Un po’ di buon senso nel risucchio iperliberista?

Resto col fiato sospeso: se è vero che la via iperliberista sia lo scivolo in cui ci ha convogliati il “capitalismo parassitario” [Z. Bauman, 2009] e il governo Monti sembri venuto a versarci su olio in abbondanza, nulla mi piegherà al sorriso, ma confesso una smorfia che gli somiglia, per certe disposizioni trattenute al varo del decreto sulle semplificazioni dal Consiglio dei ministri del Governo Monti, ispirato ufficialmente da tre obiettivi: 1. semplificazioni per i cittadini; 2. deburocratizzazione delle imprese, di infrastrutture e di trasporti; 3. semplificazioni per pubbliche amministrazioni, università e ricerca. Scuserete se svolazzo tra realtà e l’isola di Utòpia che sempre fa il periplo della mia capoccia.
Sin dall’articolo sul Corriere/Economia girato in Rete29Aprile, ci sollevava l’idea che il decreto Gelmini – che non fa che incassare martellate d’arresto da parte della Consiglio di Stato (prima sulle abilitazioni, ora sul dottorato) – che il Profumo diceva “intoccabile” – ora riceva una serie di cesellate niente male sebbene contrasti con Statuti e Regolamenti universitari varati da poco, con prevedibili impasse.  Continua a leggere

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della Memoria, dei Negazionismi e dei Finanziamenti alla Pubblica Ricerca e Istruzione

in cui si rivelerà come non ci sia soluzione di continuità tra respiro, pensiero e professione pubblica…

Gira questo documento, da un po’:

«Olocausto: sembra impossibile!!!

‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…c’è chi, nonostante tutto pensa che l’OLOCAUSTO sia un mito.
E’ una questione di storia ricordare che, quando il Supremo Comandante delle Forze alleate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.), Generale Dwight D. Eisenhower, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi e persino seppellissero i morti. Il motivo, lui l’ha spiegato così: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo”.
A tal proposito ricordiamo che il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poichè “offendeva” la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso per il futuro dell’umanità! (vedi oltre).
Sono trascorsi più di 60 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto perdere la vita nei campi di concentramento a circa 17 milioni di persone tra ebrei, prigionieri di guerra sovietici, polacchi non ebrei, rom, sinti, disabili, omosessuali ecc…Tutti assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di fame e umiliati nel mentre il mondo tutto volgeva lo sguardo altrove.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene “L’Olocausto è un mito”, è fondamentale fare in modo che il mondo non dimentichi, MAI.»

Nel 2007, dopo aver sottoscritto con altri storici l’appello Flores, Traverso, Sullam (23.01.2007), contro la punizione penale del “reato di negazionismo”, mi ero impegnata nella redazione di un dossier sulle legislazioni anti-negazioniste, al fine di addivenire a/ e diffondere una maggiore coscientizzazione del fenomeno e – dal mio punto di vista – quale cultrice di una storia che registra numerosi “democidi” – della limitatezza del legame tra “giorno della memoria” e fenomeno della Shoah che, per quanto prossimo e devastante, è stato solo un dei tanti “episodi storici” che non ci esime dal riflettere sulla necessità di serbare memoria ed estendere ad altri contesti storici il senso di responsabilità rispetto ad altrettanto gravi congiunture psico-socio-politico-economiche, nell’aderire all’esortazione prescrittiva del “MAI PIU'”.
Su tale scorta, sono stata di recente intervistata dal Prof. Claudio Visentin (Univ. Lugano), curatore con Brigitte Schwarz della rubrica GERONIMO. STORIA E MEMORIA, su  RSI-Rete due, rete radiofonica della Svizzera italiana. Potete ascoltare il programma dedicato alla Giornata della Memoria (2011) su: http://podcast.rsi.ch/ReteDue/Geronimo/GERONIMOSTORIA-NEGAZIONISMO24.01.11.mp3 .
Pur apprezzando molto il bel prodotto curato dal collega, poichè avrei voluto dire molto di più, completo qui il mio pensiero, sperando di fare cosa utile per chiarire alcuni punti e per far meglio comprendere che cosa mi muova ancora a rimarcare fermamente come la dimensione della formazione educativa non debba essere stimolata dai rigori della legge, in particolare, nel nostro Paese in cui i rapporti con i somministratori di giustizia, poi, sono alquanto controversi e forse non del tutto per un’inclinazione a sfuggire le regole, ma piuttosto invocando una declinazione più sfaccettata del rapporto da giocarsi fra vari livelli di responsabilità, da incastonarsi mutuamente, piuttosto che in una relazione “a scarica-barile”.
Il problema, sia chiaro, non è eminentemente nazionale: le derive del dibattito culminano nello scandalo per il tentativo di imporre una legge che recuperi i benefici del colonialismo alla memoria francese attraverso i manuali scolastici (2005), piuttosto che nella summenzionata ipotesi (mito che continua dal 2007 e ringrazio Marco Cavallarin della sua segnalazione) di cancellazione dell’Olocausto dai libri scolastici inglesi, seriamente confutata dal The Holocaust Educational Trust – nell’intento di non offendere dottrine musulmane che lo rinnegherebbero (ma, credetemi, tale generalizzazione è tutta da verificare!). Questo fermento si origina a partire dal momento in cui la Comunità Internazionale, pur ameboide nella forma, ha convenuto dover sottoscrivere una “Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale” a New York, nel 1966.
Tale convenzione è stata ratificata dall’Italia con la Legge 654, 13.10.1975, che prevede sanzioni su chi esprima comportamenti razzisti; a tale ratifica è conseguito un inasprimento delle pene con il DDL (Mancino) 122, 26.04.1993, una depenalizzazione del reato d’opinione con la L.85, 24.02.2006, art.13, per giungere infine alla proposta di un DDL Mastella, 26.01.2007 in cui (a confutazione dell’ultimo), pur non vincolandosi espressamente al reato di negazione dell’Olocausto ebraico, si invocava una punizione penale aspra a chi propagandasse e diffondesse materiale contentente espressioni d’odio razziale e di discriminazione sessuale.
Perché avverso la risoluzione penale di un problema socio-culturale? Certo perchè diffido degli interpreti delle leggi, ma anche dei fini dei loro promotori. Mi spiego approfondendo il caso italiano: è innegabile che la diffusione di messaggi d’odio o storicamente scorretti e manipolati, fra le fasce meno protette dal filtro magico della conoscenza, sia in vertiginoso aumento a causa del comune accesso ad internet, che permette la trasmissione a macchia d’olio di messaggi di ogni ordine e sottordine morale senza controllo, a dispetto di emendamenti pure esistenti nei nostri ordinamenti e sovraordinamenti, ma cui l’Italia si rapporta in “relazione disgrafica”. Si pensi alla “Decisione-quadro europea su razzismo e xenofobia” (4, 2007) e al correlato precedente “Protocollo addizionale alla Convenzione europea sul cybercrime e sulla criminalizzazione di atti di natura razzista e xenofoba commessa a mezzo di sistemi informatici” (03, 2006) che ha raccolte solo, su 25 firmatari, 6 ratifiche: ebbene, l’Italia NON ha né firmato né ratificato il protocollo, preferendo produrre uno scandaloso “emendamento d’Alia” che, introdotto nel “pacchetto sicurezza-Maroni” (2010), dimostra ampiamente di ben aver compreso l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale la «libertà d’espressione», per quanto sacra, implica doveri e responsabilità ed è pertanto “contenibile” con restrizioni o sanzioni, ma è mosso dai fini sbagliati: ovvero dalla necessità di ammutolire il dissenso nei confronti del Governo invece di prendere meglio la mira contro forme di espressione antidemocratica e disgregatrice della comunità nazionale: vien fatto di chiedersi, se tale svista non sia destinata ad evitare di colpire soggetti-parte della compagine governativa che fanno sovente uso di tali espressioni e non solo nella propaganda di partito.
Ritengo allora che altre istituzioni, pur garantite nel loro sano esercizio dall’azione della magistratura (cha garantisca, ad esempio, il Preside che, prima, ammonisca e, quindi, sospenda l’insegnante sorpreso a manipolare le menti di giovani studenti con teoremi razzisti senza opportuno contrappunto di pari incisività) debbano farsi carico di tale missione, senza rendere i negazionisti paladini della libertà d’espressione; senza correre il rischio di avallare verità di Stato (ad esempio permettendo ai soli sopravvissuti alle foibe  – ammesso che ve ne siano – di descrivere il fenomeno nelle scuole), ma piuttosto “delegittimando” sul loro stesso terreno coloro che “delegittimano” verità storiche le quali si fondano sulla libera ricerca e il garantito (o che tale dovrebbe essere) libero accesso alle prove. Infatti ritengo che la copertura di prove e testimoni della compartecipazione diretta o indiretta a crimini contro l’umanità di elementi di spicco del passato nazionale, da parte di ambienti istituzionali, nel nome del segreto o dell’oblio di Stato, ci abbia portato a questo stato di cose (colonialismo italiano docet).
Pur avendo studiato a fondo la Shoah (tra prodromi e conseguenze), pur ammettendo l’incommensurabilità del maledetto fenomeno, temo inoltre si rischi di porne l’eccezionalità “al di fuori” della Storia, concorrendo a distogliere da altri fenomeni, ridotti (forse) nel numero delle vittime provocate, rispetto alla prima, così concorrendo a distogliere da responsabilità di silenzi e forme d’oblio, calati su numerosi altri crimini contro l’umanità. Il loro essersi consumati in periodi antecedenti la definizione della fattispecie giuridica, non ci rende meno responsabili rispetto al loro insegnamento circa la natura umana e le conseguenze di certi fenomeni disgregatori nei diversi contesti antropici e nel corso di determinate epoche: espansione, economia di tratta, colonialismo, imperialismo, nazionalismo ecc..

Un’unica soluzione è, a mio avviso, in grado di riprodurre quella coscienza civica che, senza sacrificare libertà d’opinione o d’altro genere, ma facendo leva su questa ed altre, permette di distinguere bene e male discernendo l’uno dall’altro e non rispetto alla convenienza al loro sostegno, ma alle prove di veridicità articolate tra argomentazione e persuasione: quella soluzione è la garanzia della sostenibilità alla libera ricerca accademica e al sistema scolastico pubblico, nella formazione di base. Non c’è altra via.

Lo scorso mese d’ottobre (2010), la vertenza Mastella si è riaperta quando il Presidente della Comunità ebraiche, Pacifici, ne ha reclamato la riproposizione a gran voce, a seguito delle scandalose lezioni ospitate e offerte da Claudio Moffa (ex-africanista, ora afferente al settore della storia delle Relazioni internazionali) al “Master Mattei”, dallo stesso organizzato in seno all’università di Teramo. Molto ci sarebbe da dire sulla decisione assunta nel settore scientifico disciplinare africanistico di promuovere Moffa all’ordinariato, basata (forse e, mi auguro, almeno) sulla quantità di pubblicazioni, ma non so quanto sulla qualità di quanto espresso e in merito alla didattica: Moffa, articolista del Resto del Siclo rivista negazionista on-line, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i negazionisti e le sue posizioni razziste, addirittura attaccando una collega di religione ebraica per aver espresso opinioni a suo avviso criticabili sulla manipolazione da parte dell’amministrazione coloniale della struttura della società rwandese, e in particolare dei tutsi, a causa dell’appartenenza della ricercatrice stessa ad una comunità religiosa “tollerata” prima e stigmatizzata, poi, in altri tempi dal potere. Ma questo signore, il 25 settembre 2010, ha svolto una lezione (peraltro scaricabile) sulle tesi di Faurisson (v. «Faurisson on the Holocaust. Revisionism on trial in France», 1979/83). Non sarebbe un “male” in sé, non ve n’è mai in Accademia qualora si garantisca un contrappunto scientifico, e non ci si dica che sia stato dato per scontato. A poco vale il tentativo di fare una “lezione riparatrice” affidandola ad una semiologa del calibro di Valentina Pisanty, senza che vi siano sistematici progetti di dibattito a fronte delle dottrine là insegnate, ad avallare (sempreché sia stato questo il caso) una decisione che speriamo cosciente, di aver approvato il progetto del “Master Mattei” su basi scientifiche di confronto fra teorie contrapposte e non su un canto stridulo e cigolante per voce sola.

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Purtroppo la scienza è guidata in modo personalistico nel nostro Paese: ho lasciato la Sissco per le continue prevaricazioni nella comunicazione nella lista di discussione e per la sindrome carsica che soffrivano determinate argomentazioni scomode, in nulla differenziando quell’ambiente sedicente “libero” rispetto agli spesso soffocanti meandri delle comunicazioni gerarchiche in Ateneo e per alcune scorrettezze nei comportamenti che minano il corretto sviluppo di una universitas studiorum che, da sempre, mi fa cercare spazi di condivisione: non sono state così recepite alcune integrazioni che avevo inviate ai curatori rimasti aderenti alla società, pertanto, pur rimandando al suddetto dossier, che resta prezioso, integro la lista della legislazione anti-negazionista dei seguenti atti:

  • Liechtenstein, sect. 283 del Codie Penale
  • Slovacchia, Zbierka zàkanor ¢, 485/2001, Strana 5166
  • Polonia, 17 dicembre 1998, Dziennik Ustaw Rzeczypospolitey, n.162, p.6581

Riflessioni sui “fatti” del 14 dicembre

DIEGO CUGIA

“Fracassare bancomat, incendiare automobili, lanciare petardi, sampietrini, bombe carta, accerchiare in trenta un autoblindo con due sventurati poliziotti all’interno e rischiare che diventino tizzoni ardenti, sono azioni infami e mai niente le giustificherà. Ma è altrettanto infame occuparsi dei giovani solo quando vanno a fuoco le città. È come se si invitassero i più scalmanati a ripetere le loro gesta per ottenere udienza e uno straccio di notorietà. Sono due anni che sfilano pacificamente per le strade e non frega niente a nessuno. Li hanno trattati da minoranze imbecilli e indolenti, è stato detto loro che i veri giovani sarebbero quelli che stanno a casa a studiare, invece di ringraziarli per essere ancora vivi e reattivi, magnificamente capaci di scendere in piazza in questo cimitero virtuale per ricordarci che esistono e sono disperati. (…) ” Continua a leggere