Il “Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile” (il match col giornalista e non solo: 16-22 dicembre)

Il Mattino, il 16 dicembre pubblica, a firma Massimo Martinelli, il seguente articolo – non dissimile da quello pubblicato su il Messaggero (tra pagg.1 e 3) : “Il dossier – Scontri, l’allarme dell’antiterrorismo. Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile”.

Da prima del 14 Dicembre 2010 (giorno dei “fatti” di Roma…) si è scatenata una campagna di demonizzazione del dissenso che, c’era da aspettarselo, è scesa pari pari nei faldoni del Viminale e, al solito, altresì, nelle penne di certi giornalisti, accorsi a nozze. Sappi, o viandante virtuale che incocci in questo mio blog, che hai a che fare con una “terrorista” della Rete 29 Aprile… così hanno fatto sapere a quest’anima bella che “si fa concava” agli ordini degli innescatori del terrore:

Massimo Martinelli Roma, così ha scritto su Il Mattino forse il 16/12/2010.

“Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”

La purezza dello spontaneismo e della protesta genuina adesso è roba preistorica. Quello che era scritto da mesi nei rapporti riservati del Viminale ha ricevuto un sigillo di autenticità nelle piazze di Roma. E probabilmente era superfluo. Eppure è servito a portare la realtà sotto gli occhi di tutti: gli studenti ”in movimento” non sono più i ragazzi dell’Onda anomala del 2008, romantici e sognatori. Adesso serrano i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo. E sembrano essere contro lo Stato. Esiste un rapporto ”riservato” che la descrive bene, questa galassia contestatrice che ha conquistato la scena martedì scorso. Dice senza mezzi termini che queste proteste di studenti e ricercatori contro il ddl Gelmini vedono uniti in un fronte compatto e monolitico le espressioni del mondo della scuola, gli esponenti del sindacalismo di base e dell’antagonismo no global. Un patto che è stato siglato il 29 aprile scorso a Milano, durante una riunione a cui hanno partecipato oltre trecento tra ricercatori e studenti provenienti da 35 atenei. Un’intesa che è stata appunto ribattezzata «Rete del 29 aprile». La conferma, per gli uomini dell’antiterrorismo, era arrivata quindici giorni fa, in occasione delle manifestazioni degli studenti del 30 novembre scorso. A Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine. E con loro, anche i duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti. Che una volta erano gli operai sfruttati del dopoguerra e oggi sono i giovani padri di famiglia umiliati dai tagli imposti dalla crisi economica. Dietro a loro ci vanno i ragazzi delle università, incoscienti e idealisti. Incapaci di capire che incendiare una camionetta della Celere è un po’ come buttare un fiammifero acceso addosso al benzinaio che ti sta facendo il pieno: rischi solo di ammazzare un poveraccio che per mille euro al mese fa un lavoro ingrato e onesto. Con qualche rischio di sopravvalutarla, questa gente, gli analisti vedono una ”cabina di regia” dietro la pianificazione di scontri e devastazioni. I centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento sono nel rapporto dell’antiterrorismo. C’è il Pedro di Padova; il Crash, il Teatro polivalente occupato, il Collettivo autonomo studentesco, il Collettivo Universitario autonomo e Aula C di Bologna; il Forte Prenestino e Acrobax di Roma, il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli: di qui proviene Fabio Federico, il 19enne arrestato. E ancora, ecco lo Spazio Liberato 400 colpi e il Collettivo di Scienze Politiche di Firenze; il collettivo Aut Aut, il Csoa Buridda e Zapata, il Terra di Nessuno e il Collettivo studenti medi Caos di Genova e infine, a Milano, la Bottiglieria occupata, la Rete degli studenti e l’Assemblea metropolitana permanente. Qualche ottimista immagina che vogliano emulare i no global europei, come gli studenti londinesi che hanno violato la sacralità della limousine della Regina, o i greci che si sono fatti sparare addosso dalla polizia; in realtà, più semplicemente, secondo gli investigatori dell’Ucigos sono lucidi manipolatori di persone. Che martedì scorso hanno saputo coinvolgere centinaia di giovani e meno giovani che non avevano mai tirato un sasso neanche a un cane. Basta leggere il bollettino in mano al procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti: tutti incensurati, nemmeno uno con precedenti per manifestazioni di piazza; nessuno che sapesse accendere una molotov, visto che non ne sono volate. Significa che hanno mandato avanti i più ingenui, i dilettanti. Come accadde a Genova, con i capi no global che la sera prima della grande manifestazione tennero allo stadio Tardini una seduta quasi mistica per motivare ragazzini di sedici anni al massimo. Stavolta, però, gli aspiranti burattinai che a Genova non transitarono neanche per la caienna di Bolzaneto, potrebbero finire a piazzale Clodio. Hanno diretto le mandrie a suon di sms, in un quadrilatero di viuzze e antichità servito da una sola cella per la telefonia mobile. E con le tecnologie di oggi, per l’antiterrorismo sarà un gioco da ragazzi avere nelle prossime ore le migliaia di sms sparati via etere dalle undici alle diciotto del 14 dicembre. Poi basterà leggerli, e annotare gli intestatari dei telefonini che indicano dove sfondare, come colpire, cosa incendiare. Ci vorrà del tempo, ma solo pochi giorni.

Ho quindi inviato a Il Mattino e a massimo.martinelli@ilmessaggero.it la seguente risposta con preghiera di stampa…

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Martinelli,

da storica conosco bene gli archivi dei Ministeri degli Interni e l’abilità di certi funzionari nel categorizzare gruppi scesi in piazza ad esprimere legittimo dissenso, quale falange compatta di sovversivi: si spera sempre che certi faldoni restino fonte storica per contrappunto dai quali i Giuseppe Aragno e gli altri valenti storici del presente e del futuro ricostruiscano per noi le vere aspirazioni delle resistenze, anche di quelle cosiddette “minute”, rispetto ad istituzioni indisponibili all’ascolto, quali ahinoi, è evidente, continuiamo ad annoverare.

Voglio raccontarLe di quel che ho visto io a Milano, il 25 novembre scorso: ragazzi senza caschi a mani nude assaliti dalle forze di polizia, coi manganelli alti, proiettati dietro le spalle per assestare meglio i colpi sulle teste di quegli studenti, colpendoli dall’alto, mentre scendevano le scale della metropolitana per raggiungere i ricercatori che avevano occupato il tetto della Facoltà di Fisica. Le abbondanti fotografie messe a disposizione dalla RCS lo dimostrano e, qualora non bastassero, io stessa sono disposta a testimoniarlo in qualsiasi tribunale: ma io e Lei sappiamo bene che questo non sarà mai. Quegli episodi e i continui assalti subiti da studenti e artisti del San Carlo a Napoli a partire da quello stesso giorno, sui quali né Lei né nessun altro ha speso un rigo, sono il frutto di una strategia di fomentazione all’escalation della violenza che parte da faldoni del Viminale, a Lei e a me preclusi, o da qualche presenza nei luoghi di comando – come il G8 di Genova ci ha ampiamente insegnato – e non si poteva chiudere che con gli episodi di Roma.    

La mattina del 14 dicembre, mentre raggiungevo i colleghi al Presidio di fronte al Rettorato della Statale, dall’autoradio, una Rete nazionale (103.3 Isoradio) in linea con la Questura di Roma, promanava  appelli da Stato d’Emergenza,: “girate col viso scoperto anche se fa freddo… e sempre con un documento in tasca… tenetevi lontani da capannelli di persone, sono possibili reazioni da parte delle forze dell’ordine laddove vi sia legittimo sospetto, alzate sempre le mani di modo da mostrare che non tenete nulla nascosto” e giù (sempre più giù) discorrendo. La demonizzazione del dissenso in atto, il tenore del suo articolo che rasenta il ridicolo e la presenza di adulti vestiti alla guisa dei giovani in quei ranghi, o di black bloc nelle fotografie di Roma, intorno ai quali misteriosamente si articola il baricentro della violenza, mi richiamano alla mente questa intervista di Andrea Cangini a Cossiga che Le rinfresco, e che risale a giovedì 23 ottobre 2008, INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei», ROMA
PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.
E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».(…)

Martinelli, persino Lei si sarà accorto che la politica, oggi, non ha davvero fantasia, e la contestuale ammissione da parte del questurino alla radio che da 6 mesi a questa parte vi siano state ben 555 manifestazioni pubbliche a Roma, se non ricordo male, dimostra come non solo questo Governo, ma buona parte del Parlamento non dico non rispecchi o non si faccia interprete, ma nemmeno percepisca il dissenso, tutti presi, come sono, dal mero intento di tenersi a galla e come contro di esso si scateni ciecamente l’esecutivo. Al fine di destabilizzare la pubblica opinione, di denigrare la parte che non è stata deliberatamente scelta dal potere quale interlocutore, addirittura viene messo a sua disposizione un fascicolo “riservato” e Lei e molti altri giornalisti conniventi vi prestate a questo gioco, salendo addirittura  sul carro dei violenti che, pistola alla mano, si oppongono ad ogni voce che richiami a responsabilità.

Le nostre sono verità profondamente sane e razionali, che non abbisognano di violenza per conquistare evidenza e il nostro dissenso si è coordinato a partire dal 29 Aprile, all’insegna della ricerca di un confronto aperto e approfondito con le istituzioni e con i politici in grado di recepire le nostre istanze, contro una legge che decreta l’inesorabile declino della pubblica formazione.
Si è costretti a salire sui tetti e ad urlare invocando quella responsabilità perché persone come Lei , potendo farlo, ci negano la parola preferendo imbrattare la carta, rendendo i lettori compartecipi d’una ridicola eccitazione nel farsi megafono di irresponsabili accuse oltre che del suono di quei manganelli impietosi che impattano sulle teste dei nostri studenti.

Cristiana Fiamingo

Ricercatore e Docente
Università Statale di Milano
Orgoglioso membro e coordinatore locale della Rete 29 Aprile

Questa risposta è stata pubblicata anche su http://aperinsubria.blogspot.com/2010/12/attacco-alla-rete-29-aprile.html

 Ora, per questioni di privacy posso solo parafrasare la risposta di questo signore:

From: mm
Sent: Sunday, December 19, 2010 9:06 PM
To: cf
Subject: R: Fw: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Iniziando con “Cara Cristiana”, M. si dice preoccupato che una persona che rischi di finire dietro una cattedra con qualche studente ad ascoltarla non colga la distanza siderale tra la politica della prevenzione di Maroni e quella posta in atto da Cossiga alcuni decenni fa.

D’altro canto si definisce onorato nel caso in cui io continuassi a leggerlo sul giornale.
Mi saluta cordialmente, si segna e appare questa comunicazione “ti ho risposto con il mio BlackBerry Vodafone!”

From: cf
Sent:
Monday, December 20, 2010 12:41 AM
To: mm
Subject: Re: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Signor Martinelli

la pochezza di un giornalista la si misura nell’incapacità di cogliere il momento di tacere e quello di mettersi in ascolto e poi, quantomeno, di fare una piccola indagine prima di sottovalutare in modo offensivo e sciocco i suoi interlocutori. Sono una docente i cui corsi son seguiti da centinaia di Studenti che, a differenza di lei, colgono assai bene quanto sia eticamente riprovevole che un giornalista – la cui missione è quella d’accertare e riprodurre le porzioni di verità che, quantomeno, dovrebbe ingegnarsi d’investigare e comprendere – si faccia compiacente “strumento preventivo” di un potere, ancorché costituito, al quale non dovrebbe essere asservito. Posso solo intuire a quale fine si faccia “cadere in mano” un dossier “riservato” a personaggi disponibili come lei a farsi velina di un ufficio del Ministero degli Interni, in un momento di tensione: quello di moltiplicarla. Lei usa un quotidiano per farsi portavoce di sospetti, minacce e condanne: stigmatizzando pubblicamente vari gruppi, quando – non a caso – quei dossier sono “riservati” anche per dare modo agli inquirenti di fare i dovuti accertamenti e non prendere granchi epocali. Hanno mandato avanti lei. Lei – che consiglia a me di spostare avanti le lancette dell’orologio e poi rispolvera l’UCIGOS, quando quest’ufficio dalla riforma del 1981 è stato trasformato nella Direzione centrale della polizia di prevenzione – lei, dicevo, ritiene di potersi sostituire alla DCPP: ma, prima di eccitarsi (esattamente come quando conduceva le trasmissioni sullo sport estremo, che avrebbe fatto meglio a non abbandonare) calunniando la Rete 29 Aprile, quale fautrice di un patto destabilizzatore che avrebbe aggregato la “galassia contestatrice” (tra l’altro, in absentia delle parti che chiama in causa) avrebbe dovuto quantomeno contattarne i membri e tentare di capire se fosse il caso di sbilanciarsi tanto. Perlomeno questo fa un giornalista, per evitare di cadere nel ridicolo o d’avere qualche noia legale, quando difetta di deontologia professionale.
Lei si preoccupi pure per i miei Studenti, io mi dolgo per i lettori de “Il Mattino”. Per fortuna, le rassegne stampa mi evitano incauti acquisti, ma mi permettono di leggere bene in che mani sia la pubblica opinione, di rattristarmi profondamente per essa e di combattere con tutte le mie forze perché tali metodi approssimativi stiano lontani dalla fucina di pensiero e accuratezza che ho scelto come ambito di lavoro.

 Cristiana Fiamingo

Il 22 Dicembre 2010, mentre mi avviavo al Presidio di Festa del Perdono, ho acquistato Il Mattino e ho trovata pubblicata (un po’ tagliuzzata, in verità, ma me l’aveva preannunciato il c.redattore), la mia lettera.

Quanto alla giornata del 22, la Rete ha issato un paio di striscioni sulla loggia interna di fronte al Rettorato in Festa del Perdono e ha poi seguito il Corteo studentesco, che, dopo una breve assemblea per stabilirne strategie e percorso (un po’ confusa, in verità) nella 211, si è snodato con l’intento di coprire circonvallazione interna ed esterna per raggiungere i “medi” (gli Studenti delle superiori) e gli immigrati a via Padova. Dico confusa, perchè da quel che ho visto ai cortei del 25, del 29 e del 30 Novembre, il coordinamento Digos è ben capace di spezzare cortei o di bloccare in cul-de-sac gruppi di persone, per quanto grandi e, nonostante lo abbia richiesto, nessuno ha ritenuto opportuno pensare a qualche strategia alternativa, tanto più non avendo voluto chiedere un percorso autorizzato. Al solito, si sono alternate scosse di esaltazione collettiva e voci di gran saggezza e coscienza con ampio seguito di applausi, il che fa confidare in quella tendenza all’equilibrio che consente alla sottoscritta – non certo barricadera, per quanto appassionata in ciò in cui crede – di incanalarsi in manifestazioni collettive guidate dagli Studenti.

http://www.youreporter.it/video_Milano_22_dicembre_2010_studenti_contro_la_riforma_1

Blocchi ce n’è stati e i colleghi della Rete dopo un po’ son tornati ai rispettivi Atenei. Eravamo comunque 300… giovani e forti -loro-, ma ci siam fatti incastrare, puntualmente, da subito. Buffo che ad un certo punto ci fossero più poliziotti che studenti e che mentre noi bloccavamo il traffico di una corsia in viale Romagna, affiancandoci, i poliziotti occupassero l’altra: una manifestazione parallela, insomma! Ad ogni tappa delle linee metropolitane e ad ogni passante ferroviario perdevamo qualcuno ed era buffo in via Padova (dove NON c’erano i “medi”) vedere gli immigrati proiettarsi fuori delle finestre a filmarci coi telefonini o a far sporgere i computer portatili da cui si vedevano le loro famiglie webcammate on-line, per permettere anche a loro di godersi lo spettacolo. Fino a che ho potuto seguire il corteo – poco dopo le 15,00, deviando sulla linea gialla, alla stazione metro di Duomo, dove siamo tutti scesi (poiché sapevo che si sarebbero congiunti ai “medi” in FdP, per cui la mia presenza non avrebbe fatto la differenza) non c’è stato nessun incidente. Poca strategia, essendo finiti presto i volantini che i ragazzi distribuivano alla gente, ma allegria comunque, poichè con tegamini, mestoli, lattine, zufoli e fischietti un po’ di buon ritmo si è sentito. Peccato per quel che ho letto (ma voglio sentirlo dalla loro viva voce) di pannelli divelti alla Statale quando vi hanno fatto ritorno.

Devo dire, che molto ho apprezzato questo video che evidenzia una maggiore creatività e chiarezza negli Studenti “medi” (si chiamano loro così) nel coltivare la propria fresca determinazione. http://www.youtube.com/watch?v=U6mb90KPMcU . Sebbene finora sia stata piuttosto fortunata, spero che Studenti così capitino fra le fila dei miei corsi.

Riflessioni sui “fatti” del 14 dicembre

DIEGO CUGIA

“Fracassare bancomat, incendiare automobili, lanciare petardi, sampietrini, bombe carta, accerchiare in trenta un autoblindo con due sventurati poliziotti all’interno e rischiare che diventino tizzoni ardenti, sono azioni infami e mai niente le giustificherà. Ma è altrettanto infame occuparsi dei giovani solo quando vanno a fuoco le città. È come se si invitassero i più scalmanati a ripetere le loro gesta per ottenere udienza e uno straccio di notorietà. Sono due anni che sfilano pacificamente per le strade e non frega niente a nessuno. Li hanno trattati da minoranze imbecilli e indolenti, è stato detto loro che i veri giovani sarebbero quelli che stanno a casa a studiare, invece di ringraziarli per essere ancora vivi e reattivi, magnificamente capaci di scendere in piazza in questo cimitero virtuale per ricordarci che esistono e sono disperati. (…) ” Continua a leggere