Rete29Aprile: the way to go (e il Premio “Articolo 21”)

Davvero esiste coscienza e una naturale tendenza all’equilibrio: certo, occorre valutare il peso specifico di ogni notizia – e questo è, ahinoi, un dato soggettivo – ma occorre avere fiducia che almeno coloro che sanno resistere nel nome del palesamento delle verità nascoste, condividano quel valore, ed ecco che…

Sarà assegnato alla delegazione dei 12 studenti e ricercatori che si sono recati al Quirinale il prossimo Premio Articolo21* per la libertà di informazione

“Articolo21 ha deciso di assegnare il prossimo premio annuale per la libertà di informazione alla delegazione dei 12 studenti e ricercatori che sono stati ricevuti ieri dal presidente Napolitano”. Lo affermano Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti, direttore e portavoce di Articolo21 in una nota. “Un premio assegnato non solo per l’impegno manifestato in questi mesi per la tutela del diritto alla formazione e all’istruzione pubblica e quindi all’esistenza stessa dell’Italia ma anche per la lezione mediatica che hanno dato, fatta di fantasia e creatività con la quale, nella giornata di ieri hanno letteralmente spiazzato coloro che hanno fatto di tutto per alimentare gli incidenti, per provocare i disordini, per levare loro persino il diritto a riunirsi, a manifestare e ad esprimere opinioni in contrasto con il desolante spirito dei tempi. Lasciando vuota la zona rossa del potere hanno voluto ribadire agli avvelenatori dei pozzi che si dovranno rassegnare perchè non tutti si possono acquistare”.

da http://www.articolo21.org

… fra quei 12, il “nostro” Massimiliano Tabusi, l’ideatore della strategia dei tetti. Buon segno e importante incoraggiamento per la Rete29Aprile… ma quali le strategie future? A presidi dismessi (ultimo quello della Fac. di Architettura di Roma), ricercatori e studenti  si impegneranno a far conoscere  i contenuti di una legge che produrrà molti danni all’università, alla formazione e, a ricaduta – come se non bastasse la strategia dei tagli – sulla cultura italiana. Cominceremo con un Convegno Nazionale e poi, in tutti gli atenei del territorio nazionale, parleremo con gli studenti e le loro famiglie per  far capire in profondità – laddove è mancato un qualsiasi studio di fattibilità, indispensabile nel forgiare riforme pubbliche (occorre ricordarlo? Con fondi e mezzi e patrimoni pubblici) – e far riconoscere così i disastri che da questa legge deriveranno (se sarà mai applicata).
Incredibilmente – accanto all’ignavia di molti studenti, paghi di “attraversare” un servizio – che, in quanto “pubblico” loro dovrebbe essere – e  dei colleghi proni a farsi trasformare le carte in tavola sopra la testa, senza nemmeno fare lo sforzo di immaginare le conseguenze future e le profonde trasformazioni peggiorative della istituzione in cui lavorano, il principale elemento da combattere è ed è stata proprio la totale disinformazione messa in atto dalle principali testate nazionali e arene televisive, che han dato spazio ai monologhi del ministro Gelmini, che parlava per slogan, evitando di entrare nel merito di quale possa essere l’università futuribile sulla base di questa riforma, ordita per distruggere non per trasformare in profondità la fucina della ricerca e della didattica italiana (si pensi che non vi è grado di istruzione al quale si possa accedere come docente senza passare per l’univeristà pubblica, dati i numeri di cui abbisognamo anche soltato per lambire le statistiche dei rapporti docenti/discenti europei).

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* L’Art. 21 della Costituzione stabilisce che:

  • Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
  • La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
  • Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.
  • In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.
  • La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
  • Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
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Il “Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile” (il match col giornalista e non solo: 16-22 dicembre)

Il Mattino, il 16 dicembre pubblica, a firma Massimo Martinelli, il seguente articolo – non dissimile da quello pubblicato su il Messaggero (tra pagg.1 e 3) : “Il dossier – Scontri, l’allarme dell’antiterrorismo. Patto dei violenti: è la Rete 29 Aprile”.

Da prima del 14 Dicembre 2010 (giorno dei “fatti” di Roma…) si è scatenata una campagna di demonizzazione del dissenso che, c’era da aspettarselo, è scesa pari pari nei faldoni del Viminale e, al solito, altresì, nelle penne di certi giornalisti, accorsi a nozze. Sappi, o viandante virtuale che incocci in questo mio blog, che hai a che fare con una “terrorista” della Rete 29 Aprile… così hanno fatto sapere a quest’anima bella che “si fa concava” agli ordini degli innescatori del terrore:

Massimo Martinelli Roma, così ha scritto su Il Mattino forse il 16/12/2010.

“Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”

La purezza dello spontaneismo e della protesta genuina adesso è roba preistorica. Quello che era scritto da mesi nei rapporti riservati del Viminale ha ricevuto un sigillo di autenticità nelle piazze di Roma. E probabilmente era superfluo. Eppure è servito a portare la realtà sotto gli occhi di tutti: gli studenti ”in movimento” non sono più i ragazzi dell’Onda anomala del 2008, romantici e sognatori. Adesso serrano i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo. E sembrano essere contro lo Stato. Esiste un rapporto ”riservato” che la descrive bene, questa galassia contestatrice che ha conquistato la scena martedì scorso. Dice senza mezzi termini che queste proteste di studenti e ricercatori contro il ddl Gelmini vedono uniti in un fronte compatto e monolitico le espressioni del mondo della scuola, gli esponenti del sindacalismo di base e dell’antagonismo no global. Un patto che è stato siglato il 29 aprile scorso a Milano, durante una riunione a cui hanno partecipato oltre trecento tra ricercatori e studenti provenienti da 35 atenei. Un’intesa che è stata appunto ribattezzata «Rete del 29 aprile». La conferma, per gli uomini dell’antiterrorismo, era arrivata quindici giorni fa, in occasione delle manifestazioni degli studenti del 30 novembre scorso. A Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine. E con loro, anche i duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti. Che una volta erano gli operai sfruttati del dopoguerra e oggi sono i giovani padri di famiglia umiliati dai tagli imposti dalla crisi economica. Dietro a loro ci vanno i ragazzi delle università, incoscienti e idealisti. Incapaci di capire che incendiare una camionetta della Celere è un po’ come buttare un fiammifero acceso addosso al benzinaio che ti sta facendo il pieno: rischi solo di ammazzare un poveraccio che per mille euro al mese fa un lavoro ingrato e onesto. Con qualche rischio di sopravvalutarla, questa gente, gli analisti vedono una ”cabina di regia” dietro la pianificazione di scontri e devastazioni. I centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento sono nel rapporto dell’antiterrorismo. C’è il Pedro di Padova; il Crash, il Teatro polivalente occupato, il Collettivo autonomo studentesco, il Collettivo Universitario autonomo e Aula C di Bologna; il Forte Prenestino e Acrobax di Roma, il Collettivo Autorganizzato Universitario e il Laboratorio Insurgencia di Napoli: di qui proviene Fabio Federico, il 19enne arrestato. E ancora, ecco lo Spazio Liberato 400 colpi e il Collettivo di Scienze Politiche di Firenze; il collettivo Aut Aut, il Csoa Buridda e Zapata, il Terra di Nessuno e il Collettivo studenti medi Caos di Genova e infine, a Milano, la Bottiglieria occupata, la Rete degli studenti e l’Assemblea metropolitana permanente. Qualche ottimista immagina che vogliano emulare i no global europei, come gli studenti londinesi che hanno violato la sacralità della limousine della Regina, o i greci che si sono fatti sparare addosso dalla polizia; in realtà, più semplicemente, secondo gli investigatori dell’Ucigos sono lucidi manipolatori di persone. Che martedì scorso hanno saputo coinvolgere centinaia di giovani e meno giovani che non avevano mai tirato un sasso neanche a un cane. Basta leggere il bollettino in mano al procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti: tutti incensurati, nemmeno uno con precedenti per manifestazioni di piazza; nessuno che sapesse accendere una molotov, visto che non ne sono volate. Significa che hanno mandato avanti i più ingenui, i dilettanti. Come accadde a Genova, con i capi no global che la sera prima della grande manifestazione tennero allo stadio Tardini una seduta quasi mistica per motivare ragazzini di sedici anni al massimo. Stavolta, però, gli aspiranti burattinai che a Genova non transitarono neanche per la caienna di Bolzaneto, potrebbero finire a piazzale Clodio. Hanno diretto le mandrie a suon di sms, in un quadrilatero di viuzze e antichità servito da una sola cella per la telefonia mobile. E con le tecnologie di oggi, per l’antiterrorismo sarà un gioco da ragazzi avere nelle prossime ore le migliaia di sms sparati via etere dalle undici alle diciotto del 14 dicembre. Poi basterà leggerli, e annotare gli intestatari dei telefonini che indicano dove sfondare, come colpire, cosa incendiare. Ci vorrà del tempo, ma solo pochi giorni.

Ho quindi inviato a Il Mattino e a massimo.martinelli@ilmessaggero.it la seguente risposta con preghiera di stampa…

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Martinelli,

da storica conosco bene gli archivi dei Ministeri degli Interni e l’abilità di certi funzionari nel categorizzare gruppi scesi in piazza ad esprimere legittimo dissenso, quale falange compatta di sovversivi: si spera sempre che certi faldoni restino fonte storica per contrappunto dai quali i Giuseppe Aragno e gli altri valenti storici del presente e del futuro ricostruiscano per noi le vere aspirazioni delle resistenze, anche di quelle cosiddette “minute”, rispetto ad istituzioni indisponibili all’ascolto, quali ahinoi, è evidente, continuiamo ad annoverare.

Voglio raccontarLe di quel che ho visto io a Milano, il 25 novembre scorso: ragazzi senza caschi a mani nude assaliti dalle forze di polizia, coi manganelli alti, proiettati dietro le spalle per assestare meglio i colpi sulle teste di quegli studenti, colpendoli dall’alto, mentre scendevano le scale della metropolitana per raggiungere i ricercatori che avevano occupato il tetto della Facoltà di Fisica. Le abbondanti fotografie messe a disposizione dalla RCS lo dimostrano e, qualora non bastassero, io stessa sono disposta a testimoniarlo in qualsiasi tribunale: ma io e Lei sappiamo bene che questo non sarà mai. Quegli episodi e i continui assalti subiti da studenti e artisti del San Carlo a Napoli a partire da quello stesso giorno, sui quali né Lei né nessun altro ha speso un rigo, sono il frutto di una strategia di fomentazione all’escalation della violenza che parte da faldoni del Viminale, a Lei e a me preclusi, o da qualche presenza nei luoghi di comando – come il G8 di Genova ci ha ampiamente insegnato – e non si poteva chiudere che con gli episodi di Roma.    

La mattina del 14 dicembre, mentre raggiungevo i colleghi al Presidio di fronte al Rettorato della Statale, dall’autoradio, una Rete nazionale (103.3 Isoradio) in linea con la Questura di Roma, promanava  appelli da Stato d’Emergenza,: “girate col viso scoperto anche se fa freddo… e sempre con un documento in tasca… tenetevi lontani da capannelli di persone, sono possibili reazioni da parte delle forze dell’ordine laddove vi sia legittimo sospetto, alzate sempre le mani di modo da mostrare che non tenete nulla nascosto” e giù (sempre più giù) discorrendo. La demonizzazione del dissenso in atto, il tenore del suo articolo che rasenta il ridicolo e la presenza di adulti vestiti alla guisa dei giovani in quei ranghi, o di black bloc nelle fotografie di Roma, intorno ai quali misteriosamente si articola il baricentro della violenza, mi richiamano alla mente questa intervista di Andrea Cangini a Cossiga che Le rinfresco, e che risale a giovedì 23 ottobre 2008, INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei», ROMA
PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.
E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».(…)

Martinelli, persino Lei si sarà accorto che la politica, oggi, non ha davvero fantasia, e la contestuale ammissione da parte del questurino alla radio che da 6 mesi a questa parte vi siano state ben 555 manifestazioni pubbliche a Roma, se non ricordo male, dimostra come non solo questo Governo, ma buona parte del Parlamento non dico non rispecchi o non si faccia interprete, ma nemmeno percepisca il dissenso, tutti presi, come sono, dal mero intento di tenersi a galla e come contro di esso si scateni ciecamente l’esecutivo. Al fine di destabilizzare la pubblica opinione, di denigrare la parte che non è stata deliberatamente scelta dal potere quale interlocutore, addirittura viene messo a sua disposizione un fascicolo “riservato” e Lei e molti altri giornalisti conniventi vi prestate a questo gioco, salendo addirittura  sul carro dei violenti che, pistola alla mano, si oppongono ad ogni voce che richiami a responsabilità.

Le nostre sono verità profondamente sane e razionali, che non abbisognano di violenza per conquistare evidenza e il nostro dissenso si è coordinato a partire dal 29 Aprile, all’insegna della ricerca di un confronto aperto e approfondito con le istituzioni e con i politici in grado di recepire le nostre istanze, contro una legge che decreta l’inesorabile declino della pubblica formazione.
Si è costretti a salire sui tetti e ad urlare invocando quella responsabilità perché persone come Lei , potendo farlo, ci negano la parola preferendo imbrattare la carta, rendendo i lettori compartecipi d’una ridicola eccitazione nel farsi megafono di irresponsabili accuse oltre che del suono di quei manganelli impietosi che impattano sulle teste dei nostri studenti.

Cristiana Fiamingo

Ricercatore e Docente
Università Statale di Milano
Orgoglioso membro e coordinatore locale della Rete 29 Aprile

Questa risposta è stata pubblicata anche su http://aperinsubria.blogspot.com/2010/12/attacco-alla-rete-29-aprile.html

 Ora, per questioni di privacy posso solo parafrasare la risposta di questo signore:

From: mm
Sent: Sunday, December 19, 2010 9:06 PM
To: cf
Subject: R: Fw: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Iniziando con “Cara Cristiana”, M. si dice preoccupato che una persona che rischi di finire dietro una cattedra con qualche studente ad ascoltarla non colga la distanza siderale tra la politica della prevenzione di Maroni e quella posta in atto da Cossiga alcuni decenni fa.

D’altro canto si definisce onorato nel caso in cui io continuassi a leggerlo sul giornale.
Mi saluta cordialmente, si segna e appare questa comunicazione “ti ho risposto con il mio BlackBerry Vodafone!”

From: cf
Sent:
Monday, December 20, 2010 12:41 AM
To: mm
Subject: Re: in risposta a Martinelli, La purezza dello spontaneismo ecc…

Signor Martinelli

la pochezza di un giornalista la si misura nell’incapacità di cogliere il momento di tacere e quello di mettersi in ascolto e poi, quantomeno, di fare una piccola indagine prima di sottovalutare in modo offensivo e sciocco i suoi interlocutori. Sono una docente i cui corsi son seguiti da centinaia di Studenti che, a differenza di lei, colgono assai bene quanto sia eticamente riprovevole che un giornalista – la cui missione è quella d’accertare e riprodurre le porzioni di verità che, quantomeno, dovrebbe ingegnarsi d’investigare e comprendere – si faccia compiacente “strumento preventivo” di un potere, ancorché costituito, al quale non dovrebbe essere asservito. Posso solo intuire a quale fine si faccia “cadere in mano” un dossier “riservato” a personaggi disponibili come lei a farsi velina di un ufficio del Ministero degli Interni, in un momento di tensione: quello di moltiplicarla. Lei usa un quotidiano per farsi portavoce di sospetti, minacce e condanne: stigmatizzando pubblicamente vari gruppi, quando – non a caso – quei dossier sono “riservati” anche per dare modo agli inquirenti di fare i dovuti accertamenti e non prendere granchi epocali. Hanno mandato avanti lei. Lei – che consiglia a me di spostare avanti le lancette dell’orologio e poi rispolvera l’UCIGOS, quando quest’ufficio dalla riforma del 1981 è stato trasformato nella Direzione centrale della polizia di prevenzione – lei, dicevo, ritiene di potersi sostituire alla DCPP: ma, prima di eccitarsi (esattamente come quando conduceva le trasmissioni sullo sport estremo, che avrebbe fatto meglio a non abbandonare) calunniando la Rete 29 Aprile, quale fautrice di un patto destabilizzatore che avrebbe aggregato la “galassia contestatrice” (tra l’altro, in absentia delle parti che chiama in causa) avrebbe dovuto quantomeno contattarne i membri e tentare di capire se fosse il caso di sbilanciarsi tanto. Perlomeno questo fa un giornalista, per evitare di cadere nel ridicolo o d’avere qualche noia legale, quando difetta di deontologia professionale.
Lei si preoccupi pure per i miei Studenti, io mi dolgo per i lettori de “Il Mattino”. Per fortuna, le rassegne stampa mi evitano incauti acquisti, ma mi permettono di leggere bene in che mani sia la pubblica opinione, di rattristarmi profondamente per essa e di combattere con tutte le mie forze perché tali metodi approssimativi stiano lontani dalla fucina di pensiero e accuratezza che ho scelto come ambito di lavoro.

 Cristiana Fiamingo

Il 22 Dicembre 2010, mentre mi avviavo al Presidio di Festa del Perdono, ho acquistato Il Mattino e ho trovata pubblicata (un po’ tagliuzzata, in verità, ma me l’aveva preannunciato il c.redattore), la mia lettera.

Quanto alla giornata del 22, la Rete ha issato un paio di striscioni sulla loggia interna di fronte al Rettorato in Festa del Perdono e ha poi seguito il Corteo studentesco, che, dopo una breve assemblea per stabilirne strategie e percorso (un po’ confusa, in verità) nella 211, si è snodato con l’intento di coprire circonvallazione interna ed esterna per raggiungere i “medi” (gli Studenti delle superiori) e gli immigrati a via Padova. Dico confusa, perchè da quel che ho visto ai cortei del 25, del 29 e del 30 Novembre, il coordinamento Digos è ben capace di spezzare cortei o di bloccare in cul-de-sac gruppi di persone, per quanto grandi e, nonostante lo abbia richiesto, nessuno ha ritenuto opportuno pensare a qualche strategia alternativa, tanto più non avendo voluto chiedere un percorso autorizzato. Al solito, si sono alternate scosse di esaltazione collettiva e voci di gran saggezza e coscienza con ampio seguito di applausi, il che fa confidare in quella tendenza all’equilibrio che consente alla sottoscritta – non certo barricadera, per quanto appassionata in ciò in cui crede – di incanalarsi in manifestazioni collettive guidate dagli Studenti.

http://www.youreporter.it/video_Milano_22_dicembre_2010_studenti_contro_la_riforma_1

Blocchi ce n’è stati e i colleghi della Rete dopo un po’ son tornati ai rispettivi Atenei. Eravamo comunque 300… giovani e forti -loro-, ma ci siam fatti incastrare, puntualmente, da subito. Buffo che ad un certo punto ci fossero più poliziotti che studenti e che mentre noi bloccavamo il traffico di una corsia in viale Romagna, affiancandoci, i poliziotti occupassero l’altra: una manifestazione parallela, insomma! Ad ogni tappa delle linee metropolitane e ad ogni passante ferroviario perdevamo qualcuno ed era buffo in via Padova (dove NON c’erano i “medi”) vedere gli immigrati proiettarsi fuori delle finestre a filmarci coi telefonini o a far sporgere i computer portatili da cui si vedevano le loro famiglie webcammate on-line, per permettere anche a loro di godersi lo spettacolo. Fino a che ho potuto seguire il corteo – poco dopo le 15,00, deviando sulla linea gialla, alla stazione metro di Duomo, dove siamo tutti scesi (poiché sapevo che si sarebbero congiunti ai “medi” in FdP, per cui la mia presenza non avrebbe fatto la differenza) non c’è stato nessun incidente. Poca strategia, essendo finiti presto i volantini che i ragazzi distribuivano alla gente, ma allegria comunque, poichè con tegamini, mestoli, lattine, zufoli e fischietti un po’ di buon ritmo si è sentito. Peccato per quel che ho letto (ma voglio sentirlo dalla loro viva voce) di pannelli divelti alla Statale quando vi hanno fatto ritorno.

Devo dire, che molto ho apprezzato questo video che evidenzia una maggiore creatività e chiarezza negli Studenti “medi” (si chiamano loro così) nel coltivare la propria fresca determinazione. http://www.youtube.com/watch?v=U6mb90KPMcU . Sebbene finora sia stata piuttosto fortunata, spero che Studenti così capitino fra le fila dei miei corsi.

Pogrom istituzionali… e va bene, sia pure, “programmati”

care Istituzioni locali: la programmazione non vi rende meno responsabili … ed è inutile che scarichiate sulle famiglie responsabilità vostre…

Milano, 17 dic. (Adnkronos) – “Lo sgombero del campo nomadi di via Triboniano non e’ certo avvenuto tramite un blitz improvviso e non annunciato: sono mesi ormai che queste strutture devono essere smantellate e fino ad oggi mille cavilli erano sopraggiunti, ritardando di fatto il compimento di questa operazione”. Cosi che Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia commenta lo sgombero.

“E’ profondamente ingiusto -aggiunge Boni- che, come purtroppo accade, i minori ospiti del campo nomadi vengano strumentalizzati dalle loro famiglie e da qualche associazione per attaccare le istituzioni, sostenendo che quest’ultime si stiano accanendo con la popolazione nomade”.

Il presidente del Consiglio regionale invita le associazioni di volontariato a “evitare di fomentare i rom contro Comune e Regione, perche’ di certo non si persegue il bene delle famiglie nomadi e soprattutto dei minori continuando a pretendere che questi vivano confinati in alcuni container a spese delle istituzioni”.

Ieri da Sesto è partita l’ennesima fiaccolata organizzata da genitori, responsabili, che sono consci delle gravi ripercussioni che la sistematicità dei pogrom istituzionali avranno su una società non disposta alla vera e sostanziale integrazione: l’unica in grado di creare cittadinanza e non apartheid – la cui ricaduta, a dispetto di ogni retorica, ancora si paga a caro prezzo a vent’anni dalla sua dichiarata sconfitta… Impariamo dagli altri!

Riporto qui un vecchio post, perché è un’emergenza mai conclusa a distanza di un anno

A ogni cosa il suo nome: POGROM ISTITUZIONALI (11/12/2009)

Non ho amato mai i girotondi e nemmeno le fiaccolate (se non le proteste contro la mafia in Locride: giovani contro due poteri collusi di cui è impossibile aver ragione). Son certo manifestazioni di dissenso ma non sono risposte: mi sono sempre sembrati una rinuncia a riappropriarsi della politica che è del tutto sfuggita di mano al “popolo sovrano” … oggi “viola”, il colore dei baldacchini dei morti, perchè denuncia la morte della politica, appunto.
Tuttavia, nella città in cui lavoro, Milano, le nuove forze speciali del Comune morattiano han raso al suolo un paio di campi nomadi e uno in particolare in cui da tempo era stata avviata una forma di integrazione scolastica.
Da che lavoro lì, ho collaborato, nella mia funzione di docente universitario, con associazioni e loro consorzi nel milanese e per lo più nel settore della formazione, con funzioni, possiamo dire di “facilitatore” d’un rapporto tra teoria e pratica: attraverso questa lente di ingrandimento ho avuto il privilegio di interlocuire con società civile, attori sociali sensibili e insegnanti, tra l’altro anche sui problemi relativi alla xenofobia, e ai Rom in particolare, specie da quando l’Unione Europea, nel 2007, ha ammesso diritto di libera circolazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari e si temevano ingressi massicci di Rom – si parlava di decine di migliaia, che il nostro Paese dimostrava di non voler gestire, facendosi cogliere impreparato ricettacolo passivo e disordinato che ha incoscientemente originato problemi cui risponde, oggi, con la persecuzione etnica e lo sgombero.
Le autorità cittadine erano sempre lì in prima fila o coi bei loghetti degli sponsor, a istoriare le nostre locandine: eppure da quel pulpito quante volte io stessa ho detto che quel tipo di politiche erano moltiplicatrici di disordine , violenza e criminalità di lungo periodo! Soddisfatto il presenzialismo applaudivano.
E così l’ho fatto, il 2 novembre ero lì. Piazza San Babila, direzione Piazza Fontana. Fiaccole non ce n’erano, allora “ci abbiam dato di candele”: ed è stata una lotta contro il vento che non vi dico …. tutti con vestiti e scarpe macchiati di cera. In piazza si son dette alcune frasi, ma non si è proposta alcuna strategia: ho chiesto che almeno si invitassero gli astanti ad inviare e-mail su e-mail alla Moioli. Ma non ho letto di uno scandaloso blocco delle comunicazioni comunali, ad oggi!

1. Società civile e dissenso

Secondo le più  quotate teorie, i partiti dovrebbero canalizzare il consenso della propria base, la società civile dovrebbe canalizzare dissenso e gioco-forza farlo fluire attraverso uno o più interlocutori politici perchè si trasformi in opzione politica e pratica: ma non trova sponda, ormai. Ci si disperde nel mondo virtuale, che ha ormai canali di informazione e liste d’opinione privilegiate, in qualche fiaccolata di poche centinaia d’anime se non meno e nell’assenza di una concreta strategia di contrasto, se non nella straordinaria solidarietà di maestre e famiglie nei luoghi colpiti dagli sgomberi. Ma fino a quando potranno reggere? E, soprattutto, che gliene cale alla poltica e come impatta sul settore decisionale?
Non ci dovrebbe essere solo un dibattito sui Rom, o meglio non dovrebbe limitarsi alla sua contingenza, va fatto un passo indietro e, senza dimenticare il grave crimine commesso, riflettere in termini di cultura politica. Di quella che si riprodurrà nella nostra società, anche nella sua dimensione di contesto d’accoglienza se permetteremo che altre azioni simili vengano perpetrate dalle isituzioni a livello locale e nazionale.
Diciamo che lo straniero debba adattarsi alle nostre regole: ma se le nostre regole si estrinsecano in pogrom istituzionalizzati, di quali regole stiamo parlando e deliberate da chi?
Certo, dobbiamo dare il tempo alla politica di riprendersi da quest’epoca sordida; ai politici di rinunciare a questo personalismo/anti-personalismo esasperato a scapito dei programmi, che si riflette in ogni settore della vita pubblica. 

 2. Ritorno alla/della politica

Non so quanto tempestivamente, ma sembra (sembra) che stiano tornando in voga dei principi nell’ambito politico. Che “qualcuno” – sia pure in parte per motivi personali – tenti di rimetterli in causa. Indipendentemente dallo schieramento d’appartenenza e dalla piega che assumerà quest’asimmetrica partita, bisognerebbe sostenere questa battaglia (facendo emergere il principio rispetto a chi l’esprime, senza nulla togliere al valore dell’atto, all’eroismo pugnace e allo sforzo di costruzione di una immagine eticamente sostenibile) e tornare alla vecchia arena, con regole nuove.
Non è deformazione professionale, credetemi, ma, in modo crescente, mi trovo a considerare il rapporto fra la politica e la società italiana secondo la vecchia definizione concepita da un autore africano, Achille Mbembe, per spiegare anche all’occidente cosa fosse lo Stato post-coloniale quale “leviatano sospeso sopra la società”. Il mastodonte che vive secondo regole proprie pascendosi del plancton sociale, indifferente alle ricadute delle sue azioni, ma solo attento a soddisfare la propria fame per autoalimentarsi. Il colonialismo interno (caro a Gramsci, nel trattare della questione meridionale), dilatato a livello internazionale tramite il capitalismo parassitario (mutuando da Zygmunt Bauman) non ha reso differente  questa nostra Italia, dagli stati più democraticamente arretrati del cosiddetto “terzo mondo”. La crisi economica, esaspera strategie di dominio, anche nelle connotazioni personalistiche, oligarchiche e, permettetemi, gerontocraticheche che vediamo materializzarsi sul nostro capo.
Anche la società civile ne ha colpa, in questa sua ostinata volontà di costituirsi (frammentata) parte terza rispetto al potere e alla società che la esprime, pretendendo comportamenti consoni dal potere, ma finendo per subire decisioni concepite da un potere decisionale da cui si autoesclude.
Dal dibattito che permette di concepire una fiaccolata deve partire l’acceleratore per sollecitare la politica al risveglio. Ma anche una partecipazione attiva da chi fino ad ora non ha voluto “sporcarsi le mani”.
Questa dispersione di volontà, questo mancato ascolto del buon senso e dell’etica che sale dalla maggioranza della società, non può durare ancora per molto senza deflagrare, ma quando una società deflagra, solo i poteri forti mantengono, trattengono e impongono il controllo. Occorre rifletterci attentamente.

 3. Istituzioni pubbliche: maneggiare con cura e riappropiarsene prima del colpo di mano

Nel campo della politica si dovrebbero aggiustare gli equilibri che nelle istituzioni pubbliche si dovrebbero sempre e comunque mediare a favore del bene comune, adattandoli  ai cambiamenti che la comunità subisce, facendosi applicatori dei termini del patto sociale, risolutrici delle eventuali problematiche di convivenza tra le diverse anime culturali che compongono la cittadinanza, nel rispetto dei diritti riconosciuti a livello nazionale (diritti umani, diritto internazionale, costituzione, leggi), guardando alla ricaduta culturale di ogni azione sulla cittadinanza, che ad ogni “colpo” delle istituzioni si trasforma.
Così non è: il vertice moltiplica le divisioni, le tensioni, le rotture. Giusto ora mi riprendo da un telegiornale in cui Berlusconi parla di “partito della magistratura” e di mettere mano alla Costituzione.
Ma torniamo agli “sgomberi” e chiamiandoli per quel che sono – perchè ciò li renderà meno accettabili – ovvero «pogrom istituzionalizzati». A questo dobbiamo opporci.
Questi non solo rafforzeranno un’immagine delle istituzioni quali veicoli di decisioni fasciste di una parte politica, sia pure rappresentativa della maggioranza (ma lo è davvero?), che, lungi dal tutelare il bene comune, si fanno propagatrici del disagio per una parte della popolazione e moltiplicatori della delinquenza che diviene gioco-forza l’unica opzione a fronte del rifiuto di ogni forma di integrazione: e qui stiamo trattando di un rifiuto violento e traumatico altresì, che ha spezzato oltretutto un progetto di integrazione scolastica, ma anche sociale in senso lato, studiato con accuratezza, dedizione e spirito di sacrificio.

LaFiam

Riflessioni sui “fatti” del 14 dicembre

DIEGO CUGIA

“Fracassare bancomat, incendiare automobili, lanciare petardi, sampietrini, bombe carta, accerchiare in trenta un autoblindo con due sventurati poliziotti all’interno e rischiare che diventino tizzoni ardenti, sono azioni infami e mai niente le giustificherà. Ma è altrettanto infame occuparsi dei giovani solo quando vanno a fuoco le città. È come se si invitassero i più scalmanati a ripetere le loro gesta per ottenere udienza e uno straccio di notorietà. Sono due anni che sfilano pacificamente per le strade e non frega niente a nessuno. Li hanno trattati da minoranze imbecilli e indolenti, è stato detto loro che i veri giovani sarebbero quelli che stanno a casa a studiare, invece di ringraziarli per essere ancora vivi e reattivi, magnificamente capaci di scendere in piazza in questo cimitero virtuale per ricordarci che esistono e sono disperati. (…) ” Continua a leggere

L’Italia e le spese militari

Italia: record di 4,9 miliardi di export di armamenti, in “revisione” la legge 185/90 [03/2010]

Aprile 2010: un tabloid da metropolitana ci avverte di come le esportazioni di armi garantite dalle autorizzazioni del Governo, contribuiscano pesantemente a mantenere in equilibrio la nostra economia pur in tempo di crisi. Giorgio Beretta, uno dei maggiori esperti e più attenti denunciatori di tale capitolo già dal mese di marzo, dal sito http://www.unimondo.org/Notizie/Italia-record-di-4-9-miliardi-di-export-di-armamenti-in-revisione-la-legge-185-90 ci avvertiva:

 Martedì, 30 Marzo 2010

Eurofighter Typhoon (EFA) in azione

L’industria militare italiana fa il botto. Ammontano infatti a 4,9 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal Governo nel 2009 alle aziende del settore con un incremento di ordinativi internazionali (il 61%) sconosciuto ad altri settori dell’industria nazionale. Ed hanno superato quota 2,2 miliardi di euro le effettive consegne di materiali militari. Un duplice record che annovera il BelPaese tra i big player in quello che il Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’esportazione di materiali militari pubblicato ieri definisce il “mercato globale” degli armamenti (pg. 25).

Un nuovo record ottenuto soprattutto grazie alla commessa da oltre 1,1 miliardi di euro da parte della Al-Quwwat al-Jawwiyya al-Sa’udiyya, la Reale Aeronautica Saudita per i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon (EFA). Un colossale e torbido affaire reso possibile a seguito dello stop alle investigazioni richiesto e ottenuto dall’allora Primo Ministro britannico Tony Blair su tutta la faccenda collegata all’affare Al Yamamah (la Colomba) che ha visto coinvolta la BAE Systems. Un caso che è stato per anni – ed è tuttora – nel mirino della stampa britannica ma di cui quasi nessun organo di informazione – a parte Unimondo – ha parlato in Italia. Utile spendere qualche parola per capire i retroscena della vicenda.

Nel dicembre del 2006 l’Arabia Saudita aveva infatti minacciato di sospendere i negoziati commerciali col governo britannico per l’acquisto di 72 nuovi caccia Eurofighter dal gruppo BAE Systems: il contratto da 10 miliardi di dollari era stato sospeso per l’irritazione dei sauditi nei confronti proprio dell’inchiesta avviata dal Serious Fraud Office (SFO), l’Ufficio anti-frodi britannico, sulle tangenti che sarebbero finite nei conti svizzeri della famiglia Reale saudita, all’interno di un ventennale contratto di scambio di “armi per petrolio” tra Ryad e la Gran Bretagna. L’indagine riguardava i fondi neri, pari a 114 milioni di dollari, usati dalla compagnia per corrompere dignitari dell’Arabia Saudita, pagando tra l’altro prostitute, Rolls-Royce e vacanze in California: l’intervento di Tony Blair – che aveva giustificato la sua presa di posizione adducendo motivi di “sicurezza nazionale” e “l’immenso danno agli interessi del paese” se l’indagine fosse proseguita – aveva messo fine all’inchiesta sulla BAE e – nonostante le proteste delle associazioni britanniche – aveva riaperto le trattative tra il consorzio Eurofighter e il governo saudita per l’acquisto dei 72 caccia Eurofighter (EFA – El Salaam).

Sgombrato il campo dall’inchiesta giudiziaria britannica (che però è stata ripresa dal Department of Justice degli Stati Uniti che lo scorso febbraio ha sanzionato la BAE per 400 milioni di dollari per “reati di corruzione“), l’Arabia Saudita ha riaperto le trattative per acquistare 72 caccia Eurofighter (EFA) dal gruppo di cui la BAE Systems è il prime contractor e che vede la partecipazione dell’italiana Alenia Aeronautica alla quale lo scorso anno, appunto, è stata autorizzata dal Ministero degli Esteri l’esportazione di componenti per l’EFA-SALAM all’Arabia Saudita per circa 1,1 miliardi di euro.

E che Nord Africa e Medio Oriente siano i principali clienti dell’industria militare italiana lo conferma lo stesso “Rapporto della Presidenza del Consiglio (Tabella 5 in .pdf): verso quest’area geopolitica sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di armamenti per oltre 1.9 miliardi di euro pari al 39,5% del totale. Tra i maggiori acquirenti spiccano oltre all’Arabia Saudita (1,1 miliardi di euro di commesse, pari al 16,3% del totale), il Qatar (317,2 milioni di euro) soprattutto per la fornitura di elicotteri EH 101 SAR dell’Agusta, gli Emirati Arabi Uniti (175,9 milioni), il Marocco (156,4 milioni) e la Libia (111,8 milioni) per citare solo i principali.

Nell’insieme primeggiano – e preoccupano – le autorizzazioni verso i Paesi del Sud del mondo che totalizzano più di 2,6 miliardi di euro (pari al 53,2%) mentre quelle verso Paesi della Nato-Ue si fermano a 2,3 miliardi di euro pari al 46,8% (si veda Tabella 1, in .pdf). Oltre alle già citate autorizzazioni verso il Medio Oriente, vanno segnalate quelle verso l’Asia (416,2 milioni pari all’8,5% del totale) tra cui emergono quelle verso l’India (242,8 milioni di euro) per l’acquisto da Fincantieri di una nave logistica classe “Etna”; l’America Centro-meridionale (100,3 milioni di euro pari al 2%) e l’Africa centro-meridionale (51 milioni di euro in gran parte per commesse dalla Nigeria).

Ma ancor più preoccupante è la sparizione dal Rapporto per il secondo anno consecutivo della Tabella delle autorizzazioni rilasciate alle banche per le operazioni d’appoggio all’esportazione di armamenti: dal Rapporto si apprende solo l’ammontare complessivo (4 miliardi di euro di cui circa 3,7 miliardi per operazioni di esportazione definitiva) ma – nonostante le proteste delle associazioninessuna menzione delle banche a cui sono stati autorizzate tali operazioni. La Tabella delle operazioni bancarie dovrebbe essere riportata dalla più ampia Relazione al Parlamento, ma non ci sono segnali che il Ministero guidato da Tremonti intenda ripristinare il dettagliato elenco delle singole autorizzazioni rilasciate alle banche (cioè l’elenco di “Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito”) che dall’entrata in carica del Governo Berlusconi è stato “sostituto” con altri elenchi (per Aziende, per Paesi destinatari, per numero MAE) sottraendo alla società civile e alle campagne la possibilità di controllo sulle singole operazioni effettuate dalle banche.

Resta infine tutto da vedere come il Governo intenderà muoversi per quanto riguarda il cosiddetto “riordino” della normativa nazionale relativa al controllo dell’esportazione di armamenti e cioè della Legge 185/90. Il Rapporto della Presidenza del Consiglio afferma che il “processo di integrazione europeo nel campo della difesa e la progressiva razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea” avrebbe portato ad un “radicale cambiamento” dello scenario tanto che “il quadro normativo italiano è risultato sempre più inadeguato” (pg. 23). Proprio per questo – e per recepire nella legislazione nazionale le recenti Direttive e Posizioni Comuni europee – la Presidenza del Consiglio intende “operare per la finalizzazione del processo di revisione della normativa nazionale” (pg. 34), cioè ad “un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24).

Sarà da vedere, soprattutto, se e in che modo saranno coinvolte in questo processo le associazioni della società civile che – va ricordato – fin dagli anni Ottanta sono state promotrici di una legislazione rigorosa e trasparente sull’esportazione di armamenti (la Legge 185/90) che è stata alla base del Codice di Condotta dell’Unione Europea. Il Rapporto riafferma la volontà di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative” (pg. 36).

Le associazioni della Rete Italiana Disarmo hanno ripetutamente richiesto negli anni scorsi di essere informate con puntualità e precisione su tutta l’ampia materia non solo del controllo delle esportazioni di armamenti, ma anche sulle annunciate modifiche alla legislazione vigente. Ed intendono formalizzare questa richiesta alla Presidenza del Consiglio la quale già dallo scorso anno ha costituito presso l’Ufficio del Consigliere Militare (PCM/UCPMA) un apposito “Gruppo di lavoro” tra i cui compiti figura appunto quello di verificare “l’opportuna strada perseguibile per un intervento correttivo di tutta la normativa in vigore” (pg. 24). Una strada che, visto i casi giudiziari che stanno tuttora coinvolgendo le aziende militari britanniche, non può permettersi di abbassare il livello di controlli, di trasparenza pubblica e di informazione istituzionale soprattutto per quanto riguarda il settore bancario.

Giorgio Beretta

Italia: 15 miliardi di euro per nuovi aerei F35

 Martina Lacerenza dettaglia bene diverse omissioni da questa triste vicenda nel luglio 2010 il La Cronaca Vera

Mercoledì 14 Luglio 2010 11:32
Nel momento di profonda difficoltà economica che sta attraversando il nostro Paese, ci sembra doveroso dare spazio a una notizia che non ha avuto molta risonanza mediatica e di cui, infatti, la maggioranza degli italiani non è a conoscenza. L’8 aprile 2009 le Commissioni Difesa di Camera e Senato hanno entrambe approvato un progetto chiamato Jsf, cioè Joint Strike Fighter: un programma di riarmo internazionale lanciato dagli Stati Uniti e a cui hanno già aderito diversi Paesi, tra cui l’Italia. Il Governo italiano nel 2009 ha infatti approvato l’acquisto di 131 nuovi caccia bombardieri americani, chiamati F35, per un costo totale di quasi 15 miliardi di euro.
In sede di votazione non si è registrato alcun voto contrario, solo il Pd si è astenuto. Tuttavia la prima intesa per il progetto fu firmata al Pentagono nel 1998 con il governo D’Alema, la seconda nel 2002 con Berlusconi, la terza nel 2007 con Prodi e l’ultima, appunto, nel 2009, di nuovo con il Governo Berlusconi. Come ripetiamo la notizia non è circolata molto nel Paese, sebbene l’acquisto dei suddetti aerei verrà effettuato con i soldi dei cittadini italiani. 
La base di assemblaggio dei 131 caccia bombardieri sarà in provincia di Novara, presso la base militare di Cameri, in uno stabilimento apposito che entrerà in funzione nel 2012. I primi aerei saranno pronti invece nel 2013: ogni F35 vale 91 milioni di euro.
Proprio a Novara si è costituito nel 2007 un coordinamento stabile, chiamato “Coordinamento contro gli F35”, cioè un insieme di gruppi, associazioni e organizzazioni anti militariste che si sono unite con lo scopo di opporsi alla costruzione e all’assemblaggio dei 131 caccia bombardieri e che cercano di portare all’attenzione di tutti questa situazione, sensibilizzando l’opinione pubblica. Abbiamo intervistato Oreste Strano, il responsabile di “Coordinamento contro gli F35”. 
Come giudica la notevole cifra economica spesa dal Governo italiano per l’acquisto di questi 131 caccia bombardieri in un periodo così difficile, dal punto di vista economico, per l’intero Paese?
“Innanzitutto voglio specificare che l’Italia non ha un progetto solo di acquisto, ma anche di fabbricazione di questi caccia bombardieri. L’Italia ha già investito nel progetto 1028 milioni di dollari. Nella spesa complessiva, tra l’acquisto dei 131 caccia e l’assemblaggio degli altri che saranno venduti in altri Paesi, si tratta di un investimento totale di 16 miliardi di dollari, cioè quasi 15 miliardi di euro. La giudico come una grande contraddizione”.
I soldi spesi per finanziare questo progetto militare, infatti, provengono dalle tasche degli italiani: ma dove vanno a finire? Chi è davvero che ci guadagna?
“All’interno della base aerea di Cameri deve essere costruito un capannone che si chiamerà FACO e destinato all’assemblaggio dei vari pezzi di aereo. Questi verranno costruiti in diverse ditte della Finmeccanica, Holding italiana nei settori dell’aeronautica, dell’elicotteristica, dello spazio e della difesa, sparse su tutto il territorio nazionale. Ci sono cioè una serie di fabbriche, legate alla Finmeccanica e dislocate in varie città italiane, da cui arriveranno i vari pezzi degli aerei che saranno poi assemblati a Cameri. Alla ditta Maltauro di Vicenza, invece, hanno dato l’appalto per iniziare a costruire questo capannone: un appalto da 250 milioni di euro per costruire un capannone in un’area demaniale. Praticamente è tutto nelle mani di ditte private ed è davvero una cosa anomala considerando che i soldi ce li mettono gli italiani. Anche per questo riteniamo che la notizia debba circolare nel Paese”.
Voi riuscite, come organizzazione che si oppone a questo progetto, a dialogare con i politici? Ad avere un confronto per esprimere le vostre perplessità?
“No, i politici sono tutti trasversalmente d’accordo. Adesso alcuni di loro cominciano a criticare l’eccesso delle spese militari che effettua il nostro Paese. In ogni caso il progetto è stato approvato, che è quello che conta”.
Il progetto, tra l’altro, è stato approvato l’8 aprile 2009, cioè due giorni dopo il terremoto che ha distrutto l’Abruzzo. Proprio vari politici dissero che per la ricostruzione sarebbero stati necessari circa 13 miliardi di euro, la stessa cifra che è stata spesa per l’acquisto dei caccia bombardieri. L’Aquila però è ancora in ginocchio…
“Noi infatti stiamo raccogliendo delle firme, anche tramite il sito della nostra associazione, nof35, affinché questi soldi siano destinati alla ricostruzione dell’Abruzzo, per il quale hanno detto che mancano i fondi: i fondi, se vogliono, ci sono eccome”

 Quell’ aereo europeo sconfitto da La Russa 29 ottobre 2010 —   pagina 36   sezione: COMMENTI, La Repubblica

RECENTEMENTE il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha affermato che, per risparmiare in questo periodo di crisi, il governo non intenderebbe acquistare l’ ultima serie dell’ aereo europeo (Eurofighter), omettendo però di dire che ha invece l’ intenzione di acquistare l’ inutile bombardiere americano Jsf. Ma l’ aereo europeo (consorzio tra Italia, Germania, Inghilterra e Spagna) dà lavoro a circa 100.000 persone in Europa e circa 25.000 solo nel nostro paese, mentre il bombardiere americano, se tutto andrà bene, ne occuperà in Italia al massimo una decima parte. Il governo che a parole dice di essere europeista, di tutelare il lavoro in Italia e di favorire i risparmi, ma poi nei fatti agisce nel modo contrario.
Insomma che si vuole fare?

Lo stesso Beretta, già nell’aprile 2008 pubblicava su http://www.unimondo.org/content/view/full/43892 :

 Italia: nuovo record dell’export di armi, Pakistan primo cliente

Nuovo record per le esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo acquirente di armi “made in Italy”. Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall’Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.

“Se è positivo che il Governo abbia mantenuto l’impegno annunciato lo scorso anno aprendo un confronto con le associazioni come le nostre attente al controllo del commercio di armamenti, il trend di crescita dell’export è invece alquanto preoccupante” – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo. Un trend che vede tra l’altro nel 2007 la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all’Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma cosi quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata “restrittiva” come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.

Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l’Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistan e la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell’attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).

Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l’Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei “Programmi intergovernativi” che – per l’arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro. “E’ particolarmente urgente che il Governo italiano integri una seria politica di tutela dei diritti umani con le autorizzazioni alle esportazioni di tutti i sistemi di armi in particolare per quanto riguarda l’attuazione della raccomandazione del Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia che richiede di non esportare armi verso Paesi dove sono utilizzati i “bambini soldato” – afferma Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty International.

Leggera flessione, invece, delle operazioni autorizzate alle banche (vedi tabella in .pdf) che si attestano ad oltre 1,2 miliardi di euro. “Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato” – sottolinea Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’. “Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c’è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale” – aggiunge Beretta.

Diminuiscono di oltre un terzo, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se – data la natura delle operazioni – è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell’elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d’appoggio al commercio di armi.

“Preoccupa invece soprattutto la crescita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere” – conclude Beretta.

I dati del Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’export 2007 di armi saranno oggetto di ulteriori approfondimenti sul sito di Unimondo e verranno commentati domani, sabato 29 marzo, al Convegno promosso a Roma da Rete Disarmo e Campagna ‘banche armate’ sul tema “Oltre l’insicurezza delle armi: politica, istituzioni, società civile a confronto“. [GB]

e prima ancora, nel 2007 http://www.unimondo.org/content/view/full/30639 pubblicava:

Italia: record ventennale dell’export di armi, affari da 2,1 miliardi

Export italiano di armi dal 1988 al 2006 in valori correnti (Elaborazione: Unimondo)

E’ la cifra record dell’ultimo ventennio*: una manna per l’industria armiera nazionale trainata da Finmeccanica e non pochi grattacapi per il Governo Prodi che nel suo programma si era impegnato ad un controllo più stringente sull’esportazione di armi. Superano infatti i 2,1 miliardi di euro le autorizzazioni all’esportazioni di armamenti nel 2006 con un’impennata del 61% rispetto all’anno precedente. E sfiorano il miliardo di euro anche le consegne (970,4 milioni) effettuate sempre nel 2006.

Ma brindano anche le banche che, sempre nel 2006, si sono viste autorizzate operazioni di incassi relativi al solo export di armi per quasi 1,5 miliardi di euro – altra cifra record dell’ultimo ventennio – con relativi “compensi di intermediazione” per oltre 32,6 milioni di euro. E il gruppo San Paolo IMI – nonostante la dichiarata policy restrittiva – per il secondo anno consecutivo si attesta a “reginetta” delle “banche armate”. Sono i primi dati della “Relazione 2007 sull’export di armi” resa nota ieri dalla Presidenza del Consiglio che in un primo tempo aveva reso noto solo un Rapporto.

Non tranquillizzano nemmeno i destinatari delle esportazioni: al primo posto, dopo anni di stasi, ritornano infatti gli Stati Uniti che oltre alla flotta di elicotteri presidenziali dell’Agusta (c’è in corso un’inchiesta negli Usa nei confronti dell’ex deputato repubblicano Curt Weldon, il principale sponsor politico dell’operazione) acquistano dall’Italia “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori”, “navi da guerra”, “esplosivi militari”, fino ad “armi automatiche” di tutti i calibri per un totale di oltre 349,6 milioni di euro.

Seguiti a ruota un Paese che nei rapporti di Human Right Watch si distingue per “vessazioni nei confronti delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani”: gli Emirati Arabi Uniti ai quali il Governo ha autorizzato la vendita di “bombe, siluri, razzi, missili ed accessori” oltre che di “navi da guerra”, “apparecchiature per la direzione del tiro”, “armi e sistemi d’arma e munizioni” e “aeromobili” per oltre 338,2 milioni di euro.

Potrebbe forse rasserenare il fatto che la destinazione principale delle autorizzazioni rilasciate riguardano i Paesi dell’Ue e della Nato che insieme ricoprono il 63,7%, ma le esportazioni effettuate (consegne) per l’area extra Ue-Nato salgono ad oltre il 44,2% e più del 20,2% dei sistemi d’arma finisce in una delle zone più calde del pianeta, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale al quale sono destinate armi per un valore complessivo di 442,8 milioni di euro.

Per non parlare della Nigeria che riceve armi per 74,4 milioni di euro o del microscopico Oman che si vede autorizzate importazioni di armi dall’Italia per oltre 78,6 milioni di euro. “Forte rallentamento” – dice il Rapporto – della domanda dai Paesi Asiatici (Estremo Oriente), che però ricevono consegne ingenti: l’India per 66,3 milioni di euro, la Malesia 51,4 milioni, il Pakistan 39,7 milioni, Singapore 29,1 milioni di euro. Insomma ce n’è per tutti anche per Perù (26,8 milioni), Venezuela (16,1 milioni) e Libia (14,9 milioni).

E le banche? San Paolo-Imi si conferma per il secondo anno consecutivo la “reginetta” delle “banche armate” tanto che nell’ultimo anno quasi triplica il volume d’affari nel settore passando dai 164 milioni del 2005 agli oltre 446 milioni di euro del 2006. Nonostante la policy della banca vieterebbe l’appoggio a transazioni verso Paesi extra Ue-Nato, l’istituto di credito torinese convoglia a sé quasi il 30% (29,9%) di tutte le operazioni di incassi e pagamenti relative all’export di armi.

Segue BNP-Paribas che con 290,5 milioni di euro è la prima banca estera operante in Italia attiva nel settore. Segue Unicredit, che dopo aver dichiarato nel 2001 di voler cessare questo tipo di operazioni da due anni ricompare con quote rilevanti nella lista (86,7 milioni di euro nel 2006). E poi la BNL (Banca nazionale del lavoro) che addirittura accresce del 33% il proprio volume d’affari rispetto al 2006 portandolo ad oltre 80,3 milioni di euro. In diminuzione le operazioni della Deutsche Bank (78,3 milioni di euro), mentre ritorna alla grande una vecchia conoscenza delle “banche armate”: il Banco di Brescia che riceve incassi per oltre 70 milioni di euro. In crescita anche Commerz Bank (74,3 milioni di euro) che va acquistando quote sempre più rilevanti in questo settore.

La Banca popolare italiana passa da 14 a 60 milioni e guida il gruppo di tutte le banche al di sotto dei 60 milioni di euro. Preoccupante, in questa fascia, la ripresa delle operazioni di Banca Intesa che con i 163mila euro del 2005 sembrava onorare la policy di “non partecipazione” al settore: nel 2006 realizza invece incassi per 46 milioni e l’Istituto capitanato da Bazoli dovrà ora affrontare la sfida della fusione con SanPaolo-Imi, prima “banca armata” d’Italia.

Da segnalare anche la presenza di Banca popolare di Milano (17 milioni di euro -50% dallo scorso anno), al centro di una grossa discussione insieme a Banca Etica di cui è socia fondatrice e per la quale opera anche all’interno di Etica Sgr e della gestione fondi.

Infine, una nota lieta, forse l’unica del Rapporto 2006: la drastica discesa da 133 a 36 milioni di euro delle autorizzazioni riferite a Banca di Roma: un segno – vogliamo augurarcelo- che la partecipazione ai convegni organizzati dalla Campagna ‘banche armate’ ha un effetto positivo sui vertici delle banche.

Giorgio Beretta
(Unimondo – Campagna di pressione alle “banche armate”)

*Nota:
La Tabella “M” del Volume I (Rapporto della Presidenza del Consiglio) riportava nella sua versione iniziale un grafico delle “Autorizzazioni all’esportazione definitiva” nel quale i valori degli anni 1997-2000 erano stati calcolati “deflazionandoli” più volte col risultato di rendere il grafico sempre più sbagliato. Da quel grafico appariva che le autorizzazioni definitive rilasciate dal Governo nel 2006 erano dello stesso ordine di grandezza del 1999: niente di più errato sia considerando i valori correnti che i valori aggiornati all’indice Istat (c.e.) che il grafico avrebbe inteso riportare. Abbiamo ritenuto pertanto utile segnalare al Ministero l’errore (e il grafico della Tabella M ora è stato corretto) e fornire fin da subito ai nostri lettori il grafico esatto coi valori correnti (non deflazionati) tutti riportati in euro comprensivi delle autorizzazioni rilasciate dal Ministero della Difesa oltre che dal Ministero degli Esteri che, insieme, offrono il quadro globale delle autorizzazioni rilasciate nei diversi anni.

Le due tabelle del Ministero (quella errata e quella corretta su nostra segnalazione) sono scaricabili a questo link

Altri articoli di approfondimento sul sito: http://www.banchearmate.it/

Imperialismo militare e Wikileaks

CHE UNA FORMA DI RICOLONIZZAZIONE MONDIALE SIA IN ATTO E’ INNEGABILE, l’Imperialismo militare è il veicolo per eccellenza di interessi economici. Se dal secondo conflitto mondiale gli States non vincono più una guerra è perchè la vittoria non è l’obiettivo: nulla è conveniente quanto una ricostruzione permanente, con accesso diretto a luoghi strategici e di rifornimento risorse. Wikileaks spaventa perchè mette definitivamente a nudo questa realtà: di seguito uno dei risultati più eclatanti e, in fondo, parte della documentazione che riguarda uno dei facilitatori di questa politica: il nostro presidente del consiglio. QUESTO NON DEVE SCARICARE LE NOSTRE COSCIENZE che ci sia o meno un impegno che leghi noi e la Germania fino a remissione del debito per la liberazione dalla II GM (una probabile bufala che giustificherebbe tuttavia il nostro tradizionale assetto a 90° verso l’aquila a stelle e strisce) e che ci sia o meno questa “fedeltà” attestata da fonti diplomatiche, noi Cittadini non ne siamo meno responsabili!

Si fa un gran parlare (26/07/2010) del rapporto del Pentagono da cui risulterebbe che l’operazione in Afghanistan è da considerarsi un fallimento e che i vertici di Al Quaeda risiederebbero tranquillamente in Pakistan, il cui governo, a sua volta, finanzierebbe i Talebani.  Questa fuga di notizie da un report riservato è quantomeno sospetta, pensando alla  rottura tra Obama e i quadri militari, dopo la sfida e successivo defenastramento di Stan McChrystal. 

Ma è saltato fuori dell’altro:

Friday, July 23, 2010  

Even a small nuclear conflict could seriously undermine U.S. military capabilities by harming communication systems on which the armed forces increasingly depend to carry out operations, a Defense Department panel warned in a June report (see GSN, June 22, 2009).[http://www.acq.osd.mil/dsb/reports/NWE-National-Enterprise.pdf] “Actions — both by others and of our own doing — are combining to create potentially tragic consequences on military operations involving the effects of nuclear weapons on the survivability of critical (military) systems,” Wired magazine yesterday quoted the report as saying. Nuclear-related dangers have received less attention from U.S. military brass following the collapse of the Soviet Union, asserts the report, prepared by a Joint Defense Science Board/Threat Reduction Advisory Committee Task Force. “Many of the post-Cold War generation of decision-makers simply do not have this issue on their ‘radar scope,’ while others pay little or no attention to it because they fail to see is as a legitimate concern,” the document states. Expertise on nuclear threats in the U.S. armed forces has undergone an “alarming atrophy,” the report’s authors warned. Contributors to the military’s growing vulnerability in this sphere include the belief that a nuclear strike is relatively unlikely to occur, along with the expense and difficulty of shielding systems against radiation and preparing soldiers to operate in the aftermath of a nuclear incident. Although the United States might no longer face “massive arsenal-exchange scenarios like those of the Cold War,” even a lower-level nuclear exchange remains a serious threat to military communication capabilities, the report states. In the 1960s, the durability of electronics was of greater concern to manufacturers because government agencies participated in 92 percent of semiconductor deals, according to the document. Today, though, only 5 percent of semiconductor contracts involve government buyers, it states. “Thus, instead of leading semiconductor technology development as they did in the early days of semiconductor products, the U.S. military systems now adapt what they can from leading-edge chips that target mainstream commercial applications,” the report says. The panel urged the military to reincorporate nuclear survivability into exercises; undertake relevant preparation of military personnel and future specialists; assess vulnerability of current equipment; and bolster its ability to conduct simulations and tests. To date, though, the Pentagon has done little to follow up on similar recommendations in an internal report from 2005, according to Wired (Olivia Koski, Wired, July 22).

Dei danni collaterali della guerra

http://boingboing.net/2010/04/05/wikileaks-video-of-u.html

Attraverso questo link si assiste ad una pagina cui va applicata la massima attenzione. Coloro che possano anche larvatamente pensare che sia questo il modo di importare democrazia in Irak, cosiccome in qualsiasi altro luogo al mondo, dovrebbero considerare attentamente foto, sequenze e video di questi “omicidi intelligenti”… degni di <<Syriana>>, ascoltando attentamente le parole.

Iraq: Wikileaks video of US military killing journalists

Xeni Jardin at 1:15 PM Monday, Apr 5, 2010

Update: A senior U.S. official is confirming authenticity of this video. See this subsequent Boing Boing post for additional background materials related to the attack.

Wikileaks claims to have obtained and decrypted video that shows US occupying forces in an Apache helicopter intentionally firing on a dozen civilians in Baghdad, including journalists working for the Reuters news organization: 22-year-old Reuters photographer, Namir Noor-Eldeen, and his driver, Saeed Chmagh, 40.
The video is accompanied by audio of the pilots’ radio dialogue. No Pentagon response yet. Reuters has been attempting to obtain the video under Freedom of Information Act requests since the incident occurred in July, 2007, but the Pentagon blocked all requests. Reuters news editor-in-chief David Schlesinger says the video is “graphic evidence of the dangers involved in war journalism and the tragedies that can result”. Wikileaks director Julian Assange said Wikileaks had to break military encryption on the file to view it, and will not reveal how or from whom the file was obtained. The transcript (and audio) seem to show the air crew lying about encountering a firefight. When they finish shooting, they laugh at the dead.

Transcript, and related information at Wikileaks site Collateralmurder.com.
Video, and an interview with Wikileaks director Julien Assange, embedded after the jump. A footnote: CNN’s homepage right now, vs. Al Jazeera’s.
Related coverage: Al Jazeera, BBC. UK Guardian, New York Times.

Sharing secrets hurts… Extraordinary renditions

http://www.alphabetics.info/international/?cat=135

Tuesday, February 16th, 2010

Britain’s government on Wednesday disclosed once-secret information on the treatment of a former Guantanamo Bay detainee who says he was tortured in U.S. custody, losing a long court battle to keep the material classified.  Judges rejected the government’s claim that revealing the information would damage U.S.-British intelligence cooperation.

The information disclosed is a seven-paragraph summary of U.S. intelligence information given to British spies about former detainee Binyam Mohamed’s treatment during interrogations by the Americans in May 2002.  The paragraphs say Mohamed was subjected to “cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities,” including sleep deprivation, shackling and threats resulting in mental stress and suffering.  They conclude that the paragraphs given to the MI5 intelligence service, “made clear to anyone reading them that BM (Mohamed) was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.”

British authorities have repeatedly denied complicity in torture.  “The wider point here is that we stand firmly against torture and cruel, inhuman and degrading treatment. We don’t condone, collude in or solicit it,” Prime Minister Gordon Brown’s spokesman Simon Lewis told reporters following the decision.  Ethiopia-born Mohamed was arrested in Pakistan in 2002 and says he was tortured there and in Morocco before being flown to Guantanamo Bay. He was released without charge last year.

The Wednesday decision upholds an earlier High Court ruling ordering officials to make public the secret seven-paragraph summary of U.S. intelligence files. The Foreign Office appealed that ruling, but said Wednesday it would abide by the ruling and posted the paragraphs on its Web site.  Foreign Secretary David Miliband restated the government’s backing for the principle that “if a country shares intelligence with another, that country must agree before its intelligence is released.” The government had argued that releasing the information would make the U.S. reluctant to share intelligence in the future.

Miliband said he had spoken to U.S. Secretary of State Hillary Clinton about the judgment on Tuesday and they had “reaffirmed the importance of the U.S./U.K. intelligence relationship.”   The seven paragraphs, which come from an earlier court ruling, are a judge’s summary of a U.S. account of Mohamed’s treatment given to British intelligence before he was interviewed by a British MI5 agent in May 2002.  Mohamed’s lawyers had long claimed the secret paragraphs prove he was mistreated and that the U.S. and British governments were complicit in his abuse. They have been fighting for access to the documents, along with The Associated Press and other news organizations.

Shami Chakrabarti, director of the rights group Liberty, said a “full and broad” public inquiry into British complicity in torture is needed in light of the information contained in the newly released paragraphs.  “It shows the British authorities knew far more than they let on about Binyam Mohamed and how he was tortured in U.S. custody,” she said. “It is clear from these seven paragraphs that our authorities knew very well what was happening to Mr. Mohamed. Our hands are very dirty indeed.”She said it is now evident that British authorities were complicit in the use of torture and benefited from it.

The case began in 2008 when Mohamed was facing a military trial at Guantanamo. His lawyers sued the British government for intelligence documents they said could prove that evidence against him had been gathered under torture.

Mohamed, 31, moved to Britain as a teenager. He was arrested as a terrorist suspect in 2002 in Karachi by Pakistani forces and later transferred to Morocco, Afghanistan and in 2004 to Guantanamo Bay.  He says he was tortured in Pakistan, and that interrogators in Morocco beat him, deprived him of sleep and sliced his genitals with a scalpel.  It isn’t clear which country the interrogators were from, but Mohamed has alleged the questions put to him could only have come from British intelligence agents.MI5 has said it did not know Mohamed was being tortured, or held in Morocco.

Mohamed was charged by the U.S. with plotting with al-Qaida to bomb American apartment buildings, but the charges were later dropped and in February 2009 he was sent back to Britain. That chain of events led to the lawsuit becoming a larger battle for access to information involving the AP, Guardian News and Media, the BBC, The New York Times, The Washington Post and other media organizations.

Mohamed is among seven former Guantanamo detainees suing the British government, accusing the security services of “aiding and abetting” their extraordinary rendition, unlawful imprisonment and torture.

Government officials insist Britain does not condone or participate in torture, but officials have avoided answering specific allegations that Britain participated indirectly by obtaining intelligence from suspects who had been tortured overseas, or sending agents to visit suspects who suffered mistreatment in foreign facilities.

JILL LAWLESS, Britain discloses secret data on terror prisoner, Associated Press, Feb. 10, 2010

The seven paragraphs

The following is quoted from the first judgment of the Divisional Court in the Binyam Mohamed case on 21 August 2008. We have alerted the Court to a typographic error available online UK Foreign Office

“The following seven paragraphs have been redacted

[It was reported that a new series of interviews was conducted by the United States authorities prior to 17 May 2001 as part of a new strategy designed by an expert interviewer.

v)  It was reported that at some stage during that further interview process by the United States authorities, BM had been intentionally subjected to continuous sleep deprivation.  The effects of the sleep deprivation were carefully observed. 

vi) It was reported that combined with the sleep deprivation, threats and inducements were made to him.  His fears of being removed from United States custody and “disappearing” were played upon.

vii) It was reported that the stress brought about by these deliberate tactics was increased by him being shackled in his interviews 

viii) It was clear not only from the reports of the content of the interviews but also from the report that he was being kept under self-harm observation, that the inter views were having a marked effect upon him and causing him significant mental stress and suffering.

ix) We regret to have to conclude that the reports provide to the SyS made clear to anyone reading them that BM was being subjected to the treatment that we have described and the effect upon him of that intentional treatment.

x) The treatment reported, if had been administered on behalf of the United Kingdom, would clearly have been in breach of the undertakings given by the United Kingdom in 1972.  Although it is not necessary for us to categorise the treatment reported, it could readily be contended to be at the very least cruel, inhuman and degrading treatment by the United States authorities]“

Viewing cable 09ROME649, SCENESETTER FOR ITALIAN PM BERLUSCONI JUNE 15 

US founding father James Madison famously said: “Knowledge will forever govern ignorance; and a people who mean to be their own governors must arm themselves with the power which knowledge gives.” così, ispirato da questa massima Wikileaks ha diffuso conoscenza… anche di questo

Il paese utile dal premier utile
da Wikileaks (Scaricato nella prima settimana del Dicembre 2010)

ROME 00000649 001.6 OF 004

Classified By: Elizabeth L. Dibble, Charge d’Affaires, for reasons 1.4 (b) and (d).

Summary

1 (C/NF) Mr. President, your meeting with Italian PM Silvio Berlusconi comes at a time when his closest advisors fear Italy is losing the credibility and influence that it enjoyed in Washington under the previous U.S. administration. In fact, while Italy has been a stalwart partner and participant in nearly every U.S.-led security operation around the world since the end of the Cold War, domestic political foibles and economic malaise are diluting its international influence. Italy continues to support our efforts in Afghanistan, Lebanon, Iraq, and the Balkans, but its diplomatic, economic and military institutions, which the Berlusconi government and its predecessors have starved for resources, are sorely stretched. Berlusconi and his government have tried to compensate for Italy’s failure to invest in its instruments of national power by presenting Italy as a mediator and interlocutor with difficult actors on major international issues. This self-appointed role has sometimes complicated international efforts. On Iran, for example, Italy’s role under the previous government gave Tehran the impression that the international community was divided. More recently, GOI actions have provided a European platform for Russia’s efforts to challenge NATO security interests in Europe. Berlusconi will certainly present himself as the best hope for moderating Russian behavior and will seek a signal from you that he has a mandate to speak on the West’s behalf. He will also seek to use Italy’s G8 presidency to address issues far beyond the scope and effectiveness of the organization. We should discourage both instincts. Italy has an important voice in the Euro-Atlantic community, but its efforts have proven constructive only when undertaken in coordination with the U.S. and other key allies.

Berlusconi the Politician

2. (C/NF) Our relationship with Berlusconi is complex. He is vocally pro-American and has helped address our interests on many levels in a manner and to a degree that the previous government was unwilling or unable to do, since his return to power last spring as well as in his previous turns in government. In his first 90 days in office, he approved a controversial U.S. base expansion that had been halted by bureaucratic inaction and anti-American political opposition; eliminated caveats on Italian troops in Afghanistan; and allowed us to base two of three AFRICOM component commands in Italy. At the same time, he has criticized Missile Defense, NATO enlargement and support for Kosovo’s independence as American provocations of Russia. He claimed Russian PM Putin’s military push into Georgia in August 2008 was necessary to end the bloodshed of innocents caused by Georgian President Saakashvili. He displays an overweening self-confidence born of stable and strong political popularity that has made him deaf to dissenting opinion. The strict control he exercises over his government and party inhibits his staff from giving him unpleasant messages. His unorthodox governing style, coupled with his frequent verbal gaffes and high-profile scandals (including public bickering with his wife about his alleged philandering), have caused many, including some inside the U.S. government, to dismiss him as feckless, vain, and ineffective as a modern European leader.

3. (C/NF) His shortcomings notwithstanding, marginalizing Berlusconi would limit important cooperation with a key ally.  Berlusconi is one of Europe’s most enduring politicians whose popularity in Italy will guarantee that he will influence Italian politics for many years still to come. He has arrested the trend of weak, short-lived Italian governments that has plagued this country since the end of the Second World War. When successfully engaged, he has shown the willingness to adopt policies, however unpopular, in line with ours — including support for an expanded NATO role in Afghanistan and Turkey’s membership in the EU. When ignored, he seeks to carve out a visible, international, and frequently unhelpful role for himself. Dealing with Berlusconi, therefore, requires a careful balance of close coordination with him and his key advisors while avoiding giving the impression that he can speak on our behalf with many of the world’s difficult actors. 

4. (C/NF) Italy held elections for the European Parliament on June 6 and 7, which reaffirmed Berlusconi’s People of Liberty (PDL) party as Italy’s largest party, reaching 35 percent, well ahead of the main opposition Democratic Party’s 26 percent. While Berlusconi does not have a competitive rival in the center left, his party missed the 40 percent mark that it was aiming for, and witnessed the growth of xenophobic coalition ally Northern League (LN). PDL is a personality-driven party, whose members tell us that the ideology is little more than €œBerlusconismo.€ The missed target of 40 percent can be attributed to an over-ambitious Berlusconi, as well as the turnout-depressing effects of weeks of personal attacks by the center left in the runup to the election that included allegations of fiscal and sexual impropriety. An enduring result of the election will be the heightened competition between PDL and LN, who now dominate Italian politics. LN’s tough stands on security and against immigration have won broad approval, even as Berlusconi has tried to stem the flow of PDL voters to LN by descending to the anti-immigrant rhetoric usually favored by the Northern League. Additionally, after this mild electoral setback, we can expect Berlusconi to use his White House meeting and his hosting of the G8 to underscore to Italians the important figure he cuts on the world stage.

5. (C) Prudent (some would say stodgy) banking practices allowed Italy to avoid the global financial sector meltdown. Italy’s banks simply did not engage in sub-prime lending, and they did not buy the toxic assets that caused so much trouble in the U.S. and elsewhere. But Italy has not been able to avoid the pain of the worldwide recession that has followed the financial crisis. Italy’s economic growth rate — which was relatively low even before the crisis — has dropped precipitously owing to sharp contractions in its export markets and falling domestic demand. Unemployment is expected to exceed eight percent this year and to rise further in 2010. Government tax revenues are, not unexpectedly, off sharply. Italy’s already high level of government debt and the debt ceilings that come with EU membership significantly limit the government’s ability to provide fiscal stimulus for the economy.

G8

6. (C/NF) Berlusconi’s stewardship of his G8 Presidency has been marked by a proliferation of Ministerial and sub-ministerial meetings coupled with a last-minute change of summit venue from Sardinia to the earthquake-stricken city of L’Aquila that took even his Sherpa by surprise. He and his cabinet tend to regard Italy’s G8 year more as an opportunity to curry favor with G8 outsiders such as Egypt, Spain, and Libya than as a tool to address the world’s problems. However, his desire to prevent the G8 from taking a back seat to the G20 on his watch has driven an ambitious agenda that may make useful contributions on climate change, Africa, development, and food security. He will be eager to work with you to build a legacy of G8 deliverables that will bear the Italian label. The Major Economies Forum meeting during the G8 summit, which will include the leaders of 17-plus countries that emit over 80 percent of global emissions, will be an important chance to mobilize high-level consensus in the run-up to the December UN climate change talks in Copenhagen.

Guantanamo Detainees

7. (C/NF) Berlusconi welcomed your decision to close Guantanamo, and has publicly and repeatedly underscored Italy’s desire to support the move by taking detainees. FM Frattini recently outlined for AG Holder the efforts Italian officials have been making within the EU to negotiate a common EU framework that will open the door to individual country agreements with the U.S. While the junior partner in Berlusconi’s coalition opposes taking any detainees, Berlusconi has made it clear that he views this as a moral commitment to support the U.S.

Russia

8. (C/NF) Dependence on Russian energy, lucrative and frequently nontransparent business dealings between Italy and Russia, and a close, personal relationship between Berlusconi and Putin have distorted the PM’s view to the point that he believes much of the friction between the West and Russia has been caused by the U.S. and NATO. Berlusconi believes he, acting as a mediator, can restore a spirit of dialogue and cooperation between Europe, the U.S. and Russia, but largely on Russia’s terms, through indefinitely postponing NATO’s outreach to Ukraine and Georgia, diluting the EU’s efforts to promote democracy in Belarus, and undermining OSCE’s important role in promoting human and democratic values across the whole of Europe. Berlusconi has publicly proposed to mediate your relationship with Russian President Medvedev and is hoping you will give him a signal, however small, that he has your blessing to do so. Instead, you can let him know that we believe that issues of security that affect the transatlantic community should be addressed by the Alliance at large, and that the U.S. is not prepared to sacrifice values in exchange for short-term stability predicated on Russian promises of good behavior. And we will react — and expect others who share these values to do so as well — when Russia crosses a red-line, for instance in threatening the sovereignty of neighboring states.

Energy

9. (C/NF) Berlusconi’s close personal ties with Putin and the very strong corporate ties between Italian energy parastatal ENI and Russia’s Gazprom often put Italy squarely at odds with USG efforts to reduce Europe’s dependence on Russian energy. For example, the Italian government is deeply ambivalent about energy projects that would help Europe diversify its energy imports, while at the same time it is supportive of other projects that would increase Europe’s Russian energy dependency. ENI, 30-percent owned by the Italian Government, often dictates GOI energy policy and uses its influence, through the GOI, to block EU energy market liberalization plans. Italy is taking some steps, however, in the right direction, by supporting energy projects that will diversify its own energy sources. It would be helpful if you could raise with Berlusconi long-standing USG concerns about European energy security, emphasizing that increasing the flow of Russian gas around Ukraine is not the same as a policy seeking a true diversity of energy sources, routes and technologies.

 10. (C) The Berlusconi Government is pursuing plans to bring back nuclear power to Italy. U.S.-based companies Westinghouse and GE face stiff competition from foreign rivals, particularly France, whose governments are heavily lobbying the GOI. A word to Berlusconi that the U.S. expects this to be a fair and transparent competition is critical if U.S. firms are to have a fair chance to bid for Italian nuclear energy projects

Iran

11. (C/NF) With Italy frustrated by its exclusion from the P5-plus-1 negotiating circle, Berlusconi will highlight Italy’s would-be role as an interlocutor between the West, Israel and Iran, claiming excellent relations with all parties involved. He may also push for the U.S. to drop the P5 1 framework altogether. Italian officials were thrilled by your commitment to embark upon direct diplomatic engagement with Iran, but cannot resist the impulse to try to be €œpresent at the creation.€ FM Frattini has worked strenuously to lock in high-level Iranian attendance at the June 26-27 Afghanistan-Pakistan Outreach meeting, hoping thereby to play host to the first U.S.-Iranian ministerial encounter in decades. 

Libya

12. (C/NF) Berlusconi has continued Italy’s policy of developing an expanded relationship with Libya, largely in order to stem the tide of irregular migration from Libyan shores, but also to gain advantageous access to Libya’s oil reserves for Italian firms, mainly ENI. As follow-up to the 2008 Libya-Italy Friendship Treaty — which committed Libya to sterner measures to deter irregular migrants from entering Italy from its shores, but also offered 5 billion USD in development assistance — Libyan leader Qadhafi will pay an historic first official visit to Rome June 10-12, just before Berlusconi’s Washington visit. As the current African Union President, Qadhafi will be at the G8 Summit in L’Aquila and we anticipate Berlusconi may lobby you to meet with the Libyan leader during your visit.

A Partner in Security

13. (C/NF) Berlusconi has maintained a significant military commitment in Afghanistan (2,600 troops, mostly in Italy’s Regional-Command West), but has dropped from fourth- to sixth-largest ISAF contributor as other countries like France and Canada have augmented their troop levels. At Stasbourg-Kehl, his government pledged modest increases to cover election security which, if made permanent, would put Italy back in the top tier of ISAF contributors. He has also  supported the creation of the NATO Training Mission in Afghanistan, doubling the number of Carabinieri police trainers to over 100. Italy has been an anemic contributor to international aid efforts in Afghanistan and Pakistan and has cut overall foreign assistance by more than 60 percent in this year’s budget. However, Berlusconi knows this is a priority area for the U.S. and will likely respond positively if you press him to do more in the region.

14. (C) Our shared security interests with Italy go beyond Afghanistan. U.S. facilities in Italy provide unmatched freedom of action and are critical to our ability to project stability into the Mediterranean, Middle East and North Africa. We have 15,000 U.S. military on six Italian bases and these installations host some of our most advanced capabilities deployed outside the U.S. Our bases and activities out of Italy are not uniformly popular, but PM Berlusconi, in this government as in his last, has made preserving this security relationship a priority, and the GOI has invariably come through on our top requests, despite domestic political risks. The GOI has approved the expansion of our base at Vicenza to consolidate the 173rd Airborne Brigade, the deployment of the USAF Global Hawk UAV in Sicily, and the establishment of AFRICOM Army and Navy Component Commands on Italian soil. Italy’s leadership in other overseas missions helps us concentrate our forces on our top priorities. In addition to its troops in Afghanistan, Italy currently has 2,300 in the Balkans, 2,400 in Lebanon, and is the leading contributor to the NATO Training Mission in Iraq.

Conclusion

15. (C/NF) The robust U.S.-Italian relationship provides us with major national security benefits in our military missions overseas, our own power projection, and on a broad law enforcement agenda, but the Prime Minister is an erratic steward. It might be tempting to dismiss Berlusconi as a frivolous interlocutor, with his personal foibles, public gaffes and sometimes unpredictable policy judgment, but we believe this would be a mistake. Despite his faults, Berlusconi has been the touchstone of Italian politics for the last 15 years, and every indication is that he will be around for years to come. When we are able to successfully engage him in pursuit of our common objectives, he has proved an ally and friend to the United States. He respects and admires the U.S., and is eager to build a strong and successful relationship with you. DIBBLE

I gladiatori della pubblica formazione (Ave Cives! Morituri vos salutant)

[Per la cronaca, dietro alla RO di “FUTURO” a reggere lo striscione c’è laFiam]

Voi non dovete pensare. Passo cadenzato a ritmo di slogan, cammino tra gli studenti dietro allo striscione, mentre veniamo scortati dalle forze dell’ordine verso la Facoltà di Fisica della Statale di Milano, dove i miei colleghi ricercatori hanno occupato il tetto. Un’occupazione simbolica: ma una risposta per le rime alla sentenza del Rettore Decleva che tanto ci offese. Presidente della Conferenza dei Rettori (CRUI), al primo incontro in cui affrontò noi, ricercatori della Statale, su tagli e Disegno di Legge Gelmini (Ddl), a marzo scorso, sciorinò la sua battuta: “Vedete, moriamo tutti: certo, c’è chi muore in alto e chi muore in basso!”. Ed eccoci a salire in alto, sui tetti, ricercatori e studenti, per salvarci da questa logica irresponsabile.
Son brutti brutti brutti. Son neri neri neri. Non sono scarafaggi, ma son carabinieri!”. A disagio per quei lavoratori, tento di scrutarne l’espressione, ma concedo alla rabbia di confondermi, mentre alcuni ragazzi si scambiano il sacchetto del ghiaccio per tamponare gli ematomi sulla testa. Immagini indelebili gli scontri gratuiti di quel 25 novembre, sin dal primo attacco d’alleggerimento del corteo, vicino al Politecnico. “Ah, questa è la volta buona!”, aveva sibilato il poliziotto in borghese, trattenuto a stento dai suoi colleghi. Gli ho chiesto: “Buona per cosa? Sono i suoi figli!”. “Son vent’anni che le prendo!”: la risposta stridula. Allora li ho guardati bene quei volti, dietro alla visiera trasparente: padri di famiglia, affatto compiaciuti. Eppure, poco più tardi, accortisi degli studenti che, abbandonando il corteo, imboccavano rapidi la scala della metropolitana di Loreto, per ricongiungersi alla Facoltà di Fisica: quale foga nello sporgersi lungo la recinzione delle scale, per assestare, con tutta la forza in corpo, colpi di manganello sulle teste dei ragazzi. Su quelle teste, su cui puntiamo tanto quando insegniamo loro: colpi dall’impatto duro, secco. “Si sposti o le facciamo male!”: concitato, un poliziotto mi allontanava col manganello traverso, mentre ripetendo “no no no” cercavo di mettermi in mezzo.
In nome di quale professionalità si distingue nella mischia l’adulto incappottato e non si vedono che delinquenti in quei ragazzi in felpa: non i propri figli che pretendono ascolto e una formazione migliore? Son certa che pure quei poliziotti cerchino proprio nell’istruzione dei loro figlioli di riscattare un mestiere intrapreso, forse, a difesa dei diritti cittadini, ma che maledicono quando si riveli di cieca obbedienza. “Voi non dovete pensare, ma eseguire”, viene detto loro.


Quei manganelli e quella pistola in mano al finanziere, nella foto che negli ultimi giorni quasi ogni quotidiano ha riportato (che, illazioni a parte, si impugna proprio così o la si raccoglie per la canna se caduta o non la si impugna affatto se si è professionalmente preparati, e ve lo dico da ex-tiratrice agonista), così come le dissennate “riforme” e “manovre” che si abbattono con la stessa forza sul nostro futuro – in modo incalzante, da anni a questa parte – o i giochi di potere nelle viscere di questo Leviatano che sempre più si dimostra “sospeso sopra la società” (A. Mbembe) questa dottrina impartiscono: “Voi non dovete pensare”.
Si tagliano le gambe alla formazione pubblica, di modo che non produca una massa critica di teste pensanti, ma una riserva di alfabetizzati pronti all’uso, parcheggiati tra Università e call-center, in assenza di opportunità di lavoro. Ai miei studenti voglio poter continuare a insegnare il netto contrario: “Voi dovete pensare e scegliere e non per il vostro vantaggio immediato, ma per le conseguenze collettive che qui, a scienze politiche, cerchiamo di mettervi in grado di immaginare.”.

Media selezionatori. Intanto, da fiumi di parole, cifre azzardate o inventate à la Giavazzi, immagini di violenza, striscioni e slogan, poche righe soltanto inquadrano la situazione, e son destinate ad arenarsi nelle pieghe della crisi, tra scandali, malcelati interessi tradotti in singulti di coscienza da questa classe politica in totale assenza di un computo sapiente delle parti; per non parlare dei tempi televisivi, anche più risicati e canalizzati dalle domande più populiste che i giornalisti riescono a raccattare: quelle che non spiegano e che li inducono a giustificarsi, poi: “Abbia pazienza, noi siamo per forza superficiali”, mentre l’incomprensione ristagna, facendo ripetere a un Gad Lerner, a L’Infedele: “i ricercatori vogliono uscire dal precariato”, o a un Oscar Giannino, infervorato, alle Invasioni barbariche, che gli studenti non dovrebbero difendere i ricercatori che “vogliono solo il posto”. Non le nostre verità, da quelle trasmissioni, ma quelle di chi, forse solo per inerzia, ratifica così la demagogia del potere, magari approfittando dell’audience televisiva per togliersi un sassolino dalla scarpa.
Le trasmissioni cosiddette “d’opinione” si rivelano il Parlamento di questo Paese. È notizia del 10 dicembre scorso: dopo mesi e mesi di incomunicabilità, il Ministro Gelmini, nel corso di «Porta a Porta» – dove, per il suo teatrino, il puparo seleziona ad arte i pupi a che affrontino il “paladino” – ha incontrato e riconosciuto la “base” ideale con cui intessere il dialogo. I due membri del Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari (CNRU), convocati il 9 dicembre a palazzo, han teso le mani verso il piatto di lenticchie, puntualmente offerto dal Ministro e annunciano ora, trionfali, le imboccate ricevute. Li conoscemmo sin dalle prime bozze del Ddl: Merafina e il CNRU che raccolse attorno a sé. Patologia del sistema, son talmente disillusi che, privilegiata una visione corporativa, facendo buon viso a cattivo gioco, da subito han predisposto l’offerta: legittimare per legge le condizioni attuali. Alcuni ricercatori, han sottoscritto l’impegno ad espletare funzioni e obblighi da professore associato, continuando a percepire la paga della categoria, senza costare un cent in più al sistema, in cambio del mero titolo e pace se, priva di fondi, la ricerca svilirà accademia pubblica e formazione nazionale.
Cosciente che occorra un’arena dalla quale poterci spiegare, la Rete 29 Aprile di cui sono parte, costituitasi dopo l’incontro nazionale di Milano, tra ricercatori provenienti da tutte le università, ha cercato visibilità: dall’indisponibilità all’insegnamento fino a issarsi sui tetti delle Facoltà, invitando la popolazione a riflettere sulle ricadute di questa riforma sulla società tutta; intessendo contatti coi legislatori e i membri degli altri schieramenti politici, per ridiscutere le proposte governative, a partire dalla nostra conoscenza del complesso mondo accademico. Pur giudicando inemendabile il Ddl, ci siam resi disponibili a rivederne fini, impianto, valori ispiratori, non solo per ricostruire l’Università – che di riforma, certo, ha assoluto bisogno -, ma per riprogettare il futuro del Paese che dalla formazione della sua popolazione, per forza, deve partire.
Abbiamo trovato sponda fra i politici delle opposizioni. Gli emendamenti da loro proposti in Commissione Cultura sono frutto di ascolto e intensi scambi: quasi tutti spazzati via dalle ultime votazioni e non più negoziabili, stando all’irrigidimento del regime, registrato in queste ore. Un irrigidimento che stronca definitvamente un’occasione ideale, qual è quella che scaturisce dal positivo fermento di idee e di immaginazione che le riforme istituzionali stimolano, aggiustando la struttura pubblica, per creare la massima gamma di opportunità, a fronte di un assetto nazionale e di un mondo che cambiano. Ma, come ogni riforma dell’istruzione, anche questa parte da un progetto sociale del Governo che la veicola e, dopo un’iniziale apertura, il Ministero, vista l’incompatibilità dei fini e l’ampio dissenso, si è trincerato a difesa facendone un fatto di resistenza politica e, issato il ponte levatoio, lancia ora comunicati ricattatori dalle mura; demonizza, attraverso bardi televisivi, la dissidenza; seleziona i collaboratori e invoca e ottiene la repressione, violenta, del dissenso e ora, indisponibile ad ogni forma di contraddittorio con l’opposizione congela la formula del Ddl, al probabile fine di imporla con la fiducia alla vigilia di Natale.

… di madre in affitto e di padri non certi. Questa falsa riforma, giocata in modo dissennato fino a bypassare le più elementari regole del legiferare, è di padre incerto ed è insostenibile. Fondazione Treellle, Confindustria, Schiesaro, addirittura elementi della CRUI ne sarebbero i padri, mentre il “superconsulente” ministeriale Abravanel, con imbarazzo, dalla poltrona de l’Infedele, si limita ad ascrivere ai propri volumi l’ispirazione del Ministro Gelmini (laddove i comportamenti di questo Governo contraddicono ampiamente il suo “Regole”): nessuna responsabilità, dunque e scarsa o nulla negoziazione con chi questa legge la subirà, da parte di un Ministro che si arrocca su slogan populisti (meritocrazia, governance, lotta ai baroni e semplificazione dei percorsi di carriera), attribuendo la protesta a un asse ricercatori-studenti-baroni, che sembra uscire da qualche delirio notturno.
Intanto, lo sconvolgimento delle strutture è già stato avviato: una redistribuzione del Fondo di finanziamento ordinario (FFO), in base alla valutazione di comportamenti “virtuosi”, ha indotto alcuni Rettori ad anticipare accorpamenti e manovre al risparmio sul personale pensionabile, incaricando le facoltà di predisporre il taglio dei corsi, confidando in decreti annunciati. Soddisfare i parametri di virtù di questo Governo si rivela, così, preminente rispetto alla sostenibilità delle operazioni, dei sacrifici in termini di ricerca, logistica e servizi: ad oggi, né studi di fattibilità, né sperimentazioni di sorta, mentre Università come Roma3 o Genova si sono “buttate”, con effetti sconcertanti, riportati dai colleghi. Analogamente, nei settori scientifico-disciplinari, si son concepiti accorpamenti in macrosettori: è così prevedibile che nicchie di specializzazione e settori “sacrificabili” dalla livella della globalizzazione si annacquino o evaporino dietro alle esigenze di una didattica accorpata, in un appiattimento indotto dalla cancellazione sistematica di corsi (a partire da quelli frequentati da pochi, senza valutarne il potenziale di specializzazione competitiva); dalle sempre più ridotte opportunità di conseguire dottorati; da un sistema concorsuale che, sacrificando la diversificazione interna, produrrà una compagine scientifica omogenea, con prevedibili effetti sulla competitività scientifica del Paese e sulla didattica stessa, nel medio periodo. Certo, università straniere e private italiane ne approfitteranno per prosciugare ogni potenziale d’eccellenza che s’involerà, inesorabilmente, dalla formazione pubblica.

A morte i Baroni. Viva i Baroni! Quanto ai rapporti di potere: si immunizza il cancro! Assunti entusiasmanti, come l’abilitazione nazionale o la tenure track, nel Ddl emendato si sono rivelati specchietti per le allodole, mentre Tremonti e Gelmini danno letteralmente i numeri tentando di comprare il consenso dei ricercatori, assicurando avanzamenti in carriera a tranche da 1500 ricercatori l’anno per tre anni: salvo cancellare ogni riferimento numerico nel Ddl, escludendo i precari e lasciandoci ostaggi del blocco del turn-over.
Pur desiderosi di opportunità, nessuno di noi ha chiesto un tanto. È una strategia comunicativa che artatamente va a detrimento di chi si oppone al Ddl: al fine di spezzare il fronte ricercatori-precari-studenti, e nauseare l’opinione pubblica, in piena crisi del lavoro, verso un sistema autoreferenziale in cui lavoratori strutturati sembrano rivendicare meri interessi di carriera. Sin dalla L.1/2009 si è inteso disciplinare il consolidamento di una lobby di gatekeepers legalizzati: ordinari che, iscritti in liste per macro-settori scientifici, controllano l’accesso al sistema accademico. Le telefonate fatte finora per “aggiustare” i concorsi alle esigenze di alcuni: sistemando i propri pupilli e cassando quelli dei nemici giurati, saranno accordi legittimi e incontrastati dall’assenza di un contraddittorio scientifico reale, là dove ricercatori e associati sono spesso più informati sugli sviluppi delle rispettive discipline di quegli ordinari che, campioni di monopoli, si sono trasformati in burocrati a tempo pieno.
Mentre il Ddl istruisce il gioco “changez le recteur”: super-rettori nazionali potran migrare liberamente ad altra sede e medesimo ruolo, scaduto il loro mandato.
Non è certo questo il modo per aggredire il male profondo della società italiana, che non è davvero appannaggio della sola Università: un’interdipendenza debitoria nei confronti del potere, in un rapporto egemonico che tollera le peggiori nefandezze di cui il nepotismo è solo l’apice evidente. Si consolida nella scontatezza il rapporto fra poteri di diverso grado, che si legittimano reciprocamente nel soddisfare le clientele e assicurarsi la loro lealtà; quanto a queste, se “in carriera”, sono garantite: è ora possibile stabilire un tetto di pubblicazioni da sottoporre tra abilitazione nazionale e bandi di concorso: i gatekeepers giudicheranno obiettivamente in relazione all’intera produzione comparata le 12 pubblicazioni scelte dai candidati o le risicate 12/13 del raccomandato rispetto alle 12/50 del valente ricercatore? Coltivo dubbi.
Intanto, intravvedendo la possibilità che il Ddl non passasse, è giunta minaccia ministeriale. No Ddl: no concorsi per ordinari, associati e ricercatori (la L.1/2009 prevede la scadenza della normativa vigente il 31 c.m.), né fondo premiale 2011-2013 a reintegrazione, su base del merito, di parte degli scatti di stipendio. Il Ministero è così convinto di tenerci sotto scacco, ma non sa che ci siamo abituati ad essere ostacolati non soltanto nella carriera, ma nel riconoscimento di ciò che effettivamente facciamo; noi non abbiamo nulla di ciò che ci viene “tolto” e nessuno dei diritti che stiamo rivendicando: in primis, quello di fare ciò per il quale siamo stati assunti. Noi ricercatori vogliamo poter fare ricerca, per mantenere l’elevato standard raggiunto in tanti settori, per elevarne di nuovi e rendere più competitivo il Paese, il che richiede, sì, ma anche dà accesso a finanziamenti. Per la maggior parte, svolgiamo da anni, su base continuativa, attività di insegnamento. Non siamo tenuti a farlo: rispondiamo a bandi sottoscrivendo contratti di diritto privato gratuiti o in rari casi “retribuibili”. In questo caso, con regolamenti interni costantemente aggiustati, siam tenuti a cederne gratuitamente una consistente parte alla struttura. Veniamo così a ricoprire il 40% del fabbisogno della didattica universitaria, spesso trovandoci costretti a finanziarla! Senza titolarità dei corsi, godiamo del vuoto titolo di “professori aggregati”, limitatamente ai mesi in cui svolgiamo quella attività che programmiamo, però, di anno in anno.
Purtroppo, nessuno ha mai inteso fare un’indagine seria sui rapporti di lavoro nelle Università. L’avevo proposta nel 2007 a Pietro Ichino, mio collega che avrebbe potuto organizzarne una a livello nazionale. Ma mi disse di non averne il tempo. Non mi sorprese: i rapporti di gerarchia sociale basati sulla dipendenza sono condizione d’accesso al lavoro, privato e pubblico, in Italia e ben pochi sono disposti a destrutturarli, specie dall’interno. E’ anche per questo che protestiamo. Vogliamo un quadro normativo forte: non constrictor, ma stringente nella protezione dei diritti, a parità di funzioni e di esercizio. Per questo motivo, ruolo ad esaurimento, dal 2005, i ricercatori a tempo indeterminato ammettono ora di poter essere sostituiti da figure a tempo determinato (Rtd), ma la Rete29A vuole per loro delle garanzie: accantonamento preliminare delle risorse finanziarie atte alla loro assunzione in ruolo (a preparazione inadeguata niente tenure e niente carriera, ma i capaci debbono avere assicurato un futuro); didattica retribuita; nessun precariato legalizzato: tra dottorato e contratti, questo Ddl blocca un Rtd tra gli 8 e i 12 anni prima di accedere alla carriera – sempreché riesca ad accedervi, o non incappi in contratti triennali “usa e getta”. Prospettiva condivisa con la proposta Tocci è che tutti i ruoli (ricercatori, associati e ordinari) debbano confluire in un ruolo unico di docenza, con diversi gradi stipendiali al suo interno, cui si acceda in base a valutazione della ricerca, della qualità della produzione scientifica (in congruo rapporto col fattore tempo) e della didattica (valutata dagli studenti con strumenti più raffinati del “test-calderone” attuale). Il ruolo unico è paventato da alcuni docenti come un “pericolo distruttivo” e, certo, lo sarebbe per le università concepite come sono ora, rette su categorie sfruttabili, e come lo sono nel Ddl, che categorie precarizzate crea, in rapporto fortemente gerarchizzato in ragione della loro “virtù” e al loro interno, ma non lo sarebbe nell’Universitas Studiorum cui aspiriamo.

L’ultimo vaticinio. Ammesso che questo Ddl insostenibile, una volta convertito, non incespichi nella miriade di norme richiamate dal testo e decreti attuativi relativi, produrrà l’incancrenimento dei rapporti di potere in seno agli Atenei.
Limitata la democrazia partecipativa negli organi di governance, aumentata la tenuta di chi può vantare legami con poteri economici e politici forti, che saranno inseriti in un CdA con maggior voce in capitolo rispetto al Senato accademico nella programmazione didattica e di ricerca, si determinerà la dipendenza della ricerca pubblica da interessi specifici e privati; mentre permane la norma della “finanziaria” (L.133/2008) che stabilisce agevolazioni per gli atenei che intendano cedere parte dei propri immobili, nonché l’incentivazione alla trasformazione delle Università pubbliche in fondazioni private.
Quanto alla qualità di ricerca e didattica, oggi si vive di rendita, ma entro breve, a questo ritmo, la nostra competitività, invidiabile a fronte di uno Stato che è agli ultimi posti in Europa per l’investimento nella ricerca, sarà messa a rischio. Si pretende una programmazione triennale da parte degli Atenei, quando, di trimestre in trimestre, nuove manovre e tagli del Ministero dell’Economia son manganelli sulla formazione pubblica, mentre si incrementano i fondi a favore di quella privata.
Obiettivi a breve sono: blocco d’assunzioni e avanzamenti in carriera per i prossimi tre anni; riduzione del 20% dei corsi di laurea; riduzione d’accesso al diritto allo studio anche per i tagli dalle Regioni e da imposizione del numero programmato; ogni riferimento all’incentivazione del merito si vanifica nell’obbligo della restituzione del Prestito d’onore – già introdotto da tempo a vantaggio dei sistemi bancari – che trasforma in debitori cronici anche quei giovani che abbiano ottenuto il massimo dei voti, senza specificare, poi, il tetto di reddito a partire dal quale si debba provvedere a tale restituzione.
Insomma, tra adeguamento e accertamenti dell’organo di valutazione (ANVUR), si prospetta una via crucis di almeno 3 anni e se prima i ricercatori hanno sospeso la didattica che non erano tenuti a fare, a scopo dimostrativo e nel nome di tutte le componenti accademiche, aspettandosi il loro appoggio, contro una riforma del tutto insoddisfacente, ora, non la svolgeranno nel loro stesso interesse, e con l’ampio consenso di quegli studenti che ben comprendono come questo disegno sia un progetto fallimentare  che porterà università e formazione pubblica a… “morire in basso” e tutti noi a un destino da marionette.

laFiam

La prima stesura “a caldo” di questo articolo, in versione più lunga, ma non aggiornata agli ultimi eventi, è pubblicata dalle seguenti riviste on-line: