Dei tragici giorni in cui i «compiti a casa» li assegnava la storia, vorrei parlare alla Merkel, per raccontarle di soldati tedeschi pallidi come cenci – la paura non è un’esclusiva dei Pigs – con un fazzoletto bianco stretto al braccio in segno d’una pace che non verrà. Era il 9 settembre e quegli uomini conoscevano i buoni motivi per cui la gente li stimava poco. Non era questione di un banale dissidio tra presunte cicale e sedicenti formiche. Nonostante la scuola prussiana, per troppo tempo si erano dovute difendere le donne da militari «alleati» che non confermavano la favola tradizionale della galanteria teutonica; per troppo tempo s’era lottato coi depositi di munizioni celati dai «furbi» soldati del Reich in condomini esposti a bombe angloamericane. Nemmeno la furbizia è merce tutta mediterranea. In quanto al mito della «corretta amministrazione», il contrabbando di carne, messo su dal Comando Aeronautico tedesco, aveva arricchito la mensa ufficiali e «privatizzato» i velivoli della Luftwaffe, per portare la merce nel Reich e farci affari d’oro. Nessuno dei nostri politici, dopo l’anticamera col cappello in mano, ha ricordato alla Merkel che ognuno ha la sua storia e meglio sarebbe non salire in cattedra. Nessuno ha mostrato alla «maestra» tedesca gli ordini dei Comandi della Wermacht che autorizzavano furti e rapine. Eppure anche questo è amministrare. Per il buon esito della guerra, Kesserling e i suoi incorruttibili ufficiali non si limitarono a requisire armi, automobili e autocarri; arraffarono anche «apparecchi radio, strumenti musicali, orologi da polso e da tasca, macchine fotografiche e strumenti ottici». E poiché, come vuole la dottrina Merkel, anzitutto si bada al bilancio, l’ordine era chiaro: «il controvalore degli oggetti è da mettere in conto alla Prefettura». Gli italiani derubati pagarono così il debito tedesco. Fa pena al cuore un settembre che tornerà sugli scugnizzi. A me piacerebbe raccontare di Edoardo Pansini e del figlio Adolfo, che nessuno ricorda perché la loro insurrezione non è compatibile con lo stereotipo degli Alleati «liberatori» e del popolo lazzarone che si leva in armi per fame, poi vende il voto al miglior offerente. Come inserire in questo rozzo cliché Adolfo Pansini? Come farci entrare uno studente che a diciott’anni va in galera perché organizza giovani antifascisti e a venti cade, armi in pugno, nelle Quattro Giornate? Come far posto a Edoardo, il padre, che l’ha educato agli ideali di Mazzini e sta con gli azionisti? Meglio, mille volte meglio, gli scugnizzi incoscienti e sanfedisti. Edoardo Pansini, che sopravvive al figlio, è un personaggio scomodo: rappresenta idealmente quella parte di città che non accetta di essere «liberata», come i settantaquattro militari napoletani che, nei Balcani, dopo l’armistizio, entrano nella «Divisione Italia» e danno man forte ai partigiani di Tito. Non a caso, Pansini non scioglie il suo gruppo, prova a stanare i gerarchi, sfonda le porte delle loro case, sequestra il cibo che vi nascondono per alimentare il mercato nero e lo distribuisce al popolo stremato. Ha replicato con fermezza alla tracotanza nazifascista, ha messo i «democratici» Alleati di fronte a un popolo che possiede coraggio e dignità, ma questo non conta. Pansini è un intralcio per gli americani, che non vogliono colpire i fascisti e lasciarsi alle spalle gente libera di cui temere. Sono loro, gli americani, a chiudere una sua rivista già censurata dal regime, mentre le manette dei carabinieri chiudono la sua carriera di rivoluzionario. Il Codice Rocco, ancora oggi prodigo di aiuti per chiunque miri alla dignità d’un popolo, giunge a immediato sostegno e il capo partigiano dovrà difendersi dall’accusa di violazione di domicilio e furto della merce sottratta al contrabbando. La repubblica per cui Adolfo Pansini morì e uomini come suo padre lottarono non è forse mai nata. Prevalsero la fedeltà ai blocchi nati a Yalta e l’antifascismo degli «uomini d’ordine» come Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, che in Tribunale difese i collaborazionisti, nemici giurati dei partigiani. Un modo come un altro per saldare conservatori e reazionari. Un’intesa spuria che l’Europa delle banche ha rafforzato. E’ per questa sintonia classista che la Cancelliera tedesca può farci lezione.

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DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio

8 AGOSTO 2013

Viviamo continui déjà vu in rapida, rapidissima, concentratissima successione, direi e facciamo zapping perché è impossibile dribblare: possiamo solo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie aspettando il gran colpo finale. L’inconcludenza, l’insignificanza politica di questi mesi (di questi anni) si fa memory foam di pratiche distruttive che vediamo moltiplicarsi come cellule tumorali in mitosi incontrollata, mentre il nostro paese ne assume la forma. A volte leggiamo frasi che sintetizzano abilmente le nostre intuizioni, altre rare volte, pagine che danno loro trama e storia, con straordinaria puntualità:

 Da Liberazione.it

POLITICA – 08/08/2013

L’anomalia Napolitano

Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa:

non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.

Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.

Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini, aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.

Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso

Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».

Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di nominati a metter mano alla Costituzione.

Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Giuseppe Aragno

29 APRILE 2013

Si affastellano le ipotesi sul “folle gesto” che ha portato un uomo a ferire due carabinieri di fronte ai palazzi del potere, mentre prestavano giuramento i ministri del Governo Letta/Alfano: è forse sufficente questo post essenziale per comprendere gli “stigma” dell’informazione, in cui Angela Mauro definisce “grillino” il carabiniere che in lacrime, ipotizza il movente di questa violenza. Insomma, dalla piazza che fa paura e cui bisogna dare un nome, “grillino” diviene ora sinonimo di buon senso?

Io credo che non occorra sapere altro.

Davanti Palazzo Chigi lo sfogo di due carabinieri:
è il gesto di un disperato, ma la gente non ne può più e se la prende con noi

L’Huffington Post | di Angela Mauro;  Pubblicato: 28/04/2013 13:02 CEST  |  Aggiornato: 28/04/2013 16:39 CEST

Sparatoria

Uno dci carabinieri feriti 

“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…”. Lo sguardo dei cronisti si fa sempre più incredulo. Il ricordo va a Genova 2001, altra storia, altra epoca. Lì la piazza era nemica, qui la piazza non c’è, c’è il gesto folle di un singolo (a quanto se ne sa), ma il carabiniere non impreca contro di lui, anche se di lui non sa nulla. “Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”. E prosegue il racconto: sembra un grillino ma, di fronte alle sue parole, una considerazione del genere si sgonfia come semplice sintesi giornalistica, quale è. Evidentemente è una persona vera che parla prendendosi il diritto a parlare, pur con la divisa addosso. “Li vedo quando prestiamo servizio davanti al ministero… Escono i sindacalisti a braccetto e dicono: ‘L’accordo non si è fatto’. Per loro non cambia niente, per tante famiglie cambia molto…”. E ora succede questo: uno spara contro i carabinieri e il carabiniere lo comprende. Se potesse scegliere non in base allo stipendio, chissà.

DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio
28 Aprile 2013

La recente storia ci dice una volta di più di non fidarci mai e di nessuno. Ci dice che in questo Paese niente può cambiare. Niente deve cambiare. E come pure quello stigma letterario d’una politica italica in cui tutto cambia perché nulla cambi, sia ormai fuori moda. Ci dice che il libero arbitrio va esercitato in modo diretto perché raramente la rappresentanza politica s’è messa al servizio del bene collettivo. Essere di sinistra ha perso ogni significato da che chi sale al potere, grazie ad una procedura di voto dallo stigma suino, con la favoletta della rappresentatività sfila con improntitudine davanti ai nostri occhi, dopo aver applaudito una linea di partito per poi votare in massa contro quella linea. Marini PdR era insostenibile –  potreste convenire con me –  ma, conoscendo il mio popolo, sentenzio che una percezione egemonica del potere ha impedito quella rappresentanza senza senno collettivo, di esprimersi liberamente al momento dell’applauso. Continua a leggere

Brevissima storia della mia petizione alla cittadinanza

Berlusconi non può presiedere alcuna Convenzione per le riforme del Paese

Alla fine ne ho scritta una io, il 4 maggio: una petizione per superare il blocco fazioso in cui è intrappolato il Paese e togliere ogni potere di ricatto a Berlusconi. Impedendo – al possibile, con ampio supporto (che, ne ero convinta, avrebbe tolto d’imbarazzo molti sostenitori della sua fazione) – che questi presieda Convenzioni per le riforme costituzionali e della giustizia, oltre che, naturalmente, della comunicazione in cui intende imporsi: forse, i membri del suo partito, quale che sia il vincolo che li lega a costui, troveranno nella pressione popolare il coraggio di ostacolarlo nel deliberato intento di distruggere completamente le già precarie istituzioni che possediamo. La cultura del malaffare – di cui non ha certo Berlusconi il monopolio – in seguito ad una sistematica violazione dei sistemi d’appalto, avallata nei diversi organismi di Governo e controllo (dalle forniture logistiche alla PA alla realizzazione di opere di utilità nazionale, con la scusa dell’emergenza), è ora data per scontata nelle istituzioni. Bisogna scardinare un sistema.

Non è una questione di appartenenza politica: è questione di interesse trasversale, legato al buon senso e che si richiama a temi che ancora debbono essere circoscritti dalle nostre Commissioni Parlamentari quali: il conflitto di interessi e i criteri di deontologia politica, che sono stati traditi uno ad uno nell’immaginario collettivo e, nondimeno, resistono in una percezione che li vede essenziali per un vero rinnovamento della politica italiana, così come richiesto dalla Cittadinanza. Anche l’assenteismo nell’esercizio del diritto di voto è una manifestazione di tale richiesta. Il passato istituzionale di Silvio Berlusconi ha contribuito ampiamente alla richiesta di tale profonda trasformazione e lo rende inadatto a ricoprire qualsiasi ruolo in convenzioni di riforma istituzionale di sorta, men che meno costituzionale o relative al comparto della giustizia.

FIRMATE E DIFFONDETE!

Il 6, poi, ho scritto ai 158 firmatari:

Carissimi firmatari della mia campagna su change.org per impedire a Berlusconi di presiedere Convenzioni per riforme di Costituzione, comunicazione e giustizia, Berlusconi “aveva scherzato”: ancora una volta ha ammesso di interagire con noi per “battute”. Purtroppo quest’ennesima offesa non lo cancellerà dalla nostra vita politica. Molti dei suoi sostenitori lo guarderanno ancora simpaticamente e …la coscienza politica italiana continuerà nella sua parabola discendente. Leggete quanto segue, raccolto e pubblicato dalla “sua” mediaset. http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/articoli/1094145/berlusconi-convenzione-riforme-tempo-perso.shtml   La petizione è sospesa, tuttavia, vi esorto a non abbassare la guardia   Grazie per il vostro sostegno e per la vostra coscienza civica: deve esserci di conforto

La rimonta delle spese militari… nella crisi… per la crisi

Ho spesso denunciato la dipendenza dell’Africa nel quadro della gestione della sicurezza globale orchestrata dagli Stati Uniti, con l’ “operazione Africom“, ma, dopo l’affaire degli F-35, da più parti rivelatasi un’operazione economica fallimentare (Presadiretta al link), pure quanto segue ci è stato sottaciuto.

Della nostra dipendenza non si parla mai abbastanza.

lunedì 15 aprile 2013 23:17 (da Globalist.it)

L’Italia in crisi non rinuncia al drone killer

Dev’essere il fascino del mostro. Ne abbiamo scritto la scorsa settimana ricevendo richieste di altre informazioni. Aggiornamento sui Droni assassini. [Ennio Remondino] Continua a leggere

Extraordinary renditions, again… assolti i pezzi grossi: ma Kassim?

Riporto una notizia come è apparsa su il Corriere della sera online e di seguito come è apparsa su Lettera 43 (accedendo direttamente alla pagina accedete anche ai link a notizie correlate che rendono possibile, a differenza della maggior parte delle testate nazionali finanziate dal Governo, di ricostruire il percorso storico della vicenda)

La decisione del Quirinale

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì  Abu Omar

Nel 2005 partecipò al sequestro dell’imam di Milano (questa la notizia ufficiale… ma non fu nel 2003? I soliti giornalai improvvisati, e poi date torto a Grillo!)
Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003; l’estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia. Continua a leggere

Un po’ di buon senso nel risucchio iperliberista?

Resto col fiato sospeso: se è vero che la via iperliberista sia lo scivolo in cui ci ha convogliati il “capitalismo parassitario” [Z. Bauman, 2009] e il governo Monti sembri venuto a versarci su olio in abbondanza, nulla mi piegherà al sorriso, ma confesso una smorfia che gli somiglia, per certe disposizioni trattenute al varo del decreto sulle semplificazioni dal Consiglio dei ministri del Governo Monti, ispirato ufficialmente da tre obiettivi: 1. semplificazioni per i cittadini; 2. deburocratizzazione delle imprese, di infrastrutture e di trasporti; 3. semplificazioni per pubbliche amministrazioni, università e ricerca. Scuserete se svolazzo tra realtà e l’isola di Utòpia che sempre fa il periplo della mia capoccia.
Sin dall’articolo sul Corriere/Economia girato in Rete29Aprile, ci sollevava l’idea che il decreto Gelmini – che non fa che incassare martellate d’arresto da parte della Consiglio di Stato (prima sulle abilitazioni, ora sul dottorato) – che il Profumo diceva “intoccabile” – ora riceva una serie di cesellate niente male sebbene contrasti con Statuti e Regolamenti universitari varati da poco, con prevedibili impasse.  Continua a leggere

«Maledetta primavera» di Fulvio Grimaldi (data?)

Guardate il video  “MALEDETTA PRIMAVERA” di Fulvio Grimaldi!

Questa ottima sintesi è stata segnalata alla lista “Università in lotta” cui sono iscritta, da uno studente comunista. Nel piattume generale mi riempie di orgoglio che dall’istituzione cui appartengo siano gli studenti a proporre qualche buco della serratura da cui guardare in diversa prospettiva alle “verità” spacciate in questo Paese (e dall’informazione in generale). Mi sento di raccomandarne vivamente la visione e l’ascolto. Certo, è indubbio vi siano imprecisioni (quella senussita è una confraternita, ad esempio e non una tribù) e non so quanto sia voluta la trascuratezza circa le manovre “panafricaniste” di Gheddafi che sicuramente hanno offerto alternative ed escluso il dollaro, ma hanno addirittura innescato la nascita di organizzazioni regionali parallele (ce ne fosse bisogno… guardate l’efficace immagine che ho tratto da Wikipedia, per farvene un’idea) se non addirittura contrarie all’Unione Africana di cui, pure, il Colonnello è stato uno dei principali fautori.

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Ma’an Li’l Ghad: un aggiornamento da Alisei (17/07/2011)

Nel corso delle recenti missioni dell’Ong Alisei, in collaborazione con il Ministero della Salute e con il Ministero degli Affari Sociali, si sono concordati tutti gli aspetti logistico/organizzativi per accogliere l’equipe dei volontari Alisei e
programmata l’attività di formazione/aggiornamento nel settore ortopedico e di terapia della riabilitazione per il personale sanitario locale e di sostegno all’assistenza sanitaria e psico-sociale a favore delle persone ferite agli
arti.

L’equipe Alisei è già operativa a Bengasi ed è composta da medici e operatori sanitari delle diverse specializzazioni necessarie all’assistenza, trattamento e riabilitazione di feriti di guerra che necessitano protesizzazioni ( chirurgo
ortopedico, pediatra-fisiatra, tecnica protesi, psicologa, gestione farmaci e un fisioterapista ) e sta operando principalmente nel Centro Ortopedico di Bengasi.

L’equipe Alisei conta sull’importante e significativo appoggio logistico ( trasporto e alloggio) delle Autorità locali ed ha ricevuto un forte apprezzamento della sua azione a livello pubblico ,dei mas media e della popolazione di Bengasi .

Alisei ha ricevuto ulteriori richieste di sostegno da parte del Benghazi Center of Infectius Deseas e del Social Affaire
Executive Bureau con particolare attenzione all’aiuto ai giovani amputati e alle persone, tra le quali molti bambini, affetti da AIDS/HIV e anche per questo ci siamo attivati attraverso e in collaborazione con medici dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Nel quadro della promozione e gestione dell’azione umanitaria Alisei ha sottoscritto un accordo di collaborazione con Ligurian Port Sistem che prevede un contributo al progetto e un appoggio alle attività logistiche e di spedizione dei materiali ed equipaggiamenti .

Stiamo inoltre organizzando la spedizione di 2 container di materiale sanitario e beni alimentari non deperibili 2 furgoni Iveco e un mezzo mobile per disabili usar /revisionati donazioni rispettivamente delle aziende : Pharmagic, Calabria lavoro e AVIOGEI attraverso una fondazione religiosa islamica.

Siamo in contatto con colleghi a Tunisi e Tataouine per promuovere e appoggiare , nonostante i vincoli dell’Ong, azioni umanitarie anche a favore dei profughi libici in Tunisia … Purtroppo le difficoltà sono molte , mobilitare fondi
sufficienti non è facile e i tempi di reazione dei donatori sono lunghi e incompatibili con i bisogni dei profughi

Alisei, Milano, 17 luglio 2011

Alle radici della rivolta libica e i “nuovi” interlocutori

Ora che Frattini ha riconosciuto il Comitato Nazionale di Transizione libico e addirittura non esclude del tutto di inviare armi (3 aprile 2011)- seppure quale extrema ratio – ai ribelli libici, non è forse ora di capire esattamente con chi abbiamo a che fare? Alisei, organizzazione non governativa con la quale collaboro, rientrata un paio di settimane prima della rivolta, dopo aver siglato una convenzione con due associazioni locali, tra l’altro, per attività di formazione in partnership, parlava di una situazione pacifica, tale da garantire una serie di accordi legati agli scambi culturali, il che mi fece addirittura proporre un convegno sul centenario dall’occupazione italiana della Libia (lo so ve lo siete dimenticato… ma 1911-2011, non ci piove su, son proprio 100 anni!): un mio vecchio pallino, che -shy- lasciavo ai miei colleghi “libiologhi”, ma continuavo a non sentire proposte e mi son sbilanciata. Difficile da proporre in clima di Trattato D’Amicizia, mentre l’ambasciata si preparava a festeggiare in agosto il primo compleanno dell’abominevole patto col tiranno, che ha indotto un “mercato” dei migranti in Africa orientale di cui l’Italia è diretta responsabile. Quindi, ho cominciato ad adoperarmi perchè almeno nella mia Facoltà, a Scienze Politiche alla Statale di Milano si muovesse qualcosa, sul fronte della Memoria storica, mentre con Alisei abbiamo creato un Comitato (Ma’an l-il Ghad / Insieme per il domani) che ora tenterà di tamponare le emergenze mediche e poi passerà alla collaborazione e allo scambio con la gente, tra la gente [gente che – come si è visto nella trasmissione “annozero” di giovedì 14 Aprile, riconosce che <<ITALY IS NOT BERLUSCONI>> (commento del 19/4) ]

Ma intanto vi racconto come si siano svolti i fatti dopo il rientro degli amici di Alisei.

In principio era l’arresto di Fatih Terbel, avvocato di Bengasi, il 15 febbraio scorso… anzi, no, in principio era un eccidio di 1200 (qualcuno dice 1400) tra criminali comuni e dissidenti politici ordinato da Gheddafi nel tentativo di reprimere la rivolta del carcere di Abu Salim, nel 1996; fu quindi l’epoca delle rimostranze, a partire dal 2007, del tentativo di coinvolgere l’ONU per arrivare ad uno straccio di verità, e per giungere,  esattamente un anno fa (marzo 2010) alla mossa del governo di far desistere i parenti delle vittime dall’intraprendere un’azione legale, guidata, poi, da un giovane dissidente qual’è Terbel… con un rimborso di ben 100 dollari a caduto e la consegna di 900 certificati di morte. In 2000 sono scesi in piazza il 15 febbraio, protesta cui seguirà, 2 giorni più tardi, la cosiddetta “giornata della rabbia” scatenata, a quanto pare, tramite facebook, da un esule libico – Hassan Al Djahmi – dalla Svizzera , che allestisce una pagina (simile a quella aperta il giorno prima contro il regime in Bahrein) che raggiungerà 30.000 iscritti in 48 ore. Le manifestazioni del 17 febbraio 2011 avrebbero visto la partecipazione di oltre 100.000 persone estendendosi poi a varie città della Cirenaica, da Bengasi a Derna. Mercenari non solo subsahariani – qualcuno ha testimoniato essercene anche di italiani – hanno dovuto fronteggiare le forze di polizia locali mentre molti militari si sono opposti all’ordine di sparare sulla folla. Numerosi i filmati di militari bruciati nella pubblica piazza per aver opposto un simile rifiuto!  Nella seconda settimana di febbraio, comitati locali, consigli civici e gruppi militari disertori hanno assunto il controllo delle città cadute in mano alle forze ribelli, organizzato e addestrato milizie locali di difesa, coordinandosi con le forze dell’ordine e militari passate dalla parte dei rivoltosi. Il generale Abdel Fattah Younes, il comandante  delle forze speciali “Saiqa”, di Bengasi, ed ex-ministro dell’interno (pertanto, potremmo ben dire, quantomeno “compromesso” col regime di Gheddafi), il 22 febbraio si è unito alla rivolta coi suoi: in tutto, agli inizi di marzo, le forze militari libiche passate dalla parte della rivolta ammonterebbero a circa 12.000 elementi. A testimonianza di come la pax-khadafiana si sia spezzata, molte tribù berbere in Tripolitania e Fezzan hanno contribuito alla rivolta tra Orfella, Farfalla, Rojahan: quelle che se l’erano legata al dito in sede di ripartizione delle rendite da petrolio, specie dopo la crisi del 2008. Accanto a Younes,tra i defezionati dal regime, è quindi emerso l’ex-ministro della giustizia, Mustafa Abdel Jalil [ora in Italia (commento del 19/4)], che dal  26 febbraio 2011 guida il Consiglio transitorio nazionale libico [CNT d’ora in avanti (vedete il sito www.ntclibya.org)]. Abbiamo esitato a riconoscerlo, al di là dell’evidente contraddizione di disconoscere un regime cui abbiamo baciato l’anello fino a ieri mattina, dopo che Francia e Qatar l’avevan fatto, forse tale esitazione trova ragione nell’evidenza   che i “nuovi” interlocutori non sian mica tanto nuovi! Ovviamente non appare un riconoscimento problematico solo a noi italiani, che – anzi – di “voltagabbana” nella nostra storia non ne abbiam visti pochi. Tuttavia, non possiamo non pensare al fatto che abbiamo a che fare con un regime dittatoriale instauratosi dal 1969: noi lo abbiamo subìto soltanto per un ventennio… il penultimo, e non solo non siamo riusciti, ma nemmeno abbiam voluto defascistizzare – oltre alle regole dell’amministrazione – gli amministratori. Non si pensi neppure che una tale leadership non sia incontrastata in loco, vista l’opposizione dei giovani avvocati, come, ad esempio, dell’attuale portavoce del CNT, avvocato dissidente di Bengasi, Abdel-Hadifiqh Ghoga. Si è calmato quando, agli inizi di marzo, si è raggiunto un accordo che ha visto la presidenza del CNT affidata a Jalil e la funzione di portavoce, come anticipato, allo stesso Ghoga. Sebbene non tutti i nomi e le funzioni siano ancora noti, per ragioni di sicurezza, a chi si fosse illuso che la Libia sia un territorio che necessiti di un “Piano Marshall” se non addirittura che occorra una commissione per la coscientizzazione dei diritti, desidero ricordare che tra i 30 esponenti del CNT 5 sono donne e che, oltre all’ex-ministro dell’interno Al Obedi, appartengono al CNT il professore di scienze politiche Fathi Mohammed Baja, il dirigente di una banca agricola, Ahmed Al-Abaar e tutta una serie di giovani avvocati tra i quali lo stesso Fethi Terbil. Responsabile degli affari militari è Omar Al Hariri, veterano ultra ventennale delle carceri di Gheddafi: ex-comandante dell’esercito a Tobruk, caduto in disgrazia. Il controllo è tuttavia  esercitato di fatto delle forze militari del generale Younes, che erano una specie di guardia pretoriana… preparata, sì, ma quanto affidabile è difficile dirlo, anche se è innegabile che non averli contro sia un discreto vantaggio e averli come addestratori delle nuove milizie siadecisamente positivo. Responsabile del settore esteri è l’ex-ambasciatore libico in India, Ali al-Assawi che, accanto a buona parte del corpo diplomatico libico, a partire dall’ex-ambasciatore in Italia e, poi, ambasciatore in carica all’ONU, Adurrahim Shalgam,  è passato dalla parte dei rivoltosi.
Per chi temesse la questione tribale, che renderebbe instabili gli equilibri, dato che la pax-khadafiana ha pur significato qualcosa, al momento l’unità libica non sembra in discussione e, anche se emergono altre pagine facebook che fanno temere il contrario (come quella di una fazione berbera)  si parla già di un  “parlamento transitorio”, con  rappresentanti per ciascuna tribù , mentre un “comitato per il dialogo” intertribale ha già proposto, il 14 marzo 2011, una mediazione tra le parti in conflitto.

Africom-Italia: Wikileaks rivela la malafede italica

Siamo un po’ spiazzati… ma tutto tutto dobbiamo sapere? Ok, “noi” forse sì… ma tutti tutti devono sapere? La questione Assange ci divide, ma ecco, che scendendo nel dettaglio comprendiamo bene quanto utile sia la battaglia di questo idealista che ha il coraggio di rischiare di persona per le proprie azioni. Dopo aver scritto costernata una lettera al Ministro Frattini (dubitavo non sapesse distinguere tra Pentagono e Nato, ma si era espresso come se Africom facesse parte delle iniziative del patto Atlantico), apprendo ora che da Berlusconi in giù tout-le-monde sapeva, ma mentiva….

http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1147

Wikileaks, Dal Molin a rischio con Africom
RIVELAZIONI. Messo in rete un rapporto riservato dell’ambasciatore americano al Segretario di Stato in cui si fa riferimento per la prima volta alla base vicentina. Spogli: «Il governo italiano teme che il cambiamento della Setaf non rientri nelle finalità Nato previste dal trattato bilaterale»
Silvio Berlusconi a colloquio con Barack Obama. Il rapporto pubblicato da Wikileaks fu redatto 10 giorni dopo l’elezione del presidente Usa.
Una decina di giorni dopo l’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, verso la metà di novembre del 2008, l’ambasciatore americano a Roma, Ronald P. Spogli, predispone un rapporto riservato (confidential) per il Segretario di stato, Condoleezza Rice, in vista del suo incontro con il premier Silvio Berlusconi. È uno dei 250 mila cablogrammi “catturati” da Wikileaks ed è il primo che mette Vicenza e il Dal Molin al centro dei temi da trattare tra i vertici dei due paesi alleati.
«Berlusconi ha raggiunto un livello di consenso molto vasto – scrive Spogli – e questo ci ha consentito di fare diversi passi avanti nella nostra agenda». Tra i punti che stanno più a cuore agli americani, «quello dell’espansione della cruciale base militare di Vicenza». «Durante la sua visita – prosegue l’ambasciatore – spero che lei possa annunciare pubblicamente la collocazione dei comandi dell’esercito e della marina di Africom in Italia, simbolo della forza della nostra stretta collaborazione bilaterale in materia di sicurezza».
Un cambiamento di funzione, quello della Setaf installata da oltre 50 anni alla Ederle, che non suscita molta curiosità, anche se su Citylights, la rivista ufficiale del Comune di Vicenza, compaiono prima un lungo articolo di valutazione strategica (titolo emblematico: “Giallo d’Africa”) sui riflessi nelle relazioni con la Cina già molto presente nel Continente nero, e poi una replica rassicurante del generale William B. Garrett III.
Nel suo rapporto Spogli spiega perché in realtà il governo italiano ha manifestato qualche preoccupazione prima di dare il benestare a questa variazione. «I timori italiani – spiega l’ambasciatore – riguardano la Setaf e sono incentrati su due questioni, una legale e l’altra politico-locale. Il trattato bilaterale segreto sulle infrastrutture del 1954 limita la presenza americana in Italia esclusivamente alle truppe schierate per finalità previste dalla Nato. Dopo lunghi negoziati, il governo italiano ha accettato la nostra interpretazione estensiva del trattato bilaterale, ritenendolo applicabile anche ad Africom, in quanto il ruolo resta di supporto alla Nato. Il governo ci ha chiesto però di rimandare l’annuncio ufficiale del cambiamento a causa della controversia locale legata all’ampliamento della base di Vicenza che comprenderà l’aeroporto Dal Molin».
Questa preoccupazione, in effetti, non era mai uscita dall’ambito delle diplomazie. In pratica il governo temeva che, essendo l’Africa fuori dall’oggetto sociale della Nato, le stesse basi americane presenti in Italia perdessero la legittimità sancita dal trattato bilaterale del ’54. Come è stata risolta la questione affatto secondaria? Lo chiarisce lo stesso Spogli: «Il governo italiano ha risposto positivamente alla nostra richiesta di un annuncio congiunto su Africom durante la sua prossima visita. Questo permetterà di evidenziare gli aspetti umanitari della nostra missione in Africa e tenere lontano il più possibile il tema dalla controversa espansione della base di Vicenza. E si potranno illustrare le sinergie col Coespu, eccellente centro di addestramento per peacekeepers africani che si trova proprio a Vicenza».
di Marino Smiderle
Tratto da Il Giornale di Vicenza
Febbraio 2011

Operation Odyssey Dawn… un viaggio verso dove? (dal 19.03.2011)

DI COME ULISSE NON POSSA PERMETTERSI VUOTI DI MEMORIA
In principio era Sarkozy che “rubando la scena” – nelle parole del Gen. Tricarico (ex-CdSM dell’esercito Italiano) ospite del Tg3 questa notte –  a conclusione del vertice di 22 rappresentanti mondiali a Parigi, apre le danze dando corso pratico alla II UN SC resolution (1973), con una operazione “congiunta” e “coordinata” della coalizione costituita da Francia , USA, UK, Canada, Italia, con l’appoggio della Lega araba, mentre l’Unione africana apparentemente si defila e – a margine di quanto espresso dal Peace and Security Council il 10 marzo scorso ad Addis Ababa – organizza in contemporanea all’incontro internazionale dei 22,  un vertice ad alto livello tra Mauritania, Mali, Sudafrica e Uganda a Nouakchott,  per assumere in un secondo tempo il ruolo di mediatore.

A nord di questo emisfero segue una reazione “bizzarra” (Tricarico again), fuori dagli schemi comuni delle operazioni Nato (ma non è Nato, non è Europa… Cos’è? E’ caos o è tutt’uno?) nell’informazione e/o nella concertazione bellica. Prima dell'”Alba” della partenza di Ulisse, soffia infatti “l’Harmattan”: scatta l’operazione Harmattan dei Mirage2000D Rafale francesi, e Ulisse parte da solo, senza aspettare copertura.

Una interessante descrizione dell’operazione, nel suo primo giorno, la fornisce l’esperto David Cenciotti, confermando i sospetti di un inizio delle operazioni, contestuale al vertice internazionale. Questo eccesso di zelo francese può essere giudicato “inusuale”, da parte di chi non conosca a fondo i trascorsi francesi nell’area e di chi tenda a dimenticare le operazioni francesi in Libya e Chad. La lunga guerra civile chadiana vide confrontarsi le forze aeree e di terra di Francia e Libya per un decennio (dal 1978 all’87), infatti: quali gli interessi? Non tanto l’accaparramento della striscia d’Aouzou, di punto interesse strategico, ma sicuramente l’espansione ambita da Gheddafi verso l’Africa centro-orientale, fu molla di allora cui si contrappose la speranza francese di ricacciare Gheddafi talmente a nord, talmente a nord da fargli lavar i panni in Mediterraneo e guardarlo nuotare da stabilimenti Total-Elf. Nè si capisce a sufficienza la reazione di Stati Uniti apparentemente non interventisti, lanciatisi o per reazione condizionata o raptous in una mischia non diretta da loro, se non si consideri la competizione franco-americana sul continente africano per un buon tratto della guerra fredda… un discorso sospeso. Basta guardare la successione degli eventi attraverso i media italiani e lo strano sgocciolamento delle notizie, certo confuso dall’opposizione interna e dal caos in cui la nostra situazione politica trasforma ogni singolo atto sul fronte internazionale: h. 20:30 – la Rai ci racconta che noi italiani faremo la nostra parte, a dispetto della cautela di Bossi e la valanga di immigrati che questo teme, e trasmette le parole del Min. della Difesa La Russa che non intende “cedere le chiavi di casa” perchè gli amici usino del suo appartamento senza controllo e moderazione; d’altro canto gli Stati Uniti non interverranno, così come la Germania.
h. 20:45 – Passa il tempo di uno zapping sul canale 48, Rai News – nemmeno troppo distante dal diritto di canone – ed ecco che Africom avrebbe preso in mano la situazione, coordinando da Stoccarda (Germania) un  bombardamento della contraerea libica con 110 Tomahawk. 
Mentre questa mattina apprendiamo di velivoli che approderebbero dalla Danimarca se non dalla Finlandia nelle nostre basi e che anche l’Australia si sta preparando… molte chiavi di quell’appartamento sono in giro, Ministro La Russa.

Frattanto, nella chat di Mo (Mohammed Nabbous) su “Libya Alhurra“, canale di video-streaming che s’appoggia al satellite per evitare gli oscuramenti di regime e che continua nonostante il suo ideatore sia stato ucciso il mattino del 19 Marzo, emerge che la tv cubana starebbe usando delle fotografie e dei video dei cadaveri dei ribelli di Bengasi per attribuirli ai bombardamenti dei “crociati”.

Fino a sera, Canada e Italia sono pronte, ma non agiscono. Capisco il discorso di La Russa, cui prudono le mani e s’attizza l’occhietto mefistofelico – conosco bene l’imprudenza che nasce dai vuoti di memoria (reali o “opportuni”) -, tuttavia, sorprende lo sbilanciamento di Napolitano, anche se non entra spedificatamente nel merito della qualità del nostro intervento. L’ho visto ieri sera via satellite: senza sosta la tv nazionale libica sta proiettando “IL LEONE DEL DESERTO”, il film che ancora non circola liberamente in Italia, ma che è un atto d’accusa verso le nostre colpe di colonizzatori, mentre nella censura, a casa nostra, perdura una vergogna che non si è trasformata in riscatto: non certo nell’accordo appena rinfrescato (siglato il 17 marzo) tra ENI e governo libico.

Possiamo… dobbiamo prepararci altrimenti, per un aiuto alla società civile. Presto “vi posto” il progetto, perchè il racconto di Mo, nelle ore precedenti la sua morte, lo potete vedere tutti e si chiedeva, esasperato: “DOV’E’, MA DOV’E’ AL-JAZEERA?”, invocando un mondo che entrasse nella notizia che lui cercava di far uscire.
Guardate Mo e il coraggio di quel ragazzo, poche ore dopo che queste immagini han fatto il giro del mondo, è morto con colpi di cecchino alla testa…:  fermi non si può mica stare, ma certo non si possono prendere le armi e andare ad uccidere quanti vengono costretti dal dittatore a prendere le armi per farsene scudo contro il “crociato”. Non abbiamo meritato una definizione migliore, non l’abbiamo decostruita rafforzando legami culturali ma solo interessi… sempre e solo interessi economici, a dispetto della gente.

Per la risoluzione ONU che impone sanzioni alla Libya (1970) v. www.un.org/sc/committees/1970/

Per una specie di televideo italico sulla guerra clicca qui.

della Memoria, dei Negazionismi e dei Finanziamenti alla Pubblica Ricerca e Istruzione

in cui si rivelerà come non ci sia soluzione di continuità tra respiro, pensiero e professione pubblica…

Gira questo documento, da un po’:

«Olocausto: sembra impossibile!!!

‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…c’è chi, nonostante tutto pensa che l’OLOCAUSTO sia un mito.
E’ una questione di storia ricordare che, quando il Supremo Comandante delle Forze alleate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.), Generale Dwight D. Eisenhower, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi e persino seppellissero i morti. Il motivo, lui l’ha spiegato così: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo”.
A tal proposito ricordiamo che il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poichè “offendeva” la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso per il futuro dell’umanità! (vedi oltre).
Sono trascorsi più di 60 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto perdere la vita nei campi di concentramento a circa 17 milioni di persone tra ebrei, prigionieri di guerra sovietici, polacchi non ebrei, rom, sinti, disabili, omosessuali ecc…Tutti assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di fame e umiliati nel mentre il mondo tutto volgeva lo sguardo altrove.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene “L’Olocausto è un mito”, è fondamentale fare in modo che il mondo non dimentichi, MAI.»

Nel 2007, dopo aver sottoscritto con altri storici l’appello Flores, Traverso, Sullam (23.01.2007), contro la punizione penale del “reato di negazionismo”, mi ero impegnata nella redazione di un dossier sulle legislazioni anti-negazioniste, al fine di addivenire a/ e diffondere una maggiore coscientizzazione del fenomeno e – dal mio punto di vista – quale cultrice di una storia che registra numerosi “democidi” – della limitatezza del legame tra “giorno della memoria” e fenomeno della Shoah che, per quanto prossimo e devastante, è stato solo un dei tanti “episodi storici” che non ci esime dal riflettere sulla necessità di serbare memoria ed estendere ad altri contesti storici il senso di responsabilità rispetto ad altrettanto gravi congiunture psico-socio-politico-economiche, nell’aderire all’esortazione prescrittiva del “MAI PIU'”.
Su tale scorta, sono stata di recente intervistata dal Prof. Claudio Visentin (Univ. Lugano), curatore con Brigitte Schwarz della rubrica GERONIMO. STORIA E MEMORIA, su  RSI-Rete due, rete radiofonica della Svizzera italiana. Potete ascoltare il programma dedicato alla Giornata della Memoria (2011) su: http://podcast.rsi.ch/ReteDue/Geronimo/GERONIMOSTORIA-NEGAZIONISMO24.01.11.mp3 .
Pur apprezzando molto il bel prodotto curato dal collega, poichè avrei voluto dire molto di più, completo qui il mio pensiero, sperando di fare cosa utile per chiarire alcuni punti e per far meglio comprendere che cosa mi muova ancora a rimarcare fermamente come la dimensione della formazione educativa non debba essere stimolata dai rigori della legge, in particolare, nel nostro Paese in cui i rapporti con i somministratori di giustizia, poi, sono alquanto controversi e forse non del tutto per un’inclinazione a sfuggire le regole, ma piuttosto invocando una declinazione più sfaccettata del rapporto da giocarsi fra vari livelli di responsabilità, da incastonarsi mutuamente, piuttosto che in una relazione “a scarica-barile”.
Il problema, sia chiaro, non è eminentemente nazionale: le derive del dibattito culminano nello scandalo per il tentativo di imporre una legge che recuperi i benefici del colonialismo alla memoria francese attraverso i manuali scolastici (2005), piuttosto che nella summenzionata ipotesi (mito che continua dal 2007 e ringrazio Marco Cavallarin della sua segnalazione) di cancellazione dell’Olocausto dai libri scolastici inglesi, seriamente confutata dal The Holocaust Educational Trust – nell’intento di non offendere dottrine musulmane che lo rinnegherebbero (ma, credetemi, tale generalizzazione è tutta da verificare!). Questo fermento si origina a partire dal momento in cui la Comunità Internazionale, pur ameboide nella forma, ha convenuto dover sottoscrivere una “Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale” a New York, nel 1966.
Tale convenzione è stata ratificata dall’Italia con la Legge 654, 13.10.1975, che prevede sanzioni su chi esprima comportamenti razzisti; a tale ratifica è conseguito un inasprimento delle pene con il DDL (Mancino) 122, 26.04.1993, una depenalizzazione del reato d’opinione con la L.85, 24.02.2006, art.13, per giungere infine alla proposta di un DDL Mastella, 26.01.2007 in cui (a confutazione dell’ultimo), pur non vincolandosi espressamente al reato di negazione dell’Olocausto ebraico, si invocava una punizione penale aspra a chi propagandasse e diffondesse materiale contentente espressioni d’odio razziale e di discriminazione sessuale.
Perché avverso la risoluzione penale di un problema socio-culturale? Certo perchè diffido degli interpreti delle leggi, ma anche dei fini dei loro promotori. Mi spiego approfondendo il caso italiano: è innegabile che la diffusione di messaggi d’odio o storicamente scorretti e manipolati, fra le fasce meno protette dal filtro magico della conoscenza, sia in vertiginoso aumento a causa del comune accesso ad internet, che permette la trasmissione a macchia d’olio di messaggi di ogni ordine e sottordine morale senza controllo, a dispetto di emendamenti pure esistenti nei nostri ordinamenti e sovraordinamenti, ma cui l’Italia si rapporta in “relazione disgrafica”. Si pensi alla “Decisione-quadro europea su razzismo e xenofobia” (4, 2007) e al correlato precedente “Protocollo addizionale alla Convenzione europea sul cybercrime e sulla criminalizzazione di atti di natura razzista e xenofoba commessa a mezzo di sistemi informatici” (03, 2006) che ha raccolte solo, su 25 firmatari, 6 ratifiche: ebbene, l’Italia NON ha né firmato né ratificato il protocollo, preferendo produrre uno scandaloso “emendamento d’Alia” che, introdotto nel “pacchetto sicurezza-Maroni” (2010), dimostra ampiamente di ben aver compreso l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale la «libertà d’espressione», per quanto sacra, implica doveri e responsabilità ed è pertanto “contenibile” con restrizioni o sanzioni, ma è mosso dai fini sbagliati: ovvero dalla necessità di ammutolire il dissenso nei confronti del Governo invece di prendere meglio la mira contro forme di espressione antidemocratica e disgregatrice della comunità nazionale: vien fatto di chiedersi, se tale svista non sia destinata ad evitare di colpire soggetti-parte della compagine governativa che fanno sovente uso di tali espressioni e non solo nella propaganda di partito.
Ritengo allora che altre istituzioni, pur garantite nel loro sano esercizio dall’azione della magistratura (cha garantisca, ad esempio, il Preside che, prima, ammonisca e, quindi, sospenda l’insegnante sorpreso a manipolare le menti di giovani studenti con teoremi razzisti senza opportuno contrappunto di pari incisività) debbano farsi carico di tale missione, senza rendere i negazionisti paladini della libertà d’espressione; senza correre il rischio di avallare verità di Stato (ad esempio permettendo ai soli sopravvissuti alle foibe  – ammesso che ve ne siano – di descrivere il fenomeno nelle scuole), ma piuttosto “delegittimando” sul loro stesso terreno coloro che “delegittimano” verità storiche le quali si fondano sulla libera ricerca e il garantito (o che tale dovrebbe essere) libero accesso alle prove. Infatti ritengo che la copertura di prove e testimoni della compartecipazione diretta o indiretta a crimini contro l’umanità di elementi di spicco del passato nazionale, da parte di ambienti istituzionali, nel nome del segreto o dell’oblio di Stato, ci abbia portato a questo stato di cose (colonialismo italiano docet).
Pur avendo studiato a fondo la Shoah (tra prodromi e conseguenze), pur ammettendo l’incommensurabilità del maledetto fenomeno, temo inoltre si rischi di porne l’eccezionalità “al di fuori” della Storia, concorrendo a distogliere da altri fenomeni, ridotti (forse) nel numero delle vittime provocate, rispetto alla prima, così concorrendo a distogliere da responsabilità di silenzi e forme d’oblio, calati su numerosi altri crimini contro l’umanità. Il loro essersi consumati in periodi antecedenti la definizione della fattispecie giuridica, non ci rende meno responsabili rispetto al loro insegnamento circa la natura umana e le conseguenze di certi fenomeni disgregatori nei diversi contesti antropici e nel corso di determinate epoche: espansione, economia di tratta, colonialismo, imperialismo, nazionalismo ecc..

Un’unica soluzione è, a mio avviso, in grado di riprodurre quella coscienza civica che, senza sacrificare libertà d’opinione o d’altro genere, ma facendo leva su questa ed altre, permette di distinguere bene e male discernendo l’uno dall’altro e non rispetto alla convenienza al loro sostegno, ma alle prove di veridicità articolate tra argomentazione e persuasione: quella soluzione è la garanzia della sostenibilità alla libera ricerca accademica e al sistema scolastico pubblico, nella formazione di base. Non c’è altra via.

Lo scorso mese d’ottobre (2010), la vertenza Mastella si è riaperta quando il Presidente della Comunità ebraiche, Pacifici, ne ha reclamato la riproposizione a gran voce, a seguito delle scandalose lezioni ospitate e offerte da Claudio Moffa (ex-africanista, ora afferente al settore della storia delle Relazioni internazionali) al “Master Mattei”, dallo stesso organizzato in seno all’università di Teramo. Molto ci sarebbe da dire sulla decisione assunta nel settore scientifico disciplinare africanistico di promuovere Moffa all’ordinariato, basata (forse e, mi auguro, almeno) sulla quantità di pubblicazioni, ma non so quanto sulla qualità di quanto espresso e in merito alla didattica: Moffa, articolista del Resto del Siclo rivista negazionista on-line, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i negazionisti e le sue posizioni razziste, addirittura attaccando una collega di religione ebraica per aver espresso opinioni a suo avviso criticabili sulla manipolazione da parte dell’amministrazione coloniale della struttura della società rwandese, e in particolare dei tutsi, a causa dell’appartenenza della ricercatrice stessa ad una comunità religiosa “tollerata” prima e stigmatizzata, poi, in altri tempi dal potere. Ma questo signore, il 25 settembre 2010, ha svolto una lezione (peraltro scaricabile) sulle tesi di Faurisson (v. «Faurisson on the Holocaust. Revisionism on trial in France», 1979/83). Non sarebbe un “male” in sé, non ve n’è mai in Accademia qualora si garantisca un contrappunto scientifico, e non ci si dica che sia stato dato per scontato. A poco vale il tentativo di fare una “lezione riparatrice” affidandola ad una semiologa del calibro di Valentina Pisanty, senza che vi siano sistematici progetti di dibattito a fronte delle dottrine là insegnate, ad avallare (sempreché sia stato questo il caso) una decisione che speriamo cosciente, di aver approvato il progetto del “Master Mattei” su basi scientifiche di confronto fra teorie contrapposte e non su un canto stridulo e cigolante per voce sola.

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Purtroppo la scienza è guidata in modo personalistico nel nostro Paese: ho lasciato la Sissco per le continue prevaricazioni nella comunicazione nella lista di discussione e per la sindrome carsica che soffrivano determinate argomentazioni scomode, in nulla differenziando quell’ambiente sedicente “libero” rispetto agli spesso soffocanti meandri delle comunicazioni gerarchiche in Ateneo e per alcune scorrettezze nei comportamenti che minano il corretto sviluppo di una universitas studiorum che, da sempre, mi fa cercare spazi di condivisione: non sono state così recepite alcune integrazioni che avevo inviate ai curatori rimasti aderenti alla società, pertanto, pur rimandando al suddetto dossier, che resta prezioso, integro la lista della legislazione anti-negazionista dei seguenti atti:

  • Liechtenstein, sect. 283 del Codie Penale
  • Slovacchia, Zbierka zàkanor ¢, 485/2001, Strana 5166
  • Polonia, 17 dicembre 1998, Dziennik Ustaw Rzeczypospolitey, n.162, p.6581

Il “Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile” (il match col giornalista e non solo: 16-22 dicembre)

Il Mattino, il 16 dicembre pubblica, a firma Massimo Martinelli, il seguente articolo – non dissimile da quello pubblicato su il Messaggero (tra pagg.1 e 3) : “Il dossier – Scontri, l’allarme dell’antiterrorismo. Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile”.

Da prima del 14 Dicembre 2010 (giorno dei “fatti” di Roma…) si è scatenata una campagna di demonizzazione del dissenso che, c’era da aspettarselo, è scesa pari pari nei faldoni del Viminale e, al solito, altresì, nelle penne di certi giornalisti, accorsi a nozze. Sappi, o viandante virtuale che incocci in questo mio blog, che hai a che fare con una “terrorista” della Rete 29 Aprile… così hanno fatto sapere a quest’anima bella che “si fa concava” agli ordini degli innescatori del terrore:

Massimo Martinelli Roma, così ha scritto su Il Mattino forse il 16/12/2010.

“Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”

La purezza dello spontaneismo e della protesta genuina adesso è roba preistorica. Quello che era scritto da mesi nei rapporti riservati del Viminale ha ricevuto un sigillo di autenticità nelle piazze di Roma. E probabilmente era superfluo. Eppure è servito a portare la realtà sotto gli occhi di tutti: gli studenti ”in movimento” non sono più i ragazzi dell’Onda anomala del 2008, romantici e sognatori. Adesso serrano i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo. E sembrano essere contro lo Stato. Esiste un rapporto ”riservato” che la descrive bene, questa galassia contestatrice che ha conquistato la scena martedì scorso. Dice senza mezzi termini che queste proteste di studenti e ricercatori contro il ddl Gelmini vedono uniti in un fronte compatto e monolitico le espressioni del mondo della scuola, gli esponenti del sindacalismo di base e dell’antagonismo no global. Un patto che è stato siglato il 29 aprile scorso a Milano, durante una riunione a cui hanno partecipato oltre trecento tra ricercatori e studenti provenienti da 35 atenei. Un’intesa che è stata appunto ribattezzata «Rete del 29 aprile». La conferma, per gli uomini dell’antiterrorismo, era arrivata quindici giorni fa, in occasione delle manifestazioni degli studenti del 30 novembre scorso. A Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine. E con loro, anche i duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti. Che una volta erano gli operai sfruttati del dopoguerra e oggi sono i giovani padri di famiglia umiliati dai tagli imposti dalla crisi economica. Dietro a loro ci vanno i ragazzi delle università, incoscienti e idealisti. Incapaci di capire che incendiare una camionetta della Celere è un po’ come buttare un fiammifero acceso addosso al benzinaio che ti sta facendo il pieno: rischi solo di ammazzare un poveraccio che per mille euro al mese fa un lavoro ingrato e onesto. Con qualche rischio di sopravvalutarla, questa gente, gli analisti vedono una ”cabina di regia” dietro la pianificazione di scontri e devastazioni. I centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento sono nel rapporto dell’antiterrorismo. C’è il Pedro di Padova; il Crash, il Teatro polivalente occupato, il Collettivo autonomo studentesco, il Collettivo Universitario autonomo e Aula C di Bologna; il Forte Prenestino e Acrobax di Roma, il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli: di qui proviene Fabio Federico, il 19enne arrestato. E ancora, ecco lo Spazio Liberato 400 colpi e il Collettivo di Scienze Politiche di Firenze; il collettivo Aut Aut, il Csoa Buridda e Zapata, il Terra di Nessuno e il Collettivo studenti medi Caos di Genova e infine, a Milano, la Bottiglieria occupata, la Rete degli studenti e l’Assemblea metropolitana permanente. Qualche ottimista immagina che vogliano emulare i no global europei, come gli studenti londinesi che hanno violato la sacralità della limousine della Regina, o i greci che si sono fatti sparare addosso dalla polizia; in realtà, più semplicemente, secondo gli investigatori dell’Ucigos sono lucidi manipolatori di persone. Che martedì scorso hanno saputo coinvolgere centinaia di giovani e meno giovani che non avevano mai tirato un sasso neanche a un cane. Basta leggere il bollettino in mano al procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti: tutti incensurati, nemmeno uno con precedenti per manifestazioni di piazza; nessuno che sapesse accendere una molotov, visto che non ne sono volate. Significa che hanno mandato avanti i più ingenui, i dilettanti. Come accadde a Genova, con i capi no global che la sera prima della grande manifestazione tennero allo stadio Tardini una seduta quasi mistica per motivare ragazzini di sedici anni al massimo. Stavolta, però, gli aspiranti burattinai che a Genova non transitarono neanche per la caienna di Bolzaneto, potrebbero finire a piazzale Clodio. Hanno diretto le mandrie a suon di sms, in un quadrilatero di viuzze e antichità servito da una sola cella per la telefonia mobile. E con le tecnologie di oggi, per l’antiterrorismo sarà un gioco da ragazzi avere nelle prossime ore le migliaia di sms sparati via etere dalle undici alle diciotto del 14 dicembre. Poi basterà leggerli, e annotare gli intestatari dei telefonini che indicano dove sfondare, come colpire, cosa incendiare. Ci vorrà del tempo, ma solo pochi giorni.

Ho quindi inviato a Il Mattino e a massimo.martinelli@ilmessaggero.it la seguente risposta con preghiera di stampa…

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Martinelli,

da storica conosco bene gli archivi dei Ministeri degli Interni e l’abilità di certi funzionari nel categorizzare gruppi scesi in piazza ad esprimere legittimo dissenso, quale falange compatta di sovversivi: si spera sempre che certi faldoni restino fonte storica per contrappunto dai quali i Giuseppe Aragno e gli altri valenti storici del presente e del futuro ricostruiscano per noi le vere aspirazioni delle resistenze, anche di quelle cosiddette “minute”, rispetto ad istituzioni indisponibili all’ascolto, quali ahinoi, è evidente, continuiamo ad annoverare.

Voglio raccontarLe di quel che ho visto io a Milano, il 25 novembre scorso: ragazzi senza caschi a mani nude assaliti dalle forze di polizia, coi manganelli alti, proiettati dietro le spalle per assestare meglio i colpi sulle teste di quegli studenti, colpendoli dall’alto, mentre scendevano le scale della metropolitana per raggiungere i ricercatori che avevano occupato il tetto della Facoltà di Fisica. Le abbondanti fotografie messe a disposizione dalla RCS lo dimostrano e, qualora non bastassero, io stessa sono disposta a testimoniarlo in qualsiasi tribunale: ma io e Lei sappiamo bene che questo non sarà mai. Quegli episodi e i continui assalti subiti da studenti e artisti del San Carlo a Napoli a partire da quello stesso giorno, sui quali né Lei né nessun altro ha speso un rigo, sono il frutto di una strategia di fomentazione all’escalation della violenza che parte da faldoni del Viminale, a Lei e a me preclusi, o da qualche presenza nei luoghi di comando – come il G8 di Genova ci ha ampiamente insegnato – e non si poteva chiudere che con gli episodi di Roma.    

La mattina del 14 dicembre, mentre raggiungevo i colleghi al Presidio di fronte al Rettorato della Statale, dall’autoradio, una Rete nazionale (103.3 Isoradio) in linea con la Questura di Roma, promanava  appelli da Stato d’Emergenza,: “girate col viso scoperto anche se fa freddo… e sempre con un documento in tasca… tenetevi lontani da capannelli di persone, sono possibili reazioni da parte delle forze dell’ordine laddove vi sia legittimo sospetto, alzate sempre le mani di modo da mostrare che non tenete nulla nascosto” e giù (sempre più giù) discorrendo. La demonizzazione del dissenso in atto, il tenore del suo articolo che rasenta il ridicolo e la presenza di adulti vestiti alla guisa dei giovani in quei ranghi, o di black bloc nelle fotografie di Roma, intorno ai quali misteriosamente si articola il baricentro della violenza, mi richiamano alla mente questa intervista di Andrea Cangini a Cossiga che Le rinfresco, e che risale a giovedì 23 ottobre 2008, INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei», ROMA
PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.
E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».(…)

Martinelli, persino Lei si sarà accorto che la politica, oggi, non ha davvero fantasia, e la contestuale ammissione da parte del questurino alla radio che da 6 mesi a questa parte vi siano state ben 555 manifestazioni pubbliche a Roma, se non ricordo male, dimostra come non solo questo Governo, ma buona parte del Parlamento non dico non rispecchi o non si faccia interprete, ma nemmeno percepisca il dissenso, tutti presi, come sono, dal mero intento di tenersi a galla e come contro di esso si scateni ciecamente l’esecutivo. Al fine di destabilizzare la pubblica opinione, di denigrare la parte che non è stata deliberatamente scelta dal potere quale interlocutore, addirittura viene messo a sua disposizione un fascicolo “riservato” e Lei e molti altri giornalisti conniventi vi prestate a questo gioco, salendo addirittura  sul carro dei violenti che, pistola alla mano, si oppongono ad ogni voce che richiami a responsabilità.

Le nostre sono verità profondamente sane e razionali, che non abbisognano di violenza per conquistare evidenza e il nostro dissenso si è coordinato a partire dal 29 Aprile, all’insegna della ricerca di un confronto aperto e approfondito con le istituzioni e con i politici in grado di recepire le nostre istanze, contro una legge che decreta l’inesorabile declino della pubblica formazione.
Si è costretti a salire sui tetti e ad urlare invocando quella responsabilità perché persone come Lei , potendo farlo, ci negano la parola preferendo imbrattare la carta, rendendo i lettori compartecipi d’una ridicola eccitazione nel farsi megafono di irresponsabili accuse oltre che del suono di quei manganelli impietosi che impattano sulle teste dei nostri studenti.

Cristiana Fiamingo

Ricercatore e Docente
Università Statale di Milano
Orgoglioso membro e coordinatore locale della Rete 29 Aprile

Questa risposta è stata pubblicata anche su http://aperinsubria.blogspot.com/2010/12/attacco-alla-rete-29-aprile.html

 Ora, per questioni di privacy posso solo parafrasare la risposta di questo signore:

From: mm
Sent: Sunday, December 19, 2010 9:06 PM
To: cf
Subject: R: Fw: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Iniziando con “Cara Cristiana”, M. si dice preoccupato che una persona che rischi di finire dietro una cattedra con qualche studente ad ascoltarla non colga la distanza siderale tra la politica della prevenzione di Maroni e quella posta in atto da Cossiga alcuni decenni fa.

D’altro canto si definisce onorato nel caso in cui io continuassi a leggerlo sul giornale.
Mi saluta cordialmente, si segna e appare questa comunicazione “ti ho risposto con il mio BlackBerry Vodafone!”

From: cf
Sent:
Monday, December 20, 2010 12:41 AM
To: mm
Subject: Re: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Signor Martinelli

la pochezza di un giornalista la si misura nell’incapacità di cogliere il momento di tacere e quello di mettersi in ascolto e poi, quantomeno, di fare una piccola indagine prima di sottovalutare in modo offensivo e sciocco i suoi interlocutori. Sono una docente i cui corsi son seguiti da centinaia di Studenti che, a differenza di lei, colgono assai bene quanto sia eticamente riprovevole che un giornalista – la cui missione è quella d’accertare e riprodurre le porzioni di verità che, quantomeno, dovrebbe ingegnarsi d’investigare e comprendere – si faccia compiacente “strumento preventivo” di un potere, ancorché costituito, al quale non dovrebbe essere asservito. Posso solo intuire a quale fine si faccia “cadere in mano” un dossier “riservato” a personaggi disponibili come lei a farsi velina di un ufficio del Ministero degli Interni, in un momento di tensione: quello di moltiplicarla. Lei usa un quotidiano per farsi portavoce di sospetti, minacce e condanne: stigmatizzando pubblicamente vari gruppi, quando – non a caso – quei dossier sono “riservati” anche per dare modo agli inquirenti di fare i dovuti accertamenti e non prendere granchi epocali. Hanno mandato avanti lei. Lei – che consiglia a me di spostare avanti le lancette dell’orologio e poi rispolvera l’UCIGOS, quando quest’ufficio dalla riforma del 1981 è stato trasformato nella Direzione centrale della polizia di prevenzione – lei, dicevo, ritiene di potersi sostituire alla DCPP: ma, prima di eccitarsi (esattamente come quando conduceva le trasmissioni sullo sport estremo, che avrebbe fatto meglio a non abbandonare) calunniando la Rete 29 Aprile, quale fautrice di un patto destabilizzatore che avrebbe aggregato la “galassia contestatrice” (tra l’altro, in absentia delle parti che chiama in causa) avrebbe dovuto quantomeno contattarne i membri e tentare di capire se fosse il caso di sbilanciarsi tanto. Perlomeno questo fa un giornalista, per evitare di cadere nel ridicolo o d’avere qualche noia legale, quando difetta di deontologia professionale.
Lei si preoccupi pure per i miei Studenti, io mi dolgo per i lettori de “Il Mattino”. Per fortuna, le rassegne stampa mi evitano incauti acquisti, ma mi permettono di leggere bene in che mani sia la pubblica opinione, di rattristarmi profondamente per essa e di combattere con tutte le mie forze perché tali metodi approssimativi stiano lontani dalla fucina di pensiero e accuratezza che ho scelto come ambito di lavoro.

 Cristiana Fiamingo

Il 22 Dicembre 2010, mentre mi avviavo al Presidio di Festa del Perdono, ho acquistato Il Mattino e ho trovata pubblicata (un po’ tagliuzzata, in verità, ma me l’aveva preannunciato il c.redattore), la mia lettera.

Quanto alla giornata del 22, la Rete ha issato un paio di striscioni sulla loggia interna di fronte al Rettorato in Festa del Perdono e ha poi seguito il Corteo studentesco, che, dopo una breve assemblea per stabilirne strategie e percorso (un po’ confusa, in verità) nella 211, si è snodato con l’intento di coprire circonvallazione interna ed esterna per raggiungere i “medi” (gli Studenti delle superiori) e gli immigrati a via Padova. Dico confusa, perchè da quel che ho visto ai cortei del 25, del 29 e del 30 Novembre, il coordinamento Digos è ben capace di spezzare cortei o di bloccare in cul-de-sac gruppi di persone, per quanto grandi e, nonostante lo abbia richiesto, nessuno ha ritenuto opportuno pensare a qualche strategia alternativa, tanto più non avendo voluto chiedere un percorso autorizzato. Al solito, si sono alternate scosse di esaltazione collettiva e voci di gran saggezza e coscienza con ampio seguito di applausi, il che fa confidare in quella tendenza all’equilibrio che consente alla sottoscritta – non certo barricadera, per quanto appassionata in ciò in cui crede – di incanalarsi in manifestazioni collettive guidate dagli Studenti.

http://www.youreporter.it/video_Milano_22_dicembre_2010_studenti_contro_la_riforma_1

Blocchi ce n’è stati e i colleghi della Rete dopo un po’ son tornati ai rispettivi Atenei. Eravamo comunque 300… giovani e forti -loro-, ma ci siam fatti incastrare, puntualmente, da subito. Buffo che ad un certo punto ci fossero più poliziotti che studenti e che mentre noi bloccavamo il traffico di una corsia in viale Romagna, affiancandoci, i poliziotti occupassero l’altra: una manifestazione parallela, insomma! Ad ogni tappa delle linee metropolitane e ad ogni passante ferroviario perdevamo qualcuno ed era buffo in via Padova (dove NON c’erano i “medi”) vedere gli immigrati proiettarsi fuori delle finestre a filmarci coi telefonini o a far sporgere i computer portatili da cui si vedevano le loro famiglie webcammate on-line, per permettere anche a loro di godersi lo spettacolo. Fino a che ho potuto seguire il corteo – poco dopo le 15,00, deviando sulla linea gialla, alla stazione metro di Duomo, dove siamo tutti scesi (poiché sapevo che si sarebbero congiunti ai “medi” in FdP, per cui la mia presenza non avrebbe fatto la differenza) non c’è stato nessun incidente. Poca strategia, essendo finiti presto i volantini che i ragazzi distribuivano alla gente, ma allegria comunque, poichè con tegamini, mestoli, lattine, zufoli e fischietti un po’ di buon ritmo si è sentito. Peccato per quel che ho letto (ma voglio sentirlo dalla loro viva voce) di pannelli divelti alla Statale quando vi hanno fatto ritorno.

Devo dire, che molto ho apprezzato questo video che evidenzia una maggiore creatività e chiarezza negli Studenti “medi” (si chiamano loro così) nel coltivare la propria fresca determinazione. http://www.youtube.com/watch?v=U6mb90KPMcU . Sebbene finora sia stata piuttosto fortunata, spero che Studenti così capitino fra le fila dei miei corsi.

L’Italia e le spese militari

Italia: record di 4,9 miliardi di export di armamenti, in “revisione” la legge 185/90 [03/2010]

Aprile 2010: un tabloid da metropolitana ci avverte di come le esportazioni di armi garantite dalle autorizzazioni del Governo, contribuiscano pesantemente a mantenere in equilibrio la nostra economia pur in tempo di crisi. Giorgio Beretta, uno dei maggiori esperti e più attenti denunciatori di tale capitolo già dal mese di marzo, dal sito http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-record-di-4-9-miliardi-di-export-di-armamenti-in-revisione-la-legge-185-90 ci avvertiva:

 Martedì, 30 Marzo 2010

Eurofighter Typhoon (EFA) in azione

L’industria militare italiana fa il botto. Ammontano infatti a 4,9 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal Governo nel 2009 alle aziende del settore con un incremento di ordinativi internazionali (il 61%) sconosciuto ad altri settori dell’industria nazionale. Ed hanno superato quota 2,2 miliardi di euro le effettive consegne di materiali militari. Un duplice record che annovera il BelPaese tra i big player in quello che il Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’esportazione di materiali militari pubblicato ieri definisce il “mercato globale” degli armamenti (pg. 25).

Un nuovo record ottenuto soprattutto grazie alla commessa da oltre 1,1 miliardi di euro da parte della Al-Quwwat al-Jawwiyya al-Sa’udiyya, la Reale Aeronautica Saudita per i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (EFA). Un colossale e torbido affaire reso possibile a seguito dello stop alle investigazioni richiesto e ottenuto dall’allora Primo Ministro britannico Tony Blair su tutta la faccenda collegata all’affare Al Yamamah (la Colomba) che ha visto coinvolta la BAE Systems. Un caso che è stato per anni – ed è tuttora – nel mirino della stampa britannica ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia. Utile spendere qualche parola per capire i retroscena della vicenda.

Nel dicembre del 2006 l’Arabia Saudita aveva infatti minacciato di sospendere i negoziati commerciali col governo britannico per l’acquisto di 72 nuovi caccia Eurofighter dal gruppo BAE Systems: il contratto da 10 miliardi di dollari era stato sospeso per l’irritazione dei sauditi nei confronti proprio dell’inchiesta avviata dal Serious Fraud Office (SFO), l’Ufficio anti-frodi britannico, sulle tangenti che sarebbero finite nei conti svizzeri della famiglia Reale saudita, all’interno di un ventennale contratto di scambio di “armi per petrolio” tra Ryad e la Gran Bretagna. L’indagine riguardava i fondi neri, pari a 114 milioni di dollari, usati dalla compagnia per corrompere dignitari dell’Arabia Saudita, pagando tra l’altro prostitute, Rolls-Royce e vacanze in California: l’intervento di Tony Blair – che aveva giustificato la sua presa di posizione adducendo motivi di “sicurezza nazionale” e “l’immenso danno agli interessi del paese” se l’indagine fosse proseguita – aveva messo fine all’inchiesta sulla BAE e – nonostante le proteste delle associazioni britanniche – aveva riaperto le trattative tra il consorzio Eurofighter e il governo saudita per l’acquisto dei 72 caccia Eurofighter (EFA – El Salaam).

Sgombrato il campo dall’inchiesta giudiziaria britannica (che però è stata ripresa dal Department of Justice degli Stati Uniti che lo scorso febbraio ha sanzionato la BAE per 400 milioni di dollari per “reati di corruzione“), l’Arabia Saudita ha riaperto le trattative per acquistare 72 caccia Eurofighter (EFA) dal gruppo di cui la BAE Systems è il prime contractor e che vede la partecipazione dell’italiana Alenia Aeronautica alla quale lo scorso anno, appunto, è stata autorizzata dal Ministero degli Esteri l’esportazione di componenti per l’EFA-SALAM all’Arabia Saudita per circa 1,1 miliardi di euro.

E che Nord Africa e Medio Oriente siano i principali clienti dell’industria militare italiana lo conferma lo stesso “Rapporto della Presidenza del Consiglio (Tabella 5 in .pdf): verso quest’area geopolitica sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di armamenti per oltre 1.9 miliardi di euro pari al 39,5% del totale. Tra i maggiori acquirenti spiccano oltre all’Arabia Saudita (1,1 miliardi di euro di commesse, pari al 16,3% del totale), il Qatar (317,2 milioni di euro) soprattutto per la fornitura di elicotteri EH 101 SAR dell’Agusta, gli Emirati Arabi Uniti (175,9 milioni), il Marocco (156,4 milioni) e la Libia (111,8 milioni) per citare solo i principali.

Nell’insieme primeggiano – e preoccupano – le autorizzazioni verso i Paesi del Sud del mondo che totalizzano più di 2,6 miliardi di euro (pari al 53,2%) mentre quelle verso Paesi della Nato-Ue si fermano a 2,3 miliardi di euro pari al 46,8% (si veda Tabella 1, in .pdf). Oltre alle già citate autorizzazioni verso il Medio Oriente, vanno segnalate quelle verso l’Asia (416,2 milioni pari all’8,5% del totale) tra cui emergono quelle verso l’India (242,8 milioni di euro) per l’acquisto da Fincantieri di una nave logistica classe “Etna”; l’America Centro-meridionale (100,3 milioni di euro pari al 2%) e l’Africa centro-meridionale (51 milioni di euro in gran parte per commesse dalla Nigeria).

Ma ancor più preoccupante è la sparizione dal Rapporto per il secondo anno consecutivo della Tabella delle autorizzazioni rilasciate alle banche per le operazioni d’appoggio all’esportazione di armamenti: dal Rapporto si apprende solo l’ammontare complessivo (4 miliardi di euro di cui circa 3,7 miliardi per operazioni di esportazione definitiva) ma – nonostante le proteste delle associazioninessuna menzione delle banche a cui sono stati autorizzate tali operazioni. La Tabella delle operazioni bancarie dovrebbe essere riportata dalla più ampia Relazione al Parlamento, ma non ci sono segnali che il Ministero guidato da Tremonti intenda ripristinare il dettagliato elenco delle singole autorizzazioni rilasciate alle banche (cioè l’elenco di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”) che dall’entrata in carica del Governo Berlusconi è stato “sostituto” con altri elenchi (per Aziende, per Paesi destinatari, per numero MAE) sottraendo alla società civile e alle campagne la possibilità di controllo sulle singole operazioni effettuate dalle banche.

Resta infine tutto da vedere come il Governo intenderà muoversi per quanto riguarda il cosiddetto “riordino” della normativa nazionale relativa al controllo dell’esportazione di armamenti e cioè della Legge 185/90. Il Rapporto della Presidenza del Consiglio afferma che il “processo di integrazione europeo nel campo della difesa e la progressiva razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea” avrebbe portato ad un “radicale cambiamento” dello scenario tanto che “il quadro normativo italiano è risultato sempre più inadeguato” (pg. 23). Proprio per questo – e per recepire nella legislazione nazionale le recenti Direttive e Posizioni Comuni europee – la Presidenza del Consiglio intende “operare per la finalizzazione del processo di revisione della normativa nazionale” (pg. 34), cioè ad “un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24).

Sarà da vedere, soprattutto, se e in che modo saranno coinvolte in questo processo le associazioni della società civile che – va ricordato – fin dagli anni Ottanta sono state promotrici di una legislazione rigorosa e trasparente sull’esportazione di armamenti (la Legge 185/90) che è stata alla base del Codice di Condotta dell’Unione Europea. Il Rapporto riafferma la volontà di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative” (pg. 36).

Le associazioni della Rete Italiana Disarmo hanno ripetutamente richiesto negli anni scorsi di essere informate con puntualità e precisione su tutta l’ampia materia non solo del controllo delle esportazioni di armamenti, ma anche sulle annunciate modifiche alla legislazione vigente. Ed intendono formalizzare questa richiesta alla Presidenza del Consiglio la quale già dallo scorso anno ha costituito presso l’Ufficio del Consigliere Militare (PCM/UCPMA) un apposito “Gruppo di lavoro” tra i cui compiti figura appunto quello di verificare “l’opportuna strada perseguibile per un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24). Una strada che, visto i casi giudiziari che stanno tuttora coinvolgendo le aziende militari britanniche, non può permettersi di abbassare il livello di controlli, di trasparenza pubblica e di informazione istituzionale soprattutto per quanto riguarda il settore bancario.

Giorgio Beretta

Italia: 15 miliardi di euro per nuovi aerei F35

 Martina Lacerenza dettaglia bene diverse omissioni da questa triste vicenda nel luglio 2010 il La Cronaca Vera

Mercoledì 14 Luglio 2010 11:32
Nel momento di profonda difficoltà economica che sta attraversando il nostro Paese, ci sembra doveroso dare spazio a una notizia che non ha avuto molta risonanza mediatica e di cui, infatti, la maggioranza degli italiani non è a conoscenza. L’8 aprile 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno entrambe approvato un progetto chiamato Jsf, cioè Joint Strike Fighter: un programma di riarmo internazionale lanciato dagli Stati Uniti e a cui hanno già aderito diversi Paesi, tra cui l’Italia. Il Governo italiano nel 2009 ha infatti approvato l’acquisto di 131 nuovi caccia bombardieri americani, chiamati F35, per un costo totale di quasi 15 miliardi di euro.
In sede di votazione non si è registrato alcun voto contrario, solo il Pd si è astenuto. Tuttavia la prima intesa per il progetto fu firmata al Pentagono nel 1998 con il governo D’Alema, la seconda nel 2002 con Berlusconi, la terza nel 2007 con Prodi e l’ultima, appunto, nel 2009, di nuovo con il Governo Berlusconi. Come ripetiamo la notizia non è circolata molto nel Paese, sebbene l’acquisto dei suddetti aerei verrà effettuato con i soldi dei cittadini italiani. 
La base di assemblaggio dei 131 caccia bombardieri sarà in provincia di Novara, presso la base militare di Cameri, in uno stabilimento apposito che entrerà in funzione nel 2012. I primi aerei saranno pronti invece nel 2013: ogni F35 vale 91 milioni di euro.
Proprio a Novara si è costituito nel 2007 un coordinamento stabile, chiamato “Coordinamento contro gli F35”, cioè un insieme di gruppi, associazioni e organizzazioni anti militariste che si sono unite con lo scopo di opporsi alla costruzione e all’assemblaggio dei 131 caccia bombardieri e che cercano di portare all’attenzione di tutti questa situazione, sensibilizzando l’opinione pubblica. Abbiamo intervistato Oreste Strano, il responsabile di “Coordinamento contro gli F35”. 
Come giudica la notevole cifra economica spesa dal Governo italiano per l’acquisto di questi 131 caccia bombardieri in un periodo così difficile, dal punto di vista economico, per l’intero Paese?
“Innanzitutto voglio specificare che l’Italia non ha un progetto solo di acquisto, ma anche di fabbricazione di questi caccia bombardieri. L’Italia ha già investito nel progetto 1028 milioni di dollari. Nella spesa complessiva, tra l’acquisto dei 131 caccia e l’assemblaggio degli altri che saranno venduti in altri Paesi, si tratta di un investimento totale di 16 miliardi di dollari, cioè quasi 15 miliardi di euro. La giudico come una grande contraddizione”.
I soldi spesi per finanziare questo progetto militare, infatti, provengono dalle tasche degli italiani: ma dove vanno a finire? Chi è davvero che ci guadagna?
“All’interno della base aerea di Cameri deve essere costruito un capannone che si chiamerà FACO e destinato all’assemblaggio dei vari pezzi di aereo. Questi verranno costruiti in diverse ditte della Finmeccanica, Holding italiana nei settori dell’aeronautica, dell’elicotteristica, dello spazio e della difesa, sparse su tutto il territorio nazionale. Ci sono cioè una serie di fabbriche, legate alla Finmeccanica e dislocate in varie città italiane, da cui arriveranno i vari pezzi degli aerei che saranno poi assemblati a Cameri. Alla ditta Maltauro di Vicenza, invece, hanno dato l’appalto per iniziare a costruire questo capannone: un appalto da 250 milioni di euro per costruire un capannone in un’area demaniale. Praticamente è tutto nelle mani di ditte private ed è davvero una cosa anomala considerando che i soldi ce li mettono gli italiani. Anche per questo riteniamo che la notizia debba circolare nel Paese”.
Voi riuscite, come organizzazione che si oppone a questo progetto, a dialogare con i politici? Ad avere un confronto per esprimere le vostre perplessità?
“No, i politici sono tutti trasversalmente d’accordo. Adesso alcuni di loro cominciano a criticare l’eccesso delle spese militari che effettua il nostro Paese. In ogni caso il progetto è stato approvato, che è quello che conta”.
Il progetto, tra l’altro, è stato approvato l’8 aprile 2009, cioè due giorni dopo il terremoto che ha distrutto l’Abruzzo. Proprio vari politici dissero che per la ricostruzione sarebbero stati necessari circa 13 miliardi di euro, la stessa cifra che è stata spesa per l’acquisto dei caccia bombardieri. L’Aquila però è ancora in ginocchio…
“Noi infatti stiamo raccogliendo delle firme, anche tramite il sito della nostra associazione, nof35, affinché questi soldi siano destinati alla ricostruzione dell’Abruzzo, per il quale hanno detto che mancano i fondi: i fondi, se vogliono, ci sono eccome”

 Quell’ aereo europeo sconfitto da La Russa 29 ottobre 2010 —   pagina 36   sezione: COMMENTI, La Repubblica

RECENTEMENTE il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha affermato che, per risparmiare in questo periodo di crisi, il governo non intenderebbe acquistare l’ ultima serie dell’ aereo europeo (Eurofighter), omettendo però di dire che ha invece l’ intenzione di acquistare l’ inutile bombardiere americano Jsf. Ma l’ aereo europeo (consorzio tra Italia, Germania, Inghilterra e Spagna) dà lavoro a circa 100.000 persone in Europa e circa 25.000 solo nel nostro paese, mentre il bombardiere americano, se tutto andrà bene, ne occuperà in Italia al massimo una decima parte. Il governo che a parole dice di essere europeista, di tutelare il lavoro in Italia e di favorire i risparmi, ma poi nei fatti agisce nel modo contrario.
Insomma che si vuole fare?

Lo stesso Beretta, già nell’aprile 2008 pubblicava su http://www.unimondo.org/content/view/full/43892 :

 Italia: nuovo record dell’export di armi, Pakistan primo cliente

Nuovo record per le esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo acquirente di armi “made in Italy”. Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall’Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.

“Se è positivo che il Governo abbia mantenuto l’impegno annunciato lo scorso anno aprendo un confronto con le associazioni come le nostre attente al controllo del commercio di armamenti, il trend di crescita dell’export è invece alquanto preoccupante” – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo. Un trend che vede tra l’altro nel 2007 la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all’Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma cosi quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata “restrittiva” come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.

Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l’Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistan e la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell’attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).

Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l’Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei “Programmi intergovernativi” che – per l’arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro. “E’ particolarmente urgente che il Governo italiano integri una seria politica di tutela dei diritti umani con le autorizzazioni alle esportazioni di tutti i sistemi di armi in particolare per quanto riguarda l’attuazione della raccomandazione del Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia che richiede di non esportare armi verso Paesi dove sono utilizzati i “bambini soldato” – afferma Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty International.

Leggera flessione, invece, delle operazioni autorizzate alle banche (vedi tabella in .pdf) che si attestano ad oltre 1,2 miliardi di euro. “Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato” – sottolinea Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’. “Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c’è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale” – aggiunge Beretta.

Diminuiscono di oltre un terzo, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se – data la natura delle operazioni – è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell’elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d’appoggio al commercio di armi.

“Preoccupa invece soprattutto la crescita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere” – conclude Beretta.

I dati del Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’export 2007 di armi saranno oggetto di ulteriori approfondimenti sul sito di Unimondo e verranno commentati domani, sabato 29 marzo, al Convegno promosso a Roma da Rete Disarmo e Campagna ‘banche armate’ sul tema “Oltre l’insicurezza delle armi: politica, istituzioni, società civile a confronto“. [GB]

e prima ancora, nel 2007 http://www.unimondo.org/content/view/full/30639 pubblicava:

Italia: record ventennale dell’export di armi, affari da 2,1 miliardi

Export italiano di armi dal 1988 al 2006 in valori correnti (Elaborazione: Unimondo)

E’ la cifra record dell’ultimo ventennio*: una manna per l’industria armiera nazionale trainata da Finmeccanica e non pochi grattacapi per il Governo Prodi che nel suo programma si era impegnato ad un controllo più stringente sull’esportazione di armi. Superano infatti i 2,1 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazioni di armamenti nel 2006 con un’impennata del 61% rispetto all’anno precedente. E sfiorano il miliardo di euro anche le consegne (970,4 milioni) effettuate sempre nel 2006.

Ma brindano anche le banche che, sempre nel 2006, si sono viste autorizzate operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro – altra cifra record dell’ultimo ventennio – con relativi “compensi di intermediazione” per oltre 32,6 milioni di euro. E il gruppo San Paolo IMI – nonostante la dichiarata policy restrittiva – per il secondo anno consecutivo si attesta a “reginetta” delle “banche armate”. Sono i primi dati della “Relazione 2007 sull’export di armi” resa nota ieri dalla Presidenza del Consiglio che in un primo tempo aveva reso noto solo un Rapporto.

Non tranquillizzano nemmeno i destinatari delle esportazioni: al primo posto, dopo anni di stasi, ritornano infatti gli Stati Uniti che oltre alla flotta di elicotteri presidenziali dell’Agusta (c’è in corso un’inchiesta negli Usa nei confronti dell’ex deputato repubblicano Curt Weldon, il principale sponsor politico dell’operazione) acquistano dall’Italia “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori”, “navi da guerra”, “esplosivi militari”, fino ad “armi automatiche” di tutti i calibri per un totale di oltre 349,6 milioni di euro.

Seguiti a ruota un Paese che nei rapporti di Human Right Watch si distingue per “vessazioni nei confronti delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani”: gli Emirati Arabi Uniti ai quali il Governo ha autorizzato la vendita di “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori” oltre che di “navi da guerra”, “apparecchiature per la direzione del tiro”, “armi e sistemi d’arma e munizioni” e “aeromobili” per oltre 338,2 milioni di euro.

Potrebbe forse rasserenare il fatto che la destinazione principale delle autorizzazioni rilasciate riguardano i Paesi dell’Ue e della Nato che insieme ricoprono il 63,7%, ma le esportazioni effettuate (consegne) per l’area extra Ue-Nato salgono ad oltre il 44,2% e più del 20,2% dei sistemi d’arma finisce in una delle zone più calde del pianeta, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale al quale sono destinate armi per un valore complessivo di 442,8 milioni di euro.

Per non parlare della Nigeria che riceve armi per 74,4 milioni di euro o del microscopico Oman che si vede autorizzate importazioni di armi dall’Italia per oltre 78,6 milioni di euro. “Forte rallentamento” – dice il Rapporto – della domanda dai Paesi Asiatici (Estremo Oriente), che però ricevono consegne ingenti: l’India per 66,3 milioni di euro, la Malesia 51,4 milioni, il Pakistan 39,7 milioni, Singapore 29,1 milioni di euro. Insomma ce n’è per tutti anche per Perù (26,8 milioni), Venezuela (16,1 milioni) e Libia (14,9 milioni).

E le banche? San Paolo-Imi si conferma per il secondo anno consecutivo la “reginetta” delle “banche armate” tanto che nell’ultimo anno quasi triplica il volume d’affari nel settore passando dai 164 milioni del 2005 agli oltre 446 milioni di euro del 2006. Nonostante la policy della banca vieterebbe l’appoggio a transazioni verso Paesi extra Ue-Nato, l’istituto di credito torinese convoglia a sé quasi il 30% (29,9%) di tutte le operazioni di incassi e pagamenti relative all’export di armi.

Segue BNP-Paribas che con 290,5 milioni di euro è la prima banca estera operante in Italia attiva nel settore. Segue Unicredit, che dopo aver dichiarato nel 2001 di voler cessare questo tipo di operazioni da due anni ricompare con quote rilevanti nella lista (86,7 milioni di euro nel 2006). E poi la BNL (Banca nazionale del lavoro) che addirittura accresce del 33% il proprio volume d’affari rispetto al 2006 portandolo ad oltre 80,3 milioni di euro. In diminuzione le operazioni della Deutsche Bank (78,3 milioni di euro), mentre ritorna alla grande una vecchia conoscenza delle “banche armate”: il Banco di Brescia che riceve incassi per oltre 70 milioni di euro. In crescita anche Commerz Bank (74,3 milioni di euro) che va acquistando quote sempre più rilevanti in questo settore.

La Banca popolare italiana passa da 14 a 60 milioni e guida il gruppo di tutte le banche al di sotto dei 60 milioni di euro. Preoccupante, in questa fascia, la ripresa delle operazioni di Banca Intesa che con i 163mila euro del 2005 sembrava onorare la policy di “non partecipazione” al settore: nel 2006 realizza invece incassi per 46 milioni e l’Istituto capitanato da Bazoli dovrà ora affrontare la sfida della fusione con SanPaolo-Imi, prima “banca armata” d’Italia.

Da segnalare anche la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro -50% dallo scorso anno), al centro di una grossa discussione insieme a Banca Etica di cui è socia fondatrice e per la quale opera anche all’interno di Etica Sgr e della gestione fondi.

Infine, una nota lieta, forse l’unica del Rapporto 2006: la drastica discesa da 133 a 36 milioni di euro delle autorizzazioni riferite a Banca di Roma: un segno – vogliamo augurarcelo- che la partecipazione ai convegni organizzati dalla Campagna ‘banche armate’ ha un effetto positivo sui vertici delle banche.

Giorgio Beretta
(Unimondo – Campagna di pressione alle “banche armate”)

*Nota:
La Tabella “M” del Volume I (Rapporto della Presidenza del Consiglio) riportava nella sua versione iniziale un grafico delle “Autorizzazioni all’esportazione definitiva” nel quale i valori degli anni 1997-2000 erano stati calcolati “deflazionandoli” più volte col risultato di rendere il grafico sempre più sbagliato. Da quel grafico appariva che le autorizzazioni definitive rilasciate dal Governo nel 2006 erano dello stesso ordine di grandezza del 1999: niente di più errato sia considerando i valori correnti che i valori aggiornati all’indice Istat (c.e.) che il grafico avrebbe inteso riportare. Abbiamo ritenuto pertanto utile segnalare al Ministero l’errore (e il grafico della Tabella M ora è stato corretto) e fornire fin da subito ai nostri lettori il grafico esatto coi valori correnti (non deflazionati) tutti riportati in euro comprensivi delle autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Difesa oltre che dal Ministero degli Esteri che, insieme, offrono il quadro globale delle autorizzazioni rilasciate nei diversi anni.

Le due tabelle del Ministero (quella errata e quella corretta su nostra segnalazione) sono scaricabili a questo link

Altri articoli di approfondimento sul sito: http://www.banchearmate.it/

Imperialismo militare e Wikileaks

CHE UNA FORMA DI RICOLONIZZAZIONE MONDIALE SIA IN ATTO E’ INNEGABILE, l’Imperialismo militare è il veicolo per eccellenza di interessi economici. Se dal secondo conflitto mondiale gli States non vincono più una guerra è perchè la vittoria non è l’obiettivo: nulla è conveniente quanto una ricostruzione permanente, con accesso diretto a luoghi strategici e di rifornimento risorse. Wikileaks spaventa perchè mette definitivamente a nudo questa realtà: di seguito uno dei risultati più eclatanti e, in fondo, parte della documentazione che riguarda uno dei facilitatori di questa politica: il nostro presidente del consiglio. QUESTO NON DEVE SCARICARE LE NOSTRE COSCIENZE che ci sia o meno un impegno che leghi noi e la Germania fino a remissione del debito per la liberazione dalla II GM (una probabile bufala che giustificherebbe tuttavia il nostro tradizionale assetto a 90° verso l’aquila a stelle e strisce) e che ci sia o meno questa “fedeltà” attestata da fonti diplomatiche, noi Cittadini non ne siamo meno responsabili!

Si fa un gran parlare (26/07/2010) del rapporto del Pentagono da cui risulterebbe che l’operazione in Afghanistan è da considerarsi un fallimento e che i vertici di Al Quaeda risiederebbero tranquillamente in Pakistan, il cui governo, a sua volta, finanzierebbe i Talebani.  Questa fuga di notizie da un report riservato è quantomeno sospetta, pensando alla  rottura tra Obama e i quadri militari, dopo la sfida e successivo defenastramento di Stan McChrystal. 

Ma è saltato fuori dell’altro:

Friday, July 23, 2010  

Even a small nuclear conflict could seriously undermine U.S. military capabilities by harming communication systems on which the armed forces increasingly depend to carry out operations, a Defense Department panel warned in a June report (see GSN, June 22, 2009).[http://www.acq.osd.mil/dsb/reports/NWE-National-Enterprise.pdf] “Actions — both by others and of our own doing — are combining to create potentially tragic consequences on military operations involving the effects of nuclear weapons on the survivability of critical (military) systems,” Wired magazine yesterday quoted the report as saying. Nuclear-related dangers have received less attention from U.S. military brass following the collapse of the Soviet Union, asserts the report, prepared by a Joint Defense Science Board/Threat Reduction Advisory Committee Task Force. “Many of the post-Cold War generation of decision-makers simply do not have this issue on their ‘radar scope,’ while others pay little or no attention to it because they fail to see is as a legitimate concern,” the document states. Expertise on nuclear threats in the U.S. armed forces has undergone an “alarming atrophy,” the report’s authors warned. Contributors to the military’s growing vulnerability in this sphere include the belief that a nuclear strike is relatively unlikely to occur, along with the expense and difficulty of shielding systems against radiation and preparing soldiers to operate in the aftermath of a nuclear incident. Although the United States might no longer face “massive arsenal-exchange scenarios like those of the Cold War,” even a lower-level nuclear exchange remains a serious threat to military communication capabilities, the report states. In the 1960s, the durability of electronics was of greater concern to manufacturers because government agencies participated in 92 percent of semiconductor deals, according to the document. Today, though, only 5 percent of semiconductor contracts involve government buyers, it states. “Thus, instead of leading semiconductor technology development as they did in the early days of semiconductor products, the U.S. military systems now adapt what they can from leading-edge chips that target mainstream commercial applications,” the report says. The panel urged the military to reincorporate nuclear survivability into exercises; undertake relevant preparation of military personnel and future specialists; assess vulnerability of current equipment; and bolster its ability to conduct simulations and tests. To date, though, the Pentagon has done little to follow up on similar recommendations in an internal report from 2005, according to Wired (Olivia Koski, Wired, July 22).

Dei danni collaterali della guerra

http://boingboing.net/2010/04/05/wikileaks-video-of-u.html

Attraverso questo link si assiste ad una pagina cui va applicata la massima attenzione. Coloro che possano anche larvatamente pensare che sia questo il modo di importare democrazia in Irak, cosiccome in qualsiasi altro luogo al mondo, dovrebbero considerare attentamente foto, sequenze e video di questi “omicidi intelligenti”… degni di <<Syriana>>, ascoltando attentamente le parole.

Iraq: Wikileaks video of US military killing journalists

Xeni Jardin at 1:15 PM Monday, Apr 5, 2010

Update: A senior U.S. official is confirming authenticity of this video. See this subsequent Boing Boing post for additional background materials related to the attack.

Wikileaks claims to have obtained and decrypted video that shows US occupying forces in an Apache helicopter intentionally firing on a dozen civilians in Baghdad, including journalists working for the Reuters news organization: 22-year-old Reuters photographer, Namir Noor-Eldeen, and his driver, Saeed Chmagh, 40.
The video is accompanied by audio of the pilots’ radio dialogue. No Pentagon response yet. Reuters has been attempting to obtain the video under Freedom of Information Act requests since the incident occurred in July, 2007, but the Pentagon blocked all requests. Reuters news editor-in-chief David Schlesinger says the video is “graphic evidence of the dangers involved in war journalism and the tragedies that can result”. Wikileaks director Julian Assange said Wikileaks had to break military encryption on the file to view it, and will not reveal how or from whom the file was obtained. The transcript (and audio) seem to show the air crew lying about encountering a firefight. When they finish shooting, they laugh at the dead.

Transcript, and related information at Wikileaks site Collateralmurder.com.
Video, and an interview with Wikileaks director Julien Assange, embedded after the jump. A footnote: CNN’s homepage right now, vs. Al Jazeera’s.
Related coverage: Al Jazeera, BBC. UK Guardian, New York Times.

Sharing secrets hurts… Extraordinary renditions

http://www.alphabetics.info/international/?cat=135

Tuesday, February 16th, 2010

Britain’s government on Wednesday disclosed once-secret information on the treatment of a former Guantanamo Bay detainee who says he was tortured in U.S. custody, losing a long court battle to keep the material classified.  Judges rejected the government’s claim that revealing the information would damage U.S.-British intelligence cooperation.

The information disclosed is a seven-paragraph summary of U.S. intelligence information given to British spies about former detainee Binyam Mohamed’s treatment during interrogations by the Americans in May 2002.  The paragraphs say Mohamed was subjected to “cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities,” including sleep deprivation, shackling and threats resulting in mental stress and suffering.  They conclude that the paragraphs given to the MI5 intelligence service, “made clear to anyone reading them that BM (Mohamed) was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.”

British authorities have repeatedly denied complicity in torture.  “The wider point here is that we stand firmly against torture and cruel, inhuman and degrading treatment. We don’t condone, collude in or solicit it,” Prime Minister Gordon Brown’s spokesman Simon Lewis told reporters following the decision.  Ethiopia-born Mohamed was arrested in Pakistan in 2002 and says he was tortured there and in Morocco before being flown to Guantanamo Bay. He was released without charge last year.

The Wednesday decision upholds an earlier High Court ruling ordering officials to make public the secret seven-paragraph summary of U.S. intelligence files. The Foreign Office appealed that ruling, but said Wednesday it would abide by the ruling and posted the paragraphs on its Web site.  Foreign Secretary David Miliband restated the government’s backing for the principle that “if a country shares intelligence with another, that country must agree before its intelligence is released.” The government had argued that releasing the information would make the U.S. reluctant to share intelligence in the future.

Miliband said he had spoken to U.S. Secretary of State Hillary Clinton about the judgment on Tuesday and they had “reaffirmed the importance of the U.S./U.K. intelligence relationship.”   The seven paragraphs, which come from an earlier court ruling, are a judge’s summary of a U.S. account of Mohamed’s treatment given to British intelligence before he was interviewed by a British MI5 agent in May 2002.  Mohamed’s lawyers had long claimed the secret paragraphs prove he was mistreated and that the U.S. and British governments were complicit in his abuse. They have been fighting for access to the documents, along with The Associated Press and other news organizations.

Shami Chakrabarti, director of the rights group Liberty, said a “full and broad” public inquiry into British complicity in torture is needed in light of the information contained in the newly released paragraphs.  “It shows the British authorities knew far more than they let on about Binyam Mohamed and how he was tortured in U.S. custody,” she said. “It is clear from these seven paragraphs that our authorities knew very well what was happening to Mr. Mohamed. Our hands are very dirty indeed.”She said it is now evident that British authorities were complicit in the use of torture and benefited from it.

The case began in 2008 when Mohamed was facing a military trial at Guantanamo. His lawyers sued the British government for intelligence documents they said could prove that evidence against him had been gathered under torture.

Mohamed, 31, moved to Britain as a teenager. He was arrested as a terrorist suspect in 2002 in Karachi by Pakistani forces and later transferred to Morocco, Afghanistan and in 2004 to Guantanamo Bay.  He says he was tortured in Pakistan, and that interrogators in Morocco beat him, deprived him of sleep and sliced his genitals with a scalpel.  It isn’t clear which country the interrogators were from, but Mohamed has alleged the questions put to him could only have come from British intelligence agents.MI5 has said it did not know Mohamed was being tortured, or held in Morocco.

Mohamed was charged by the U.S. with plotting with al-Qaida to bomb American apartment buildings, but the charges were later dropped and in February 2009 he was sent back to Britain. That chain of events led to the lawsuit becoming a larger battle for access to information involving the AP, Guardian News and Media, the BBC, The New York Times, The Washington Post and other media organizations.

Mohamed is among seven former Guantanamo detainees suing the British government, accusing the security services of “aiding and abetting” their extraordinary rendition, unlawful imprisonment and torture.

Government officials insist Britain does not condone or participate in torture, but officials have avoided answering specific allegations that Britain participated indirectly by obtaining intelligence from suspects who had been tortured overseas, or sending agents to visit suspects who suffered mistreatment in foreign facilities.

JILL LAWLESS, Britain discloses secret data on terror prisoner, Associated Press, Feb. 10, 2010

The seven paragraphs

The following is quoted from the first judgment of the Divisional Court in the Binyam Mohamed case on 21 August 2008. We have alerted the Court to a typographic error available online UK Foreign Office

“The following seven paragraphs have been redacted

[It was reported that a new series of interviews was conducted by the United States authorities prior to 17 May 2001 as part of a new strategy designed by an expert interviewer.

v)  It was reported that at some stage during that further interview process by the United States authorities, BM had been intentionally subjected to continuous sleep deprivation.  The effects of the sleep deprivation were carefully observed. 

vi) It was reported that combined with the sleep deprivation, threats and inducements were made to him.  His fears of being removed from United States custody and “disappearing” were played upon.

vii) It was reported that the stress brought about by these deliberate tactics was increased by him being shackled in his interviews 

viii) It was clear not only from the reports of the content of the interviews but also from the report that he was being kept under self-harm observation, that the inter views were having a marked effect upon him and causing him significant mental stress and suffering.

ix) We regret to have to conclude that the reports provide to the SyS made clear to anyone reading them that BM was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.

x) The treatment reported, if had been administered on behalf of the United Kingdom, would clearly have been in breach of the undertakings given by the United Kingdom in 1972.  Although it is not necessary for us to categorise the treatment reported, it could readily be contended to be at the very least cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities]“

Viewing cable 09ROME649, SCENESETTER FOR ITALIAN PM BERLUSCONI JUNE 15 

US founding father James Madison famously said: “Knowledge will forever govern ignorance; and a people who mean to be their own governors must arm themselves with the power which knowledge gives.” così, ispirato da questa massima Wikileaks ha diffuso conoscenza… anche di questo

Il paese utile dal premier utile
da Wikileaks (Scaricato nella prima settimana del Dicembre 2010)

ROME 00000649 001.6 OF 004

Classified By: Elizabeth L. Dibble, Charge d’Affaires, for reasons 1.4 (b) and (d).

Summary

1 (C/NF) Mr. President, your meeting with Italian PM Silvio Berlusconi comes at a time when his closest advisors fear Italy is losing the credibility and influence that it enjoyed in Washington under the previous U.S. administration. In fact, while Italy has been a stalwart partner and participant in nearly every U.S.-led security operation around the world since the end of the Cold War, domestic political foibles and economic malaise are diluting its international influence. Italy continues to support our efforts in Afghanistan, Lebanon, Iraq, and the Balkans, but its diplomatic, economic and military institutions, which the Berlusconi government and its predecessors have starved for resources, are sorely stretched. Berlusconi and his government have tried to compensate for Italy’s failure to invest in its instruments of national power by presenting Italy as a mediator and interlocutor with difficult actors on major international issues. This self-appointed role has sometimes complicated international efforts. On Iran, for example, Italy’s role under the previous government gave Tehran the impression that the international community was divided. More recently, GOI actions have provided a European platform for Russia’s efforts to challenge NATO security interests in Europe. Berlusconi will certainly present himself as the best hope for moderating Russian behavior and will seek a signal from you that he has a mandate to speak on the West’s behalf. He will also seek to use Italy’s G8 presidency to address issues far beyond the scope and effectiveness of the organization. We should discourage both instincts. Italy has an important voice in the Euro-Atlantic community, but its efforts have proven constructive only when undertaken in coordination with the U.S. and other key allies.

Berlusconi the Politician

2. (C/NF) Our relationship with Berlusconi is complex. He is vocally pro-American and has helped address our interests on many levels in a manner and to a degree that the previous government was unwilling or unable to do, since his return to power last spring as well as in his previous turns in government. In his first 90 days in office, he approved a controversial U.S. base expansion that had been halted by bureaucratic inaction and anti-American political opposition; eliminated caveats on Italian troops in Afghanistan; and allowed us to base two of three AFRICOM component commands in Italy. At the same time, he has criticized Missile Defense, NATO enlargement and support for Kosovo’s independence as American provocations of Russia. He claimed Russian PM Putin’s military push into Georgia in August 2008 was necessary to end the bloodshed of innocents caused by Georgian President Saakashvili. He displays an overweening self-confidence born of stable and strong political popularity that has made him deaf to dissenting opinion. The strict control he exercises over his government and party inhibits his staff from giving him unpleasant messages. His unorthodox governing style, coupled with his frequent verbal gaffes and high-profile scandals (including public bickering with his wife about his alleged philandering), have caused many, including some inside the U.S. government, to dismiss him as feckless, vain, and ineffective as a modern European leader.

3. (C/NF) His shortcomings notwithstanding, marginalizing Berlusconi would limit important cooperation with a key ally.  Berlusconi is one of Europe’s most enduring politicians whose popularity in Italy will guarantee that he will influence Italian politics for many years still to come. He has arrested the trend of weak, short-lived Italian governments that has plagued this country since the end of the Second World War. When successfully engaged, he has shown the willingness to adopt policies, however unpopular, in line with ours — including support for an expanded NATO role in Afghanistan and Turkey’s membership in the EU. When ignored, he seeks to carve out a visible, international, and frequently unhelpful role for himself. Dealing with Berlusconi, therefore, requires a careful balance of close coordination with him and his key advisors while avoiding giving the impression that he can speak on our behalf with many of the world’s difficult actors. 

4. (C/NF) Italy held elections for the European Parliament on June 6 and 7, which reaffirmed Berlusconi’s People of Liberty (PDL) party as Italy’s largest party, reaching 35 percent, well ahead of the main opposition Democratic Party’s 26 percent. While Berlusconi does not have a competitive rival in the center left, his party missed the 40 percent mark that it was aiming for, and witnessed the growth of xenophobic coalition ally Northern League (LN). PDL is a personality-driven party, whose members tell us that the ideology is little more than €œBerlusconismo.€ The missed target of 40 percent can be attributed to an over-ambitious Berlusconi, as well as the turnout-depressing effects of weeks of personal attacks by the center left in the runup to the election that included allegations of fiscal and sexual impropriety. An enduring result of the election will be the heightened competition between PDL and LN, who now dominate Italian politics. LN’s tough stands on security and against immigration have won broad approval, even as Berlusconi has tried to stem the flow of PDL voters to LN by descending to the anti-immigrant rhetoric usually favored by the Northern League. Additionally, after this mild electoral setback, we can expect Berlusconi to use his White House meeting and his hosting of the G8 to underscore to Italians the important figure he cuts on the world stage.

5. (C) Prudent (some would say stodgy) banking practices allowed Italy to avoid the global financial sector meltdown. Italy’s banks simply did not engage in sub-prime lending, and they did not buy the toxic assets that caused so much trouble in the U.S. and elsewhere. But Italy has not been able to avoid the pain of the worldwide recession that has followed the financial crisis. Italy’s economic growth rate — which was relatively low even before the crisis — has dropped precipitously owing to sharp contractions in its export markets and falling domestic demand. Unemployment is expected to exceed eight percent this year and to rise further in 2010. Government tax revenues are, not unexpectedly, off sharply. Italy’s already high level of government debt and the debt ceilings that come with EU membership significantly limit the government’s ability to provide fiscal stimulus for the economy.

G8

6. (C/NF) Berlusconi’s stewardship of his G8 Presidency has been marked by a proliferation of Ministerial and sub-ministerial meetings coupled with a last-minute change of summit venue from Sardinia to the earthquake-stricken city of L’Aquila that took even his Sherpa by surprise. He and his cabinet tend to regard Italy’s G8 year more as an opportunity to curry favor with G8 outsiders such as Egypt, Spain, and Libya than as a tool to address the world’s problems. However, his desire to prevent the G8 from taking a back seat to the G20 on his watch has driven an ambitious agenda that may make useful contributions on climate change, Africa, development, and food security. He will be eager to work with you to build a legacy of G8 deliverables that will bear the Italian label. The Major Economies Forum meeting during the G8 summit, which will include the leaders of 17-plus countries that emit over 80 percent of global emissions, will be an important chance to mobilize high-level consensus in the run-up to the December UN climate change talks in Copenhagen.

Guantanamo Detainees

7. (C/NF) Berlusconi welcomed your decision to close Guantanamo, and has publicly and repeatedly underscored Italy’s desire to support the move by taking detainees. FM Frattini recently outlined for AG Holder the efforts Italian officials have been making within the EU to negotiate a common EU framework that will open the door to individual country agreements with the U.S. While the junior partner in Berlusconi’s coalition opposes taking any detainees, Berlusconi has made it clear that he views this as a moral commitment to support the U.S.

Russia

8. (C/NF) Dependence on Russian energy, lucrative and frequently nontransparent business dealings between Italy and Russia, and a close, personal relationship between Berlusconi and Putin have distorted the PM’s view to the point that he believes much of the friction between the West and Russia has been caused by the U.S. and NATO. Berlusconi believes he, acting as a mediator, can restore a spirit of dialogue and cooperation between Europe, the U.S. and Russia, but largely on Russia’s terms, through indefinitely postponing NATO’s outreach to Ukraine and Georgia, diluting the EU’s efforts to promote democracy in Belarus, and undermining OSCE’s important role in promoting human and democratic values across the whole of Europe. Berlusconi has publicly proposed to mediate your relationship with Russian President Medvedev and is hoping you will give him a signal, however small, that he has your blessing to do so. Instead, you can let him know that we believe that issues of security that affect the transatlantic community should be addressed by the Alliance at large, and that the U.S. is not prepared to sacrifice values in exchange for short-term stability predicated on Russian promises of good behavior. And we will react — and expect others who share these values to do so as well — when Russia crosses a red-line, for instance in threatening the sovereignty of neighboring states.

Energy

9. (C/NF) Berlusconi’s close personal ties with Putin and the very strong corporate ties between Italian energy parastatal ENI and Russia’s Gazprom often put Italy squarely at odds with USG efforts to reduce Europe’s dependence on Russian energy. For example, the Italian government is deeply ambivalent about energy projects that would help Europe diversify its energy imports, while at the same time it is supportive of other projects that would increase Europe’s Russian energy dependency. ENI, 30-percent owned by the Italian Government, often dictates GOI energy policy and uses its influence, through the GOI, to block EU energy market liberalization plans. Italy is taking some steps, however, in the right direction, by supporting energy projects that will diversify its own energy sources. It would be helpful if you could raise with Berlusconi long-standing USG concerns about European energy security, emphasizing that increasing the flow of Russian gas around Ukraine is not the same as a policy seeking a true diversity of energy sources, routes and technologies.

 10. (C) The Berlusconi Government is pursuing plans to bring back nuclear power to Italy. U.S.-based companies Westinghouse and GE face stiff competition from foreign rivals, particularly France, whose governments are heavily lobbying the GOI. A word to Berlusconi that the U.S. expects this to be a fair and transparent competition is critical if U.S. firms are to have a fair chance to bid for Italian nuclear energy projects

Iran

11. (C/NF) With Italy frustrated by its exclusion from the P5-plus-1 negotiating circle, Berlusconi will highlight Italy’s would-be role as an interlocutor between the West, Israel and Iran, claiming excellent relations with all parties involved. He may also push for the U.S. to drop the P5 1 framework altogether. Italian officials were thrilled by your commitment to embark upon direct diplomatic engagement with Iran, but cannot resist the impulse to try to be €œpresent at the creation.€ FM Frattini has worked strenuously to lock in high-level Iranian attendance at the June 26-27 Afghanistan-Pakistan Outreach meeting, hoping thereby to play host to the first U.S.-Iranian ministerial encounter in decades. 

Libya

12. (C/NF) Berlusconi has continued Italy’s policy of developing an expanded relationship with Libya, largely in order to stem the tide of irregular migration from Libyan shores, but also to gain advantageous access to Libya’s oil reserves for Italian firms, mainly ENI. As follow-up to the 2008 Libya-Italy Friendship Treaty — which committed Libya to sterner measures to deter irregular migrants from entering Italy from its shores, but also offered 5 billion USD in development assistance — Libyan leader Qadhafi will pay an historic first official visit to Rome June 10-12, just before Berlusconi’s Washington visit. As the current African Union President, Qadhafi will be at the G8 Summit in L’Aquila and we anticipate Berlusconi may lobby you to meet with the Libyan leader during your visit.

A Partner in Security

13. (C/NF) Berlusconi has maintained a significant military commitment in Afghanistan (2,600 troops, mostly in Italy’s Regional-Command West), but has dropped from fourth- to sixth-largest ISAF contributor as other countries like France and Canada have augmented their troop levels. At Stasbourg-Kehl, his government pledged modest increases to cover election security which, if made permanent, would put Italy back in the top tier of ISAF contributors. He has also  supported the creation of the NATO Training Mission in Afghanistan, doubling the number of Carabinieri police trainers to over 100. Italy has been an anemic contributor to international aid efforts in Afghanistan and Pakistan and has cut overall foreign assistance by more than 60 percent in this year’s budget. However, Berlusconi knows this is a priority area for the U.S. and will likely respond positively if you press him to do more in the region.

14. (C) Our shared security interests with Italy go beyond Afghanistan. U.S. facilities in Italy provide unmatched freedom of action and are critical to our ability to project stability into the Mediterranean, Middle East and North Africa. We have 15,000 U.S. military on six Italian bases and these installations host some of our most advanced capabilities deployed outside the U.S. Our bases and activities out of Italy are not uniformly popular, but PM Berlusconi, in this government as in his last, has made preserving this security relationship a priority, and the GOI has invariably come through on our top requests, despite domestic political risks. The GOI has approved the expansion of our base at Vicenza to consolidate the 173rd Airborne Brigade, the deployment of the USAF Global Hawk UAV in Sicily, and the establishment of AFRICOM Army and Navy Component Commands on Italian soil. Italy’s leadership in other overseas missions helps us concentrate our forces on our top priorities. In addition to its troops in Afghanistan, Italy currently has 2,300 in the Balkans, 2,400 in Lebanon, and is the leading contributor to the NATO Training Mission in Iraq.

Conclusion

15. (C/NF) The robust U.S.-Italian relationship provides us with major national security benefits in our military missions overseas, our own power projection, and on a broad law enforcement agenda, but the Prime Minister is an erratic steward. It might be tempting to dismiss Berlusconi as a frivolous interlocutor, with his personal foibles, public gaffes and sometimes unpredictable policy judgment, but we believe this would be a mistake. Despite his faults, Berlusconi has been the touchstone of Italian politics for the last 15 years, and every indication is that he will be around for years to come. When we are able to successfully engage him in pursuit of our common objectives, he has proved an ally and friend to the United States. He respects and admires the U.S., and is eager to build a strong and successful relationship with you. DIBBLE