«Maledetta primavera» di Fulvio Grimaldi (data?)

Guardate il video  “MALEDETTA PRIMAVERA” di Fulvio Grimaldi!

Questa ottima sintesi è stata segnalata alla lista “Università in lotta” cui sono iscritta, da uno studente comunista. Nel piattume generale mi riempie di orgoglio che dall’istituzione cui appartengo siano gli studenti a proporre qualche buco della serratura da cui guardare in diversa prospettiva alle “verità” spacciate in questo Paese (e dall’informazione in generale). Mi sento di raccomandarne vivamente la visione e l’ascolto. Certo, è indubbio vi siano imprecisioni (quella senussita è una confraternita, ad esempio e non una tribù) e non so quanto sia voluta la trascuratezza circa le manovre “panafricaniste” di Gheddafi che sicuramente hanno offerto alternative ed escluso il dollaro, ma hanno addirittura innescato la nascita di organizzazioni regionali parallele (ce ne fosse bisogno… guardate l’efficace immagine che ho tratto da Wikipedia, per farvene un’idea) se non addirittura contrarie all’Unione Africana di cui, pure, il Colonnello è stato uno dei principali fautori.

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La guerra finisce (ma finisce davvero) solo quando, almeno in parte, i conti tornano…

e i conti non tornano. Interessanti due articoli che Francesco Correale & Friends – rispettivamente da Voltaire.net e African arguments –  han fatto girare in una provvidenziale mailing list. Sia chiaro che in nulla deve cambiare l’atteggiamento nei confronti della popolazione libica, ma molto accorti dobbiamo essere nei confronti di quelli coi quali ci andiamo a relazionare.

Fonte : “Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 7 settembre 2011, www.voltairenet.org/a171330

Come al-Qaida è arrivata al potere a Tripoli

di    Thierry Meyssan

Rete Voltaire ha ricevuto molte lettere da lettori che chiedono di al-Qaida in Libia. Al fine di rispondere, Thierry Meyssan ha riunito i principali elementi noti di questo dossier. Questi fatti confermano la sua analisi, sviluppata dall’11 settembre 2001, che al-Qaida sia composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere in Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Iraq e ora in Libia, Siria e Yemen.

Rete Voltaire | Beirut (Libano) | 7 settembre 2011

[Foto omissis] Il leader storico di al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, è divenuto il governatore militare della Tripoli “liberata” ed è il responsabile dell’organizzazione dell’esercito della “nuova Libia”.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.

Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.

Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.

Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm”.

Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.

Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.

Durante la “guerra contro il terrore”, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida”, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.

Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.

Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:
- rovesciare Muammar Gheddafi;
- esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione”);
- ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.

Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.

Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ’Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.

Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.

Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.

Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.

Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq.  Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.

Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.

In tutta la Cirenaica “liberata”, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra”.

Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.

Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.

[3] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.

[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente“, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 maggio 2011.

[5] «CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya», Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.

[6] «Noi ribelli, islamici e tolleranti», reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.

[7] “Riflessioni sull’annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 maggio 2011.

[8] «Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot», Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011.

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Fonte: http://africanarguments.org/2011/09/08/%E2%80%98whether-you-liked-him-or-not-gadaffi-used-to-fix-a-lot-of-holes%E2%80%99-tuareg-insurgencies-in-mali-and-niger-and-the-war-in-libya-%E2%80%93-by-frederic-deycard-and-yvan-guichaoua/

‘Whether you liked him or not, Gadaffi used to fix a lot of holes’ – Tuareg insurgencies in Mali and Niger and the war in Libya –

By Frédéric Deycard and Yvan Guichaoua

September 8, 2011

In the early days following the rise of the insurgency in Libya, it was widely reported that Col. Gaddafi was making an extensive use of foreign mercenaries to defend his regime. Tuaregs from Mali and Niger, and, more specifically, ex-rebels, featured prominently among those suspected to enlist behind the Guide of the Libyan Revolution. Clearly, sensationalising Col. Gaddafi’s recourse to mercenaries was part of the insurgents’ propaganda aiming at denying him any support among nationals. No reliable estimates of the size of Gaddafi’s mercenary troops have been circulated yet their use is acknowledged. That Tuaregs from Mali and Niger were among them is also true. In early March this year, elected representatives from northern Mali alarmingly reported that youths from their community were joining Gaddafi’s forces. At the same time, Aïr-Info, the well-informed newspaper based in Agadez,  Niger, signalled that potential young recruits were offered €400, a gun and ammunitions to join the front. As researchers studying the region for several years, we also gathered anecdotal evidence through personal ties confirming the above statements. However, reports diverge on whether recruitment was primarily organised from the top or resulted from spontaneous initiatives from below among well-connected would-be combatants.

Evidence on the magnitude of pro-Gaddafi’s mobilisation in Mali and Niger is uncertain. Several sources indicate that roughly 1,500 Tuareg fighters from these two countries have taken an active part in the six-month conflict. But most of them were actually already in Libya for several years when the rebellion kicked-off, whether being immigrants attracted by the economic perspectives of the oil-rich country or former rebels of Niger and Mali who had chosen to reside permanently in Libya after the failure of the implementation of the peace agreements in their country of origin. Those combatants had obtained rights to live and work in Libya and other privileges in the recent years. Hence, one important view we disagree with is that of Malian and Nigerien Tuareg recruits conforming to the archetypical image of ruthless mercenaries, whose loyalty is solely dependent on the immediate material rewards they extract. The profiles and behavioural logics of those among the Malian and Nigerien Tuaregs who supported Gaddafi’s counterinsurgency effort illustrate more the centrality of Gaddafi’s well-entrenched role in the political economy of the region than the alleged greed of its armed supporters. As a Nigerien ex-rebel pragmatically put to us in a recent interview: ‘Whether you liked him or not, Gaddafi used to fix a lot of holes’. And Tuaregs were not the sole beneficiaries. Here are some of those holes Gaddafi’s fixed since his coup, in 1969.

As soon as the early 1970s, severe droughts coupled with political marginalisation have affected the already scarce resources available for the Tuaregs of Northern Mali and Niger, forcing them into exile. Algeria and Libya, in part due to the presence of Tuareg populations on their soil, have become a destination of preference for this generation of youths in quest of employment.  Taking the route to Libya has never since ceased to be a defining moment in the life of the so-called ishumar (derived from the French ‘chômeurs’, the unemployed). Some of them have developed activities on both sides of the border, whether for seasonal employment or for informal, and sometimes illegal, trafficking (cigarettes, gas, and material goods among others). Those economic opportunities have permitted Northern Mali and Niger to survive difficulties through the financial and material flux allowed by the Libyan leader.

This intense cross-border activity had a strategic dimension, too. In the 1980s, as Gaddafi’s pan-Arab then pan-African projects expanded, his Islamic Legion trained militarily and sent hundreds of ishumar to various theaters of ‘anti-imperial’ struggle (mainly in Lebanon, then Chad). The expectation at the time in the ishumar ranks was that their newly acquired military credentials and Libyan support would help them start their own war of independence in Mali and Niger. But Gaddafi did not deliver the expected assistance. Poorly-equipped Tuareg rebellions were launched nonetheless in Mali and Niger in the early 1990s. Their vanguard was composed of fighters exiled in Libya who deserted the camps where they were kept on check. Low-intensity violence lasted almost a decade until Algeria and Libya intervened as peace-brokers. As the implementation of peace accords were dragging, Libyan authorities took critical measures to prevent the conflict from resuming. In Niger, they became a major sponsor of the UNDP-operated Programme of Peace Consolidation in the Aïr and the Azawak (PCPAA), designed to accommodate economically the low-level combatants of the rebellion. In 2005, in a move typically illustrating the patronage system locally established by Gaddafi, those among the rebels who showed reluctance to participate in the PCPAA were offered Libyan nationality and integration in the Libyan Army.

This only postponed the resumption of rebellion in Niger though: an insurgent movement, called the Mouvement des Nigeriens pour la Justice (MNJ), was launched again in 2007. It only lasted two years, after Gaddafi summoned the rebel leaders in Tripoli and coopted the most opportunistic among them, hence blowing up the fragile cohesion of the rebellion. At the same time, a camp financed by Libya was hastily erected near Agadez that any youth loosely connected to the rebellion could visit to receive $400 in cash: the price of a temporary return to calm that Nigerien authorities were happy not to pay. Unsurprisingly, in the recent months, prominent leaders of the MNJ have been said to activate their rebel networks in Niger to recruit fighters in support of the Guide. The same names, such as Aghali Alambo, now circulate as notables of the overthrown regime seek refuge in Niger.

Throughout the years, the ties between the Tuaregs and Gaddafi have grown stronger in multiple dimensions. Gaddafi’s Libya did play a stabilising political role for Mali and Niger through a series of favours it granted to Tuareg communities as well as central regimes. Gaddafi has been the banker of most political and relief campaign in critical times for those countries. As many Tuaregs now seem exposed to victimisation by supporters of the National Transitional Council (NTC) in Libya, the enlistment of Tuaregs from Mali and Niger into Gaddafi’s army of mercenaries resonates like a tragic bet stemming from the inertia of historical necessities. The losses incurred by those who chose the wrong side of the battelfield might exceed by far the losses incurred by those, in the West or elsewhere in Africa, who, after years of close compromise with the autocrat, swiftly jumped on the anti-Gaddafi’s bandwagon.

Most of the Tuareg combatants have now returned to Mali and Niger. They have most probably helped themselves substantially in the Libyan Army’s arms stockpiles and even managed to divert part of the weapons parachuted by France to help the NTC. The political dynamics this situation will engender in the already complex Saharan political context may be nefarious. Al Qaeda in Maghreb (AQIM) has established durable bases in Northern Mali and may benefit from complicity among criminalised state actors interested in the lucrative business of hostage-taking, as well as the massive cross-border trafficking activities the region has become infamous for. In the same way Gaddafi imposed himself as a munificent patron in the area, AQIM is now buying loyalties among locals, including Tuaregs, which have little to do with fundamentalist activism. At the same time, some Tuareg political leaders have repeatedly called for means to fight terrorism and insecurity in the form of forces placed under decentralised command, which they were denied. While Gaddafi never was a benevolent Samaritan toward the Saharan countries, he occupied a strategic position in the region’s subtle political interactions, a position now left empty at a time of high vulnerability.

By Frédéric Deycard (LAM) and Yvan Guichaoua (University of East Anglia, School of International Development)

Ma’an Li’l Ghad: un aggiornamento da Alisei (17/07/2011)

Nel corso delle recenti missioni dell’Ong Alisei, in collaborazione con il Ministero della Salute e con il Ministero degli Affari Sociali, si sono concordati tutti gli aspetti logistico/organizzativi per accogliere l’equipe dei volontari Alisei e
programmata l’attività di formazione/aggiornamento nel settore ortopedico e di terapia della riabilitazione per il personale sanitario locale e di sostegno all’assistenza sanitaria e psico-sociale a favore delle persone ferite agli
arti.

L’equipe Alisei è già operativa a Bengasi ed è composta da medici e operatori sanitari delle diverse specializzazioni necessarie all’assistenza, trattamento e riabilitazione di feriti di guerra che necessitano protesizzazioni ( chirurgo
ortopedico, pediatra-fisiatra, tecnica protesi, psicologa, gestione farmaci e un fisioterapista ) e sta operando principalmente nel Centro Ortopedico di Bengasi.

L’equipe Alisei conta sull’importante e significativo appoggio logistico ( trasporto e alloggio) delle Autorità locali ed ha ricevuto un forte apprezzamento della sua azione a livello pubblico ,dei mas media e della popolazione di Bengasi .

Alisei ha ricevuto ulteriori richieste di sostegno da parte del Benghazi Center of Infectius Deseas e del Social Affaire
Executive Bureau con particolare attenzione all’aiuto ai giovani amputati e alle persone, tra le quali molti bambini, affetti da AIDS/HIV e anche per questo ci siamo attivati attraverso e in collaborazione con medici dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Nel quadro della promozione e gestione dell’azione umanitaria Alisei ha sottoscritto un accordo di collaborazione con Ligurian Port Sistem che prevede un contributo al progetto e un appoggio alle attività logistiche e di spedizione dei materiali ed equipaggiamenti .

Stiamo inoltre organizzando la spedizione di 2 container di materiale sanitario e beni alimentari non deperibili 2 furgoni Iveco e un mezzo mobile per disabili usar /revisionati donazioni rispettivamente delle aziende : Pharmagic, Calabria lavoro e AVIOGEI attraverso una fondazione religiosa islamica.

Siamo in contatto con colleghi a Tunisi e Tataouine per promuovere e appoggiare , nonostante i vincoli dell’Ong, azioni umanitarie anche a favore dei profughi libici in Tunisia … Purtroppo le difficoltà sono molte , mobilitare fondi
sufficienti non è facile e i tempi di reazione dei donatori sono lunghi e incompatibili con i bisogni dei profughi

Alisei, Milano, 17 luglio 2011

LIBIA: Solidarietà dalla lega dei Porti Liguri (6/6/2011)

(ANSA) – LA SPEZIA, 6 GIUGNO 2011

I porti liguri a sostegno della Libia. E’ stato firmato oggi, presso
la sede dell’Autorita’ Portuale della Spezia, il protocollo di collaborazione
tra Ligurian Ports e l’organizzazione non governativa Alisei del Comitato
italo-libico ‘Insieme per il domani’.

L’accordo, grazie alla collaborazione degli operatori portuali che operano nei
porti di Genova, La Spezia e Savona, portera’ tre medici – due italiani e un
libico – nella citta’ di Bengasi, simbolo della ‘resistenza libica’ e in piena
emergenza umanitaria.

Nella citta’ libica non verranno inviati solo beni di prima necessita’, ma il
progetto prevede anche la realizzazione di un reparto sanitario in grado di
assistere la popolazione rimasta gravemente ferita nella guerra civile.

A siglare ufficialmente l’atto, il Presidente di Ligurian Ports, Lorenzo
Forcieri, e Ruggero Tozzo, presidente di Alisei.

”Chiameremo a collaborare anche gli operatori portuali di tutti e tre gli
scali liguri – ha detto Forcieri – ed abbiamo gia’ ricevuto le prime adesioni.
In base al protocollo verificheremo la disponibilita’ di armatori per il
trasporto e spedizione via mare. Cercheremo di mettere a disposizione i mezzi,
gli spazi, il personale necessari alla gestione logistica e movimentazione
degli aiuti materiali contribuendo, se possibile anche con fondi propri,
all’avvio urgente delle attivita’ in loco”. (ANSA).

http://wwwext.ansa.it/mare/notizie/rubriche/uominiemare/2011/06/06/visualizza_new.html_840469096.html

Operation Odyssey Dawn… un viaggio verso dove? (dal 19.03.2011)

DI COME ULISSE NON POSSA PERMETTERSI VUOTI DI MEMORIA
In principio era Sarkozy che “rubando la scena” – nelle parole del Gen. Tricarico (ex-CdSM dell’esercito Italiano) ospite del Tg3 questa notte –  a conclusione del vertice di 22 rappresentanti mondiali a Parigi, apre le danze dando corso pratico alla II UN SC resolution (1973), con una operazione “congiunta” e “coordinata” della coalizione costituita da Francia , USA, UK, Canada, Italia, con l’appoggio della Lega araba, mentre l’Unione africana apparentemente si defila e – a margine di quanto espresso dal Peace and Security Council il 10 marzo scorso ad Addis Ababa – organizza in contemporanea all’incontro internazionale dei 22,  un vertice ad alto livello tra Mauritania, Mali, Sudafrica e Uganda a Nouakchott,  per assumere in un secondo tempo il ruolo di mediatore.

A nord di questo emisfero segue una reazione “bizzarra” (Tricarico again), fuori dagli schemi comuni delle operazioni Nato (ma non è Nato, non è Europa… Cos’è? E’ caos o è tutt’uno?) nell’informazione e/o nella concertazione bellica. Prima dell'”Alba” della partenza di Ulisse, soffia infatti “l’Harmattan”: scatta l’operazione Harmattan dei Mirage2000D Rafale francesi, e Ulisse parte da solo, senza aspettare copertura.

Una interessante descrizione dell’operazione, nel suo primo giorno, la fornisce l’esperto David Cenciotti, confermando i sospetti di un inizio delle operazioni, contestuale al vertice internazionale. Questo eccesso di zelo francese può essere giudicato “inusuale”, da parte di chi non conosca a fondo i trascorsi francesi nell’area e di chi tenda a dimenticare le operazioni francesi in Libya e Chad. La lunga guerra civile chadiana vide confrontarsi le forze aeree e di terra di Francia e Libya per un decennio (dal 1978 all’87), infatti: quali gli interessi? Non tanto l’accaparramento della striscia d’Aouzou, di punto interesse strategico, ma sicuramente l’espansione ambita da Gheddafi verso l’Africa centro-orientale, fu molla di allora cui si contrappose la speranza francese di ricacciare Gheddafi talmente a nord, talmente a nord da fargli lavar i panni in Mediterraneo e guardarlo nuotare da stabilimenti Total-Elf. Nè si capisce a sufficienza la reazione di Stati Uniti apparentemente non interventisti, lanciatisi o per reazione condizionata o raptous in una mischia non diretta da loro, se non si consideri la competizione franco-americana sul continente africano per un buon tratto della guerra fredda… un discorso sospeso. Basta guardare la successione degli eventi attraverso i media italiani e lo strano sgocciolamento delle notizie, certo confuso dall’opposizione interna e dal caos in cui la nostra situazione politica trasforma ogni singolo atto sul fronte internazionale: h. 20:30 – la Rai ci racconta che noi italiani faremo la nostra parte, a dispetto della cautela di Bossi e la valanga di immigrati che questo teme, e trasmette le parole del Min. della Difesa La Russa che non intende “cedere le chiavi di casa” perchè gli amici usino del suo appartamento senza controllo e moderazione; d’altro canto gli Stati Uniti non interverranno, così come la Germania.
h. 20:45 – Passa il tempo di uno zapping sul canale 48, Rai News – nemmeno troppo distante dal diritto di canone – ed ecco che Africom avrebbe preso in mano la situazione, coordinando da Stoccarda (Germania) un  bombardamento della contraerea libica con 110 Tomahawk. 
Mentre questa mattina apprendiamo di velivoli che approderebbero dalla Danimarca se non dalla Finlandia nelle nostre basi e che anche l’Australia si sta preparando… molte chiavi di quell’appartamento sono in giro, Ministro La Russa.

Frattanto, nella chat di Mo (Mohammed Nabbous) su “Libya Alhurra“, canale di video-streaming che s’appoggia al satellite per evitare gli oscuramenti di regime e che continua nonostante il suo ideatore sia stato ucciso il mattino del 19 Marzo, emerge che la tv cubana starebbe usando delle fotografie e dei video dei cadaveri dei ribelli di Bengasi per attribuirli ai bombardamenti dei “crociati”.

Fino a sera, Canada e Italia sono pronte, ma non agiscono. Capisco il discorso di La Russa, cui prudono le mani e s’attizza l’occhietto mefistofelico – conosco bene l’imprudenza che nasce dai vuoti di memoria (reali o “opportuni”) -, tuttavia, sorprende lo sbilanciamento di Napolitano, anche se non entra spedificatamente nel merito della qualità del nostro intervento. L’ho visto ieri sera via satellite: senza sosta la tv nazionale libica sta proiettando “IL LEONE DEL DESERTO”, il film che ancora non circola liberamente in Italia, ma che è un atto d’accusa verso le nostre colpe di colonizzatori, mentre nella censura, a casa nostra, perdura una vergogna che non si è trasformata in riscatto: non certo nell’accordo appena rinfrescato (siglato il 17 marzo) tra ENI e governo libico.

Possiamo… dobbiamo prepararci altrimenti, per un aiuto alla società civile. Presto “vi posto” il progetto, perchè il racconto di Mo, nelle ore precedenti la sua morte, lo potete vedere tutti e si chiedeva, esasperato: “DOV’E’, MA DOV’E’ AL-JAZEERA?”, invocando un mondo che entrasse nella notizia che lui cercava di far uscire.
Guardate Mo e il coraggio di quel ragazzo, poche ore dopo che queste immagini han fatto il giro del mondo, è morto con colpi di cecchino alla testa…:  fermi non si può mica stare, ma certo non si possono prendere le armi e andare ad uccidere quanti vengono costretti dal dittatore a prendere le armi per farsene scudo contro il “crociato”. Non abbiamo meritato una definizione migliore, non l’abbiamo decostruita rafforzando legami culturali ma solo interessi… sempre e solo interessi economici, a dispetto della gente.

Per la risoluzione ONU che impone sanzioni alla Libya (1970) v. www.un.org/sc/committees/1970/

Per una specie di televideo italico sulla guerra clicca qui.

Libya no-fly zone

“La vogliono i Libici” ci dicono, anche se ora, che l’asimmetria si è fatta evidente, e in cui il folle dittatore si dice abbia sborsato quanto delle risorse pubbliche poteva nell’assoldare mercenari contro la sua stessa gente, non esitando a bruciareisoldatiche si sono rifiutati di sparare sulla folla, forse, è tardi: occorre tuttavia scongiurare al possibile una guerra fino a che la popolazione stessa non chiederà aiuto.
Resta il dubbio che il nostro Governo si farebbe portavoce di richieste in tal senso (e chi trascinerebbe il Mediterraneo nella guerra a poche miglia dalle proprie coste?). Fino ad ora, in questa crisi, Frattini sembra aver agito per il meglio. “Sembra” è d’obbligo, ma va detto. L’importante è che né terremoti, né pericoli nucleari e pur profonde riflessioni che ci inducessero in tale tentazione, sviino la nostra attenzione.

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APPELLO AVAAZ

http://www.avaaz.org/en/libya_no_fly_zone_1/97.php?cl_tta_sign=6202ee8fa29b44a06b430715d662d547

Dear friends, As Qaddafi’s jets drop bombs on the Libyan people, the UN Security Council will decide in 48 hours whether to impose a no-fly zone to keep the government’s warplanes on the ground. Together, we’ve sent 450,000 emails to the UN Security Council, “overwhelming” the Council President and and helping to win targeted sanctions and a justice process for the Libyan people. Now, to stop the bloodshed, we need a massive outcry for a no-fly zone. If Qaddafi can’t dominate the air, he loses a key weapon in a war in which civilians are paying the heaviest price. But as long as his helicopter gunships and bombers are in the air, the death toll will rise. We have just 48 hours left — let’s hit 1 million messages to stop Qaddafi’s deadly attacks before it’s too late: http://www.avaaz.org/en/libya_no_fly_zone_1/97.php?cl_tta_sign=6202ee8fa29b44a06b430715d662d547
 The Libyan opposition has called on the international community to help “protect the Libyan people from the crimes against humanity being committed on them”. The UK Foreign Secretary says “there are credible reports of the use of helicopter gunships against civilians by government forces.” The head of NATO, meanwhile, has said that any effort to create a no-fly zone would first require a resolution from the UN. In many crises like this one, one UN country or another has vetoed strong positions — but with Libya, something different has already begun. The Security Council’s sanctions are real. UN Ambassadors say that representatives are “substantially united” that Qaddafi has to go. What’s needed now is another push from the world’s people. A resolution wouldn’t be a silver bullet — the enforcement of a no-fly zone would be dangerous and complex. But even the serious threat of one could show Qaddafi that his time is up. Our governments need to know that we stand with the people of Libya, and we won’t accept delay.
The non-violent movements for democracy in the Arab world have inspired people everywhere. Qaddafi, however, chose the darkest path — of violent repression to crush a brave and peaceful uprising. In this moment, we can see two futures for Libya: one path of prolonged violence by a dictator against his population, and one in which determined international measures support the aspirations of the Libyan people. In these crucial days, we must recognize that our own actions, as citizens around the world, affect the fates of our brothers and sisters in Libya. And we must come together in solidarity — with those who have been lost, and for those who struggling to survive. With hope, Ben, Luis, Graziela, Benjamin, Ricken, Stephanie, Rewan, and the whole Avaaz team SOURCES CBS, “Libya rebels beg for no-fly as bombings persist; Bombing hits road taking CBS News to front line, killing 2 children in pickup truck, slashing survivors with shrapnel”: http://www.cbsnews.com/stories/2011/03/07/eveningnews/main20040323.shtml  
CNN, “Gadhafi launches airstrikes as civil war rages in Libya”: http://www.cnn.com/2011/WORLD/africa/03/07/libya.conflict/index.html 
WSJ, “NATO Chief Says a U.N. Resolution Is Needed to Establish No-Fly Zone”: http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703580004576180400641158810.html?mod=googlenews_wsj 
U.S. Seeks Consensus On Libya At U.N.
http://www.npr.org/blogs/thetwo-way/2011/03/07/134341866/u-s-seeks-consensus-on-libya-at-u-n