DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio

8 AGOSTO 2013

Viviamo continui déjà vu in rapida, rapidissima, concentratissima successione, direi e facciamo zapping perché è impossibile dribblare: possiamo solo chiudere gli occhi e tapparci le orecchie aspettando il gran colpo finale. L’inconcludenza, l’insignificanza politica di questi mesi (di questi anni) si fa memory foam di pratiche distruttive che vediamo moltiplicarsi come cellule tumorali in mitosi incontrollata, mentre il nostro paese ne assume la forma. A volte leggiamo frasi che sintetizzano abilmente le nostre intuizioni, altre rare volte, pagine che danno loro trama e storia, con straordinaria puntualità:

 Da Liberazione.it

POLITICA – 08/08/2013

L’anomalia Napolitano

Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa:

non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.

Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.

Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini, aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.

Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso

Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».

Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di nominati a metter mano alla Costituzione.

Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Giuseppe Aragno

29 APRILE 2013

Si affastellano le ipotesi sul “folle gesto” che ha portato un uomo a ferire due carabinieri di fronte ai palazzi del potere, mentre prestavano giuramento i ministri del Governo Letta/Alfano: è forse sufficente questo post essenziale per comprendere gli “stigma” dell’informazione, in cui Angela Mauro definisce “grillino” il carabiniere che in lacrime, ipotizza il movente di questa violenza. Insomma, dalla piazza che fa paura e cui bisogna dare un nome, “grillino” diviene ora sinonimo di buon senso?

Io credo che non occorra sapere altro.

Davanti Palazzo Chigi lo sfogo di due carabinieri:
è il gesto di un disperato, ma la gente non ne può più e se la prende con noi

L’Huffington Post | di Angela Mauro;  Pubblicato: 28/04/2013 13:02 CEST  |  Aggiornato: 28/04/2013 16:39 CEST

Sparatoria

Uno dci carabinieri feriti 

“E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. Parola di carabiniere. Accento napoletano, occhi quasi in lacrime, è in servizio con la pattuglia intorno ai Palazzi del potere, dove poco prima due suoi colleghi sono stati feriti a colpi di pistola. Si sfoga davanti ai giornalisti appena arrivati qui dal Quirinale, dove il governo Letta ha appena giurato. Si sfoga, di fianco un suo collega annuisce: “E’ una guerra tra poveri…”. Lo sguardo dei cronisti si fa sempre più incredulo. Il ricordo va a Genova 2001, altra storia, altra epoca. Lì la piazza era nemica, qui la piazza non c’è, c’è il gesto folle di un singolo (a quanto se ne sa), ma il carabiniere non impreca contro di lui, anche se di lui non sa nulla. “Era ferito sull’asfalto e urlava…”, continua il gendarme. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro – e indica il Palazzo, Camera e Palazzo Chigi – non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…”. E prosegue il racconto: sembra un grillino ma, di fronte alle sue parole, una considerazione del genere si sgonfia come semplice sintesi giornalistica, quale è. Evidentemente è una persona vera che parla prendendosi il diritto a parlare, pur con la divisa addosso. “Li vedo quando prestiamo servizio davanti al ministero… Escono i sindacalisti a braccetto e dicono: ‘L’accordo non si è fatto’. Per loro non cambia niente, per tante famiglie cambia molto…”. E ora succede questo: uno spara contro i carabinieri e il carabiniere lo comprende. Se potesse scegliere non in base allo stipendio, chissà.

DILEMMI E COMPROMESSI, il mio Paese ad un bivio
28 Aprile 2013

La recente storia ci dice una volta di più di non fidarci mai e di nessuno. Ci dice che in questo Paese niente può cambiare. Niente deve cambiare. E come pure quello stigma letterario d’una politica italica in cui tutto cambia perché nulla cambi, sia ormai fuori moda. Ci dice che il libero arbitrio va esercitato in modo diretto perché raramente la rappresentanza politica s’è messa al servizio del bene collettivo. Essere di sinistra ha perso ogni significato da che chi sale al potere, grazie ad una procedura di voto dallo stigma suino, con la favoletta della rappresentatività sfila con improntitudine davanti ai nostri occhi, dopo aver applaudito una linea di partito per poi votare in massa contro quella linea. Marini PdR era insostenibile –  potreste convenire con me –  ma, conoscendo il mio popolo, sentenzio che una percezione egemonica del potere ha impedito quella rappresentanza senza senno collettivo, di esprimersi liberamente al momento dell’applauso. Continua a leggere

La rimonta delle spese militari… nella crisi… per la crisi

Ho spesso denunciato la dipendenza dell’Africa nel quadro della gestione della sicurezza globale orchestrata dagli Stati Uniti, con l’ “operazione Africom“, ma, dopo l’affaire degli F-35, da più parti rivelatasi un’operazione economica fallimentare (Presadiretta al link), pure quanto segue ci è stato sottaciuto.

Della nostra dipendenza non si parla mai abbastanza.

lunedì 15 aprile 2013 23:17 (da Globalist.it)

L’Italia in crisi non rinuncia al drone killer

Dev’essere il fascino del mostro. Ne abbiamo scritto la scorsa settimana ricevendo richieste di altre informazioni. Aggiornamento sui Droni assassini. [Ennio Remondino] Continua a leggere

Extraordinary renditions, again… assolti i pezzi grossi: ma Kassim?

Riporto una notizia come è apparsa su il Corriere della sera online e di seguito come è apparsa su Lettera 43 (accedendo direttamente alla pagina accedete anche ai link a notizie correlate che rendono possibile, a differenza della maggior parte delle testate nazionali finanziate dal Governo, di ricostruire il percorso storico della vicenda)

La decisione del Quirinale

Napolitano grazia Joseph Romano , il colonnello Usa che rapì  Abu Omar

Nel 2005 partecipò al sequestro dell’imam di Milano (questa la notizia ufficiale… ma non fu nel 2003? I soliti giornalai improvvisati, e poi date torto a Grillo!)
Un atto che premia la nuova linea di Obama sulla sicurezza

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha concesso la grazia al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, in relazione alla condanna a cinque anni inflitta con sentenza della Corte d’Appello di Milano del 15 dicembre 2010, divenuta irrevocabile il 19 settembre 2012 , nell’ambito del rapimento dell’imam egiziano Abu Omar nel 2003; l’estremista islamico che era stato prelevato illegalmente e poi portato nel suo Paese, dove sarebbe stato sottoposto a torture e sevizie. Romano era stato condannato insieme ad altri 22 militari americani, ma nessuno di loro ha mai scontato effettivamente la pena, perché in contumacia. Continua a leggere

«Maledetta primavera» di Fulvio Grimaldi (data?)

Guardate il video  “MALEDETTA PRIMAVERA” di Fulvio Grimaldi!

Questa ottima sintesi è stata segnalata alla lista “Università in lotta” cui sono iscritta, da uno studente comunista. Nel piattume generale mi riempie di orgoglio che dall’istituzione cui appartengo siano gli studenti a proporre qualche buco della serratura da cui guardare in diversa prospettiva alle “verità” spacciate in questo Paese (e dall’informazione in generale). Mi sento di raccomandarne vivamente la visione e l’ascolto. Certo, è indubbio vi siano imprecisioni (quella senussita è una confraternita, ad esempio e non una tribù) e non so quanto sia voluta la trascuratezza circa le manovre “panafricaniste” di Gheddafi che sicuramente hanno offerto alternative ed escluso il dollaro, ma hanno addirittura innescato la nascita di organizzazioni regionali parallele (ce ne fosse bisogno… guardate l’efficace immagine che ho tratto da Wikipedia, per farvene un’idea) se non addirittura contrarie all’Unione Africana di cui, pure, il Colonnello è stato uno dei principali fautori.

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della Memoria, dei Negazionismi e dei Finanziamenti alla Pubblica Ricerca e Istruzione

in cui si rivelerà come non ci sia soluzione di continuità tra respiro, pensiero e professione pubblica…

Gira questo documento, da un po’:

«Olocausto: sembra impossibile!!!

‘Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male, è che gli uomini di bene non facciano nulla’.
(Edmund Burke)

Il Generale Dwight D. Eisenhower aveva ragione nell’ordinare che fossero fatti molti filmati e molte foto. Esattamente, come è stato previsto circa 60 anni fa…c’è chi, nonostante tutto pensa che l’OLOCAUSTO sia un mito.
E’ una questione di storia ricordare che, quando il Supremo Comandante delle Forze alleate (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, etc.), Generale Dwight D. Eisenhower, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi e persino seppellissero i morti. Il motivo, lui l’ha spiegato così: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perchè, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo”.
A tal proposito ricordiamo che il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poichè “offendeva” la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito…
Questo è un presagio spaventoso per il futuro dell’umanità! (vedi oltre).
Sono trascorsi più di 60 anni dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha visto perdere la vita nei campi di concentramento a circa 17 milioni di persone tra ebrei, prigionieri di guerra sovietici, polacchi non ebrei, rom, sinti, disabili, omosessuali ecc…Tutti assassinati, massacrati, violentati, bruciati, morti di fame e umiliati nel mentre il mondo tutto volgeva lo sguardo altrove.
Ora, più che mai, a fronte di qualcuno che sostiene “L’Olocausto è un mito”, è fondamentale fare in modo che il mondo non dimentichi, MAI.»

Nel 2007, dopo aver sottoscritto con altri storici l’appello Flores, Traverso, Sullam (23.01.2007), contro la punizione penale del “reato di negazionismo”, mi ero impegnata nella redazione di un dossier sulle legislazioni anti-negazioniste, al fine di addivenire a/ e diffondere una maggiore coscientizzazione del fenomeno e – dal mio punto di vista – quale cultrice di una storia che registra numerosi “democidi” – della limitatezza del legame tra “giorno della memoria” e fenomeno della Shoah che, per quanto prossimo e devastante, è stato solo un dei tanti “episodi storici” che non ci esime dal riflettere sulla necessità di serbare memoria ed estendere ad altri contesti storici il senso di responsabilità rispetto ad altrettanto gravi congiunture psico-socio-politico-economiche, nell’aderire all’esortazione prescrittiva del “MAI PIU'”.
Su tale scorta, sono stata di recente intervistata dal Prof. Claudio Visentin (Univ. Lugano), curatore con Brigitte Schwarz della rubrica GERONIMO. STORIA E MEMORIA, su  RSI-Rete due, rete radiofonica della Svizzera italiana. Potete ascoltare il programma dedicato alla Giornata della Memoria (2011) su: http://podcast.rsi.ch/ReteDue/Geronimo/GERONIMOSTORIA-NEGAZIONISMO24.01.11.mp3 .
Pur apprezzando molto il bel prodotto curato dal collega, poichè avrei voluto dire molto di più, completo qui il mio pensiero, sperando di fare cosa utile per chiarire alcuni punti e per far meglio comprendere che cosa mi muova ancora a rimarcare fermamente come la dimensione della formazione educativa non debba essere stimolata dai rigori della legge, in particolare, nel nostro Paese in cui i rapporti con i somministratori di giustizia, poi, sono alquanto controversi e forse non del tutto per un’inclinazione a sfuggire le regole, ma piuttosto invocando una declinazione più sfaccettata del rapporto da giocarsi fra vari livelli di responsabilità, da incastonarsi mutuamente, piuttosto che in una relazione “a scarica-barile”.
Il problema, sia chiaro, non è eminentemente nazionale: le derive del dibattito culminano nello scandalo per il tentativo di imporre una legge che recuperi i benefici del colonialismo alla memoria francese attraverso i manuali scolastici (2005), piuttosto che nella summenzionata ipotesi (mito che continua dal 2007 e ringrazio Marco Cavallarin della sua segnalazione) di cancellazione dell’Olocausto dai libri scolastici inglesi, seriamente confutata dal The Holocaust Educational Trust – nell’intento di non offendere dottrine musulmane che lo rinnegherebbero (ma, credetemi, tale generalizzazione è tutta da verificare!). Questo fermento si origina a partire dal momento in cui la Comunità Internazionale, pur ameboide nella forma, ha convenuto dover sottoscrivere una “Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale” a New York, nel 1966.
Tale convenzione è stata ratificata dall’Italia con la Legge 654, 13.10.1975, che prevede sanzioni su chi esprima comportamenti razzisti; a tale ratifica è conseguito un inasprimento delle pene con il DDL (Mancino) 122, 26.04.1993, una depenalizzazione del reato d’opinione con la L.85, 24.02.2006, art.13, per giungere infine alla proposta di un DDL Mastella, 26.01.2007 in cui (a confutazione dell’ultimo), pur non vincolandosi espressamente al reato di negazione dell’Olocausto ebraico, si invocava una punizione penale aspra a chi propagandasse e diffondesse materiale contentente espressioni d’odio razziale e di discriminazione sessuale.
Perché avverso la risoluzione penale di un problema socio-culturale? Certo perchè diffido degli interpreti delle leggi, ma anche dei fini dei loro promotori. Mi spiego approfondendo il caso italiano: è innegabile che la diffusione di messaggi d’odio o storicamente scorretti e manipolati, fra le fasce meno protette dal filtro magico della conoscenza, sia in vertiginoso aumento a causa del comune accesso ad internet, che permette la trasmissione a macchia d’olio di messaggi di ogni ordine e sottordine morale senza controllo, a dispetto di emendamenti pure esistenti nei nostri ordinamenti e sovraordinamenti, ma cui l’Italia si rapporta in “relazione disgrafica”. Si pensi alla “Decisione-quadro europea su razzismo e xenofobia” (4, 2007) e al correlato precedente “Protocollo addizionale alla Convenzione europea sul cybercrime e sulla criminalizzazione di atti di natura razzista e xenofoba commessa a mezzo di sistemi informatici” (03, 2006) che ha raccolte solo, su 25 firmatari, 6 ratifiche: ebbene, l’Italia NON ha né firmato né ratificato il protocollo, preferendo produrre uno scandaloso “emendamento d’Alia” che, introdotto nel “pacchetto sicurezza-Maroni” (2010), dimostra ampiamente di ben aver compreso l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per il quale la «libertà d’espressione», per quanto sacra, implica doveri e responsabilità ed è pertanto “contenibile” con restrizioni o sanzioni, ma è mosso dai fini sbagliati: ovvero dalla necessità di ammutolire il dissenso nei confronti del Governo invece di prendere meglio la mira contro forme di espressione antidemocratica e disgregatrice della comunità nazionale: vien fatto di chiedersi, se tale svista non sia destinata ad evitare di colpire soggetti-parte della compagine governativa che fanno sovente uso di tali espressioni e non solo nella propaganda di partito.
Ritengo allora che altre istituzioni, pur garantite nel loro sano esercizio dall’azione della magistratura (cha garantisca, ad esempio, il Preside che, prima, ammonisca e, quindi, sospenda l’insegnante sorpreso a manipolare le menti di giovani studenti con teoremi razzisti senza opportuno contrappunto di pari incisività) debbano farsi carico di tale missione, senza rendere i negazionisti paladini della libertà d’espressione; senza correre il rischio di avallare verità di Stato (ad esempio permettendo ai soli sopravvissuti alle foibe  – ammesso che ve ne siano – di descrivere il fenomeno nelle scuole), ma piuttosto “delegittimando” sul loro stesso terreno coloro che “delegittimano” verità storiche le quali si fondano sulla libera ricerca e il garantito (o che tale dovrebbe essere) libero accesso alle prove. Infatti ritengo che la copertura di prove e testimoni della compartecipazione diretta o indiretta a crimini contro l’umanità di elementi di spicco del passato nazionale, da parte di ambienti istituzionali, nel nome del segreto o dell’oblio di Stato, ci abbia portato a questo stato di cose (colonialismo italiano docet).
Pur avendo studiato a fondo la Shoah (tra prodromi e conseguenze), pur ammettendo l’incommensurabilità del maledetto fenomeno, temo inoltre si rischi di porne l’eccezionalità “al di fuori” della Storia, concorrendo a distogliere da altri fenomeni, ridotti (forse) nel numero delle vittime provocate, rispetto alla prima, così concorrendo a distogliere da responsabilità di silenzi e forme d’oblio, calati su numerosi altri crimini contro l’umanità. Il loro essersi consumati in periodi antecedenti la definizione della fattispecie giuridica, non ci rende meno responsabili rispetto al loro insegnamento circa la natura umana e le conseguenze di certi fenomeni disgregatori nei diversi contesti antropici e nel corso di determinate epoche: espansione, economia di tratta, colonialismo, imperialismo, nazionalismo ecc..

Un’unica soluzione è, a mio avviso, in grado di riprodurre quella coscienza civica che, senza sacrificare libertà d’opinione o d’altro genere, ma facendo leva su questa ed altre, permette di distinguere bene e male discernendo l’uno dall’altro e non rispetto alla convenienza al loro sostegno, ma alle prove di veridicità articolate tra argomentazione e persuasione: quella soluzione è la garanzia della sostenibilità alla libera ricerca accademica e al sistema scolastico pubblico, nella formazione di base. Non c’è altra via.

Lo scorso mese d’ottobre (2010), la vertenza Mastella si è riaperta quando il Presidente della Comunità ebraiche, Pacifici, ne ha reclamato la riproposizione a gran voce, a seguito delle scandalose lezioni ospitate e offerte da Claudio Moffa (ex-africanista, ora afferente al settore della storia delle Relazioni internazionali) al “Master Mattei”, dallo stesso organizzato in seno all’università di Teramo. Molto ci sarebbe da dire sulla decisione assunta nel settore scientifico disciplinare africanistico di promuovere Moffa all’ordinariato, basata (forse e, mi auguro, almeno) sulla quantità di pubblicazioni, ma non so quanto sulla qualità di quanto espresso e in merito alla didattica: Moffa, articolista del Resto del Siclo rivista negazionista on-line, non ha mai nascosto le proprie simpatie per i negazionisti e le sue posizioni razziste, addirittura attaccando una collega di religione ebraica per aver espresso opinioni a suo avviso criticabili sulla manipolazione da parte dell’amministrazione coloniale della struttura della società rwandese, e in particolare dei tutsi, a causa dell’appartenenza della ricercatrice stessa ad una comunità religiosa “tollerata” prima e stigmatizzata, poi, in altri tempi dal potere. Ma questo signore, il 25 settembre 2010, ha svolto una lezione (peraltro scaricabile) sulle tesi di Faurisson (v. «Faurisson on the Holocaust. Revisionism on trial in France», 1979/83). Non sarebbe un “male” in sé, non ve n’è mai in Accademia qualora si garantisca un contrappunto scientifico, e non ci si dica che sia stato dato per scontato. A poco vale il tentativo di fare una “lezione riparatrice” affidandola ad una semiologa del calibro di Valentina Pisanty, senza che vi siano sistematici progetti di dibattito a fronte delle dottrine là insegnate, ad avallare (sempreché sia stato questo il caso) una decisione che speriamo cosciente, di aver approvato il progetto del “Master Mattei” su basi scientifiche di confronto fra teorie contrapposte e non su un canto stridulo e cigolante per voce sola.

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Purtroppo la scienza è guidata in modo personalistico nel nostro Paese: ho lasciato la Sissco per le continue prevaricazioni nella comunicazione nella lista di discussione e per la sindrome carsica che soffrivano determinate argomentazioni scomode, in nulla differenziando quell’ambiente sedicente “libero” rispetto agli spesso soffocanti meandri delle comunicazioni gerarchiche in Ateneo e per alcune scorrettezze nei comportamenti che minano il corretto sviluppo di una universitas studiorum che, da sempre, mi fa cercare spazi di condivisione: non sono state così recepite alcune integrazioni che avevo inviate ai curatori rimasti aderenti alla società, pertanto, pur rimandando al suddetto dossier, che resta prezioso, integro la lista della legislazione anti-negazionista dei seguenti atti:

  • Liechtenstein, sect. 283 del Codie Penale
  • Slovacchia, Zbierka zàkanor ¢, 485/2001, Strana 5166
  • Polonia, 17 dicembre 1998, Dziennik Ustaw Rzeczypospolitey, n.162, p.6581

Imperialismo militare e Wikileaks

CHE UNA FORMA DI RICOLONIZZAZIONE MONDIALE SIA IN ATTO E’ INNEGABILE, l’Imperialismo militare è il veicolo per eccellenza di interessi economici. Se dal secondo conflitto mondiale gli States non vincono più una guerra è perchè la vittoria non è l’obiettivo: nulla è conveniente quanto una ricostruzione permanente, con accesso diretto a luoghi strategici e di rifornimento risorse. Wikileaks spaventa perchè mette definitivamente a nudo questa realtà: di seguito uno dei risultati più eclatanti e, in fondo, parte della documentazione che riguarda uno dei facilitatori di questa politica: il nostro presidente del consiglio. QUESTO NON DEVE SCARICARE LE NOSTRE COSCIENZE che ci sia o meno un impegno che leghi noi e la Germania fino a remissione del debito per la liberazione dalla II GM (una probabile bufala che giustificherebbe tuttavia il nostro tradizionale assetto a 90° verso l’aquila a stelle e strisce) e che ci sia o meno questa “fedeltà” attestata da fonti diplomatiche, noi Cittadini non ne siamo meno responsabili!

Si fa un gran parlare (26/07/2010) del rapporto del Pentagono da cui risulterebbe che l’operazione in Afghanistan è da considerarsi un fallimento e che i vertici di Al Quaeda risiederebbero tranquillamente in Pakistan, il cui governo, a sua volta, finanzierebbe i Talebani.  Questa fuga di notizie da un report riservato è quantomeno sospetta, pensando alla  rottura tra Obama e i quadri militari, dopo la sfida e successivo defenastramento di Stan McChrystal. 

Ma è saltato fuori dell’altro:

Friday, July 23, 2010  

Even a small nuclear conflict could seriously undermine U.S. military capabilities by harming communication systems on which the armed forces increasingly depend to carry out operations, a Defense Department panel warned in a June report (see GSN, June 22, 2009).[http://www.acq.osd.mil/dsb/reports/NWE-National-Enterprise.pdf] “Actions — both by others and of our own doing — are combining to create potentially tragic consequences on military operations involving the effects of nuclear weapons on the survivability of critical (military) systems,” Wired magazine yesterday quoted the report as saying. Nuclear-related dangers have received less attention from U.S. military brass following the collapse of the Soviet Union, asserts the report, prepared by a Joint Defense Science Board/Threat Reduction Advisory Committee Task Force. “Many of the post-Cold War generation of decision-makers simply do not have this issue on their ‘radar scope,’ while others pay little or no attention to it because they fail to see is as a legitimate concern,” the document states. Expertise on nuclear threats in the U.S. armed forces has undergone an “alarming atrophy,” the report’s authors warned. Contributors to the military’s growing vulnerability in this sphere include the belief that a nuclear strike is relatively unlikely to occur, along with the expense and difficulty of shielding systems against radiation and preparing soldiers to operate in the aftermath of a nuclear incident. Although the United States might no longer face “massive arsenal-exchange scenarios like those of the Cold War,” even a lower-level nuclear exchange remains a serious threat to military communication capabilities, the report states. In the 1960s, the durability of electronics was of greater concern to manufacturers because government agencies participated in 92 percent of semiconductor deals, according to the document. Today, though, only 5 percent of semiconductor contracts involve government buyers, it states. “Thus, instead of leading semiconductor technology development as they did in the early days of semiconductor products, the U.S. military systems now adapt what they can from leading-edge chips that target mainstream commercial applications,” the report says. The panel urged the military to reincorporate nuclear survivability into exercises; undertake relevant preparation of military personnel and future specialists; assess vulnerability of current equipment; and bolster its ability to conduct simulations and tests. To date, though, the Pentagon has done little to follow up on similar recommendations in an internal report from 2005, according to Wired (Olivia Koski, Wired, July 22).

Dei danni collaterali della guerra

http://boingboing.net/2010/04/05/wikileaks-video-of-u.html

Attraverso questo link si assiste ad una pagina cui va applicata la massima attenzione. Coloro che possano anche larvatamente pensare che sia questo il modo di importare democrazia in Irak, cosiccome in qualsiasi altro luogo al mondo, dovrebbero considerare attentamente foto, sequenze e video di questi “omicidi intelligenti”… degni di <<Syriana>>, ascoltando attentamente le parole.

Iraq: Wikileaks video of US military killing journalists

Xeni Jardin at 1:15 PM Monday, Apr 5, 2010

Update: A senior U.S. official is confirming authenticity of this video. See this subsequent Boing Boing post for additional background materials related to the attack.

Wikileaks claims to have obtained and decrypted video that shows US occupying forces in an Apache helicopter intentionally firing on a dozen civilians in Baghdad, including journalists working for the Reuters news organization: 22-year-old Reuters photographer, Namir Noor-Eldeen, and his driver, Saeed Chmagh, 40.
The video is accompanied by audio of the pilots’ radio dialogue. No Pentagon response yet. Reuters has been attempting to obtain the video under Freedom of Information Act requests since the incident occurred in July, 2007, but the Pentagon blocked all requests. Reuters news editor-in-chief David Schlesinger says the video is “graphic evidence of the dangers involved in war journalism and the tragedies that can result”. Wikileaks director Julian Assange said Wikileaks had to break military encryption on the file to view it, and will not reveal how or from whom the file was obtained. The transcript (and audio) seem to show the air crew lying about encountering a firefight. When they finish shooting, they laugh at the dead.

Transcript, and related information at Wikileaks site Collateralmurder.com.
Video, and an interview with Wikileaks director Julien Assange, embedded after the jump. A footnote: CNN’s homepage right now, vs. Al Jazeera’s.
Related coverage: Al Jazeera, BBC. UK Guardian, New York Times.

Sharing secrets hurts… Extraordinary renditions

http://www.alphabetics.info/international/?cat=135

Tuesday, February 16th, 2010

Britain’s government on Wednesday disclosed once-secret information on the treatment of a former Guantanamo Bay detainee who says he was tortured in U.S. custody, losing a long court battle to keep the material classified.  Judges rejected the government’s claim that revealing the information would damage U.S.-British intelligence cooperation.

The information disclosed is a seven-paragraph summary of U.S. intelligence information given to British spies about former detainee Binyam Mohamed’s treatment during interrogations by the Americans in May 2002.  The paragraphs say Mohamed was subjected to “cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities,” including sleep deprivation, shackling and threats resulting in mental stress and suffering.  They conclude that the paragraphs given to the MI5 intelligence service, “made clear to anyone reading them that BM (Mohamed) was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.”

British authorities have repeatedly denied complicity in torture.  “The wider point here is that we stand firmly against torture and cruel, inhuman and degrading treatment. We don’t condone, collude in or solicit it,” Prime Minister Gordon Brown’s spokesman Simon Lewis told reporters following the decision.  Ethiopia-born Mohamed was arrested in Pakistan in 2002 and says he was tortured there and in Morocco before being flown to Guantanamo Bay. He was released without charge last year.

The Wednesday decision upholds an earlier High Court ruling ordering officials to make public the secret seven-paragraph summary of U.S. intelligence files. The Foreign Office appealed that ruling, but said Wednesday it would abide by the ruling and posted the paragraphs on its Web site.  Foreign Secretary David Miliband restated the government’s backing for the principle that “if a country shares intelligence with another, that country must agree before its intelligence is released.” The government had argued that releasing the information would make the U.S. reluctant to share intelligence in the future.

Miliband said he had spoken to U.S. Secretary of State Hillary Clinton about the judgment on Tuesday and they had “reaffirmed the importance of the U.S./U.K. intelligence relationship.”   The seven paragraphs, which come from an earlier court ruling, are a judge’s summary of a U.S. account of Mohamed’s treatment given to British intelligence before he was interviewed by a British MI5 agent in May 2002.  Mohamed’s lawyers had long claimed the secret paragraphs prove he was mistreated and that the U.S. and British governments were complicit in his abuse. They have been fighting for access to the documents, along with The Associated Press and other news organizations.

Shami Chakrabarti, director of the rights group Liberty, said a “full and broad” public inquiry into British complicity in torture is needed in light of the information contained in the newly released paragraphs.  “It shows the British authorities knew far more than they let on about Binyam Mohamed and how he was tortured in U.S. custody,” she said. “It is clear from these seven paragraphs that our authorities knew very well what was happening to Mr. Mohamed. Our hands are very dirty indeed.”She said it is now evident that British authorities were complicit in the use of torture and benefited from it.

The case began in 2008 when Mohamed was facing a military trial at Guantanamo. His lawyers sued the British government for intelligence documents they said could prove that evidence against him had been gathered under torture.

Mohamed, 31, moved to Britain as a teenager. He was arrested as a terrorist suspect in 2002 in Karachi by Pakistani forces and later transferred to Morocco, Afghanistan and in 2004 to Guantanamo Bay.  He says he was tortured in Pakistan, and that interrogators in Morocco beat him, deprived him of sleep and sliced his genitals with a scalpel.  It isn’t clear which country the interrogators were from, but Mohamed has alleged the questions put to him could only have come from British intelligence agents.MI5 has said it did not know Mohamed was being tortured, or held in Morocco.

Mohamed was charged by the U.S. with plotting with al-Qaida to bomb American apartment buildings, but the charges were later dropped and in February 2009 he was sent back to Britain. That chain of events led to the lawsuit becoming a larger battle for access to information involving the AP, Guardian News and Media, the BBC, The New York Times, The Washington Post and other media organizations.

Mohamed is among seven former Guantanamo detainees suing the British government, accusing the security services of “aiding and abetting” their extraordinary rendition, unlawful imprisonment and torture.

Government officials insist Britain does not condone or participate in torture, but officials have avoided answering specific allegations that Britain participated indirectly by obtaining intelligence from suspects who had been tortured overseas, or sending agents to visit suspects who suffered mistreatment in foreign facilities.

JILL LAWLESS, Britain discloses secret data on terror prisoner, Associated Press, Feb. 10, 2010

The seven paragraphs

The following is quoted from the first judgment of the Divisional Court in the Binyam Mohamed case on 21 August 2008. We have alerted the Court to a typographic error available online UK Foreign Office

“The following seven paragraphs have been redacted

[It was reported that a new series of interviews was conducted by the United States authorities prior to 17 May 2001 as part of a new strategy designed by an expert interviewer.

v)  It was reported that at some stage during that further interview process by the United States authorities, BM had been intentionally subjected to continuous sleep deprivation.  The effects of the sleep deprivation were carefully observed. 

vi) It was reported that combined with the sleep deprivation, threats and inducements were made to him.  His fears of being removed from United States custody and “disappearing” were played upon.

vii) It was reported that the stress brought about by these deliberate tactics was increased by him being shackled in his interviews 

viii) It was clear not only from the reports of the content of the interviews but also from the report that he was being kept under self-harm observation, that the inter views were having a marked effect upon him and causing him significant mental stress and suffering.

ix) We regret to have to conclude that the reports provide to the SyS made clear to anyone reading them that BM was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.

x) The treatment reported, if had been administered on behalf of the United Kingdom, would clearly have been in breach of the undertakings given by the United Kingdom in 1972.  Although it is not necessary for us to categorise the treatment reported, it could readily be contended to be at the very least cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities]“

Viewing cable 09ROME649, SCENESETTER FOR ITALIAN PM BERLUSCONI JUNE 15 

US founding father James Madison famously said: “Knowledge will forever govern ignorance; and a people who mean to be their own governors must arm themselves with the power which knowledge gives.” così, ispirato da questa massima Wikileaks ha diffuso conoscenza… anche di questo

Il paese utile dal premier utile
da Wikileaks (Scaricato nella prima settimana del Dicembre 2010)

ROME 00000649 001.6 OF 004

Classified By: Elizabeth L. Dibble, Charge d’Affaires, for reasons 1.4 (b) and (d).

Summary

1 (C/NF) Mr. President, your meeting with Italian PM Silvio Berlusconi comes at a time when his closest advisors fear Italy is losing the credibility and influence that it enjoyed in Washington under the previous U.S. administration. In fact, while Italy has been a stalwart partner and participant in nearly every U.S.-led security operation around the world since the end of the Cold War, domestic political foibles and economic malaise are diluting its international influence. Italy continues to support our efforts in Afghanistan, Lebanon, Iraq, and the Balkans, but its diplomatic, economic and military institutions, which the Berlusconi government and its predecessors have starved for resources, are sorely stretched. Berlusconi and his government have tried to compensate for Italy’s failure to invest in its instruments of national power by presenting Italy as a mediator and interlocutor with difficult actors on major international issues. This self-appointed role has sometimes complicated international efforts. On Iran, for example, Italy’s role under the previous government gave Tehran the impression that the international community was divided. More recently, GOI actions have provided a European platform for Russia’s efforts to challenge NATO security interests in Europe. Berlusconi will certainly present himself as the best hope for moderating Russian behavior and will seek a signal from you that he has a mandate to speak on the West’s behalf. He will also seek to use Italy’s G8 presidency to address issues far beyond the scope and effectiveness of the organization. We should discourage both instincts. Italy has an important voice in the Euro-Atlantic community, but its efforts have proven constructive only when undertaken in coordination with the U.S. and other key allies.

Berlusconi the Politician

2. (C/NF) Our relationship with Berlusconi is complex. He is vocally pro-American and has helped address our interests on many levels in a manner and to a degree that the previous government was unwilling or unable to do, since his return to power last spring as well as in his previous turns in government. In his first 90 days in office, he approved a controversial U.S. base expansion that had been halted by bureaucratic inaction and anti-American political opposition; eliminated caveats on Italian troops in Afghanistan; and allowed us to base two of three AFRICOM component commands in Italy. At the same time, he has criticized Missile Defense, NATO enlargement and support for Kosovo’s independence as American provocations of Russia. He claimed Russian PM Putin’s military push into Georgia in August 2008 was necessary to end the bloodshed of innocents caused by Georgian President Saakashvili. He displays an overweening self-confidence born of stable and strong political popularity that has made him deaf to dissenting opinion. The strict control he exercises over his government and party inhibits his staff from giving him unpleasant messages. His unorthodox governing style, coupled with his frequent verbal gaffes and high-profile scandals (including public bickering with his wife about his alleged philandering), have caused many, including some inside the U.S. government, to dismiss him as feckless, vain, and ineffective as a modern European leader.

3. (C/NF) His shortcomings notwithstanding, marginalizing Berlusconi would limit important cooperation with a key ally.  Berlusconi is one of Europe’s most enduring politicians whose popularity in Italy will guarantee that he will influence Italian politics for many years still to come. He has arrested the trend of weak, short-lived Italian governments that has plagued this country since the end of the Second World War. When successfully engaged, he has shown the willingness to adopt policies, however unpopular, in line with ours — including support for an expanded NATO role in Afghanistan and Turkey’s membership in the EU. When ignored, he seeks to carve out a visible, international, and frequently unhelpful role for himself. Dealing with Berlusconi, therefore, requires a careful balance of close coordination with him and his key advisors while avoiding giving the impression that he can speak on our behalf with many of the world’s difficult actors. 

4. (C/NF) Italy held elections for the European Parliament on June 6 and 7, which reaffirmed Berlusconi’s People of Liberty (PDL) party as Italy’s largest party, reaching 35 percent, well ahead of the main opposition Democratic Party’s 26 percent. While Berlusconi does not have a competitive rival in the center left, his party missed the 40 percent mark that it was aiming for, and witnessed the growth of xenophobic coalition ally Northern League (LN). PDL is a personality-driven party, whose members tell us that the ideology is little more than €œBerlusconismo.€ The missed target of 40 percent can be attributed to an over-ambitious Berlusconi, as well as the turnout-depressing effects of weeks of personal attacks by the center left in the runup to the election that included allegations of fiscal and sexual impropriety. An enduring result of the election will be the heightened competition between PDL and LN, who now dominate Italian politics. LN’s tough stands on security and against immigration have won broad approval, even as Berlusconi has tried to stem the flow of PDL voters to LN by descending to the anti-immigrant rhetoric usually favored by the Northern League. Additionally, after this mild electoral setback, we can expect Berlusconi to use his White House meeting and his hosting of the G8 to underscore to Italians the important figure he cuts on the world stage.

5. (C) Prudent (some would say stodgy) banking practices allowed Italy to avoid the global financial sector meltdown. Italy’s banks simply did not engage in sub-prime lending, and they did not buy the toxic assets that caused so much trouble in the U.S. and elsewhere. But Italy has not been able to avoid the pain of the worldwide recession that has followed the financial crisis. Italy’s economic growth rate — which was relatively low even before the crisis — has dropped precipitously owing to sharp contractions in its export markets and falling domestic demand. Unemployment is expected to exceed eight percent this year and to rise further in 2010. Government tax revenues are, not unexpectedly, off sharply. Italy’s already high level of government debt and the debt ceilings that come with EU membership significantly limit the government’s ability to provide fiscal stimulus for the economy.

G8

6. (C/NF) Berlusconi’s stewardship of his G8 Presidency has been marked by a proliferation of Ministerial and sub-ministerial meetings coupled with a last-minute change of summit venue from Sardinia to the earthquake-stricken city of L’Aquila that took even his Sherpa by surprise. He and his cabinet tend to regard Italy’s G8 year more as an opportunity to curry favor with G8 outsiders such as Egypt, Spain, and Libya than as a tool to address the world’s problems. However, his desire to prevent the G8 from taking a back seat to the G20 on his watch has driven an ambitious agenda that may make useful contributions on climate change, Africa, development, and food security. He will be eager to work with you to build a legacy of G8 deliverables that will bear the Italian label. The Major Economies Forum meeting during the G8 summit, which will include the leaders of 17-plus countries that emit over 80 percent of global emissions, will be an important chance to mobilize high-level consensus in the run-up to the December UN climate change talks in Copenhagen.

Guantanamo Detainees

7. (C/NF) Berlusconi welcomed your decision to close Guantanamo, and has publicly and repeatedly underscored Italy’s desire to support the move by taking detainees. FM Frattini recently outlined for AG Holder the efforts Italian officials have been making within the EU to negotiate a common EU framework that will open the door to individual country agreements with the U.S. While the junior partner in Berlusconi’s coalition opposes taking any detainees, Berlusconi has made it clear that he views this as a moral commitment to support the U.S.

Russia

8. (C/NF) Dependence on Russian energy, lucrative and frequently nontransparent business dealings between Italy and Russia, and a close, personal relationship between Berlusconi and Putin have distorted the PM’s view to the point that he believes much of the friction between the West and Russia has been caused by the U.S. and NATO. Berlusconi believes he, acting as a mediator, can restore a spirit of dialogue and cooperation between Europe, the U.S. and Russia, but largely on Russia’s terms, through indefinitely postponing NATO’s outreach to Ukraine and Georgia, diluting the EU’s efforts to promote democracy in Belarus, and undermining OSCE’s important role in promoting human and democratic values across the whole of Europe. Berlusconi has publicly proposed to mediate your relationship with Russian President Medvedev and is hoping you will give him a signal, however small, that he has your blessing to do so. Instead, you can let him know that we believe that issues of security that affect the transatlantic community should be addressed by the Alliance at large, and that the U.S. is not prepared to sacrifice values in exchange for short-term stability predicated on Russian promises of good behavior. And we will react — and expect others who share these values to do so as well — when Russia crosses a red-line, for instance in threatening the sovereignty of neighboring states.

Energy

9. (C/NF) Berlusconi’s close personal ties with Putin and the very strong corporate ties between Italian energy parastatal ENI and Russia’s Gazprom often put Italy squarely at odds with USG efforts to reduce Europe’s dependence on Russian energy. For example, the Italian government is deeply ambivalent about energy projects that would help Europe diversify its energy imports, while at the same time it is supportive of other projects that would increase Europe’s Russian energy dependency. ENI, 30-percent owned by the Italian Government, often dictates GOI energy policy and uses its influence, through the GOI, to block EU energy market liberalization plans. Italy is taking some steps, however, in the right direction, by supporting energy projects that will diversify its own energy sources. It would be helpful if you could raise with Berlusconi long-standing USG concerns about European energy security, emphasizing that increasing the flow of Russian gas around Ukraine is not the same as a policy seeking a true diversity of energy sources, routes and technologies.

 10. (C) The Berlusconi Government is pursuing plans to bring back nuclear power to Italy. U.S.-based companies Westinghouse and GE face stiff competition from foreign rivals, particularly France, whose governments are heavily lobbying the GOI. A word to Berlusconi that the U.S. expects this to be a fair and transparent competition is critical if U.S. firms are to have a fair chance to bid for Italian nuclear energy projects

Iran

11. (C/NF) With Italy frustrated by its exclusion from the P5-plus-1 negotiating circle, Berlusconi will highlight Italy’s would-be role as an interlocutor between the West, Israel and Iran, claiming excellent relations with all parties involved. He may also push for the U.S. to drop the P5 1 framework altogether. Italian officials were thrilled by your commitment to embark upon direct diplomatic engagement with Iran, but cannot resist the impulse to try to be €œpresent at the creation.€ FM Frattini has worked strenuously to lock in high-level Iranian attendance at the June 26-27 Afghanistan-Pakistan Outreach meeting, hoping thereby to play host to the first U.S.-Iranian ministerial encounter in decades. 

Libya

12. (C/NF) Berlusconi has continued Italy’s policy of developing an expanded relationship with Libya, largely in order to stem the tide of irregular migration from Libyan shores, but also to gain advantageous access to Libya’s oil reserves for Italian firms, mainly ENI. As follow-up to the 2008 Libya-Italy Friendship Treaty — which committed Libya to sterner measures to deter irregular migrants from entering Italy from its shores, but also offered 5 billion USD in development assistance — Libyan leader Qadhafi will pay an historic first official visit to Rome June 10-12, just before Berlusconi’s Washington visit. As the current African Union President, Qadhafi will be at the G8 Summit in L’Aquila and we anticipate Berlusconi may lobby you to meet with the Libyan leader during your visit.

A Partner in Security

13. (C/NF) Berlusconi has maintained a significant military commitment in Afghanistan (2,600 troops, mostly in Italy’s Regional-Command West), but has dropped from fourth- to sixth-largest ISAF contributor as other countries like France and Canada have augmented their troop levels. At Stasbourg-Kehl, his government pledged modest increases to cover election security which, if made permanent, would put Italy back in the top tier of ISAF contributors. He has also  supported the creation of the NATO Training Mission in Afghanistan, doubling the number of Carabinieri police trainers to over 100. Italy has been an anemic contributor to international aid efforts in Afghanistan and Pakistan and has cut overall foreign assistance by more than 60 percent in this year’s budget. However, Berlusconi knows this is a priority area for the U.S. and will likely respond positively if you press him to do more in the region.

14. (C) Our shared security interests with Italy go beyond Afghanistan. U.S. facilities in Italy provide unmatched freedom of action and are critical to our ability to project stability into the Mediterranean, Middle East and North Africa. We have 15,000 U.S. military on six Italian bases and these installations host some of our most advanced capabilities deployed outside the U.S. Our bases and activities out of Italy are not uniformly popular, but PM Berlusconi, in this government as in his last, has made preserving this security relationship a priority, and the GOI has invariably come through on our top requests, despite domestic political risks. The GOI has approved the expansion of our base at Vicenza to consolidate the 173rd Airborne Brigade, the deployment of the USAF Global Hawk UAV in Sicily, and the establishment of AFRICOM Army and Navy Component Commands on Italian soil. Italy’s leadership in other overseas missions helps us concentrate our forces on our top priorities. In addition to its troops in Afghanistan, Italy currently has 2,300 in the Balkans, 2,400 in Lebanon, and is the leading contributor to the NATO Training Mission in Iraq.

Conclusion

15. (C/NF) The robust U.S.-Italian relationship provides us with major national security benefits in our military missions overseas, our own power projection, and on a broad law enforcement agenda, but the Prime Minister is an erratic steward. It might be tempting to dismiss Berlusconi as a frivolous interlocutor, with his personal foibles, public gaffes and sometimes unpredictable policy judgment, but we believe this would be a mistake. Despite his faults, Berlusconi has been the touchstone of Italian politics for the last 15 years, and every indication is that he will be around for years to come. When we are able to successfully engage him in pursuit of our common objectives, he has proved an ally and friend to the United States. He respects and admires the U.S., and is eager to build a strong and successful relationship with you. DIBBLE