Brevissima storia della mia petizione alla cittadinanza

Berlusconi non può presiedere alcuna Convenzione per le riforme del Paese

Alla fine ne ho scritta una io, il 4 maggio: una petizione per superare il blocco fazioso in cui è intrappolato il Paese e togliere ogni potere di ricatto a Berlusconi. Impedendo – al possibile, con ampio supporto (che, ne ero convinta, avrebbe tolto d’imbarazzo molti sostenitori della sua fazione) – che questi presieda Convenzioni per le riforme costituzionali e della giustizia, oltre che, naturalmente, della comunicazione in cui intende imporsi: forse, i membri del suo partito, quale che sia il vincolo che li lega a costui, troveranno nella pressione popolare il coraggio di ostacolarlo nel deliberato intento di distruggere completamente le già precarie istituzioni che possediamo. La cultura del malaffare – di cui non ha certo Berlusconi il monopolio – in seguito ad una sistematica violazione dei sistemi d’appalto, avallata nei diversi organismi di Governo e controllo (dalle forniture logistiche alla PA alla realizzazione di opere di utilità nazionale, con la scusa dell’emergenza), è ora data per scontata nelle istituzioni. Bisogna scardinare un sistema.

Non è una questione di appartenenza politica: è questione di interesse trasversale, legato al buon senso e che si richiama a temi che ancora debbono essere circoscritti dalle nostre Commissioni Parlamentari quali: il conflitto di interessi e i criteri di deontologia politica, che sono stati traditi uno ad uno nell’immaginario collettivo e, nondimeno, resistono in una percezione che li vede essenziali per un vero rinnovamento della politica italiana, così come richiesto dalla Cittadinanza. Anche l’assenteismo nell’esercizio del diritto di voto è una manifestazione di tale richiesta. Il passato istituzionale di Silvio Berlusconi ha contribuito ampiamente alla richiesta di tale profonda trasformazione e lo rende inadatto a ricoprire qualsiasi ruolo in convenzioni di riforma istituzionale di sorta, men che meno costituzionale o relative al comparto della giustizia.

FIRMATE E DIFFONDETE!

Il 6, poi, ho scritto ai 158 firmatari:

Carissimi firmatari della mia campagna su change.org per impedire a Berlusconi di presiedere Convenzioni per riforme di Costituzione, comunicazione e giustizia, Berlusconi “aveva scherzato”: ancora una volta ha ammesso di interagire con noi per “battute”. Purtroppo quest’ennesima offesa non lo cancellerà dalla nostra vita politica. Molti dei suoi sostenitori lo guarderanno ancora simpaticamente e …la coscienza politica italiana continuerà nella sua parabola discendente. Leggete quanto segue, raccolto e pubblicato dalla “sua” mediaset. http://www.tgcom24.mediaset.it/politica/articoli/1094145/berlusconi-convenzione-riforme-tempo-perso.shtml   La petizione è sospesa, tuttavia, vi esorto a non abbassare la guardia   Grazie per il vostro sostegno e per la vostra coscienza civica: deve esserci di conforto

Extraordinary renditions, again… assolti i pezzi grossi: ma Kassim?

Riporto una notizia come è apparsa su il Corriere della sera online e di seguito come è apparsa su Lettera 43 (accedendo direttamente alla pagina accedete anche ai link a notizie correlate che rendono possibile, a differenza della maggior parte delle testate nazionali finanziate dal Governo, di ricostruire il percorso storico della vicenda)

La decisione del Quirinale

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì  Abu Omar

Nel 2005 partecipò al sequestro dell’imam di Milano (questa la notizia ufficiale… ma non fu nel 2003? I soliti giornalai improvvisati, e poi date torto a Grillo!)
Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003; l’estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia. Continua a leggere

della Memoria, dei Negazionismi e dei Finanziamenti alla Pubblica Ricerca e Istruzione

in cui si rivelerà come non ci sia soluzione di continuità tra respiro, pensiero e professione pubblica…

Gira questo documento, da un po’:

«Olocausto: sembra impossibile!!!

‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…c’è chi, nonostante tutto pensa che l’OLOCAUSTO sia un mito.
E’ una questione di storia ricordare che, quando il Supremo Comandante delle Forze alleate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.), Generale Dwight D. Eisenhower, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi e persino seppellissero i morti. Il motivo, lui l’ha spiegato così: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo”.
A tal proposito ricordiamo che il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poichè “offendeva” la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso per il futuro dell’umanità! (vedi oltre).
Sono trascorsi più di 60 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto perdere la vita nei campi di concentramento a circa 17 milioni di persone tra ebrei, prigionieri di guerra sovietici, polacchi non ebrei, rom, sinti, disabili, omosessuali ecc…Tutti assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di fame e umiliati nel mentre il mondo tutto volgeva lo sguardo altrove.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene “L’Olocausto è un mito”, è fondamentale fare in modo che il mondo non dimentichi, MAI.»

Nel 2007, dopo aver sottoscritto con altri storici l’appello Flores, Traverso, Sullam (23.01.2007), contro la punizione penale del “reato di negazionismo”, mi ero impegnata nella redazione di un dossier sulle legislazioni anti-negazioniste, al fine di addivenire a/ e diffondere una maggiore coscientizzazione del fenomeno e – dal mio punto di vista – quale cultrice di una storia che registra numerosi “democidi” – della limitatezza del legame tra “giorno della memoria” e fenomeno della Shoah che, per quanto prossimo e devastante, è stato solo un dei tanti “episodi storici” che non ci esime dal riflettere sulla necessità di serbare memoria ed estendere ad altri contesti storici il senso di responsabilità rispetto ad altrettanto gravi congiunture psico-socio-politico-economiche, nell’aderire all’esortazione prescrittiva del “MAI PIU'”.
Su tale scorta, sono stata di recente intervistata dal Prof. Claudio Visentin (Univ. Lugano), curatore con Brigitte Schwarz della rubrica GERONIMO. STORIA E MEMORIA, su  RSI-Rete due, rete radiofonica della Svizzera italiana. Potete ascoltare il programma dedicato alla Giornata della Memoria (2011) su: http://podcast.rsi.ch/ReteDue/Geronimo/GERONIMOSTORIA-NEGAZIONISMO24.01.11.mp3 .
Pur apprezzando molto il bel prodotto curato dal collega, poichè avrei voluto dire molto di più, completo qui il mio pensiero, sperando di fare cosa utile per chiarire alcuni punti e per far meglio comprendere che cosa mi muova ancora a rimarcare fermamente come la dimensione della formazione educativa non debba essere stimolata dai rigori della legge, in particolare, nel nostro Paese in cui i rapporti con i somministratori di giustizia, poi, sono alquanto controversi e forse non del tutto per un’inclinazione a sfuggire le regole, ma piuttosto invocando una declinazione più sfaccettata del rapporto da giocarsi fra vari livelli di responsabilità, da incastonarsi mutuamente, piuttosto che in una relazione “a scarica-barile”.
Il problema, sia chiaro, non è eminentemente nazionale: le derive del dibattito culminano nello scandalo per il tentativo di imporre una legge che recuperi i benefici del colonialismo alla memoria francese attraverso i manuali scolastici (2005), piuttosto che nella summenzionata ipotesi (mito che continua dal 2007 e ringrazio Marco Cavallarin della sua segnalazione) di cancellazione dell’Olocausto dai libri scolastici inglesi, seriamente confutata dal The Holocaust Educational Trust – nell’intento di non offendere dottrine musulmane che lo rinnegherebbero (ma, credetemi, tale generalizzazione è tutta da verificare!). Questo fermento si origina a partire dal momento in cui la Comunità Internazionale, pur ameboide nella forma, ha convenuto dover sottoscrivere una “Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale” a New York, nel 1966.
Tale convenzione è stata ratificata dall’Italia con la Legge 654, 13.10.1975, che prevede sanzioni su chi esprima comportamenti razzisti; a tale ratifica è conseguito un inasprimento delle pene con il DDL (Mancino) 122, 26.04.1993, una depenalizzazione del reato d’opinione con la L.85, 24.02.2006, art.13, per giungere infine alla proposta di un DDL Mastella, 26.01.2007 in cui (a confutazione dell’ultimo), pur non vincolandosi espressamente al reato di negazione dell’Olocausto ebraico, si invocava una punizione penale aspra a chi propagandasse e diffondesse materiale contentente espressioni d’odio razziale e di discriminazione sessuale.
Perché avverso la risoluzione penale di un problema socio-culturale? Certo perchè diffido degli interpreti delle leggi, ma anche dei fini dei loro promotori. Mi spiego approfondendo il caso italiano: è innegabile che la diffusione di messaggi d’odio o storicamente scorretti e manipolati, fra le fasce meno protette dal filtro magico della conoscenza, sia in vertiginoso aumento a causa del comune accesso ad internet, che permette la trasmissione a macchia d’olio di messaggi di ogni ordine e sottordine morale senza controllo, a dispetto di emendamenti pure esistenti nei nostri ordinamenti e sovraordinamenti, ma cui l’Italia si rapporta in “relazione disgrafica”. Si pensi alla “Decisione-quadro europea su razzismo e xenofobia” (4, 2007) e al correlato precedente “Protocollo addizionale alla Convenzione europea sul cybercrime e sulla criminalizzazione di atti di natura razzista e xenofoba commessa a mezzo di sistemi informatici” (03, 2006) che ha raccolte solo, su 25 firmatari, 6 ratifiche: ebbene, l’Italia NON ha né firmato né ratificato il protocollo, preferendo produrre uno scandaloso “emendamento d’Alia” che, introdotto nel “pacchetto sicurezza-Maroni” (2010), dimostra ampiamente di ben aver compreso l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale la «libertà d’espressione», per quanto sacra, implica doveri e responsabilità ed è pertanto “contenibile” con restrizioni o sanzioni, ma è mosso dai fini sbagliati: ovvero dalla necessità di ammutolire il dissenso nei confronti del Governo invece di prendere meglio la mira contro forme di espressione antidemocratica e disgregatrice della comunità nazionale: vien fatto di chiedersi, se tale svista non sia destinata ad evitare di colpire soggetti-parte della compagine governativa che fanno sovente uso di tali espressioni e non solo nella propaganda di partito.
Ritengo allora che altre istituzioni, pur garantite nel loro sano esercizio dall’azione della magistratura (cha garantisca, ad esempio, il Preside che, prima, ammonisca e, quindi, sospenda l’insegnante sorpreso a manipolare le menti di giovani studenti con teoremi razzisti senza opportuno contrappunto di pari incisività) debbano farsi carico di tale missione, senza rendere i negazionisti paladini della libertà d’espressione; senza correre il rischio di avallare verità di Stato (ad esempio permettendo ai soli sopravvissuti alle foibe  – ammesso che ve ne siano – di descrivere il fenomeno nelle scuole), ma piuttosto “delegittimando” sul loro stesso terreno coloro che “delegittimano” verità storiche le quali si fondano sulla libera ricerca e il garantito (o che tale dovrebbe essere) libero accesso alle prove. Infatti ritengo che la copertura di prove e testimoni della compartecipazione diretta o indiretta a crimini contro l’umanità di elementi di spicco del passato nazionale, da parte di ambienti istituzionali, nel nome del segreto o dell’oblio di Stato, ci abbia portato a questo stato di cose (colonialismo italiano docet).
Pur avendo studiato a fondo la Shoah (tra prodromi e conseguenze), pur ammettendo l’incommensurabilità del maledetto fenomeno, temo inoltre si rischi di porne l’eccezionalità “al di fuori” della Storia, concorrendo a distogliere da altri fenomeni, ridotti (forse) nel numero delle vittime provocate, rispetto alla prima, così concorrendo a distogliere da responsabilità di silenzi e forme d’oblio, calati su numerosi altri crimini contro l’umanità. Il loro essersi consumati in periodi antecedenti la definizione della fattispecie giuridica, non ci rende meno responsabili rispetto al loro insegnamento circa la natura umana e le conseguenze di certi fenomeni disgregatori nei diversi contesti antropici e nel corso di determinate epoche: espansione, economia di tratta, colonialismo, imperialismo, nazionalismo ecc..

Un’unica soluzione è, a mio avviso, in grado di riprodurre quella coscienza civica che, senza sacrificare libertà d’opinione o d’altro genere, ma facendo leva su questa ed altre, permette di distinguere bene e male discernendo l’uno dall’altro e non rispetto alla convenienza al loro sostegno, ma alle prove di veridicità articolate tra argomentazione e persuasione: quella soluzione è la garanzia della sostenibilità alla libera ricerca accademica e al sistema scolastico pubblico, nella formazione di base. Non c’è altra via.

Lo scorso mese d’ottobre (2010), la vertenza Mastella si è riaperta quando il Presidente della Comunità ebraiche, Pacifici, ne ha reclamato la riproposizione a gran voce, a seguito delle scandalose lezioni ospitate e offerte da Claudio Moffa (ex-africanista, ora afferente al settore della storia delle Relazioni internazionali) al “Master Mattei”, dallo stesso organizzato in seno all’università di Teramo. Molto ci sarebbe da dire sulla decisione assunta nel settore scientifico disciplinare africanistico di promuovere Moffa all’ordinariato, basata (forse e, mi auguro, almeno) sulla quantità di pubblicazioni, ma non so quanto sulla qualità di quanto espresso e in merito alla didattica: Moffa, articolista del Resto del Siclo rivista negazionista on-line, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i negazionisti e le sue posizioni razziste, addirittura attaccando una collega di religione ebraica per aver espresso opinioni a suo avviso criticabili sulla manipolazione da parte dell’amministrazione coloniale della struttura della società rwandese, e in particolare dei tutsi, a causa dell’appartenenza della ricercatrice stessa ad una comunità religiosa “tollerata” prima e stigmatizzata, poi, in altri tempi dal potere. Ma questo signore, il 25 settembre 2010, ha svolto una lezione (peraltro scaricabile) sulle tesi di Faurisson (v. «Faurisson on the Holocaust. Revisionism on trial in France», 1979/83). Non sarebbe un “male” in sé, non ve n’è mai in Accademia qualora si garantisca un contrappunto scientifico, e non ci si dica che sia stato dato per scontato. A poco vale il tentativo di fare una “lezione riparatrice” affidandola ad una semiologa del calibro di Valentina Pisanty, senza che vi siano sistematici progetti di dibattito a fronte delle dottrine là insegnate, ad avallare (sempreché sia stato questo il caso) una decisione che speriamo cosciente, di aver approvato il progetto del “Master Mattei” su basi scientifiche di confronto fra teorie contrapposte e non su un canto stridulo e cigolante per voce sola.

__________________________________

Purtroppo la scienza è guidata in modo personalistico nel nostro Paese: ho lasciato la Sissco per le continue prevaricazioni nella comunicazione nella lista di discussione e per la sindrome carsica che soffrivano determinate argomentazioni scomode, in nulla differenziando quell’ambiente sedicente “libero” rispetto agli spesso soffocanti meandri delle comunicazioni gerarchiche in Ateneo e per alcune scorrettezze nei comportamenti che minano il corretto sviluppo di una universitas studiorum che, da sempre, mi fa cercare spazi di condivisione: non sono state così recepite alcune integrazioni che avevo inviate ai curatori rimasti aderenti alla società, pertanto, pur rimandando al suddetto dossier, che resta prezioso, integro la lista della legislazione anti-negazionista dei seguenti atti:

  • Liechtenstein, sect. 283 del Codie Penale
  • Slovacchia, Zbierka zàkanor ¢, 485/2001, Strana 5166
  • Polonia, 17 dicembre 1998, Dziennik Ustaw Rzeczypospolitey, n.162, p.6581

Il “Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile” (il match col giornalista e non solo: 16-22 dicembre)

Il Mattino, il 16 dicembre pubblica, a firma Massimo Martinelli, il seguente articolo – non dissimile da quello pubblicato su il Messaggero (tra pagg.1 e 3) : “Il dossier – Scontri, l’allarme dell’antiterrorismo. Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile”.

Da prima del 14 Dicembre 2010 (giorno dei “fatti” di Roma…) si è scatenata una campagna di demonizzazione del dissenso che, c’era da aspettarselo, è scesa pari pari nei faldoni del Viminale e, al solito, altresì, nelle penne di certi giornalisti, accorsi a nozze. Sappi, o viandante virtuale che incocci in questo mio blog, che hai a che fare con una “terrorista” della Rete 29 Aprile… così hanno fatto sapere a quest’anima bella che “si fa concava” agli ordini degli innescatori del terrore:

Massimo Martinelli Roma, così ha scritto su Il Mattino forse il 16/12/2010.

“Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”

La purezza dello spontaneismo e della protesta genuina adesso è roba preistorica. Quello che era scritto da mesi nei rapporti riservati del Viminale ha ricevuto un sigillo di autenticità nelle piazze di Roma. E probabilmente era superfluo. Eppure è servito a portare la realtà sotto gli occhi di tutti: gli studenti ”in movimento” non sono più i ragazzi dell’Onda anomala del 2008, romantici e sognatori. Adesso serrano i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo. E sembrano essere contro lo Stato. Esiste un rapporto ”riservato” che la descrive bene, questa galassia contestatrice che ha conquistato la scena martedì scorso. Dice senza mezzi termini che queste proteste di studenti e ricercatori contro il ddl Gelmini vedono uniti in un fronte compatto e monolitico le espressioni del mondo della scuola, gli esponenti del sindacalismo di base e dell’antagonismo no global. Un patto che è stato siglato il 29 aprile scorso a Milano, durante una riunione a cui hanno partecipato oltre trecento tra ricercatori e studenti provenienti da 35 atenei. Un’intesa che è stata appunto ribattezzata «Rete del 29 aprile». La conferma, per gli uomini dell’antiterrorismo, era arrivata quindici giorni fa, in occasione delle manifestazioni degli studenti del 30 novembre scorso. A Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine. E con loro, anche i duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti. Che una volta erano gli operai sfruttati del dopoguerra e oggi sono i giovani padri di famiglia umiliati dai tagli imposti dalla crisi economica. Dietro a loro ci vanno i ragazzi delle università, incoscienti e idealisti. Incapaci di capire che incendiare una camionetta della Celere è un po’ come buttare un fiammifero acceso addosso al benzinaio che ti sta facendo il pieno: rischi solo di ammazzare un poveraccio che per mille euro al mese fa un lavoro ingrato e onesto. Con qualche rischio di sopravvalutarla, questa gente, gli analisti vedono una ”cabina di regia” dietro la pianificazione di scontri e devastazioni. I centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento sono nel rapporto dell’antiterrorismo. C’è il Pedro di Padova; il Crash, il Teatro polivalente occupato, il Collettivo autonomo studentesco, il Collettivo Universitario autonomo e Aula C di Bologna; il Forte Prenestino e Acrobax di Roma, il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli: di qui proviene Fabio Federico, il 19enne arrestato. E ancora, ecco lo Spazio Liberato 400 colpi e il Collettivo di Scienze Politiche di Firenze; il collettivo Aut Aut, il Csoa Buridda e Zapata, il Terra di Nessuno e il Collettivo studenti medi Caos di Genova e infine, a Milano, la Bottiglieria occupata, la Rete degli studenti e l’Assemblea metropolitana permanente. Qualche ottimista immagina che vogliano emulare i no global europei, come gli studenti londinesi che hanno violato la sacralità della limousine della Regina, o i greci che si sono fatti sparare addosso dalla polizia; in realtà, più semplicemente, secondo gli investigatori dell’Ucigos sono lucidi manipolatori di persone. Che martedì scorso hanno saputo coinvolgere centinaia di giovani e meno giovani che non avevano mai tirato un sasso neanche a un cane. Basta leggere il bollettino in mano al procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti: tutti incensurati, nemmeno uno con precedenti per manifestazioni di piazza; nessuno che sapesse accendere una molotov, visto che non ne sono volate. Significa che hanno mandato avanti i più ingenui, i dilettanti. Come accadde a Genova, con i capi no global che la sera prima della grande manifestazione tennero allo stadio Tardini una seduta quasi mistica per motivare ragazzini di sedici anni al massimo. Stavolta, però, gli aspiranti burattinai che a Genova non transitarono neanche per la caienna di Bolzaneto, potrebbero finire a piazzale Clodio. Hanno diretto le mandrie a suon di sms, in un quadrilatero di viuzze e antichità servito da una sola cella per la telefonia mobile. E con le tecnologie di oggi, per l’antiterrorismo sarà un gioco da ragazzi avere nelle prossime ore le migliaia di sms sparati via etere dalle undici alle diciotto del 14 dicembre. Poi basterà leggerli, e annotare gli intestatari dei telefonini che indicano dove sfondare, come colpire, cosa incendiare. Ci vorrà del tempo, ma solo pochi giorni.

Ho quindi inviato a Il Mattino e a massimo.martinelli@ilmessaggero.it la seguente risposta con preghiera di stampa…

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Martinelli,

da storica conosco bene gli archivi dei Ministeri degli Interni e l’abilità di certi funzionari nel categorizzare gruppi scesi in piazza ad esprimere legittimo dissenso, quale falange compatta di sovversivi: si spera sempre che certi faldoni restino fonte storica per contrappunto dai quali i Giuseppe Aragno e gli altri valenti storici del presente e del futuro ricostruiscano per noi le vere aspirazioni delle resistenze, anche di quelle cosiddette “minute”, rispetto ad istituzioni indisponibili all’ascolto, quali ahinoi, è evidente, continuiamo ad annoverare.

Voglio raccontarLe di quel che ho visto io a Milano, il 25 novembre scorso: ragazzi senza caschi a mani nude assaliti dalle forze di polizia, coi manganelli alti, proiettati dietro le spalle per assestare meglio i colpi sulle teste di quegli studenti, colpendoli dall’alto, mentre scendevano le scale della metropolitana per raggiungere i ricercatori che avevano occupato il tetto della Facoltà di Fisica. Le abbondanti fotografie messe a disposizione dalla RCS lo dimostrano e, qualora non bastassero, io stessa sono disposta a testimoniarlo in qualsiasi tribunale: ma io e Lei sappiamo bene che questo non sarà mai. Quegli episodi e i continui assalti subiti da studenti e artisti del San Carlo a Napoli a partire da quello stesso giorno, sui quali né Lei né nessun altro ha speso un rigo, sono il frutto di una strategia di fomentazione all’escalation della violenza che parte da faldoni del Viminale, a Lei e a me preclusi, o da qualche presenza nei luoghi di comando – come il G8 di Genova ci ha ampiamente insegnato – e non si poteva chiudere che con gli episodi di Roma.    

La mattina del 14 dicembre, mentre raggiungevo i colleghi al Presidio di fronte al Rettorato della Statale, dall’autoradio, una Rete nazionale (103.3 Isoradio) in linea con la Questura di Roma, promanava  appelli da Stato d’Emergenza,: “girate col viso scoperto anche se fa freddo… e sempre con un documento in tasca… tenetevi lontani da capannelli di persone, sono possibili reazioni da parte delle forze dell’ordine laddove vi sia legittimo sospetto, alzate sempre le mani di modo da mostrare che non tenete nulla nascosto” e giù (sempre più giù) discorrendo. La demonizzazione del dissenso in atto, il tenore del suo articolo che rasenta il ridicolo e la presenza di adulti vestiti alla guisa dei giovani in quei ranghi, o di black bloc nelle fotografie di Roma, intorno ai quali misteriosamente si articola il baricentro della violenza, mi richiamano alla mente questa intervista di Andrea Cangini a Cossiga che Le rinfresco, e che risale a giovedì 23 ottobre 2008, INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei», ROMA
PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.
E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».(…)

Martinelli, persino Lei si sarà accorto che la politica, oggi, non ha davvero fantasia, e la contestuale ammissione da parte del questurino alla radio che da 6 mesi a questa parte vi siano state ben 555 manifestazioni pubbliche a Roma, se non ricordo male, dimostra come non solo questo Governo, ma buona parte del Parlamento non dico non rispecchi o non si faccia interprete, ma nemmeno percepisca il dissenso, tutti presi, come sono, dal mero intento di tenersi a galla e come contro di esso si scateni ciecamente l’esecutivo. Al fine di destabilizzare la pubblica opinione, di denigrare la parte che non è stata deliberatamente scelta dal potere quale interlocutore, addirittura viene messo a sua disposizione un fascicolo “riservato” e Lei e molti altri giornalisti conniventi vi prestate a questo gioco, salendo addirittura  sul carro dei violenti che, pistola alla mano, si oppongono ad ogni voce che richiami a responsabilità.

Le nostre sono verità profondamente sane e razionali, che non abbisognano di violenza per conquistare evidenza e il nostro dissenso si è coordinato a partire dal 29 Aprile, all’insegna della ricerca di un confronto aperto e approfondito con le istituzioni e con i politici in grado di recepire le nostre istanze, contro una legge che decreta l’inesorabile declino della pubblica formazione.
Si è costretti a salire sui tetti e ad urlare invocando quella responsabilità perché persone come Lei , potendo farlo, ci negano la parola preferendo imbrattare la carta, rendendo i lettori compartecipi d’una ridicola eccitazione nel farsi megafono di irresponsabili accuse oltre che del suono di quei manganelli impietosi che impattano sulle teste dei nostri studenti.

Cristiana Fiamingo

Ricercatore e Docente
Università Statale di Milano
Orgoglioso membro e coordinatore locale della Rete 29 Aprile

Questa risposta è stata pubblicata anche su http://aperinsubria.blogspot.com/2010/12/attacco-alla-rete-29-aprile.html

 Ora, per questioni di privacy posso solo parafrasare la risposta di questo signore:

From: mm
Sent: Sunday, December 19, 2010 9:06 PM
To: cf
Subject: R: Fw: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Iniziando con “Cara Cristiana”, M. si dice preoccupato che una persona che rischi di finire dietro una cattedra con qualche studente ad ascoltarla non colga la distanza siderale tra la politica della prevenzione di Maroni e quella posta in atto da Cossiga alcuni decenni fa.

D’altro canto si definisce onorato nel caso in cui io continuassi a leggerlo sul giornale.
Mi saluta cordialmente, si segna e appare questa comunicazione “ti ho risposto con il mio BlackBerry Vodafone!”

From: cf
Sent:
Monday, December 20, 2010 12:41 AM
To: mm
Subject: Re: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Signor Martinelli

la pochezza di un giornalista la si misura nell’incapacità di cogliere il momento di tacere e quello di mettersi in ascolto e poi, quantomeno, di fare una piccola indagine prima di sottovalutare in modo offensivo e sciocco i suoi interlocutori. Sono una docente i cui corsi son seguiti da centinaia di Studenti che, a differenza di lei, colgono assai bene quanto sia eticamente riprovevole che un giornalista – la cui missione è quella d’accertare e riprodurre le porzioni di verità che, quantomeno, dovrebbe ingegnarsi d’investigare e comprendere – si faccia compiacente “strumento preventivo” di un potere, ancorché costituito, al quale non dovrebbe essere asservito. Posso solo intuire a quale fine si faccia “cadere in mano” un dossier “riservato” a personaggi disponibili come lei a farsi velina di un ufficio del Ministero degli Interni, in un momento di tensione: quello di moltiplicarla. Lei usa un quotidiano per farsi portavoce di sospetti, minacce e condanne: stigmatizzando pubblicamente vari gruppi, quando – non a caso – quei dossier sono “riservati” anche per dare modo agli inquirenti di fare i dovuti accertamenti e non prendere granchi epocali. Hanno mandato avanti lei. Lei – che consiglia a me di spostare avanti le lancette dell’orologio e poi rispolvera l’UCIGOS, quando quest’ufficio dalla riforma del 1981 è stato trasformato nella Direzione centrale della polizia di prevenzione – lei, dicevo, ritiene di potersi sostituire alla DCPP: ma, prima di eccitarsi (esattamente come quando conduceva le trasmissioni sullo sport estremo, che avrebbe fatto meglio a non abbandonare) calunniando la Rete 29 Aprile, quale fautrice di un patto destabilizzatore che avrebbe aggregato la “galassia contestatrice” (tra l’altro, in absentia delle parti che chiama in causa) avrebbe dovuto quantomeno contattarne i membri e tentare di capire se fosse il caso di sbilanciarsi tanto. Perlomeno questo fa un giornalista, per evitare di cadere nel ridicolo o d’avere qualche noia legale, quando difetta di deontologia professionale.
Lei si preoccupi pure per i miei Studenti, io mi dolgo per i lettori de “Il Mattino”. Per fortuna, le rassegne stampa mi evitano incauti acquisti, ma mi permettono di leggere bene in che mani sia la pubblica opinione, di rattristarmi profondamente per essa e di combattere con tutte le mie forze perché tali metodi approssimativi stiano lontani dalla fucina di pensiero e accuratezza che ho scelto come ambito di lavoro.

 Cristiana Fiamingo

Il 22 Dicembre 2010, mentre mi avviavo al Presidio di Festa del Perdono, ho acquistato Il Mattino e ho trovata pubblicata (un po’ tagliuzzata, in verità, ma me l’aveva preannunciato il c.redattore), la mia lettera.

Quanto alla giornata del 22, la Rete ha issato un paio di striscioni sulla loggia interna di fronte al Rettorato in Festa del Perdono e ha poi seguito il Corteo studentesco, che, dopo una breve assemblea per stabilirne strategie e percorso (un po’ confusa, in verità) nella 211, si è snodato con l’intento di coprire circonvallazione interna ed esterna per raggiungere i “medi” (gli Studenti delle superiori) e gli immigrati a via Padova. Dico confusa, perchè da quel che ho visto ai cortei del 25, del 29 e del 30 Novembre, il coordinamento Digos è ben capace di spezzare cortei o di bloccare in cul-de-sac gruppi di persone, per quanto grandi e, nonostante lo abbia richiesto, nessuno ha ritenuto opportuno pensare a qualche strategia alternativa, tanto più non avendo voluto chiedere un percorso autorizzato. Al solito, si sono alternate scosse di esaltazione collettiva e voci di gran saggezza e coscienza con ampio seguito di applausi, il che fa confidare in quella tendenza all’equilibrio che consente alla sottoscritta – non certo barricadera, per quanto appassionata in ciò in cui crede – di incanalarsi in manifestazioni collettive guidate dagli Studenti.

http://www.youreporter.it/video_Milano_22_dicembre_2010_studenti_contro_la_riforma_1

Blocchi ce n’è stati e i colleghi della Rete dopo un po’ son tornati ai rispettivi Atenei. Eravamo comunque 300… giovani e forti -loro-, ma ci siam fatti incastrare, puntualmente, da subito. Buffo che ad un certo punto ci fossero più poliziotti che studenti e che mentre noi bloccavamo il traffico di una corsia in viale Romagna, affiancandoci, i poliziotti occupassero l’altra: una manifestazione parallela, insomma! Ad ogni tappa delle linee metropolitane e ad ogni passante ferroviario perdevamo qualcuno ed era buffo in via Padova (dove NON c’erano i “medi”) vedere gli immigrati proiettarsi fuori delle finestre a filmarci coi telefonini o a far sporgere i computer portatili da cui si vedevano le loro famiglie webcammate on-line, per permettere anche a loro di godersi lo spettacolo. Fino a che ho potuto seguire il corteo – poco dopo le 15,00, deviando sulla linea gialla, alla stazione metro di Duomo, dove siamo tutti scesi (poiché sapevo che si sarebbero congiunti ai “medi” in FdP, per cui la mia presenza non avrebbe fatto la differenza) non c’è stato nessun incidente. Poca strategia, essendo finiti presto i volantini che i ragazzi distribuivano alla gente, ma allegria comunque, poichè con tegamini, mestoli, lattine, zufoli e fischietti un po’ di buon ritmo si è sentito. Peccato per quel che ho letto (ma voglio sentirlo dalla loro viva voce) di pannelli divelti alla Statale quando vi hanno fatto ritorno.

Devo dire, che molto ho apprezzato questo video che evidenzia una maggiore creatività e chiarezza negli Studenti “medi” (si chiamano loro così) nel coltivare la propria fresca determinazione. http://www.youtube.com/watch?v=U6mb90KPMcU . Sebbene finora sia stata piuttosto fortunata, spero che Studenti così capitino fra le fila dei miei corsi.

L’Italia e le spese militari

Italia: record di 4,9 miliardi di export di armamenti, in “revisione” la legge 185/90 [03/2010]

Aprile 2010: un tabloid da metropolitana ci avverte di come le esportazioni di armi garantite dalle autorizzazioni del Governo, contribuiscano pesantemente a mantenere in equilibrio la nostra economia pur in tempo di crisi. Giorgio Beretta, uno dei maggiori esperti e più attenti denunciatori di tale capitolo già dal mese di marzo, dal sito http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-record-di-4-9-miliardi-di-export-di-armamenti-in-revisione-la-legge-185-90 ci avvertiva:

 Martedì, 30 Marzo 2010

Eurofighter Typhoon (EFA) in azione

L’industria militare italiana fa il botto. Ammontano infatti a 4,9 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal Governo nel 2009 alle aziende del settore con un incremento di ordinativi internazionali (il 61%) sconosciuto ad altri settori dell’industria nazionale. Ed hanno superato quota 2,2 miliardi di euro le effettive consegne di materiali militari. Un duplice record che annovera il BelPaese tra i big player in quello che il Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’esportazione di materiali militari pubblicato ieri definisce il “mercato globale” degli armamenti (pg. 25).

Un nuovo record ottenuto soprattutto grazie alla commessa da oltre 1,1 miliardi di euro da parte della Al-Quwwat al-Jawwiyya al-Sa’udiyya, la Reale Aeronautica Saudita per i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (EFA). Un colossale e torbido affaire reso possibile a seguito dello stop alle investigazioni richiesto e ottenuto dall’allora Primo Ministro britannico Tony Blair su tutta la faccenda collegata all’affare Al Yamamah (la Colomba) che ha visto coinvolta la BAE Systems. Un caso che è stato per anni – ed è tuttora – nel mirino della stampa britannica ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia. Utile spendere qualche parola per capire i retroscena della vicenda.

Nel dicembre del 2006 l’Arabia Saudita aveva infatti minacciato di sospendere i negoziati commerciali col governo britannico per l’acquisto di 72 nuovi caccia Eurofighter dal gruppo BAE Systems: il contratto da 10 miliardi di dollari era stato sospeso per l’irritazione dei sauditi nei confronti proprio dell’inchiesta avviata dal Serious Fraud Office (SFO), l’Ufficio anti-frodi britannico, sulle tangenti che sarebbero finite nei conti svizzeri della famiglia Reale saudita, all’interno di un ventennale contratto di scambio di “armi per petrolio” tra Ryad e la Gran Bretagna. L’indagine riguardava i fondi neri, pari a 114 milioni di dollari, usati dalla compagnia per corrompere dignitari dell’Arabia Saudita, pagando tra l’altro prostitute, Rolls-Royce e vacanze in California: l’intervento di Tony Blair – che aveva giustificato la sua presa di posizione adducendo motivi di “sicurezza nazionale” e “l’immenso danno agli interessi del paese” se l’indagine fosse proseguita – aveva messo fine all’inchiesta sulla BAE e – nonostante le proteste delle associazioni britanniche – aveva riaperto le trattative tra il consorzio Eurofighter e il governo saudita per l’acquisto dei 72 caccia Eurofighter (EFA – El Salaam).

Sgombrato il campo dall’inchiesta giudiziaria britannica (che però è stata ripresa dal Department of Justice degli Stati Uniti che lo scorso febbraio ha sanzionato la BAE per 400 milioni di dollari per “reati di corruzione“), l’Arabia Saudita ha riaperto le trattative per acquistare 72 caccia Eurofighter (EFA) dal gruppo di cui la BAE Systems è il prime contractor e che vede la partecipazione dell’italiana Alenia Aeronautica alla quale lo scorso anno, appunto, è stata autorizzata dal Ministero degli Esteri l’esportazione di componenti per l’EFA-SALAM all’Arabia Saudita per circa 1,1 miliardi di euro.

E che Nord Africa e Medio Oriente siano i principali clienti dell’industria militare italiana lo conferma lo stesso “Rapporto della Presidenza del Consiglio (Tabella 5 in .pdf): verso quest’area geopolitica sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di armamenti per oltre 1.9 miliardi di euro pari al 39,5% del totale. Tra i maggiori acquirenti spiccano oltre all’Arabia Saudita (1,1 miliardi di euro di commesse, pari al 16,3% del totale), il Qatar (317,2 milioni di euro) soprattutto per la fornitura di elicotteri EH 101 SAR dell’Agusta, gli Emirati Arabi Uniti (175,9 milioni), il Marocco (156,4 milioni) e la Libia (111,8 milioni) per citare solo i principali.

Nell’insieme primeggiano – e preoccupano – le autorizzazioni verso i Paesi del Sud del mondo che totalizzano più di 2,6 miliardi di euro (pari al 53,2%) mentre quelle verso Paesi della Nato-Ue si fermano a 2,3 miliardi di euro pari al 46,8% (si veda Tabella 1, in .pdf). Oltre alle già citate autorizzazioni verso il Medio Oriente, vanno segnalate quelle verso l’Asia (416,2 milioni pari all’8,5% del totale) tra cui emergono quelle verso l’India (242,8 milioni di euro) per l’acquisto da Fincantieri di una nave logistica classe “Etna”; l’America Centro-meridionale (100,3 milioni di euro pari al 2%) e l’Africa centro-meridionale (51 milioni di euro in gran parte per commesse dalla Nigeria).

Ma ancor più preoccupante è la sparizione dal Rapporto per il secondo anno consecutivo della Tabella delle autorizzazioni rilasciate alle banche per le operazioni d’appoggio all’esportazione di armamenti: dal Rapporto si apprende solo l’ammontare complessivo (4 miliardi di euro di cui circa 3,7 miliardi per operazioni di esportazione definitiva) ma – nonostante le proteste delle associazioninessuna menzione delle banche a cui sono stati autorizzate tali operazioni. La Tabella delle operazioni bancarie dovrebbe essere riportata dalla più ampia Relazione al Parlamento, ma non ci sono segnali che il Ministero guidato da Tremonti intenda ripristinare il dettagliato elenco delle singole autorizzazioni rilasciate alle banche (cioè l’elenco di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”) che dall’entrata in carica del Governo Berlusconi è stato “sostituto” con altri elenchi (per Aziende, per Paesi destinatari, per numero MAE) sottraendo alla società civile e alle campagne la possibilità di controllo sulle singole operazioni effettuate dalle banche.

Resta infine tutto da vedere come il Governo intenderà muoversi per quanto riguarda il cosiddetto “riordino” della normativa nazionale relativa al controllo dell’esportazione di armamenti e cioè della Legge 185/90. Il Rapporto della Presidenza del Consiglio afferma che il “processo di integrazione europeo nel campo della difesa e la progressiva razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea” avrebbe portato ad un “radicale cambiamento” dello scenario tanto che “il quadro normativo italiano è risultato sempre più inadeguato” (pg. 23). Proprio per questo – e per recepire nella legislazione nazionale le recenti Direttive e Posizioni Comuni europee – la Presidenza del Consiglio intende “operare per la finalizzazione del processo di revisione della normativa nazionale” (pg. 34), cioè ad “un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24).

Sarà da vedere, soprattutto, se e in che modo saranno coinvolte in questo processo le associazioni della società civile che – va ricordato – fin dagli anni Ottanta sono state promotrici di una legislazione rigorosa e trasparente sull’esportazione di armamenti (la Legge 185/90) che è stata alla base del Codice di Condotta dell’Unione Europea. Il Rapporto riafferma la volontà di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative” (pg. 36).

Le associazioni della Rete Italiana Disarmo hanno ripetutamente richiesto negli anni scorsi di essere informate con puntualità e precisione su tutta l’ampia materia non solo del controllo delle esportazioni di armamenti, ma anche sulle annunciate modifiche alla legislazione vigente. Ed intendono formalizzare questa richiesta alla Presidenza del Consiglio la quale già dallo scorso anno ha costituito presso l’Ufficio del Consigliere Militare (PCM/UCPMA) un apposito “Gruppo di lavoro” tra i cui compiti figura appunto quello di verificare “l’opportuna strada perseguibile per un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24). Una strada che, visto i casi giudiziari che stanno tuttora coinvolgendo le aziende militari britanniche, non può permettersi di abbassare il livello di controlli, di trasparenza pubblica e di informazione istituzionale soprattutto per quanto riguarda il settore bancario.

Giorgio Beretta

Italia: 15 miliardi di euro per nuovi aerei F35

 Martina Lacerenza dettaglia bene diverse omissioni da questa triste vicenda nel luglio 2010 il La Cronaca Vera

Mercoledì 14 Luglio 2010 11:32
Nel momento di profonda difficoltà economica che sta attraversando il nostro Paese, ci sembra doveroso dare spazio a una notizia che non ha avuto molta risonanza mediatica e di cui, infatti, la maggioranza degli italiani non è a conoscenza. L’8 aprile 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno entrambe approvato un progetto chiamato Jsf, cioè Joint Strike Fighter: un programma di riarmo internazionale lanciato dagli Stati Uniti e a cui hanno già aderito diversi Paesi, tra cui l’Italia. Il Governo italiano nel 2009 ha infatti approvato l’acquisto di 131 nuovi caccia bombardieri americani, chiamati F35, per un costo totale di quasi 15 miliardi di euro.
In sede di votazione non si è registrato alcun voto contrario, solo il Pd si è astenuto. Tuttavia la prima intesa per il progetto fu firmata al Pentagono nel 1998 con il governo D’Alema, la seconda nel 2002 con Berlusconi, la terza nel 2007 con Prodi e l’ultima, appunto, nel 2009, di nuovo con il Governo Berlusconi. Come ripetiamo la notizia non è circolata molto nel Paese, sebbene l’acquisto dei suddetti aerei verrà effettuato con i soldi dei cittadini italiani. 
La base di assemblaggio dei 131 caccia bombardieri sarà in provincia di Novara, presso la base militare di Cameri, in uno stabilimento apposito che entrerà in funzione nel 2012. I primi aerei saranno pronti invece nel 2013: ogni F35 vale 91 milioni di euro.
Proprio a Novara si è costituito nel 2007 un coordinamento stabile, chiamato “Coordinamento contro gli F35”, cioè un insieme di gruppi, associazioni e organizzazioni anti militariste che si sono unite con lo scopo di opporsi alla costruzione e all’assemblaggio dei 131 caccia bombardieri e che cercano di portare all’attenzione di tutti questa situazione, sensibilizzando l’opinione pubblica. Abbiamo intervistato Oreste Strano, il responsabile di “Coordinamento contro gli F35”. 
Come giudica la notevole cifra economica spesa dal Governo italiano per l’acquisto di questi 131 caccia bombardieri in un periodo così difficile, dal punto di vista economico, per l’intero Paese?
“Innanzitutto voglio specificare che l’Italia non ha un progetto solo di acquisto, ma anche di fabbricazione di questi caccia bombardieri. L’Italia ha già investito nel progetto 1028 milioni di dollari. Nella spesa complessiva, tra l’acquisto dei 131 caccia e l’assemblaggio degli altri che saranno venduti in altri Paesi, si tratta di un investimento totale di 16 miliardi di dollari, cioè quasi 15 miliardi di euro. La giudico come una grande contraddizione”.
I soldi spesi per finanziare questo progetto militare, infatti, provengono dalle tasche degli italiani: ma dove vanno a finire? Chi è davvero che ci guadagna?
“All’interno della base aerea di Cameri deve essere costruito un capannone che si chiamerà FACO e destinato all’assemblaggio dei vari pezzi di aereo. Questi verranno costruiti in diverse ditte della Finmeccanica, Holding italiana nei settori dell’aeronautica, dell’elicotteristica, dello spazio e della difesa, sparse su tutto il territorio nazionale. Ci sono cioè una serie di fabbriche, legate alla Finmeccanica e dislocate in varie città italiane, da cui arriveranno i vari pezzi degli aerei che saranno poi assemblati a Cameri. Alla ditta Maltauro di Vicenza, invece, hanno dato l’appalto per iniziare a costruire questo capannone: un appalto da 250 milioni di euro per costruire un capannone in un’area demaniale. Praticamente è tutto nelle mani di ditte private ed è davvero una cosa anomala considerando che i soldi ce li mettono gli italiani. Anche per questo riteniamo che la notizia debba circolare nel Paese”.
Voi riuscite, come organizzazione che si oppone a questo progetto, a dialogare con i politici? Ad avere un confronto per esprimere le vostre perplessità?
“No, i politici sono tutti trasversalmente d’accordo. Adesso alcuni di loro cominciano a criticare l’eccesso delle spese militari che effettua il nostro Paese. In ogni caso il progetto è stato approvato, che è quello che conta”.
Il progetto, tra l’altro, è stato approvato l’8 aprile 2009, cioè due giorni dopo il terremoto che ha distrutto l’Abruzzo. Proprio vari politici dissero che per la ricostruzione sarebbero stati necessari circa 13 miliardi di euro, la stessa cifra che è stata spesa per l’acquisto dei caccia bombardieri. L’Aquila però è ancora in ginocchio…
“Noi infatti stiamo raccogliendo delle firme, anche tramite il sito della nostra associazione, nof35, affinché questi soldi siano destinati alla ricostruzione dell’Abruzzo, per il quale hanno detto che mancano i fondi: i fondi, se vogliono, ci sono eccome”

 Quell’ aereo europeo sconfitto da La Russa 29 ottobre 2010 —   pagina 36   sezione: COMMENTI, La Repubblica

RECENTEMENTE il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha affermato che, per risparmiare in questo periodo di crisi, il governo non intenderebbe acquistare l’ ultima serie dell’ aereo europeo (Eurofighter), omettendo però di dire che ha invece l’ intenzione di acquistare l’ inutile bombardiere americano Jsf. Ma l’ aereo europeo (consorzio tra Italia, Germania, Inghilterra e Spagna) dà lavoro a circa 100.000 persone in Europa e circa 25.000 solo nel nostro paese, mentre il bombardiere americano, se tutto andrà bene, ne occuperà in Italia al massimo una decima parte. Il governo che a parole dice di essere europeista, di tutelare il lavoro in Italia e di favorire i risparmi, ma poi nei fatti agisce nel modo contrario.
Insomma che si vuole fare?

Lo stesso Beretta, già nell’aprile 2008 pubblicava su http://www.unimondo.org/content/view/full/43892 :

 Italia: nuovo record dell’export di armi, Pakistan primo cliente

Nuovo record per le esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo acquirente di armi “made in Italy”. Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall’Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.

“Se è positivo che il Governo abbia mantenuto l’impegno annunciato lo scorso anno aprendo un confronto con le associazioni come le nostre attente al controllo del commercio di armamenti, il trend di crescita dell’export è invece alquanto preoccupante” – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo. Un trend che vede tra l’altro nel 2007 la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all’Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma cosi quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata “restrittiva” come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.

Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l’Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistan e la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell’attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).

Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l’Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei “Programmi intergovernativi” che – per l’arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro. “E’ particolarmente urgente che il Governo italiano integri una seria politica di tutela dei diritti umani con le autorizzazioni alle esportazioni di tutti i sistemi di armi in particolare per quanto riguarda l’attuazione della raccomandazione del Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia che richiede di non esportare armi verso Paesi dove sono utilizzati i “bambini soldato” – afferma Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty International.

Leggera flessione, invece, delle operazioni autorizzate alle banche (vedi tabella in .pdf) che si attestano ad oltre 1,2 miliardi di euro. “Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato” – sottolinea Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’. “Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c’è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale” – aggiunge Beretta.

Diminuiscono di oltre un terzo, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se – data la natura delle operazioni – è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell’elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d’appoggio al commercio di armi.

“Preoccupa invece soprattutto la crescita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere” – conclude Beretta.

I dati del Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’export 2007 di armi saranno oggetto di ulteriori approfondimenti sul sito di Unimondo e verranno commentati domani, sabato 29 marzo, al Convegno promosso a Roma da Rete Disarmo e Campagna ‘banche armate’ sul tema “Oltre l’insicurezza delle armi: politica, istituzioni, società civile a confronto“. [GB]

e prima ancora, nel 2007 http://www.unimondo.org/content/view/full/30639 pubblicava:

Italia: record ventennale dell’export di armi, affari da 2,1 miliardi

Export italiano di armi dal 1988 al 2006 in valori correnti (Elaborazione: Unimondo)

E’ la cifra record dell’ultimo ventennio*: una manna per l’industria armiera nazionale trainata da Finmeccanica e non pochi grattacapi per il Governo Prodi che nel suo programma si era impegnato ad un controllo più stringente sull’esportazione di armi. Superano infatti i 2,1 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazioni di armamenti nel 2006 con un’impennata del 61% rispetto all’anno precedente. E sfiorano il miliardo di euro anche le consegne (970,4 milioni) effettuate sempre nel 2006.

Ma brindano anche le banche che, sempre nel 2006, si sono viste autorizzate operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro – altra cifra record dell’ultimo ventennio – con relativi “compensi di intermediazione” per oltre 32,6 milioni di euro. E il gruppo San Paolo IMI – nonostante la dichiarata policy restrittiva – per il secondo anno consecutivo si attesta a “reginetta” delle “banche armate”. Sono i primi dati della “Relazione 2007 sull’export di armi” resa nota ieri dalla Presidenza del Consiglio che in un primo tempo aveva reso noto solo un Rapporto.

Non tranquillizzano nemmeno i destinatari delle esportazioni: al primo posto, dopo anni di stasi, ritornano infatti gli Stati Uniti che oltre alla flotta di elicotteri presidenziali dell’Agusta (c’è in corso un’inchiesta negli Usa nei confronti dell’ex deputato repubblicano Curt Weldon, il principale sponsor politico dell’operazione) acquistano dall’Italia “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori”, “navi da guerra”, “esplosivi militari”, fino ad “armi automatiche” di tutti i calibri per un totale di oltre 349,6 milioni di euro.

Seguiti a ruota un Paese che nei rapporti di Human Right Watch si distingue per “vessazioni nei confronti delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani”: gli Emirati Arabi Uniti ai quali il Governo ha autorizzato la vendita di “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori” oltre che di “navi da guerra”, “apparecchiature per la direzione del tiro”, “armi e sistemi d’arma e munizioni” e “aeromobili” per oltre 338,2 milioni di euro.

Potrebbe forse rasserenare il fatto che la destinazione principale delle autorizzazioni rilasciate riguardano i Paesi dell’Ue e della Nato che insieme ricoprono il 63,7%, ma le esportazioni effettuate (consegne) per l’area extra Ue-Nato salgono ad oltre il 44,2% e più del 20,2% dei sistemi d’arma finisce in una delle zone più calde del pianeta, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale al quale sono destinate armi per un valore complessivo di 442,8 milioni di euro.

Per non parlare della Nigeria che riceve armi per 74,4 milioni di euro o del microscopico Oman che si vede autorizzate importazioni di armi dall’Italia per oltre 78,6 milioni di euro. “Forte rallentamento” – dice il Rapporto – della domanda dai Paesi Asiatici (Estremo Oriente), che però ricevono consegne ingenti: l’India per 66,3 milioni di euro, la Malesia 51,4 milioni, il Pakistan 39,7 milioni, Singapore 29,1 milioni di euro. Insomma ce n’è per tutti anche per Perù (26,8 milioni), Venezuela (16,1 milioni) e Libia (14,9 milioni).

E le banche? San Paolo-Imi si conferma per il secondo anno consecutivo la “reginetta” delle “banche armate” tanto che nell’ultimo anno quasi triplica il volume d’affari nel settore passando dai 164 milioni del 2005 agli oltre 446 milioni di euro del 2006. Nonostante la policy della banca vieterebbe l’appoggio a transazioni verso Paesi extra Ue-Nato, l’istituto di credito torinese convoglia a sé quasi il 30% (29,9%) di tutte le operazioni di incassi e pagamenti relative all’export di armi.

Segue BNP-Paribas che con 290,5 milioni di euro è la prima banca estera operante in Italia attiva nel settore. Segue Unicredit, che dopo aver dichiarato nel 2001 di voler cessare questo tipo di operazioni da due anni ricompare con quote rilevanti nella lista (86,7 milioni di euro nel 2006). E poi la BNL (Banca nazionale del lavoro) che addirittura accresce del 33% il proprio volume d’affari rispetto al 2006 portandolo ad oltre 80,3 milioni di euro. In diminuzione le operazioni della Deutsche Bank (78,3 milioni di euro), mentre ritorna alla grande una vecchia conoscenza delle “banche armate”: il Banco di Brescia che riceve incassi per oltre 70 milioni di euro. In crescita anche Commerz Bank (74,3 milioni di euro) che va acquistando quote sempre più rilevanti in questo settore.

La Banca popolare italiana passa da 14 a 60 milioni e guida il gruppo di tutte le banche al di sotto dei 60 milioni di euro. Preoccupante, in questa fascia, la ripresa delle operazioni di Banca Intesa che con i 163mila euro del 2005 sembrava onorare la policy di “non partecipazione” al settore: nel 2006 realizza invece incassi per 46 milioni e l’Istituto capitanato da Bazoli dovrà ora affrontare la sfida della fusione con SanPaolo-Imi, prima “banca armata” d’Italia.

Da segnalare anche la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro -50% dallo scorso anno), al centro di una grossa discussione insieme a Banca Etica di cui è socia fondatrice e per la quale opera anche all’interno di Etica Sgr e della gestione fondi.

Infine, una nota lieta, forse l’unica del Rapporto 2006: la drastica discesa da 133 a 36 milioni di euro delle autorizzazioni riferite a Banca di Roma: un segno – vogliamo augurarcelo- che la partecipazione ai convegni organizzati dalla Campagna ‘banche armate’ ha un effetto positivo sui vertici delle banche.

Giorgio Beretta
(Unimondo – Campagna di pressione alle “banche armate”)

*Nota:
La Tabella “M” del Volume I (Rapporto della Presidenza del Consiglio) riportava nella sua versione iniziale un grafico delle “Autorizzazioni all’esportazione definitiva” nel quale i valori degli anni 1997-2000 erano stati calcolati “deflazionandoli” più volte col risultato di rendere il grafico sempre più sbagliato. Da quel grafico appariva che le autorizzazioni definitive rilasciate dal Governo nel 2006 erano dello stesso ordine di grandezza del 1999: niente di più errato sia considerando i valori correnti che i valori aggiornati all’indice Istat (c.e.) che il grafico avrebbe inteso riportare. Abbiamo ritenuto pertanto utile segnalare al Ministero l’errore (e il grafico della Tabella M ora è stato corretto) e fornire fin da subito ai nostri lettori il grafico esatto coi valori correnti (non deflazionati) tutti riportati in euro comprensivi delle autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Difesa oltre che dal Ministero degli Esteri che, insieme, offrono il quadro globale delle autorizzazioni rilasciate nei diversi anni.

Le due tabelle del Ministero (quella errata e quella corretta su nostra segnalazione) sono scaricabili a questo link

Altri articoli di approfondimento sul sito: http://www.banchearmate.it/